La Liberazione di Firenze II parte

La liberazione di Firenze

Seconda parte

Alle ore sedici di quel giorno fu tenuta la riunione del nostro Comando di Divisione: fu una riunione breve, perché fu proposto di mettere il nome di Potente al posto di Arno alla Divisione, e di nominare ed eleggere Luigi Gaiani, CM di Divisione col nominativo Aldo Comaschi.

Ne fui molto felice: ci eravamo conosciuti nel carcere di Castelfranco Emilia, diventando grandi amici.

Il 15 agosto verso le ore dodici e trenta tornai in sede: stavo facendo sulla carta topografica degli aggiornamenti degli schieramenti dei nemici e nostri, quando entrò Toro che mi disse: “Ti ho messo una tazza di brodo di pecora sulla scrivania.”

“Toro ti ringrazio a nome di tutti. Avevamo bisogno di cibo caldo.”

Mangiai quel brodo col riso aprendo la finestra, perché la puzza di pecora superava ogni limite pensabile.

Alle ore quattordici in punto il piantone di servizio bussò discretamente alla mia porta dicendo:

“C’è il Capitano Kun che ti vuol parlare.”

“Fallo passare.”

Rimasi molto sorpreso mentre il Capitano Kun, come tutti gli scozzesi, salutava con il suo saluto militare, battendo i piedi a terra quattro volte.

Era una giovane donna. Aveva un volto quasi da fanciulla con le guance rosse come mele mature, ed il viso lentigginoso. Sulla spalla sinistra le andava di traverso, fino al fianco destro, la tartana, il caratteristico tessuto scozzese arrotolato. Si dice che esistano circa duecento disegni diversi, storicamente corrispondenti ad altrettanti clan scozzesi.

Le chiesi due o tre volte di mettersi a sedere, e finalmente lo fece. Allora le dissi che dovevamo parlare tra noi come due ufficiali che si conoscevano da tanto tempo, perché questo sarebbe stato il modo per comprendere meglio tante cose. “All right”, disse lei, mentre con un pugno si batteva la mano aperta. “Comincerò col fare una visita non ufficiale, poi prenderò tutte le misure per rendere la vita più umana a quella gente, ovviamente farò delle relazioni a lei e a Mac Intosh.”

Le risposi che dato che parlava così bene l’italiano bastava che mi informasse oralmente.

“No, no”, rispose lei. “Faccio la relazione scritta e vengo a fare la postina consegnandola personalmente. Quali sono le ore migliori per trovarla?”

“Non glielo saprei dire”, risposi, “perché qui ci sto poco, perché sono in giro per la lotta contro i franchi tiratori, per operazioni di polizia in questo o quel punto del fronte, dove si rende necessaria la mia presenza.

Ad ogni buon conto, l’ufficiale di picchetto che è alla porta centrale, sa sempre dove trovarmi.”

Ci salutammo come due vecchi amici.

Attraverso le fognature ed altre vie sotterranee anche vicino al nostro Comando erano tornati i franchi tiratori. Il giorno dopo il capitano Kun, saputo questo, ci domandò il piacere di stare con noi.

Ci incontrammo vicino a Porta al Prato.

Quando arrivammo vicino al centro della piazza dove c’è la torre, in terra trovammo un soldato inglese in un lago di sangue; comprendemmo che qualche franco tiratore era lì in agguato.

“Lo vedo”, disse Zuppa, mentre insieme a Bastiano sparava sulla cima della torre. Il franco tiratore abbattuto precipitò giù quasi ai nostri piedi facendo un gran tonfo. Proseguimmo in avanti per andare verso la nostra sede, quando sentii un colpo fischiarmi sopra l’orecchio destro. Mi voltai per rendermi conto se avesse colpito qualche compagno, ma sentii una voce femminile a me nota:

“Oh il mio braccio.”

Immediatamente la presi in collo come fosse una bambina, con una pedata aprii un portone ed entrai dentro. Bastiano, il fedele Bastiano mi seguì, mentre gli altri sparavano sui tetti.

Col mio pugnale che tagliava come un rasoio, le scucii la manica della giacca e quella della camicia. Bastiano mi porse un laccio di cuoio col quale le strinsi il braccio cinque centimetri più in alto della ferita. Feci chiamare Zuppa e gli dissi di far venire immediatamente l’autoambulanza inglese. Bastiano mi dette un pacchetto medico già preparato (quello degli inglesi), lo misi sulla ferita e feci una fasciatura. Mentre terminavo questa prima fasciatura, arrivò l’autoambulanza.

