Archivio mensile:ottobre 2015

Primo Levi – La tregua

Primo Levi
La tregua

 Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso

Il comando dell’alba:
«Wstawac’»;
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
« Wstawac’».
11 gennaio 1946

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Pier Paolo Pasolini – Così giunsi ai giorni della Resistenza

Pier Paolo Pasolini
Così giunsi ai giorni della Resistenza
*
Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’ Europa tremò nella più morta vigilia.
*
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
*
Visse a lungo sui monti, che albeggiavano
quasi paradisiaci nel tetro azzurrino
del piano friulano: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
*
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe nuovo nella luce……
*
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
*
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

Francesco De Gregori – Generale

Francesco De Gregori
Generale

Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina,
e in mezzo al prato c’è una contadina,
curva sul tramonto sembra una bambina,
di cinquant’anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.
*
Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare,
si va dritti a casa senza più pensare,
che la guerra è bella anche se fa male,
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l’amore, l’amore delle infermiere.
*
Generale, la guerra è finita,
il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
dietro la collina non c’è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare,
da farci il sugo quando è Natale,
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.
*
Generale, queste cinque stelle,
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno,
tra due minuti è quasi giorno,
è quasi casa, è quasi amore.

Bianchi Corrado “Tarzan” A Potente

Bianchi Corrado
“Tarzan”

A Potente

Fu il giorno 11 agosto, che una voce tremante
si dilagò fulminea sulle bocche: è caduto Potente
Un brivido commosso, e molte lacrime d’orgoglio
cadean frementi sulle rozze guance bagnando ancor più forte il ciglio.
*
Eran le facce dei Partigiani di tutte le Brigate
che, piangendo, combatteano mentre ogni palmo cadean cannonate.
*
Perchè piangi partigiano ? Domandava la folla entusiasmante,
e la solita voce desolante disse: Hanno ammazzato il nostro comandante
*
Ma la lotta continua più accanita, e l’Arno vien passato,
fu un forte grido che il cuore a tutti disse: Potente non sarai dimenticato !
*
Il sol d’agosto brucia su di noi, il nemico ci spara da ogni lato,
sulle piazze, nei borghi e nelle vie, tanto sangue da noi viene versato
*
La fantasia s’impone su di noi, è una voce che grida come un motto,
comanda alle Brigate degli eroi: avanti Sinígaglia, avanti Caiani, forza Lanciotto !
*
Le nostre file scemano e molti seguan te, o comandante !
La gloria aumenta e gli ospedali si empiono mentre si lotta ancora ardentemente!
*
Ma ecco la notte, è già, le stelle appaiono, ci illuminar le strade,
e alla periferia si sente il coro di battaglia e la mitraglia canta su tutte le contrade.
*
Firenze è liberata ! dai tuoi garibaldini ,da quei ragazzi che tu tanto amavi,
e la camicia è rossa di sangue, abbiamo fatto quel che tu volevi !
*
Tu rimarrai per sempre in testa alle Brigate,
col tuo sereno esempio raggiungerem le mete,
e il fazzoletto rosso glorioso e svolazzante
già porta il nome eroico di te ,caro Potente.

12 agosto 1944
da una postazione sul Mugnone

Bianchi Corrado “Tarzan” Mamma son Partigiano

Bianchi Corrado
“Tarzan”
Mamma son Partigiano

Fu un’alba triste per te mammetta cara,
quando ti dissi che partivo anch’io,
ti detti una parola troppo amara
e tenni il mio dolore nel cuor mia.
*
Ma quanto ti lasciai ti feci forte,
perchè ero sereno e felice,
sapevo già dov’era la mia sorte
e non potevo mancare a quella voce.
*
Mamma, son partigiano e son contento
veglio sulle montagne e nelle valli,
sono un soldato senza accantonamento
vivo all’aperto come gli sciacalli.
*
I traditori mi chiamano bandito
E gli italiani mi chiamar patriota
sono sporco, e strucco ben tengo il vestito
e sulla faccia la barba mi è ben nota.
*
Non siamo tanti, ma l’arma nostra è quella
di combattere per una causa giusta
e liberare la nostra Italia bella
dall’infame invasor nazi-fascista.
*
Quel dì che tu vedrai quelle brigate,
scivolar come lepri da quei colli
con le campar dal sonno ridestate
e tutti grideran: "ecco i ribelli!"
*
E con fremente gioia cercherai
il figlio tuo fra quelle conce schiere
son certo che anche tu canterai
quell’inno dietro le nostre Bandiere!
*
Ma se non rispondessi alla tua voce
perchè la morte volle i miei vent’anni
non piangere! perchè riposo in pace
e disturbar potresti i lieti sonni.
*
Grida con orgoglio quel che io sognavo
che son caduto su quel suolo secco
sol per la libertà che tanto amavo
e di che non son morto da vigliacco
scritta sul Monte Giovi la sera del 4 maggio 44

