Le S.S. Italiane

Davanti a Dio, presto questo sacro giuramento:

Che nella lotta per la mia patria italiana contro

I suoi nemici sarò in maniera assolta obbediente

Ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito

Tedesco e quale soldato valoroso sarò pronto in

Ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento.

LE SS ITALIANE

Le SS italiane si proclamano apertamente naziste, ammiratrici della Germania di Hitler al punto da giurare in pubblico fedeltà al nazismo, alla Germania, non all’Italia. Più che fascisti, questi militi si considerano seguaci del capo delle SS tedesche – e ministro degli interni del Reich –gen. Heinrich Himmler e agli ordini discrezionali del suo rappresentante nell’Italia occupata, gen. Karl Wolff, uomo

Heinrich Himmler

di fiducia di Hitler. Il comando operativo delle SS italiane è affidato al gen. Peter Hansen Tschimpke. Sono militari italiani che accettano di agire al comando di ufficiali germanici.

Karl Wolff & Graziani

Devastante soprattutto per le tante vittime e per le loro famiglie, causate dai vari distaccamenti delle SS nostrane. Essi, impiegati dai tedeschi in Piemonte, Lombardia, Veneto, Marche, Umbria raramente fanno prigionieri — come si vanta pubblicamente Giuseppe Mugnone, capo dell’Ufficio Arruolamento e propaganda della Legione a Vicenza — dimostrandosi privi di qualsiasi codice d’onore militare e non meno feroci delle SS germaniche al cui modello si ispirano.

Indicativa al riguardo, tra le diverse reperibili, la confessione del legionario italiano Alessandro Meneghin. Parlando di partigiani catturati e feriti, il milite afferma: “…i partigiani erano in otto, tutti giovani, irà loro una donna; niente prigionieri. L’ordine era annientamento. Li mettemmo in fila e dopo un po’ il comandante ci ordinò di ucciderli • così fu fatto. Li lasciammo lì”. Riferendosi particolarmente a due, Meneghin dice che “riuscirono a superare l’accerchiamento ed a sparire nel bosco inseguiti dalle nostre raffiche. Devono essere stati feriti ,,seriamente perché, dopo, ne seguimmo per un po’ le tracce insanguinate. Poi uscì un altro, con un ferito sulla schiena e riuscì pure questo, nonostante il nostro fuoco, a cacciarsi nel bosco; lo prendemmo quasi subito. Nel frattempo catturammo anche gli altri; poi li abbiamo fucilati sul posto”. I fatti, avvenuti il 17 aprile ’44 nei pressi di due stavoli montani, nella località friulana Slaue-Oseacco di Resía.

Nella regione agiscono con analoghi metodi repressivi estremi altri contingenti di SS italiane: per il Friuli orientale a Pradamano (Villa Giacomelli), per il Friuli centrale a Udine (via Cairoli), per l’alto Friuli a Tolmezzo, per la destra Tagliamento a Pordenone. Particolarmente crudele quello stanziato a Palmanova, specializzato nella caccia ai partigiani, al comando del ten. Ernesto Ruggiero, inizialmente ufficiale della GNR, in seguito passato alle SS e promosso capitano dal comandante delle SS germaniche della cittadina friulana. Processato dalla Corte d’Assise di Udine nell’ottobre ’46, Ruggiero è riconosciuto colpevole di uccisioni, sevizie efferate, mutilazioni permanenti inflitte agli arrestati. La lettura degli atti processuali, delle deposizioni rese alla Corte, della sentenza finale,