La ripresi sulle mie braccia per adagiarla meglio sul lettino e lei mi disse:

“Gianni ci rivedremo vero?”

“Penso di sì”, le risposi.

“Anche io penso che ci rivedremo, ad ogni modo il tempo trascorso con te e stato molto bello e lo ricorderò sempre.”

“Si, mia cara Vittoria è stato molto bello, indimenticabile”, e così dicendo la baciai sulle guance. Lei contraccambiò e cominciò a piangere. Ricordo ancora con grande amarezza il 16 agosto, mentre ero nella sede del Comando nel mio ufficio, per interrogare tre sottufficiali tedeschi, entrò come un toro infuriato Gastone, il quale mi disse:

“Hai voluto anche questa volta fare a modo tuo, perché hai sostituito Gracco come Comandante Militare?”

“Guarda Gastone, che quando Gracco è stato ferito esistevano già due vice comandanti militari. Ferito Gracco, questi ne fanno le veci. “Appena Gracco tornerà riavrà il suo posto di comando senza nessuna discussione, ma nella maniera più naturale.

“Caro Gastone, hai sempre torto; avevi ordinato di fermare le retroguardie tedesche, le quattro Brigate della Divisione Arno non hanno fermato nessuno perché, come avevo detto io, non era possibile; quindi abbiamo attaccato i tedeschi più volte e in più punti.

“Avevi detto che noi in montagna, non avevamo fatto nulla e noi abbiamo combattuto con la forza e l’astuzia, e quando siamo scesi in Firenze abbiamo sfilato davanti agli inglesi, il generale ha saputo che eravamo la ‘Brigata Sinigaglia’ ed ha ordinato il presentat–arm.

“Il compagno Giuseppe Molli, dirigente degli artigiani, si è messo a piangere come un bambino e abbracciandomi mi ha detto: ‘Grazie Gianni, questo è il più bel regalo che ho avuto in vita mia’.

“Ed adesso tu vieni qui e mi affronti come se avessi compiuto un reato contro il comunismo, contro il partito. “Se il reato è quello di non essere sufficientemente fanatico, allora io sono colpevole. “Perché fanatico non lo sono e non lo sarò mai.

“È nel mio carattere capisci?

“So resistere sulla strada della lotta per la pace e per l’emancipazione dell’umanità. So resistere sino in fondo, anche se il traguardo è lontano, e so resistere anche se c’è da ingoiare bocconi amari, come tu mi fai ingoiare.” “Piantone”, gridai, “entro cinque minuti voglio qui tutti i CM e i CP presenti.”

Gastone a questo punto mi disse:

“Ma ora cosa fai?”

“Faccio convocare l’Assemblea per eleggere un CP più adatto ai tuoi gusti…

“Noi non nominiamo i dirigenti mentre siamo al tavolo di un ristorante, ma li eleggiamo nel modo più democratico.” Entro cinque minuti tutti i CM e CP, presenti nella sede del Comando, furono di fronte a noi. A quel punto esposi loro la ragione per cui volevo fare quell’assemblea.

Tutti mi vollero come CP della Brigata.

“Gianni riposati, perché questi giorni che abbiamo davanti saranno molto duri, non dormi più di tre ore per notte, non puoi andare avanti così.” Se ne andarono ovviamente senza fare l’assemblea, perché come dissero loro il problema non esisteva.

“Vedi Gastone, fra te e me c’è una diversa visione della vita e della democrazia. “La mia generazione è giovane, ed io come tutti i giovani ho parlato del partito ed ho fatto opera di proselitismo tra i miei coetanei, prima di  essere arrestato dall’OVRA e condannato dal Tribunale Speciale fascista a Roma a venticinque anni di carcere. Sono stato imputato per aver diretto un’organizzazione sovversiva che predicava la pace, chiedeva lo scioglimento del partito nazionale fascista e della Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale, l’instaurazione di un regime democratico con la partecipazione di tutti i partiti politici antifascisti ed il ritiro delle nostre forze armate dall’alleanza nazista, per schierarsi con le forze armate democratiche.

“Quando arrivai al Penitenziario per detenuti politici, una parte dei vecchi compagni ci criticò aspramente perché al fondo di quei volantini anziché mettere ‘W Stalin, Viva l’URSS’, avevamo scritto: ‘W l’Unione democratica dei popoli liberi’.