L’assalto alle carceri di Udine: Un’azione romanzesca di PIERLUIGI VISINTIN

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L’assalto alle carceri di Udine:

Un’azione romanzesca

di PIERLUIGI VISINTIN

Sono le 18.30 del 7 febbraio 1945. Un camion si ferma davanti all’ingresso delle carceri  di Udine in via Spalato; ne scende un capitano nazista che bussa con violenza alla porta. Grida che gli aprano: deve consegnare due banditi. Aldo Sganzerla apre lo spioncino e vede 2 prigionieri brutalmente sospinti con il calcio del mitra da un gruppo di repubblichini.

Sganzerla apre e i prigionieri entrano, oltrepassano il primo cancello, poi il secondo. Ecco che estraggono i mitra e li puntano sui carcerieri, intimando loro di consegnare le chiavi. Due guardie che cercano di ribellarsi vengono abbattute da raffiche di mitra. «Maledizione! Vi avevo detto di non sparare!».

Romano il Mancino, il leggendario comandante dei Gap di San Giorgio di Nogaro privo del braccio sinistro, incomincia a impartire ordini.

Cercano le chiavi, aprono le celle, fanno uscire i prigionieri, immobilizzano i secondini. «Siamo i Diavoli Rossi venuti a liberarvi!».

Dopo la paura iniziale i prigionieri esultano. Escono Ilario Tonelli “Martello”, comandante gappista, e Detalmino Liva “Nino”, entrambi di Cervignano; escono i gappisti Duilio

Fabbro “Premoli” di Palazzolo dello Stella, Cosimo Pastore “Tigre”, pugliese, Ennio Cicuto

“Fulmine” di San Giorgio al Tagliamento; esce Luigi D’Antoni “Bulo” di Colloredo di Prato; escono altri partigiani, garibaldini e osovani; escono un maggiore e due soldati inglesi. In tutto sono 73, molti dei quali condannati a morte.

Ecco l’allarme: sirene, razzi che illuminano il cielo, autoblindo, cani poliziotto… Dopo pochi metri il camion finisce in una buca di bomba: si continua a piedi. E qui l’epopea ci tramanda l’immagine di Romano che avanza al centro della strada con a fianco Aramis, entrambi con il fucile mitragliatore spianato.

Mentre la colonna avanza, un colpo buca il colbacco di Romano, che commenta: «Però! Stanno imparando a sparare!».

Ormai hanno i nazifascisti alle costole. Liberatori e liberati si dividono in gruppetti, dandosi appuntamento a Spessa di Cividale. Arriveranno alla spicciolata, ma tutti sani e salvi.

L’azione alle carceri che vi abbiamo tratteggiato è una delle più audaci di tutta la Resistenza italiana.

Riceve l’encomio solenne del Comando generale del CVL, mentre radio Mosca e radio Londra la commentano con entusiasmo.

Il merito va ai comandanti gappisti Valerio Stella “Ferruccio”, Aldo Plaino “Valerio” e Alfio Tambosso “Ultra”,che l’hanno organizzata, e ai Diavoli Rossi che l’hanno realizzata.

A parte il trentunenne Gelindo Citossi “Romano il Mancino di Zellina, comandante, gli altri hanno tutti vent’anni o meno. Sono Carlo Avanzo “ Ribelle” ferrarese; Enzo Jurich “Ape” di Feletto, Umberto; Giovanni Zaninello “Nino” di San Giorgio di Nogaro; Ferruccio Manzione “ Gigi” di Castions di Strada; Raffaele De Sario “Germano”,pugliese; Angelo Basso “Bill” e Pietro Zorzini “Pierino di Cussignacco; Antonio Burba “Arno” di Driolassa; Galliano Feresin “Rudy” (16 anni!) di Cervignano; Luigi Scagnelli “Aramis” di Pavia; Pietro Tavars “Carletto” e Giovanni Piani “Franco” di Gonars e “Tigre,” del quale si sa soltanto che era della Bassa friulana.

C’è con loro la legione straniera, formata dai disertori russi Vitalij Litovko “Alexandro” e  “Romano II”,dal caucasico “Piotto”, dall’azerbaigiano “Mosca” e dal rumeno “Fritz.

