Guerra di Albania

Pubblicherò alcuni capitoli di un bellissimo libro

scritto da Gian Carlo Fusco

Giornalista, scrittore, commediografo

Che con questa raccolta di testimonianze

Sull’ultimo conflitto a scritto un libro palpitante

Attualità che mette a nudo un periodo

Storico con crudezza e insiene con un senso

Di profonda umanità

Guerra D’Albania”

Edito da Feltrinelli nel 1961

“Le dolorose e tragiche giornate del fronte greco – albanese rivivono in queste pagine con l’immediatezza di un reportage

E riappaiono i volti e le gesta dei protagonisti

noti o ignoti che in quella guerra lasciarono la migliore parte di se”

Guerra d’Albania

Grazzi presenta a Metaxas l’ultimatum

Assalto alla baionetta

La frettolosa linea Soddu

Perdite stupide

Rividero Ponte Perati

Si credevano fortunati

Guerra d’Albania

Una mattina, ai primi di agosto del 1940, su una delle piú nude e malandate strade dell’Albania, fra Elbassan e il lago di Ocrida, due interminabili colonne di soldati italiani, una di alpini, l’altra di fanti, marciarono per un bel pezzo affiancate. Marciavano per modo di dire. Tiravano avanti, in maniche di camicia, curvi sotto gli zaini, a passo di strada. Le camicie di flanella, di recente adozione, erano zuppe di sudore. Gli uomini, con penna e senza penna, stavano camminando da diverse ore e apparivano stanchi. Cominciavano a trascinare le scarpe e a inciampare nei sassi. Non una pianta, ai margini della strada. Le rocce ferrose rosseggiavano a perdita d’occhio. Il cielo era uno specchio ustorio. Il sole un martirio. Cosí, in marcia di trasferimento verso Koriza, capoluogo della Macedonia albanese, la divisione “Julia” e la divisione “Parma” ritrovarono un po’ di animazione nei ruvidi e bonari sfottimenti dettati dallo spirito di corpo. “Forza, buffa,” gridavano gli alpini. — “Dai, scarpún,” ribattevano i fanti. “Pari con la muffa, tutto alla buffa!” — “Chi ci ha la penna e chi sa scrivere! ‘ — “Múcchela!” continuando a guardare di traverso la milizia, ammettevano che ” quel duce là, l’è una bela testa! “

Dopo il passo di Lin, da cui si vide brillare improvvisamente il lago di Ocrida, esteso verso la Bulgaria, la strada discese di colpo e il paesaggio cambiò. Il verde cominciò a infittirsi, le capanne diventarono case. Per oltre due ore, alpini e fanti attraversarono la cittadina di Pogradec, affondata nei giardini e negli orti. Un vento leggero agitava l’ombra del fogliame sulla polvere. La popolazione, soprattutto donne di una certa età, bambine e ragazzetti, assisteva al passaggio dei militari, immobile, incerta se sorridere o no. Qualche braccio, pochissimi, si levò timidamente in un abbozzo di saluto fascista. All’uscita del paese, appoggiati a un angolo, vi erano i cartelloni di un vecchio film italiano, Rubacuori, con Armando Falconi, scoloriti e punteggiati dalle mosche.

Dall’Epiro le prime minacce a Metaxas

Tutto ciò rallegrava i soldati e attenuava la loro stanchezza. Qualche abbaiare di cane, un muggito, il chioccolio di un pollaio giungevano ai soldati, contadini e montanari, come voci familiari. Anche il lago, sul quale scivolavano alcune vele a spicchio, aveva qualcosa del Garda. Tutto sommato, tre o quattro mesi, anche cinque, va’, da passare I. í3 non erano poi gran cosa. In attesa della pace e dello “sciogliete le righe.”

. ” Buffa, allunga il passo! Tanto le ragazze non vi guardano!”

“Guardano voi, perché avete la gavetta per due V”

Era un pomeriggio di sabato. Al tramonto, fra le ombre allungate, i primi reparti entrarono fra i caseggiati chiari e bassi di Koriza. I chiodi cambiarono suono, sui ciottoli levigati della città. Nessuno si aspettava di trovare grandi caffè, vetrine illuminate, finestre accese sui terrazzini fioriti, cancellate avviluppate di glicine, negozi ben forniti. La truppa, tirando via di malavoglia, sulle gambe fiacche, udiva grammofoni e radio. Alle nenie cadenzate di gusto orientale, si mescolavano, qua e là, le voci inconfondibili del Trio Lessano, di Natalino Otto, di Pippo Starnazza. Chiamala guerra!

A notte inoltrata, alpini e fanti, un po’ acquartierati, un po’ attendati, erano tutti a posto. Un corso d’acqua, povero e silenzioso, divideva la “Julia” dalla “Parma.” Due palazzi piuttosto grandi, il municipio e il liceo, dove s’erano sistemati i “cani grossi P? (ufficiali superiori), mandavano luce da tutte le finestre. 1 muli, fra mucchi di mangime e di paglia, erano ammassati lontano. I soldati, nonostante i quarantacinque chilometri macinati fra l’alba e il tramonto, stentavano a prendere sonno. Parlottavano, fumacchiavano. Ragionavano già di congedo, d’affari di ‘ casa. Gettati sulla paglia, al pian ter. reno di una casa in costruzione, gli alpini abruz. zesi del battaglione “L’Aquila” attaccarono a cantare. Non era uno dei canti soavi e tristi che gli uomini della Majella intonano quando sospirano le loro case lontane, irraggiungibili. Era una canzone di montanari in allegria, sulla via del ritorno. Sta. volta, tutti n’erano certi, era questione di settimane. Chissà! Poteva anche darsi che per Natale tutto fosse finito!