Guanto ferrato

pubblicati a Udine è raccapricciante. La sentenza, emessa il 5 ottobre ’46, parla di feroci sevizie inferte “su ogni parte del corpo, spesso sulle più sensibili, servendosi dei più svariati mezzi, come bastoni, grossi pezzi di legno, spranghe di ferro, cinghie, guinzagli, nervi di bue, filo di ferro spinato, scarpe chiodate, pugni ricoperti di guanti ferrati; con ustioni prodotte da sigarette accese, tizzoni ardenti, polvere pirica… con conficcamento di aghi sotto le unghie, …con lo stringere loro con pinze i genitali, …cagionando la morte a più di cinquanta persone”. Condannato alla pena capitale, poco dopo commutata in pena detentiva, Ruggiero e i suoi militi Giacomo Rotigni, Remigio Rebez, Alessandro Munaretto, Giovanni Bianco, Quinto Cragno, Giovanni Turrin, Giuseppe Coccolo vengono scarcerati alcuni anni dopo. Nella caserma Piave di Palmanova agisce anche il Centro di repressione antipartigiana delle SS italiane, diretto dal ten. Odorico Borsatti responsabile di svariate uccisioni, violenze su arrestati, impressionanti sevizie ampiamente accertate in sede processuale a carico dei componenti del Centro. Catturato e tradotto in giudizio per direttissima a Udine, Borsatti è condannato alla pena capitale e fucilato alla schiena con disonore militare. Al collo porta la catenina d’oro sottratta al gappista ventenne Giovanni Beccia, fucilato sulle mura della caserma Piave. Questo un brano esemplare della sentenza: “…per avere cagionato con sevìzie la morte dei patrioti Silvio Marcuzzi-Montes, Severino Staculi- Lupo e altri, fra cui il commissario politico Poldo (Enrico Da Ponte, dirigenie dei GAP- n.d.a.) legato con gli arti estremi a due cavalli posti in direzione opposta e poi squartato dagli stessi, incitati con la frusta ad allontanarsi l’uno dall’altro. In un solo giorno dieci patrioti sconosciuti furono fucilati da un plotone comandato dal Borsatti.

Borsatti

Delle SS italiane fa parte, quale comandante di una autonoma formazione di Polizia speciale, il seniore Mario Carità (che talvolta nelle talvolta si firma SS-Sturmbannfúhrer), uno dei più sanguinari torturatori , della RSI, come è stato documentato durante il processo alla Corte d’Assise di Lucca nel giugno ’45 a carico di 178 appartenenti alla banda. (Vedi sul blog la casella a lui riservata https://toscano27.wordpress.com/la-banda-carita-ferri-taglienti )

Non sono da meno le Ausiliarie del Servizio femminile al comando, della contessa Piera Fondelli Gatteschi (capaci di inenarrabili crudeltà: è provato che una di queste Ausiliarie ha seviziato per quattro giorni il partigiano diciottenne Armando Grava, di Revine in provincia di Treviso, presente la madre che ha poi testimoniato, tagliuzzando zigomi e testicoli, fratturando i polsi, accecandolo con sigarette accese, versando acido muriatico sulle ferite), gli Avanguardisti della RSI (ragazzi e giovanissimi, come si può osservare in varie loto), il Corpo volontari della morte, la Legione autonoma Ettore Muti, il corpo addestramento reparti speciali-C.A.R.S., il Corpo contro guerriglia-CO.GU., i Moschettieri delle Alpi, la 4a Legione Milizia confinaria, il Battaglione bersaglieri volontari Bruno Mussolini, la Guardia civica di Trieste, il Reggimento volontari Alpini friulani Tagliamento formato dal console Ermacora Zuliani a Udine e trasformato in seguito in agglomerato di SS italiane alle dipendenze operative delle SS germaniche nelle valli dell’Isonzo e del Vipacco, l’Ispettorato speciale (li Polizia antipartigiana stanziato a Brescia, le Forze armate fasciste-l’AF a Trieste, il Battaglione Bir el Gobi, il Corpo speciale paracadutisti della Brigata Folgore, il Battaglione Guardia del Duce, la Guardia di Finanza rimasta in servizio, la Milizia forestale, la Polizia nelle questure e nei commissariati, la Milizia della strada (i cui allievi della Scuola di istruzione stanziata a Piovene Rocchetti, circa 400, nel giugno ’44 compiono cruenti rastrellamenti sull’Altopiano di Asiago, affiancando una compagnia di SS italiane).

Che gli uomini delle S.S fossero belve si e disperati se ne deduce da alcuni canti:

Esaminiamone alcuni

Nelle azioni di antiguerriglia e di rastrellamento antipartigiano i legionari SS italiani cantano canzoni così concepite:

All’armi, all’armi, all’armi!

siam fascisti repubblicani

terror dei partigiani

che sono dei ruffiani

ed anche dei fuori legge

che faremo in tante schegge

ed anche dei banditi

che saran da noi finiti.