“Ci furono discussioni dure, sembrava addirittura che ci facessero un processo. “Poi, su suggerimento di Mario Foschiani, che si era schierato con noi, scucii su un fianco i pantaloni; così la guardia addetta al magazzino nelle prime ore del pomeriggio venne a prendere l’8259, che ero io.

“Nel penale di Castelfranco Emilia c’era un generale russo molto preparato ideologicamente e politicamente, molto apprezzato da tutti i comunisti: Korner. “Da sette anni aveva terminato la pena detentiva, ma lo tenevano sempre all’isolamento. Aveva ottenuto dal direttore del carcere di star fuori dalla cella durante il giorno. “Di solito stava dalla parte del carcere che porta ai magazzini, perché lì poteva incontrare qualche compagno e così poteva incontrarci, fornirci notizie, o darci un consiglio.

“Quel giorno ebbi fortuna perché la guardia che mi accompagnava era il sig. Vespa, un uomo molto umano. “Incontrai Korner che mi abbracciò fraternamente, andammo al magazzino dove c’era una guardia e quattro detenuti comuni. “Vespa disse subito di lasciarci parlare senza romperci le ‘scatole’.

“Il risultato di quell’incontro fu che un giorno, quando noi politici della IV sezione eravamo all’aria in un grande cortile, una guardia introdusse Korner.

“I tre compagni della  Carrozza’ (Comitato che dirigeva il Collettivo) introdussero i temi sui quali il ‘collettivo’ avrebbe discusso e deciso. “Mario Foschiani dirigente della ‘Carrozza’ si schierò subito dalla mia parte, poi prese la parola Korner, affermando deciso: ‘Bisogna ringraziare questi giovani compagni che hanno portato qui dentro un vento nuovo, pulito, per cancellare tutto il vecchiume, le muffe e le incrostazioni che tenevano il partito prigioniero di se stesso’.

“Mi sentivo tremare tutto. Korner che era considerato un Dio, aveva afferrato subito la linea nuova del partito e lì, seduto per terra accanto a me, ci dava ragione come ce l’aveva data subito il compagno Foschiani, rischiando l’isolamento nel collettivo.

“Vedi Gastone, tu hai tante esperienze più di me, hai lottato tanto più di me e hai sofferto più di me, ma io, anche se mi trovo a volte in disaccordo con te, ti stimo e ti voglio bene lo stesso.

“Vedi, anche nelle mie ‘ore politiche’, non dimentico mai di spiegare, chiarire la nostra concezione sulla personalità umana.

“Il partito non deve far paura, non deve considerare gli esseri umani fatti d’una pasta speciale, uomini di ferro.

“Noi siamo fatti di carne ed ossa.

“Noi non vogliamo che la folla sia numero, vogliamo ridurre la quantità in qualità.

“Vogliamo che ciascuno porti la propria coscienza a quel punto in cui la natura gli consente di arrivare.

“Noi vogliamo che l’individuo sia veramente fabbro della propria fortuna, non sollevandosi sugli altri, ma sollevandosi in mezzo agli altri,  liberamente, con tutte le naturali ricchezze che egli possiede.

“Vogliamo che ognuno abbia modo di fecondare questi germi del proprio destino: noi respingiamo come stolta e infame la pretesa che assegna alla classe operaia e ai contadini l’ufficio di lavorare e non di pensare.

“Noi non vogliamo che continuino ad esistere una classe operaia e una classe contadina alle quali la servitù economica tenga chiusa quella parte della conoscenza, che è veramente la porta della vita.

“Noi vogliamo, come diceva Engels che: ‘l’umanità esca dal regno della necessità per entrare in quello della libertà’. “Vedi Gastone, non è stato nulla facile: all’inizio c’è stato un nemico pericoloso da battere, prima di poter lottare contro i nemici fascisti e tedeschi.

“Il vecchio nemico: ‘l’opportunismo poltrone’, la sfiducia nelle forze popolari, e in alcuni addirittura, il terrore del popolo che faccia da sé. Altri dicevano di attendere lo sbarco alleato a Livorno e solo allora prendere le armi.

“Questa democrazia nuova, come quella nelle nostre brigate, sorgeva ed è sorta con senso di concretezza, che rompeva vecchi schemi ed era data ed è data dalle esigenze della lotta più dura.

“Gli uomini erano scelti e sono scelti dagli uomini e messi subito alla prova dei fatti.

“Chiunque accettava ed ha accettato di essere eletto, accettava la prospettiva di un laccio al collo, della casa distrutta, della famiglia dispersa.

“Ma si è scelto fra i migliori, e gli uomini e le donne migliori hanno accettato.