Gino Sarti – 1944-’45: gli americani a Castel di Casio

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Gino Sarti

1944-’45: gli americani a Castel di Casio

Arrivarono un Sulla Linea Gotica alle 4 mattino verso la fine di ottobre 1944: quattro carri Sherman US-M4A I, una cinquantina di soldati e una palla da rugby. Sistemarono i carri proprio sotto la torre medievale, spezzata a metà in senso verticale, coi cannoni da 75/40 rivolti a Nord.

Eravamo alloggiati nella ex casa del fascio e un ufficiale ci chiese con garbo una stanza da adibire a centrale di tiro. I quattro Sherman, infatti, venivano impiegati alla stregua di batteria semovente con il compito impossibile di neutralizzare un Nebelwerfen 41 che dinotte ogni tanto sputava sei razzi da 15 cm sulle posizioni alleate.

Questa Katiuscia in miniatura agiva sulla strada Labante-Castel d’Aiano. Trainata da un paio di vacche, dopo ogni salva veniva spostata rapidamente eludendo così il tiro di controbatteria. Durante il giorno il Nebelwerfen, accuratamente mascherato, sfuggiva al-l’osservazione del minuscolo aereo disarmato L.A. Piper Cub Grasshopper, collegato in Rover David con l’artiglieria. Era temutissimo dai tedeschi perché, librandosi lentamente a bassa quota come un falco, segnalava qualsiasi situazione sospetta provocando l’immediato terrificante intervento dei cannoni, in gergo la cosiddetta “serenade”. Era così noioso ed insistente da meritarsi dai soldati l’appellativo di mosca cavallina. Rastelletti, di Riola, ed io stavamo osservando alcuni soldati intenti a trasportare dei cavi dalla centrale di tiro alle torrette dei carri armati, quando fummo avvicinati da un caporale il quale ci chiese se volevamo lavorare per lui. Muniti di picconi e badili ci recammo nel campo dietro la casa del fascio e qui il caporale con dei picchetti delimitò una grande elle sul prato erboso e ci invitò a scavare alla profondità di tre piedi. «A cosa potrà servire?» osservò sbuffando Rastelletti che era sergente maggiore, pilota da caccia.

Più di una volta mi aveva intrattenuto circa le sue beau geste alla guida del suo Macchi M.C. 200 Saetta che con i 503 Km di velocità avrebbe dovuto intercettare e possibilmente abbattere i veloci quadrimotori Short Stirling, irti di mitragliere, che a centinaia venivano dall’Inghilterra a scaricare tonnellate di bombe su Torino e Genova,rientrando tranquillamente alle basi di partenza grazie ad una autonomia di 3.750 Km, sostituiti in seguito dagli ancora più potenti Halifax e Lancaster. Quasi 500 di questi quadrimotori la notte del 22 agosto 1943 piombarono su Milano sganciando 1.250 tonnellate di esplosivo, creando un principio di tempesta di fuoco con vento a 60 Km orari. «Potrebbe essere una postazione per mitragliatrici» azzardai, asciugandomi la fronte. «Impossibile, è larga 40 cm e profonda un metro,sarebbe forse adatta per i nani di un circo equestre non a dei soldati americani» disse Rastelletti. Continuammo il lavoro con molto impegno e spesso il caporale ci ristorava con caldi gavettini di caffè solubile, cioccolato e the. Compiuta l’opera restituimmo gli attrezzi e il caporale ci consegnò uno scatolone colmo di sigarette, caramelle Charms, Peppermint col buco, barattoli di meat and beans, meat and vegetable stew, noodles and meat e altri con le scritte breakfast, dinner e supper oltre all’avvertimento che le zanzare provocano la malaria. Portammo il nostro sudato bottino nella camera, al primo piano, il cui arredo era costituito da un paio di comodi molloni, da alcune coperte per affrontare le notti gelide e una tanica kaki già del DAK (Deutsches Africa Korps) con tanto di palma e svastica, per i piccoli bisogni notturni.

Intanto alcuni soldati stavano rizzando sul nostro scavo, eseguito con tanta cura, una grande tenda rotonda verde oliva. Altri soldati recavano strane casse che appoggiavano sulla fossa a elle e così finalmente capimmo: era la latrina del reparto. I carristi andavano a meditare in quel rifugio con i giornalini a fumetti stringendo in pugno i rotolini di carta igienica contenuti nell’astuccio di stagnola della Ration Type C – 8 Rations WT42, con tanto di mezzaluna nera impressa a fuoco sulla cassetta di legno, che faceva pensare al Marocco a Casablanca e invece era il marchio dei cooks, il Corpo dei cucinieri e panettieri del Quartier Generale.