Brutte facce da impestati

da noi presto eliminati

contro un muro fucilati

su un albero impiccati

con il pugnale sgozzati

con le bombe dilaniati.

sull’aria della “Carmagnola”

I ribelli impiccheremo

i gerarchi accopperemo

i pretacci inc…

viva il rombo del cannon!

Inno delle SS germaniche (Das Treuelier des SS) .

Nella traduzione italiana l’inno veniva cantato durante le marce anche dai legionari SS italiani:

Quando tutti diventeranno infidi,

quando tutti mancheranno di fedeltà,

affinché sempre sulla terra

ci sia una bandiera per voi.

Compagni della nostra gioventù,

la vostra immagine di tempi migliori

che ci consacra alla virtù virile

ed alla morte per amore,

non si allontanerà mai da noi,

resterà a noi sempre vicina,

fedele come la quercia tedesca,

come la luna e la luce del sole!

Una volta ancora si rischiari

la coscienza di tutti i fratelli,

essi ritornino alla sorgente

in amore e in fedeltà.

Hanno bene combattuto

gli eroi di questa epoca.

Ma, ora che la vittoria è raggiunta;

Satana usa nuove astuzie.

Ma comunque abbia a formarsi

il tempo nella vita,

tu per noi non devi invecchiare,

o sogno di bellezza.

Voi stelle siateci testimoni,

che ci guardate tranquille dall’alto:

quando tutti i fratelli taceranno

e crederanno in falsi idoli,

noi non mancheremo alla parola,

non diventeremo dei gaglioffi,

noi predicheremo e parleremo

del Sacro Impero Tedesco

Parole e musica cadenzate su passo di marcia, con rullo di tambuiri, tono marziale e canto corale. Le parole traggono ispirazione dall’idea-base nazista della fondazione di un nuovo “Ordine europeo” dominato dalla Germania e dal concetto di razza superiore. La simbologia nazista ha fatto largo ricorso al paganesimo e all’esoterismo; tipico il richiamo a Satana-Lucifero e alle sue tenebrose astuzie per far vincere la causa dell’inferno. Bisogna ricordare che sulle fibbie dei cinturoni dei soldati tedeschi era impressa la frase Gott mit Uns: Dio è con noi.

Non dovevano andare bene nemmeno con le donne se arrivano a cantare questa nenia, almeno i tedeschi avevano “Lilì Marlen”

Le donne non ci vogliono più bene

perchè portiamo la camicia nera

Hanno detto che siamo da galera

Hanno detto che siamo da catene

L’amore coi fascisti non conviene

meglio un vigliacco che non ha bandiere

uno che serberà la pelle intera,

uno che non ha sangue nelle vene.

Ce ne freghiamo. La signora morte

fa la civetta in mezzo alla battaglia,

si fa baciare solo dai soldati.

Forza, ragazzi, fatele la corte!

Diamole un bacio sotto la mitraglia.

Lasciamo le altre donne agli imboscati

Stornelli Legionari

Vogliamo scolpire una lapide

incisa sull’umile scoglio,

a morte il marchese Badoglio

noi siam fascisti repubblican.

A morte il Re

viva Grazian,

evviva il Fascio

Repubblican!

Vogliamo scolpire una lapide

incisa su pelle di troia

a morte la casa Savoia

noi siam Fascisti repubblican.

A morte il Re

viva Grazian,

evviva il Fascio

Repubblican!

La loro discendenza nei canti proviene da lontano almeno 10 anni infatti nel ’35 al tempo delle stragi in Abissinia cantavano così

Stornelli Neri

Anonimo

Se prenderemo il Negus,

gliene farem di belle,

se lui farà il testardo

noi gli farem la pelle!

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,

se l’abissino è nero

gli cambierem colore

a colpi di legnate,

o gli verrà il pallor!

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,

il general De Bono

ci ha detto in confidenza

se prenderemo il Negus

ci manderà in licenza.

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,

orsì facciamo in coro

una gran preghiera:

su manda in Abissinia

pure anche Carnera.

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,

io parto per l’oriente

e vado in Abissinia

e a tutti i nemici

farò la permanente!