“Una democrazia vera, è il risultato del lavoro di chi non ha voluto attendere, di chi ha combattuto e combatte ancora.

“Vedi Gastone, bisogna che tu tenga conto che noi giovani quando parliamo del partito o di cose del partito lo facciamo sempre in modo ideale.

“Il partito per noi è il padre, è la madre, la sorella, il fratello maggiore che ci guida nei meandri della vita.

“Il partito è amore, spirito di fratellanza.

“Il partito che fai intravedere te e un’altra cosa, è una cosa che ha dell’orribile, perché è senz’ anima, non educa mai, non dice parole d’amore, perché minaccia sempre, è come un idolo al quale si fa sputar sentenze contro la logica e la verità. Perché voi vedete sempre il male anche quando non c’è?

“Siete prevenuti contro tutti.

“Non è dal basso che voi volete dirigere, ma dall’alto, senza ascoltare il collettivo, la base.”

Leone, arrabbiato, rosso in faccia:

“Me ne vado, ma non finisce qui.”

“Vuol dire che finirà più in là”, risposi.

“Prima di andartene dimmi una cosa: ci sono due partiti nel PCI?

“Uno per i grandi dirigenti e un altro per la base, per i compagni come me?

“Ha due anime il PCI?

“Se ora ti mancano le parole, preparati per la prossima volta così, se ci vieni a trovare, ci darai la risposta.”

Non ebbi mai nessuna risposta!

Di fronte a queste amarezze ricordo con gioia che il 17 agosto, mi accingevo a fare l’ora politica a metà dei compagni della Brigata (l’altra metà era sul fronte). Avevo ispezionato fino a pochi minuti prima tutto il fronte e quindi il mio dire sarebbe stato aderente alla realtà.

L’ora politica non si chiamava così perché durava un’ora. Poteva durare quarantacinque minuti come due ore. Il nostro collettivo fu veramente un collettivo democratico. Esso svolse la sua attività sempre su un piano collegiale e mai nessuno permise a nessun compagno di farsi forte della situazione cospirativa in cui vivevamo per evitare la discussione, e mai volemmo dare a nessuno la priorità di discutere e di deliberare dall’alto per noi tutte quelle cose che potevano e dovevano essere discusse e deliberate collegialmente.

Il dibattito chiaro, spregiudicato, onesto, servì a chiarire giustamente tutte le cose, e così la democrazia migliorata, allargata ad ogni livello, venne sempre rispettata per ogni questione.

Tutto fu sempre discusso collegialmente e il collettivo di Brigata si rafforzò politicamente ed ideologicamente con l’apporto di tutte le sue forze che, concretamente unite, costituirono sempre una forza politica e militare di prim’ordine.

Credo che non vi sia mai stato né un giorno, né un attimo della nostra giornata, in cui la presenza di questa forte personalità del collettivo non si sia fatta sentire più che positivamente su ognuno di noi, su tutti i compagni partigiani della Brigata d’assalto 22 bis Garibaldi A. Sinigaglia.

L’ora politica, lì nell’edificio della scuola Sassetti, la facevamo nell’aula più grande della scuola, fornita di grandi banchi e di una lavagna che ci serviva per fare delle esemplificazioni. In montagna si faceva nel bosco mettendoci tutti in cerchio e quello che parlava (che di solito ero io) al centro del cerchio.

Non avevamo ancora cominciato quando arrivarono il compagno Antonio Roasio e la sua compagna Dina Ermini (tutti e due dirigenti nazionali del PCI). Erano pieni di fagotti che misero sulla cattedra. Fui felice della loro presenza. Noi della nostra Brigata eravamo come una famiglia e ora con la loro presenza sentivo, e anche tutti i miei compagni avvertivano, che la famiglia era al completo.

L’ora politica terminò con un applauso che non finiva mai. Roasio e la sua compagna Dina cominciarono a sfogliare i pacchi: vennero fuori delle camicie bianche a mezze maniche.

“Questa è la tua”, mi disse la compagna Dina.

Quando la guardai vidi i gradi di maggiore cuciti sulla camicia sul petto a sinistra e la coccarda garibaldina più sotto e un po’ più giù a sinistra.

“I gradi te li abbiamo fatti cucire perché, se te li avessimo fatti mettere come l’altra volta con gli automatici, te li saresti tolti subito.

“Poi ci hanno detto che nemmeno questi vanno più bene perché sei passato di grado.”

“Vedi Dina certamente sbagliavo, ma mi piaceva che la gente mi considerasse per quel poco che valgo e non guardando i gradi.”

