Archivio mensile:febbraio 2016

Don Edoardo Marzari

per la libertà
Per la Libertà
Nel nome di Dio

Don Edoardo Marzari
d’Oro al Merito Civile
Nato a Capodistria il 28 ottobre 1905, deceduto a Trieste il 6 giugno 1973, sacerdote, Medaglia d’Oro al merito civile alla memoria.
Laureato in Lettere all’Università Gregoriana, nel luglio del 1932, era stato ordinato sacerdote. Don Marzari era poi diventato docente di filosofia nel Piccolo Seminario Diocesano di Capodistria e direttore dell’Istituto Cattolico di Attività Sociale giuliano. Di idee democratiche, il sacerdote fu animatore dell’Azione Cattolica di Trieste e diresse il settimanale Vita Nuova sino a che, nel 1939, fu costretto a lasciarlo perché aveva pubblicato un articolo che non era piaciuto ai fascisti. Dopo la fine del regime, don Marzari divenne il leader della Democrazia Cristiana triestina e come tale, dopo l’armistizio, entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste. Nominato presidente del CLN il 13 giugno 1944 – dopo che il primo Comitato era stato, nel dicembre precedente, praticamente annientato dai nazifascisti – il sacerdote diede un grande contributo nell’organizzazione delle formazioni della Resistenza e nel loro rifornimento in armi, denaro e viveri. Don Marzari seppe anche superare, nello spirito della comune lotta contro il nemico, le frizioni con i partigiani comunisti, maggioritari in quella zona di confine. Nel febbraio del ’45, il presidente del CLN cadde nelle mani dei fascisti della "banda Collotti". Rinchiuso nel carcere del Coroneo, l’esponente della Resistenza giuliana fu inutilmente interrogato e torturato dalle SS. La sua sorte pareva ormai segnata, ma la sera del 29 aprile, i partigiani della Brigata Ferrovieri riuscirono a liberarlo. Il mattino dopo (come ricorda una lapide che, il 9 settembre 2004, il Presidente della Regione, Riccardo Illy, ha inaugurato in piazza Dalmazia), fu don Marzari a ordinare, dalla Prefettura, l’insurrezione che avrebbe portato alla liberazione di Trieste dai nazifascisti. Nel giugno del 1945, il sacerdote fondò la Camera del Lavoro di Trieste e fu il primo segretario della CGIL triestina. Fu anche tra i fondatori del Circolo della Cultura, dell’Università popolare, della Lega nazionale e delle ACLI. Per le idee progressiste di don Edoardo Marzari (che aveva fondato l’Opera Figli del Popolo, per assistervi laicamente ragazzi bisognosi), nel 1955 il vescovo di Trieste gli intimò di lasciare la città. Il sacerdote ubbidì e si trasferì a Roma, ma due anni dopo, tornato a Trieste, vi restò, continuando nel suo apostolato sociale sino alla morte. Al nome di don Marzari sono intitolate scuole per l’infanzia; su di lui sono stati scritti libri. Nel 2004, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha concesso alla memoria del sacerdote, la Medaglia d’oro al merito civile con questa motivazione: "Fra le figure più rappresentative dell’antifascismo cattolico, sempre ispirato, nell’insegnamento e negli scritti, ai valori della libertà e della democrazia, aderiva con instancabile e appassionato impegno alle formazioni di Liberazione nazionale. Arrestato e torturato dai nazifascisti, fu liberato e, quale presidente del CLN di Trieste, il giorno 30 aprile 1945, guidò i concittadini nell’insurrezione contro l’oppressore nazista. Preclaro esempio di alto senso civile e di amor patrio".

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Religiosi nella Resistenza
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Don Domenico Orlandini

per la libertà

Don Domenico Orlandini

Nato nel 1913, deceduto a Pianzano di Carpineti (Reggio Emilia) il 18 ottobre 1977, sacerdote.

È stato uno dei pochi sacerdoti cattolici che, ignorando le regole canoniche, abbiano impugnato le armi contro i nazifascisti. Non a caso era amico di don Pasquino Borghi, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Don Domenico era parroco a Poiano di Villa Minozzo (RE) quando, dopo l’armistizio, in contatto con i Servizi segreti inglesi, si adoprò nel salvataggio di moltissimi prigionieri di guerra alleati. Nella primavera del 1944, paracadutato sull’Appennino reggiano, organizzò i collegamenti tra partigiani e Alleati. Nel mese di giugno "Carlo" (questo il nome di battaglia di don Orlandini), partecipò ai combattimenti che, il giorno 8, portarono alla liberazione di Ligonchio, alla creazione della "repubblica di Montefiorino" e poi all’amministrazione della "Zona libera", nella quale "Carlo" operò come intendente delle formazioni partigiane reggiane. Dalla fine di agosto don Orlandini tentò di rimarcare la distanza idelogica tra i suoi partigiani ("Battaglione Fiamme Verdi"), e quelli delle "Garibaldi", ma lo stesso CLN fece confluire nelle "Fiamme Verdi" (che divennero così 284ma Brigata Fiamme Verdi), forti contingenti di combattenti, senza discriminazioni partitiche. Gli uomini di "Carlo" si distinsero soprattutto nei combattimenti di monte Prampa (10/01/1945), Costabona (15/01/1945) e nella battaglia di Ca’ Marastoni (01/04/1945). Dopo la Liberazione, don Orlandini fu decorato dagli inglesi con la "Victoria Cross". Nel 1983, S. Folloni ha curato, per le edizioni Alpi di Reggio Emilia, il volume Don Domenico Orlandini. Memoriale di Carlo.

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Don Concezio Chiaretti

per la libertà
Per la Libertà
Nel nome di Dio

Don Concezio Chiaretti
Parroco di Leonessa (Rieti), fucilato a Monte Tilia (Rieti) il 7 aprile 1944.