Nella piazza, davanti alla mezza torre, altri si cimentavano con la palla ovale. Ogni tanto transitava un soldato con appeso al collo un plateau e distribuiva ai carristi chewing-gum, noccioline salate, biscotti e pacchetti di tabacco da masticare. lmprovvisamente un graduato emise alcuni sibili col fischietto e allora i carristi abbandonarono la palla ovale arrampicandosi sugli Sherman. I quattro cannoni si orientarono velocemente e giù sveglie che era un piacere a parte i vetri che andarono in briciole e i soffitti crollati. Dopo cinque minuti intorno ai carri troneggiava una montagna di bossoli fumanti.

Il giorno successivo giunse una cucina da campo seguita da una super-jeep carica di grosse scatole di cartone: ognuna conteneva un tacchino bell’e pronto da cuocere; restava solo da tagliare le zampe e la testa. Un cuciniere si diede subito da fare con un robusto machete, ma spesso sbagliava la mira tagliando la coscia intera che andava ad accrescere il mucchio e i paesani, in crocchio, osservavano stupiti tanto spreco. «To take, to take up» e il cuciniere indicava la congerie di zampe e teste. Dopo un istante di esitazione si avventarono come cornacchie e quella sera, dopo tante privazioni, molti imbastirono una sostanziosa cenetta a base di brodo di tacchino americano.

Il sabato sera decidemmo di ballare nella spaziosa sala a pian terreno della casa del fascio. Trovammo una batteria, una fisarmonica ed un clarino, mi pare fosse gente del vicino ponte di Verzuno. Un americano chiese al batterista di eseguire St. Louis Blues March e la fisarmonica attaccò la Mazurka della Nonna e molti paesani, unendosi al trio cantavano di gusto «…quando mio nonno, caporal di fanteria, stette quattro giorni in posa per mandare a Rosa la fotografia…».

L’americano girò i tacchi disgustato. Poi qualcuno fregò le sigarette dalla field jacket di un carrista, posata sopra a una sedia, mentre il proprietario, alle prese con una polka, stava arrancando in mezzo alla sala aggrappato ad una forosetta. Chiusero e piantonarono i portoni e cominciarono a distribuire botte da orbi. Presi una pacca in un orecchio che mi fece rintronare il cervello per mezz’ora, ma in compenso avevo salvato il naso. Le ragazze, non aduse agli imprevisti del saloon, urlavano terrorizzate. Il soldato amante della musica blues raggiunse gli orchestrali, ma questa volta sfondò con un calcio la grancassa della batteria, spezzò in due il clarino e si accanì sulla fisarmonica, invano protetta dal giovane virtuoso. Intanto un gruppetto di carristi dissidenti si stava organizzando in un angolo della sala e quindi partì alla carica. Allora riuscimmo ad aprire i portoni per far defluire i civili e ci ritirammo al primo piano a goderci lo spettacolo dalle finestre. Si picchiarono sino a notte tarda e gli sganascioni facevano compiere alle sigarette appena accese splendide traiettorie nel buio della piazza. Il mattino seguente si presentò una delegazione a chiederci scusa, erano tutti più o meno pesti. Tuttavia nessuno propose di indennizzare i malcapitati musicanti, rei di non conoscere le perle del Maggiore Glenn Miller direttore dell’orchestra dell’Aeronautica Militare Americana, che dall’Inghilterra, attraverso i microfoni della radio, portava alle truppe combattenti, con la sua musica colma di swing, un po’ d’aria di casa.

Il 16 dicembre la morte lo avrebbe atteso pazientemente nel cielo di Normandia a bordo del fragile monomotore Norseman diretto a Parigi, dove i cento elementi della sua prestigiosa orchestra erano pronti al cenno della sua bacchetta magica, per festeggiare il Capodanno 1945. Quella stessa notte il Feldmarschall Model sfondava alle Ardenne, distruggendo la prima Armata statunitense: ultimo temibile disperato colpo di coda del Gruppo d’Armate B nazista sul fronte occidentale, dopo di che la grande aquila del III Reich richiuse le possenti ali. Ai primi di novembre anche Riola era libera e il pilota Rastelletti se la svignò a casa e fece bene. Lasciai Castel di Casio e la sua gente ospitale, destinato in prima linea, in forza al II Corps OSS Detachment – Company D, inserito in uno squadrone esplorante della 1ª Divisione corazzata.