“Questo lo abbiamo sempre capito”, disse Roasio che era lì accanto a me, “ecco perché oltre ad avere in te tanta fiducia, ti vogliamo bene!

“A proposito, non verrà più Gastone. Siamo solo noi il tuo collegamento!

“Potrebbe venire Beppe Rossi, è entusiasta di te e di tutta la Brigata. “Preparati per dei grossi e difficili incarichi, ti vuol mandare, mi sembra di aver capito, in Afghanistan.”

Ci salutammo con un grosso abbraccio, baciandoci sulle guance. “Grazie compagni, avete riportato il sereno dove c’erano ancora i segni della tempesta.

“Grazie anche a nome di tutti!”

Tutte le volte che tornavo al Comando mi fermavo al nostro ospedaletto da campo in un fondo di negozio, accanto alla sede del nostro Comando. Lì venivano curati i feriti meno gravi dai nostri due medici partigiani e da alcune infermiere delle SAP della zona.

Maria Krobat era la capo infermiera; quel giorno la trovai col braccio sostenuto dal suo fazzoletto rosso: era stata ferita dalle pallottole sparate da un franco tiratore.

Era una compagna forte, decisa e coraggiosissima. Appena mi vide disse:

“Senti Gianni sei venuto forse anche tu a dirmi di farmi ricoverare qui?”

“No”, dissi fissandola dritto negli occhi, “sono venuto per dirti se accetti come tuo aiuto la compagna Stella che come sai è infermiera diplomata.”

“Sì, che l’accetto”, mi disse baciandomi. “Ho sempre detto che sei il migliore. Grazie Gianni.”

“Grazie Maria sei un tesoro.”

Alle ore quattro del mattino del 18 agosto, venne finalmente l’ordine di fare il balzo in avanti e dilagare oltre il Mugnone.

Fu così che la III Brigata Rosselli e la nostra Brigata Sinigaglia oltrepassarono il Mugnone e si spinsero in via Vittorio Emanuele e in piazza Dalmazia, dove fu ripreso il contatto con le retroguardie tedesche.

In piazza Dalmazia la nostra Brigata fu attaccata per tutta la giornata. Sulla destra i compagni della Lanciotto, di prima mattina si spinsero sotto S. Domenico e Camerata, incalzando i nazisti che si ritirarono dopo aver lasciato alcuni morti.

La nuova linea di resistenza tedesca andava ora dall’Arno fino al Barco, Torre degli Agli, Ponte di Mezzo, arrivava a Rifredi, da piazza Dalmazia seguiva all’incirca la via Vittorio Emanuele sino alla Villa Fabbricotti, proseguiva tagliando via Bolognese, via Faentina, il Mugnone sino alla zona di Camerata, poi passava Valle del quadrivio di Maiano e degli abitati di Corbignano e Settignano.

In serata i tedeschi, accertato che oltre il Mugnone si trovavano solo reparti di partigiani e patrioti delle SAP e non truppe alleate, attaccarono violentemente.

Per misura prudenziale la linea del nostro fronte venne arretrata al Mugnone, ma la situazione era nel complesso buona. Il Comando Toscano del CTLN poteva essere sereno.

Arrivarono in città altre due Brigate della Divisione Potente: la Caiani  e la Fanciullacci.

Il 19 agosto 1944 cominciò per noi una lunga serie di pattugliamenti nella zona del viale Morgagni, in via Taddeo Alderotti, nel contempo arrivarono rinforzi germanici nella zona di Novoli e particolarmente in via Torre degli Agli. Scontri di pattuglie nei pressi di via Taddeo Alderotti.

Una pattuglia tedesca di circa trentacinque uomini, infiltratasi nella zona di piazza Leopoldo, venne ricacciata indietro dai nostri partigiani con la collaborazione delle SAP.

I tedeschi lasciarono sul terreno due morti e un ferito, da parte nostra nessuna perdita. Avvistato un posto di osservazione nemico sul deposito dell’acqua dell’Officina Pignone, questi veniva attaccato a colpi di Brent. Il nemico riportava varie perdite.

La consegna di una mitragliera da 20 mm da parte del Comando di Divisione, ci consentì di ricacciare via i tedeschi da piazza Dalmazia. Nel tardo pomeriggio venimmo in possesso della notizia che elementi tedeschi e fascisti in abiti borghesi o vestiti come noi partigiani tentavano di oltrepassare la nostra linea, per compiere azioni di sabotaggio e di franchi tiratori. Ricordo che prendemmo tutti i provvedimenti del caso.