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai

se il Negus non risponde

e all’armi fa l’appello,

noi gli farem gustar

l’antico manganello!

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,

C’è una nazione grande,

che ha molti quattrini,

noi in compenso a Roma

abbiamo Mussolini!

Dai, dai, dai, l’abissino vincerai!

Lasciamoli cantare ed esaminiamo quella che è considerata l’ultima strage

l’Ultima strage

A Rodengo Saiano le SS italiane di Thaler e il suo “Gruppo Pronto Impiego” opposero una certa resistenza. Il 26 aprile, al monastero degli Olivetani di Rodengo i partigiani disarmarono con facilità un’ottantina di SS italiane che indossarono subito abiti civili. Ma a quel punto giunsero in forze, da varie direzioni, altre SS italiane che circondarono il monastero e vi irruppero lanciando bombe a mano, sventagliando raffiche di mitra e sparando con i Panzerfaust. Alcuni partigiani vennero catturati e, nel corso della notte, Thaler ne fece fucilare 6 sui declivi dietro la villa Fenaroli sede del Comando (Giovanni Pezzetti, Mario Andreis, Gaetano Lumini, Giovanni Felappi, Gastone Tiego e Angelo Franckinì). I corpi furono abbandonati insepolti. Altri 4 partigiani furono passati per le armi e sepolti affrettatamente in tre fosse scavate nell’orto dietro la villa Fenaroli: il dottor G. Battista Vigbenzi di Ostiano, segretario comunale di Rodengo-Saiano e vicecomandante di settore del C.V.L. bresciano; Giuseppe Malvezzi di Desenzano, Gioranni Ceretti di Gussago e Giuseppe Caravelle di Palermo. testimoniarono che tutte le salme ritrovate presentavano lesioni non attribuibili ad armi da fuoco, ma a sevizie.

Dopo che nella notte tra il 27 e il 28 aprile molti dei suoi uomini erano scappati, alle prime ore del 28 lo stesso Thaler lasciò Rodengo-Saiano con una ventina tra autocarri e automobili. La colonna fu fermata dai partigiani a Paratico, alle soglie di Sarnico e una parte di essa si arrese, ma Thaler e circa 25 dei suoi si rifugiarono in una cascina. Dopo aver resistito per un giorno e mezzo con le armi, incendiata la cascina dai partigiani di Adro il Thaler riuscì ancora a fuggire con alcuni tedeschi; fu arrestato il 1° maggio mentre, da solo, tentava di guadagnare l’alta val Camonica. Portato a Brescia, quando si seppe dell’ultimo massacro da lui ordinato a Rodengo Saiano fu immediatamente processato e condannato a morte da un tribunale di guerra. Tradotto infine sul luogo dove erano caduti i 10 partigiani, venne fucilato.

A. Pa (in Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, edizioni La Pietra-Walk Over, Milano 1984)

Ringrazio Primo De Lazzari per aver portato

Luce in un periodo tanto oscuro

Toscano

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  1. Sulle criminali SS italiane che hanno combattuto nell’interesse di Hitler e hanno ucciso i propri connazionali, vorrei sapere tante altre cose e soprattutto i loro nomi…………………….

  2. Pio Filippani Ronconi, prof. all’orientale di Napoli, essere ignobile (cfr l’intervista che ha rilasciato una decina d’anni fa a quell’altro campione dell’intelligenza umana Pietrangelo buttafuoco (scus.il termine) campato purtroppo più di quanto meritasse
    Piero Ciabatti, senese etc.
    Loro epigono, Nicola Guerra:

    Nicola Guerra I volontari italiani nelle Waffen-SS tesi di dottorato in italianistica all’Università di Turku (Fl), 2012 – Cfr.
    http://utu.academia.edu/NicolaGuerra
    Relatore e controrelatore della tesi sono stati Marco Tarchi e Franco Cardini. Stupisce che uno storico come quest’ultimo abbia accreditato col suo nome una ricerca che, se da un lato fornisce una documentazione inedita sotto forma di interviste ai volontari SS superstiti, dall’altro ne tratta i contenuti in modo soggettivistico ed acritico, anche se si ammanta di un linguaggio ed una tecnica pseudoneutrali. Ad esempio, da nessuna parte di quel saggio si evince che la 16 divisione sia stata quella che si è macchiata dei più sanguinosi massacri di civili innocenti, da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto.V.anche Ricciotti Lazzero,Le SS italiane Rizzoli, Milano, 1982 ma anche il pezzo del nazisteggiante Massimiliano Afiero, Italiani nelle Waffen SS, in “Storia del Novecento, luglio 2001.