Rimasi al fronte sino al 14 aprile 1945, il memorabile giorno del grande balzo, the jump off, quando, fortunatamente intatto, raggiunsi al seguito degli Sherman, Vergato, il mio paese natale che serrato fra due fuochi per sei mesi, era completamente distrutto.

Nel Valdarno partigiano La macchina non parte: scontro con i nazisti di Francesco Lelmi

Patria indipendente

pergamena libertà

Nel Valdarno partigiano

La macchina non parte:

scontro con i nazisti

di

Francesco Lelmi

“Cecco

Dev’essere stato un inferno quella sera a S. Maria.

Quando la staffetta giunse al comando partigiano per segnalare che vi erano delle armi da recuperare a Bruscosa, si decise di mandare “Cecco” a preparare l’azione. “Cecco”, il giovane marinaio antifascista che da poco tempo si era trasferito a San Giovanni e per questo sconosciuto ai fascisti locali. Quando scendeva dalla montagna e si metteva il vestito a doppio petto che teneva in serbo dal contadino di sotto, sembrava un altro.

L’appuntamento era per le 21,00 al ponte sull’Arno, ma Oliviero, il “Cocco”, quando c’era da fare contro i tedeschi e i fascisti aveva sempre furia; il suo entusiasmo era dovuto sì al suo antifascismo, ma molto dipendeva dalla dura lezione che a suo tempo gli avevano impartito i fascisti quando l’avevano arrestato, e solo Dio sa come aveva fatto ad uscirne vivo. Per questo la macchina della pattuglia partigiana arrivò all’appuntamento con mezz’ora di anticipo.

Aveva una storia quella Peugeot a sei posti, vanto dell’industria francese, nonostante le

svastiche e le insegne del comando nazista che gli rattristavano l’aspetto, era veramente una bella macchina. “Cecco” la riconobbe subito. Pensò che probabilmente i tedeschi (prima che la prendessero i partigiani della “Sinigaglia” con a bordo un colonnello e un maggiore della Whermacht con una stazione radio, più carte geografiche inerenti la linea difensiva Gotica) l’avevano presa a qualche ricco signore. “Cecco” ricordò che i due alti ufficiali erano stati scambiati con degli ostaggi in mano ai tedeschi. La macchina ora era lì sul ponte, ma quante scorribande per le strade del Valdarno e quante raffiche di mitra contro le colonne tedesche! Valeva un bel po’ quell’automobile; su di essa vi era una taglia di 500.000 lire, qualcosa come 50 milioni di oggi. Un volo in Arno di tutta la complessa segnaletica stradale scritta in tedesco e via, verso Bruscosa.

Il cielo era nero e si preparava una grossa tempesta; alla luce dei lampi che si facevano strada nel buio della notte, fra le prime gocciole d’acqua, si potevano intravedere i

partigiani di pattuglia. “Ragù”, un francese, era al volante con l’immancabile rivoltella dall’enorme tamburo ed una grossa bomba anticarro alla cintola. Anche gli altri: il “Cocco”, “Cecco”, “l’Arrapato”, “Dario”, “Memo”, “l’inglese”, “Annibale” il sudafricano, erano armati chi con lo Sten, chi con lo Schmeisser, la “machinepistole”, chi con il 91, chi con la Beretta.

Il “Cocco”, “Annibale” e “Memo”, nel loro travestimento da ufficiali tedeschi, spiccavano fra gli altri per le loro greche e i gradi.

Al ponte di S. Maria la strada si fa più stretta: da una parte un torrente colmo d’acqua, a monte una scarpata e i campi verdi verso la fattoria. La macchina dei partigiani avanzava alla fioca luce dei fanali schermati quando improvvisamente un segnale ondeggiante indicò la presenza di un posto di blocco tedesco. “Ragù” fermò la macchina ed il motore si spense. Il “Cocco”, con addosso l’impermeabile da ufficiale nazista, scese per rendersi conto dell’ostacolo. Imprevedibilmente, una colonna di SS della Hermann Goering si era

accampata da poche ore nella zona. Gli automezzi bloccavano la strada. Una sentinella salutò il “Cocco” sull’attenti. Questi tornò verso la macchina per riferire. Si decise di tornare indietro. Un cenno a “Ragù” che capisce ed aziona subito la messa in moto, ma invano. 1, 2, 3, 10 volte… le batterie sono scariche.