Eravamo preparati anche a questo, specie noi della Sinigaglia e il segreto per scoprirli lo insegnammo anche ai Comandi delle altre Brigate.

Nella nottata attività di pattuglie da ambo le parti. Continuò il fuoco dei mortai sulle nostre posizioni. In tutta la giornata le nostre perdite furono di due morti e un ferito appartenenti alle SAP della II zona e un mutilato alla gamba destra. Più tardi nella zona di Ponte di Mezzo morì il CP Libero.

Ventiquattr’ore prima con Libero feci un’ispezione di tutto il fronte sotto un bombardamento di mortai e non ci successe nulla, la morte a volte ti respingeva.

La zona del Ponte di Mezzo era sotto il tiro dei mortai ed aveva l’unico ponte che era rimasto illeso perché i tedeschi pressati da noi, non avevano avuto il tempo di farlo saltare. I nostri partigiani avevano tolto le mine ed ora era un ponte sicuro, l’unico attraverso il quale i carri armati alleati potevano passare per andare avanti.

Triglia, con la sua mitragliatrice e i suoi partigiani, da un terrazzino di un primo piano alla destra del ponte lo difendeva da tutti gli attacchi. Marco con una squadra lo difendeva da terra.

Alle ore diciassette un proiettile sparato con un cannone da 88 penetrava in un appartamento del Casone dei Ferrovieri senza esplodere. Il proiettile veniva rimosso dai compagni delle SAP della II zona e dai nostri partigiani.

I tedeschi occupanti la Manifattura dei Tabacchi sparavano su tutte le strade che da quell’edificio rimanevano sotto tiro prendendole d’infilata. Vi fu anche una grande attività di franchi tiratori, agevolati nei loro spostamenti dai fognoni. Una nostra squadra della II Compagnia partecipò alla cerimonia funebre del compagno Achille Di Carlo delle SAP della II zona, caduto combattendo. Il Casone dei Ferrovieri venne rafforzato dal Capitano De Gaudio e dal Tenente Rinaldo Bausi, alla testa di una squadra d’azione dei democristiani.

Il 20 agosto ci fu uno scontro di una nostra pattuglia con un grosso reparto tedesco. I tedeschi si ritirarono lasciando sul terreno tre morti, da parte nostra un partigiano ferito da una bomba incendiaria. Perlustrazione di nostre pattuglie in collaborazione con elementi alleati. Proseguì il rastrellamento di franchi tiratori, al di là del Ponte alle Mosse ne vennero eliminati quattro che avevano fatto vittime fra la popolazione civile.

Nella giornata ci risultò che la linea tedesca si trovava schierata nei pressi della ferrovia da Pesciolino a S. Cristofano, Olmatello, Rifredi con circa sessanta mitraglie. Nella nottata pattuglie tedesche spintesi verso le nostre posizioni vennero respinte, subendo perdite.

Il 22 agosto alla FIAT gli scontri furono sempre più violenti; più volte in una giornata riuscivamo a prenderla e altrettante volte la perdevamo, di fronte ai feroci contrattacchi tedeschi.

Così fu il 20, il 21 e parte del 22 agosto, quando nel pomeriggio di quel giorno sferrammo l’attacco finale. Molti tedeschi scapparono via, ma lì nella fabbrica rimasero una ventina di paras tedeschi, i quali alle nostre intimazioni di arrendersi, risposero inviando un loro parlamentare, affermando che si sarebbero arresi alla presenza degli alleati, perché i partigiani avrebbero fatto loro “Kaputt”.

Fissammo un’ora di tregua prendendo misure per non consentire loro nessuna fuga. Cessato il fuoco da tutte e due le parti, Bastiano e Lella andarono dal Maggiore Mac Lean per relazionargli la situazione. Il Maggiore inviò un reparto di Gurka (combattenti indiani) su jeep e così quando Bastiano e Lella arrivarono alla FIAT con quella squadra di commandos, i  tedeschi vennero fuori, lasciarono le armi e salutarono militarmente i partigiani.

Il bilancio di quella giornata fu più che positivo, l’edificio di quella grossa fabbrica era stato liberato e per garanzia lasciammo una squadra partigiana e di SAP per difenderla.

Il giorno dopo, 23 agosto, nella zona del Ponte di Mezzo piccoli nuclei tedeschi mischiatisi fra la popolazione si spinsero fino ad un centinaio di metri dalle nostre linee, ma vennero messi in fuga: da parte tedesca quattro feriti ed un morto, da parte nostra tutto bene.