  3. Tacciare un ricercatore (di recente nomina ad adjunct professor) di essere epigono delle SS sa´ che potrebbe essere perseguibile legalmente? Del resto il testo del Guerra chiarisce bene quale sia il clima della ricerca accademica in Italia e ricostruisce per giunta tutti gli errori di Lazzero e altri che arrivano ad includere partigiani nelle SS (non Waffen-SS)…. stupisce piuttosto che una ricerca del genere e di tale importanza sia stata condotta presso una universita´ finlandese e purtroppo non in Italia.
    .

  4. Senza entrare nel merito della sia pur interessante discussione, sono in dovere di rappresentare agli autori/redattori del testo, che il citato “Corpo speciale paracadutisti della Brigata Folgore” non è mai esistito, con particolare riferimento ai fatti e all’epoca presa in esame.
    La prima Divisione Paracadutisti, denominata “Divisione Folgore” nel luglio del 1942, era una unità di Fanteria paracadutista, con aliquote di artiglieria e servizi, del Regio Esercito Italiano, immolatasi peraltro eroicamente nell’epica battaglia di El Alamein, meritando, ciascuno dei reggimenti la Medaglia d’ora al Valor Militare. Ciò detto unicamente a titolo di cronaca, senza voler entrar nella retorica. Nel 1942 alla Prima Divisione Paracadutisti fece seguito la nascita di una seconda Divisione, denominata “Nembo”, sempre unità regolare del Regio Esercito. La terza, costituenda Divisione “Ciclone” non ebbe mai origine in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943.
    A seguito dell’armistizio i paracadutisti delle Divisione “Folgore” e “Nembo” si schierarono sui diversi fronti: senza entrare nello specifico, alcuni paracadutisti scelsero di “continuare a combattere al fianco dell’alleato germanico” (vennero riunificati nel “Raggruppamento Volontari Paracadutisti italiani”, successivamente denominato “Raggruppamento Paracadutisti Nembo”) –
    Dal “Raggruppamento Paracadutisti Nembo” presero vita tre battaglioni, denominati “Folgore” “Nembo” e “Azzurro” (quest’ultimo composto in gran parte da aliquote del Battaglione “A.D.A.R.” – Arditi Distruttori Aeronautica Repubblicana, formata da elementi del disciolto Btg. “A.D.R.A.” – Arditi Distruttori Regia Aeronautica). I tre battaglioni costituirono dunque l’organico del Reggimento Paracadutisti Folgore, definitivamente denominato 1° Reggimento Arditi Paracadutisti Folgore.
    Dall’altra parte, altri paracadutisti si unirono al cobelligerante esercito italiano dando vita al Reggimento “Nembo” inquadrato nel “Gruppo di combattimento Folgore” del C.I.L. – Corpo Italiano di Liberazione.
    La denominazione Brigata Paracadutisti “Folgore” verrà assunta solo nel 1963, in seguito alla trasformazione del preesistente “Centro Militare di Paracadutismo”.
    Un tanto è dovuto per Vs opportuna conoscenza, al fine di fornire informazioni storicamente corrette e precise, senza alcuna volontà di polemizzare su un così serio, drammatico e importante nonché interessante argomento.
    Questa era dovuto in termini “istituzionali” ed asettici per esprimere il mio contributo alla discussione in qualità di paracadutista militare (in congedo) e Presidente della Sezione provinciale dell’ANPd’I (Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia) di Gorizia, intiolata alla MOVM della RSI Mario Rizzatti.
    Mi sia consentito esprimere un mio personale parere, che credo possa comunque rappresentare il comune sentire dei Paracadutisti soci del nostro sodalizio: Troppo spesso qualcuno ha maliziosamente insinuato una certa connivenza tra paracadutisti e alcune parti politiche nostalgiche del passato celando in tal modo agli occhi dell’opinione pubblica il valore dei paracadutisti che sempre hanno dato, fino alla propria vita, senza nulla chiedere in cambio.
    Una testimonianza molto importante in tal senso è quella che nelle sue rare narrazioni degli episodi di guerra il nostro Socio Fondatore Bruno Bean ci ha tramandato: negli ultimi giorni della seconda guerra due autocolonne militari si incrociarono su un ponte di barche sul Po. Una era dell’Esercito Italiano di Liberazione che saliva vittoriosa verso nord trasportando i paracadutisti dello Squadrone Folgore, l’altra condotta e scortata da soldati alleati scendeva a sud, verso la prigionia, in quel di Coltano.
    Erano i paracadutisti della RSI, che avevano combattuto dall’altra parte, ricevendo l’onore delle armi da parte degli americani, dopo aver continuato a presidiare i confini con la Francia fino ai primi di maggio del ’45.
    Ebbene quando si riconobbero fecero fermare i mezzi, scesero e si abbracciarono da fratelli, fratelli che avevano combattuto entrambi senza odio, ma con valore, ciascuno per l’Italia.
    Il significato di tale sublime atto non si è voluto cogliere allora, e ci fu la mattanza, a guerra finita, di fratelli, e ancora adesso c’è gente che specula su quella divisione per intenti che riesce difficile definire “patriottici”.
    La sezione di Gorizia, non da oggi, ma fin dai tempi della sua costituzione, ha dimostrato il superamento di tutti gli odi e conflitti politici a dimostrazione dei veri valori di pace e unità nazionale: ne è la prova l’intitolazione della Sezione stessa alla Medaglia d’Oro al Valor Militare Maggiore Mario Rizzatti, combattente della Repubblica Sociale Italiana caduto nella difesa di Roma contro le truppe anglo-americane, voluta dall’allora Presidente Arduino Degano, combattente dell’Esercito di liberazione.