I partigiani scendono provando a mettere in moto a spinta, mentre la sentinella rivolge alcune parole ai partigiani in uniforme tedesca, ma questi non capiscono e la ignorano. La macchina entra finalmente in moto ma è troppo tardi e la sentinella, insospettita, sta gridando l’allarme. Lo scontro è inevitabile. È difficile dire cosa avvenne in quei pochi ma lunghissimi istanti: i tedeschi accorrono da tutte le parti, si accende una mischia furibonda, sparano all’impazzata, ma a causa della macchina con le insegne tedesche e dei partigiani travestiti hanno le idee confuse. I partigiani invece riconoscono bene chi è il nemico e dopo aver esaurito le munizioni si sganciano eclissandosi nella notte tempestosa. Alcuni si gettano nel torrente in piena e si lasciano trasportare a valle dalla corrente, gli altri si lanciano tra i campi.

Gli sfollati alla Badiola, soprastante S. Maria, parleranno dopo di una notte d’inferno, di centinaia di raffiche di mitra, del terrore dei tedeschi per i partigiani e dei tentativi di rappresaglia. Tre tedeschi restano uccisi nel combattimento e molti altri feriti. I partigiani nel giro di tre giorni rientrano tutti alla loro base.

Questo è il bilancio di un’azione che ha del romanzesco. I superstiti si ritrovano, parlano della più spericolata azione partigiana fino allora mai fatta. “Ragù” riceve le congratulazioni mentre era in corso il combattimento lui aveva continuato imperterrito a guidare a marcia indietro prima di dover abbandonare la macchina. Il “Cocco” è stato il più impegnato ed è anche il più malconcio; è stato colpito al torace con il calcio di un fucile, il che gli ha procurato una terribile contusione che lo farà soffrire per molti anni e che sarà in futuro causa della sua morte.

Una domanda corre alla mente. Come fecero i partigiani e in particolare gli stranieri ad orientarsi, a sfuggire alle maglie dei rastrellamenti e a tornare in formazione? Furono aiutati, nascosti e sfamati dagli abitanti della zona che, pur sapendo quale sorte avrebbero subito se fossero stati scoperti dai fascisti, non esitarono a dare tutto il loro aiuto ed an-

che a rischiare la loro vita per la causa della libertà.

È questo il motivo più forte del successo della Resistenza. Una grande comunione di intenti, le stesse speranze, gli uguali propositi dei partigiani e di tutto il popolo per scacciare i nazifascisti, per creare per tutti un avvenire migliore. I tedeschi ed i fascisti sapevano e capivano quanto fosse per loro pericolosa la grande solidarietà che legava i partigiani al popolo e fecero di tutto perché questa solidarietà venisse a mancare.

I miserandi, efferati, barbari delitti, le stragi come quella di Castelnuovo e di Meleto, non trovano una giustificazione se non si ricollegano all’opposizione dei lavoratori del Valdarno al sorgere del fascismo. Come il glorioso affermarsi della Resistenza è stato possibile grazie al contributo di tutto il popolo, degli alleati, dei partigiani anche stranieri, così i delitti dei nazifascisti sono stati una barbara e feroce reazione di fronte alla ostilità mostrata nei loro confronti dal popolo italiano.

«C’é Alfiero,c’è Alfiero» Walma Montemaggi

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«C’È ALFIERO, C’È ALFIERO»

Walma Montemaggi

L’attività partigiana si organizzava, intensificando gli attacchi al meglio delle proprie forze. Eravamo nel 1944. Nel Sud, gli Alleati si muovevano lentamente, preceduti dalle truppe coloniali. La guerra procedeva, passo dopo passo. In Toscana, la Resistenza si stava rafforzando: sui monti, gli iniziali nuclei di renitenti alle ordinanze di chiamata alle armi, affissi dalla Kommandantur , erano aumentati di numero e si erano riunificati, sotto la guida di comandanti militari e di commissari politici, designati dal CLN. Così, nascevano e si sviluppavano formazioni partigiane che conducevano rapide ed efficaci azioni militari sul territorio, tanto che il comando tedesco era costretto a distogliere truppe dal fronte per contenere questo pericolo. Le SAP (Squadre d’Azione Patriottica) operavano nelle fabbriche e nei centri urbani, con sabotaggi e diffusione della propaganda scritta. Le formazioni partigiane si erano insediate in località già conosciute in tempo di pace. Da noi, nell’Empolese, in primavera ed in autunno, era tradizione fare scampagnate nelle boscose colline di Botinaccio, oppure a Pietramarina, sul Montalbano.