Più tardi, sempre nella zona del Ponte di Mezzo, una pattuglia tedesca di paracadutisti appoggiata da armi automatiche, avvicinatasi alle nostre posizioni, venne prontamente respinta. I tedeschi si portarono dietro i loro feriti e lasciarono sul terreno un loro caduto. Continuarono scontri di pattuglie su tutto il settore, ovunque i tedeschi vennero messi in fuga con svariate perdite. Nella nottata il fuoco dei mortai nemici si fece ancora più accanito.

 Il 24 agosto, lungo il fronte della II zona, scontri accaniti di pattuglie. Le nostre posizioni restarono immutate. Nostri elementi in osservazione ci riferirono lo schieramento tedesco così definito: quindici uomini appostati nelle Officine del Pignone con mitragliatrici, circa una sessantina di tedeschi erano sistemati in una casa in via Carlo del Prete a circa seicento metri dalle nostre postazioni del Ponte di Mezzo.

Un altro gruppo tedesco stava effettuando lavori per sistemare postazioni di fronte a Villa Lensi a Rifredi. Lungo la ferrovia, passata la biforcazione ferroviaria per Empoli, fu sistemata dai tedeschi una postazione con mitragliatrici, difesa da circa duecento soldati.

I campi dietro il Pignone erano stati tutti minati dai guastatori tedeschi. Anche nella zona di S. Cristofano duecento tedeschi erano appostati. Verso le ore quattordici, in seguito ad un forte attacco tedesco appoggiato da cannoni e autoblinde, nella zona del Ponte di Mezzo, inviammo rinforzi con bottiglie  Molotov e borracce Sinigaglia, ma contemporaneamente sopraggiunse un ordine del Comando Alleato di ripiegare sul Mugnone. L’ordine, a malincuore, fu ovviamente messo in atto. In tutti i settori, scontri di pattuglie, nessuna perdita da parte nostra. Nella nottata furono rafforzati i nostri posti avanzati.

Il 25 agosto fu caratterizzato da scontri violenti di nostre pattuglie su tutto il settore. Nella zona di Rifredi un nostro reparto scontratosi con un grosso gruppo di tedeschi lo poneva in fuga infliggendogli sensibili perdite.

Alle spalle dei nostri reparti impegnati sul fronte di prima linea erano aumentati i franchi tiratori che sparavano sui nostri con i loro fucili di precisione. Andai alla ricerca dei nostri migliori tiratori facendo una bella squadra per colpire le belve che agivano alle spalle dei nostri compagni.

Sempre il 25 agosto durante la notte violente azioni di pattuglie appoggiate dal fuoco di artiglieria e da due carri armati costrinsero la II Compagnia della nostra Brigata ad un lieve arretramento. Più tardi contrattaccammo e arrivammo fino alla zona ospedaliera di Careggi.

Il 26 agosto il nostro Comando di Divisione e la Delegazione per le Brigate d’assalto Garibaldi ci comunicarono che la Brigata Lanciotto e la Brigata Sinigaglia, poiché avevano superato il numero di combattenti per essere una Divisione, in data 20/8/44 diventarono Divisione; così il vecchio Comando di Divisione Potente si trasformò in Comando del raggruppamento Divisioni e Brigate Garibaldi. Il Comando di Brigata Lanciotto e Sinigaglia in questo nuovo quadro si trasformò in Comando di Divisione e i loro componenti dovettero aumentare di grado.

Il 28 agosto vennero migliorate le nostre posizioni avanzate e battute quelle nemiche. Due mitragliatrici pesanti vennero ridotte al silenzio. Nella nottata continuò il fuoco da ambo le parti. Scontri di pattuglie nel settore delle Cascine e Ponte S. Donato; nessuna perdita da parte nostra, le perdite del nemico non erano state accertate.

Dietro accordi presi al Comando Alleato del nostro settore spostammo la nostra II Compagnia lungo la via Montemaggi (mantenendo il collegamento con i reparti della Brigata Rosselli) all’altezza del sottopassaggio ferroviario dei Macelli. nel settore di Rifredi una franco tiratrice venne eliminata.

Settore Cascine: nostri patrioti (offertisi volontariamente) guidarono una pattuglia alleata oltre il Barco, spingendosi fino a pochi metri dalle postazioni tedesche. Proseguì l’esplorazione nel settore di via Baracca sotto il fuoco tedesco. Al ritorno di alcune nostre pattuglie facemmo rapporto sull’ubicazione delle forze nemiche al Comando Alleato del nostro settore. Proseguì il fuoco nemico sulle nostre posizioni.