  5. Mio padre era a Rodengo Saiano. Le cose non andarono così. Mio padre – Untersturmfueher SS – sveniva alla vista del sangue, e non ha mai torturato nessuno (anzi, dopo ha salvato molte vite, ma non vi dico altro). Semplicemente, il maggiore Thaler rifiutò di arrendersi e venne fucilato sul posto senza processo, gli ufficiali si arresero ai partigiani a discrezione purchè venisse garantita salva la vita ai soldati semplici. Erano tempi di ferocia e loro se la cavarono per il rotto della cuffia, dopo una finta fucilazione. Cosa avesse fatto il maggiore Thaler, non lo so e suppongo fosse spregevole come la maggior parte dei componenti le SS. Non mi interessa nemmeno, a dire il vero.
    Lo dico da antifascista convinto.
    Mio padre, quando si convinse della esistenza dei campi di sterminio – ci vollero anni, ma la capì – disse che se avesse saputo avrebbe disertato subito. Non bisogna mai disumanizzare il nemico.
    Viva la Repubblica, e, aggiungo, Viva la Resistenza!

  6. Oggi ci vuole la pacificazione vera perché tutti hanno sbagliato nessuno escluso.

  7. Mi colpisce l’altissimo numero di ” italiani’ schifati dai tradimenti di un ignobile sovrano che hanno continuato a lottare! ora giusto o sbagliato che sia alcune riflessioni vanno fatte…per poi chiudere definitivamente ( come hanno fatto gli Spagnoli) e dire BASTA senza vinti e vincitori veri…

  8. Conobbi molti anni fa Giovanni Gorga. Egli diceva a voce, e affermava nei suoi scritti (p.e. libro autobiografico “Capitano di ventura”) che quella da lui formata e comandata non era una formazione di SS italiane (con relativo giuramento a Hitler) ma la “Legione Autonoma Volontari Italiani. Con la divisa grigioverde dei soldati italiani e con armamento italiano. Operò più che altro in funzione di polizia locale, non essendovi più in quei posti i carabinieri. Tanto è vero che non si macchiò di atrocità, che al processo intentatogli dai partigiani fu condannato a una pena detentiva e non a quella capitale. Poi intervenne l’amnistia di Togliatti.

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