Erano felici occasioni d’incontro. Si facevano cori e balli al suono delle fisarmoniche e la musica faceva da sottofondo allo sbocciare degli amori. La guerra aveva distrutto anche quei momenti, semplici ma felici. Per tanti nostri coetanei in divisa, alle “scampagnate” si erano sostituite le tragiche “campagne” di Russia, d’Africa, dei Balcani, dove in tanti sono rimasti sotto terra.

Sui monti di casa nostra, all’inizio del 1944, c’era anche mio fratello. Si era dato alla “macchia”, insieme con un’altra trentina di giovani: erano, per lo più, renitenti che non volevano andare a morire, combattendo a fianco dei “nazi” e dei “repubblichini”. Con

loro, erano partiti anche uomini più maturi: antifascisti, che avevano conosciuto persecuzioni e galera, dalla quale erano stati liberati solo dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943. La loro era stata una scelta coraggiosa, ma carica di incognite e noi stavamo in ansia. Prima di lasciarci, Alfiero aveva ben spiegato quali princìpi sostenevano la sua scelta e quella dei suoi compagni: «Battere il nazifascismo per poter poi ricostruire la democrazia, affinché nel nostro Paese niente più ostacolasse la libera circolazione delle idee e si affermasse, così, il valore della pace e della giustizia sociale». Ne ero rima-

sta affascinata e mi sentivo, solidale, al suo fianco.

Attorno ai partigiani ed alle SAP, si sviluppò un esteso movimento di sostegno, soprattutto fra le donne. C’erano organizzazioni come il “Fronte della Gioventù”, i “Gruppi di difesa della donna”, queste sigle venivano da noi pronunciate sottovoce ma con orgoglio e la consapevolezza di essere in tanti e organizzati ci dava il coraggio di ribellarci al nazifascismo e combatterlo concretamente, aiutando i patrioti che l’affrontavano con le armi.

Nel febbraio del 1944, una mattina all’alba, fummo svegliati da una nervosa scampanellata. Sentii il babbo affacciarsi alla finestra di camera e poi buttarsi per le scale per aprire la porta mentre, con voce fioca e concitata, ci avvertiva: «C’è Alfiero, c’è Alfiero». In un battibaleno, ci precipitammo ad abbracciarlo. Era smagrito, bagnato e pie-

no di escoriazioni. Facemmo a gara per aiutarlo, mentre lui era emozionato. Ci raccontava il drammatico ripiegamento della sua formazione per sfuggire ad un rastrellamento: un gruppo di loro, che si trovava alla quota più bassa, aveva dato l’allarme allorché si

era trovato a contatto con l’avanguardia dei “nazi”.

Il Comando partigiano, aveva ordinato di ripiegare, permettendo di uscirne senza morti e feriti ma solo pochi prigionieri. Il grosso della formazione si era sganciato, con le armi in pugno, gettandosi nelle folte macchie e tra le ginestre. Alfiero, prima di separarsi dai suoi compagni, si liberò del pastrano, dandolo al commissario politico che ne era privo. Per raggiungere casa nostra, si diresse verso l’Arno, di cui conosceva i guadi. Mentre si rifocillava ed era medicato, io andai ad Avane, dove sua moglie era sfollata, per informarla, e tornai a Pontorme con indumenti puliti per Alfiero. Nella tarda mattinata, lui si agghindò e, in bicicletta, si recò a prendere un caffè nel bar che era solito frequentare, cercando, poi, di ristabilire un contatto con il CLN.

Nei giorni che seguirono, i tedeschi portarono, nel nostro “giro”, uno dei giovani partigiani catturati, con l’intento di scoprire se dava segno di riconoscere qualcuno o di essere riconosciuto. Questa esibizione del “bandito” si risolse con una delusione per i nazifascisti, perché nessuno cadde nella provocazione ed il giovane prigioniero fu bravo a mantenere una pietrosa impassibilità. La lotta continuava. I superstiti della formazione si riorganizzarono sul Monte Ciliegio, aiutati dai nostri bravi contadini che fornivano loro viveri e preziosi rifugi notturni. Il 4 marzo 1944, il movimento antifascista organizzato promosse, nelle fabbriche, uno sciopero che ebbe un successo totale, così come l’ebbe la manifestazione contro la guerra, nel centro di Empoli, sostenuta dalle donne e che si svolse sotto la vigilanza dei nostri partigiani.

Quello stesso giorno, manifestazioni simili avvennero in tutto il territorio nazionale occupato dai tedeschi. Quelle coraggiose iniziative conquistarono grande consenso popolare alla nostra lotta, accelerando, così, la sconfitta del nazifascismo.