In quella prima quindicina di agosto, la guerra, perlomeno la nostra, pareva intorpidita dal solleone. I bollettini, con linguaggio sicuro, addirittura fatale, annunciavano le operazioni delle nostre truppe in A01, che si accingevano a conquistare la Somalia inglese, dopo essere penetrate e nel Sudane nel Kenia, Fatti senza dubbio importanti, ma molto, troppo lontani! Tutti, in realtà, guardavano in su, verso i tedeschi: i quali stavano rovesciando quantità favolose di esplosivo sull’orgoglioso covo della “perfida Albione,” come dicevano i sottufficiali furieri. Liverpool e Coventry furono addirittura polverizzate, proprio la stessa notte che “jufla» e “Parma” arrivavano a Koriza. Una decina di giorni dopo, le squadriglie del maresciallo Goering si avventarono per la prima volta su Londra. Danni spaventosi.

“Vedrete, ragazzi, che i tedeschi non hanno nemmeno bisogno di sbarcare.”

Probabilmente, in quei giorni, la vedeva cosí anche Mussolini. O, perlomeno, lo sperava con tutte le sue forze. Il dittatore non pensava certo alla Grecia. Aveva fatto scivolare un po’ di truppe verso l’Epiro, solo per far capire al presidente del Consiglio greco, Giovanni Metaxas, che l’Italia teneva d’odchio anche quel settore. Mussolini era tutto rivolto all’uragano demolitore scoppiato sull’Inghil. terra. Era combattuto fra il desiderio che le bombe tedesche fossero risolutive e il dubbio che non fosse conveniente, per l’Italia, arrivare cosí presto all’armistizio, senza la possibilità di partecipare alla fase conclusiva della guerra. Contro la Francia, i morti necessari per trattare alla pari con Hitler, Mussolini lì aveva avuti. Ma ora, se i tedeschi fossero riusciti a piegare gli inglesi da soli… Per quanto Churchill non avesse affatto l’aria di chi, sta per mollare.

Fu un’estate intensa, quella del ’40, per Mussolini. Dopo la resa della Francia, tutto pareva procedere per ì]. meglio. Il Fúhrer e i suoi alti gerarchi sembravano perfino un po’ delusi della facilità delle loro vittorie. Verso la fine di luglio, prima dei bombardamenti a tappeto, Hitler, con longanimità un tantino annoiata, aveva inutilmente offerto la pace all’Inghilterra.

Il 10 agosto, Roosevelt mandò a Londra, in qualità d’ osservatore, il contrammiraglio Ghormley. Non era una notizia sensazionale, ma Mussolini ne fu egualmente un po’ seccato.

” Un osservatore di macerie fece, parlando con Bottai. “Che allegria!”

D’altra parte, fra i pro e i contro, il duce dei fascisti sperava proprio che i tedeschi liquidassero la Gran Bretagna il più presto possibile. Gli otto milioni di baionette di cui un giorno aveva parlato erano immaginari, simbolici. In realtà, il 10 giugno l’Italia era entrata in guerra con 73 divisioni, delle quali soltanto 19 erano veramente complete d’uomini, armi e materiali. Nei magazzini, il vestiario scarseggiava. Il rinnovamento delle vecchie artiglierie procedeva con estrema lentezza. Dai 70 pezzi al mese che si erano fabbricati dal ’35 al ’38 si era passati solo alla fine del ’39 a una media di 260 bocche da fuoco. L’armamento individuale consisteva nel solito modello ’91, solo in piccola parte sostituito da un piú maneggevole ’38. In fatto di carri armati, avevamo una discreta quantità di mezzi leggeri, da 3 tonnellate, ma i carri medi, da 10 – 15 tonnellate, non arrivavano al centinaio. Di carri pesanti, neppure l’ ombra. Anche l’ aviazione era notevolmente al di sotto della sua forza nominale. Sulla carta, il capo di stato maggiore “azzurro,” generale Pricolo, poteva contare su 2586 apparecchi; in pratica, fra bombardieri e caccia, alla fine del ’39, ne aveva soltanto 1190. All’entrata in guerra, erano saliti a 1946, mercé uno sforzo produttivo passato dai 150 ai 270 velivoli al mese.

Anche dal punto di vista degli uomini e dei quadri, l’esercito imperiale, logorato dalla spedizione etiopica e dalla guerra di Spagna, era in condizioni tutt’altro che soddisfacenti. Le esercitazioni premilitari del sabato non erano mai state prese sul serio.

Gli ufficiali di complemento avanzavano di grado senza un addestramento adeguato alle crescenti responsabilità di comando. Molti ufficiali delle classi fra il 1890 e il ’98, usciti dalla prima guerra mondiale col grado di sottotenente o tenente, venivano richiamati di punto in bianco da Z19 mag iori. Nel caso, per esempio, dei piloti in congedo, ch’erano 2500 sui tomi di mobilitazione, fu possibile utilizzarne soltanto 600. I richiamati, specialmente i piú anziani, essendosi allenati da civili su apparecchi da turismo, erano a zero in fatto . di preparazione militare.       (segue)

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