29 agosto: vennero migliorate le nostre posizioni avanzate, due mitragliatrici tedesche furono ridotte al silenzio. 30 agosto: nella mattinata due sottufficiali tedeschi in abiti civili ed armati di un  pistola ciascuno che tentavano di raggiungere le nostre retrovie, vennero consegnati agli Alleati con il nostro verbale d’interrogatorio. Finalmente i tedeschi gradatamente si ritrassero dal Mugnone al Terzolle ed infine sostarono sulle falde meridionali dei colli Monterinaldi, Fiesole, Ceceri.

A partire dalla sera del 27 agosto, le truppe inglesi erano passate all’attacco delle posizioni suddette, con largo impiego di mezzi corazzati e ai nostri partigiani vennero assegnati servizi di sicurezza alle spalle e ai fianchi delle colonne attaccanti.

Fra il 30 ed il 31 agosto si verificò un nuovo cedimento tedesco e finalmente Firenze fu sollevata dall’incubo delle battaglie alle porte di casa. La nostra Divisione si raccolse ai primi di settembre nella Fortezza da Basso e contò con fierezza le sue perdite per liberare la città: cinquanta morti, centocinque feriti, un mutilato, Biondo, che perse una gamba su una mina antiuomo.

La mattina del 7 settembre si svolse la cerimonia dello scioglimento delle formazioni cittadine SAP e GAP e di quelle delle brigate partigiane, sia garibaldine che di Giustizia e Libertà.

Il giorno prima deponemmo le nostre armi in uno stanzone alla Fortezza da Basso.

Il generale Hume ci passò in rivista e fece il discorso di ringraziamento per il nostro contributo.

Eravamo tutti schierati quando cominciò a piovere.

Le parole del generale erano tradotte dal Maggiore Anderson. Ci venne dato un diploma a nome del generale in capo Alexander, per l’opera compiuta dalle Divisioni e Brigate partigiane. L’attività operativa di esse, sotto l’aspetto di unità organica doveva ritenersi, nel giudizio e nella determinazione degli alleati, ormai conclusa.

“Gli Alleati sono rimasti contenti del contributo da voi portato per la vittoria… ora dovete, però, tornare alle vostre case e al vostro lavoro.

“L’Italia, un giorno così bella, è oggi ingombra di rovine… Essa ha bisogno delle vostre braccia.”

La cerimonia terminò ma rimanemmo inquadrati e così inquadrati facemmo un corteo per le vie di Firenze cantando i nostri inni partigiani: pioveva a dirotto e noi completamente fradici marciammo come una formazione militare. Quando voltavo la testa vedevo che Bob non c’era in seconda fila come sempre.

Non c’era: era stato fucilato dai repubblichini. Non c’erano più tutte le altre decine di caduti combattendo o impiccati dai boia nazisti insieme al piccolo Aronne.

Quanti compagni avevamo perduto ed io me li sentivo dentro il cuore.

Erano lì con me. Ed io li rassicuravo: “La faremo la Repubblica, la democrazia con una Costituzione nuova, moderna.

“Realizzeremo la pace, la fratellanza fra tutti gli esseri umani, la solidarietà, l’unità nazionale.

“Riposate Compagni, tutto quello che democraticamente decidemmo

di realizzare, noi superstiti lo realizzeremo!”

Oggi a cinquantaquattro anni di distanza se ci volgiamo indietro, come ho fatto io con questo lavoro, a ripensare alle vicende che hanno contraddistinto e segnato la nostra vita, possiamo ben dire che siamo in condizione di consegnare alle giovani generazioni una Patria aperta, cordiale, in pace con tutti, impegnata anzi a tutelare con le sue Forze Armate la pace, là dove per essa si profilino i pericoli.

Consegniamo ai giovani una condizione in cui, certo, molte questioni sono e saranno ancora da risolvere, ma un Paese infinitamente migliore di quello che abbiamo trovato noi sulla nostra strada.

Questo è avvenuto non soltanto per le battaglie indimenticabili e sempre valide, anche se ormai remote nel tempo, ma anche per le lotte successive di questo cinquantennio che ci ha visto e ci vede costantemente impegnati per la democrazia, l’attuazione costituzionale, la distensione internazionale, l’amicizia tra i popoli, il progresso contro il terrorismo, la solidarietà umana.

Oggi il Tricolore è più che mai un simbolo unificante, per gli italiani degni di questo nome.

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