Angelo Mariani racconta ai ragazzi di Bordighera

patria indipendente

pergamena libertà

Angelo Mariani

racconta ai ragazzi di Bordighera

Caricai tutti i fucili per noi

sul carrettino da gelataio

L’ Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Imperia organizza ogni anno incontri fra studenti e partigiani (in prima persona) sulla Resistenza.

Fra le tante domande, tutte interessanti, poste dai ragazzi, una emerse: «Come vi procuravate le armi?».

In maniera diversa ma una su tutte fu più originale: stavamo bivaccando con il vice commissario Cekof – comandante della 5ª brigata della 2ª Divisione Cascione (tutt’ora vivente) – attorno ad un vecchio convento, in quel di Perinaldo, nell’entroterra di Bordighera a 600 metri di altitudine. I problemi erano tanti e tutti molto seri.

Eravamo 30 partigiani, compresa una ragazza (Sascia). Il 50% di questi uomini era disarmato. A questo punto mi venne un’idea che proposi a Cekof, il quale dopo avermi ben ascoltato, discutendo dei pro e dei contro accettò il mio piano e mi chiese di quanti uomini avessi bisogno. «Nessuno» risposi, «corriamo meno rischi se vado da solo» e così fu. Premetto che abitavo a Bordighera tra la stazione ferroviaria (scalo merci) ed una piccola guarnigione di militi fascisti.

Dalla mia abitazione, resa libera dai miei familiari perché sfollati, su suggerimento di Radio Londra che consigliava di allontanarsi dai nodi ferroviari perché soggetti a bombardamento aereo, potevo agevolmente controllare ogni movimento che i militi effettuavano. Sapevo, inoltre, che nella guarnigione vi erano armi e che nottetempo i militi si recavano in stazione a scaricare materiale bellico dai treni in arrivo e che nessuno di loro montava di sentinella.

Quindi dovevo ad ogni costo cercare di entrare nella guarnigione nel momento che questi si accingevano ad andare a scaricare il convoglio. Mi procurai un mezzo di trasporto che trovai da un vecchio gelataio che consisteva in un triciclo a barchetta, quelli con cui si vendevano i gelati per le strade; mi procurai altresì un attrezzo da scasso ed un piccone, misi il tutto nel portone di casa mia e mi portai alla finestra che si affacciava sulla stazione ad aspettare il treno che regolarmente arrivava nella notte. Alle 2 circa della notte giunse il convoglio. Come previsto tutti i militi si recarono a scaricare il treno lasciando come detto la casermetta incustodita. Mi precipitai a trasferire il triciclo sul portone del fabbricato posizionandolo al meglio per poterlo caricare. Piano piano, cercando di fare meno rumore possibile, con il piccone e l’attrezzo scassai l’apertura e ai miei occhi apparve la “manna”: su di una rastrelliera fucili e munizioni in abbondanza. Tre fucili per volta li trasportai nel ventre della gelatiera e con non poca paura ed ansia riuscii a caricarne non più di una quindicina, quanto più possibile potesse contenerne il mezzo. Condussi il triciclo nel portone di casa mia.

Camuffai il tutto con legna da ardere e con coperte che avevo in casa e mi diressi nella notte verso la Val Verbone (Vallecrosia) passando dalla vecchia via romana e stradine secondarie per ridurre il pericolo di incontrare pattuglie militari in ronda di “coprifuoco”, vigente in tempo di guerra e specialmente in zona operazioni, quale era Bordighera. Ero consapevole del rischio qualora il colpo non fosse riuscito, ma più ancora pensavo ai compagni che aspettavano nella speranza di avere tutti un’arma. Pedalai, pedalai, mi feci forza ed arrivai faticosamente in zona Massabò (a fondo valle di Perinaldo) dove mi aspettava un amico (Franco Palombi di Bordighera, tutt’ora in vita) che avevo precedentemente avvisato e che mi aiutò a spingere lungo la salita verso Perinaldo. Determinante e prezioso fu l’aiuto che mi diede Franco senza il quale non so se avrei potuto portare a buon fine il colpo. Arrivammo così in cima alla montagna… un urlo di gioia ci accolse, abbracci, baci, strette di mano, il quinto distaccamento è tutto armato!

Volle il caso che la notte successiva venimmo attaccati da una autocolonna di tedeschi e grazie a quelle armi riuscimmo a contenere l’attacco limitandolo ad un solo caduto e ad un ferito grave (Adler, scomparso da una ventina d’anni). La gelatiera che distribuì dolci-gelati alla mia generazione, alla stessa, distribuì, pochi anni dopo anche armi per la Resistenza!