Era stato cappellano del 39° Battaglione Alpini e, dopo l’8 settembre 1943, aveva preso parte alla Guerra di liberazione nelle file della resistenza. A Leonessa presiedeva il locale CLN ed era partigiano nella Brigata Garibaldi "Gramsci". Fu catturato nel corso del rastrellamento che i nazifascisti effettuarono nella zona dal 1° al 7 aprile ’44. La caccia ai patrioti si concluse con quella che viene ricordata come la strage di Leonessa. A guidare i soldati tedeschi nella ricerca, casa per casa, delle persone da eliminare fu una donna, Rosina Cesaretti, una fanatica fascista, che non si fermò nemmeno davanti a un suo fratello, mutilato, che fu eliminato. La stessa sorte sarebbe toccata alla cognata, incinta, che si salvò per l’intervento di un ufficiale delle SS, disgustato dalla ferocia della Cesaretti. Don Concezio fu fucilato con altri 22 patrioti sullo sperone del Monte Tilia. Oltre cinquanta furono le vittime della strage, i cui nomi, dopo la Liberazione, sono stati incisi su un cippo eretto a ricordo. Il 4 novembre 1996, a Leonessa, è stato inaugurato un busto bronzeo del sacerdote partigiano.

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Religiosi nella Resistenza

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Anonimo – Oltrepò, vita santa

Anonimo

Oltrepò, vita santa

Quando saremo a Varzi
nella caserma alpina
ti scriverò biondina
la vita del partigian.

La vita del partigiano
si l’è una vita santa
s’ mangia, s’ bev, as canta
pensieri non ce n’è.

Pensieri ce n’è uno solo
l’è quel della morosa
che gli altri fanno sposa
e mi fo il partigian.

Anonimo – Sacrificio partigiano

Anonimo

Sacrificio partigiano

Ti vedo ancora amico e compagno partigiano:
quando nelle notti insonni
il mio pensiero fruga nel passato
Vedo il tuo volto gaio e spensierato.

I tuoi capelli biondi, lunghi da apparire un effemminato,
quei tuoi occhi chiari, limpidi e sinceri,
dentro quel corpo esile celavi un cuore,
un cuore generoso e forte, da vero battagliero.

Primo fra i primi, in ogni azione volontario,
in ogni azione coraggioso e temerario,
eri di sprone a chi ti stava accanto
e la paura di morire spariva d’incanto.

Fu in un radioso mattino d’inverno
che attaccati dal tedesco, capitò l’inferno;
su quei pendii, dal candido manto ricoperti,
dai vostri passi sulla neve foste scoperti.

Non indugiaste ad impegnar battaglia
ed a puntar contro il nemico la mitraglia;
pensasti che sacrificar tutti era invano,
dicesti ai compagni di ripiegar pian piano.

La tua arma vomitò fuoco e morte
come se 1000 energie fossero in te risorte,
gridasti:"Italia Italia cosa importa se si muor",
prima di cader sotto il piombo del tedesco assalitor.

Allargasti le braccia, alzando gli occhi al cielo,
irrorasti con il tuo sangue quella coltre di gelo;
e da quel vermiglio colle, scrissi:"Fuori d’Italia invasor";
con quell’atto di eroismo, gridiamo:"A morte il nazi fascismo".

Ivano Artioli – La scuola di Cesare

La scuola di Cesare

Quando mi diedi garzone andai, accompagnato da un familiare s’intende, in una certa
osteria sulla via Emilia, dopo Forlimpopoli, prima della salita di Brisighella, dove si fermavano i fattori al ritorno dal mercato. Entrò un uomo e chiese di me (sistema insolito,
comunque…), mi vide così magro e disse: «Robusto e basso o magro e alto è lo stesso».
Sul biroccino che portava alla sua azienda spiegò che avrei vissuto come i suoi figli (che studiavano, invece) e avrei avuto una camera da solo. C’erano più di cento tornature
a “larga” da coltivare ma non dovevo preoccuparmi, per me ci sarebbero state sei mucche da latte e quattro buoi da tiro. Dovevo alzarmi alle tre e lavorare con scrupolo, per il resto della giornata poca roba, l’importante era la stalla.
Però!… Però!… Però dovevo andar d’accordo con Cesare, suo padre, vecchio, ma il vero padrone e da rispettare, sempre! Non bisognava dirgli signor Cesare, non voleva, e
rispetto, sempre!
È da allora che so che quelli che dicono che le mucche sono stupide sono stupidi loro. Dopo il primo mese presero ad aspettarmi e avevano capito come mi organizzavo,
prima pulivo una posta, poi un’altra, poi un’altra e loro, che stavano sdraiate fino all’ultimo, quando era il momento di alzarsi non avevo nemmeno bisogno di chiamarle, facevano da sole.
Fare il garzone non mi piacque subito, lo devo dire, non per gli animali, noooh, soprattutto i vitelli che ti guardano con gli occhi fissi e se vedono che sei giovane anche tu, cercano amicizia, addirittura c’erano di quelli che volevano che gli dessi una botta con la mano sulla pelle, stavo a lavoragli vicino e si spostavano apposta. Non per gli animali, ma per la puzza. Dovevo togliere la paglia sporca e la lettiera, caricarla sulla carriola, portarla
nel letamaio, mettere quella nuova, dare da mangiare e da bere. Mi ci voleva un’ora per posta, certo a passo lento e a lavoro curato.
Cesare nell’inverno prese ad alzarsi alla mia ora e a venire nella stalla. Si portava una sedia e si metteva vicino alla porta. Basso, magro, tutto bianco, mi facevano soggezione i
suoi occhi chiari, acquosi, che mi guardavano dritto dritto. Pensai venisse lì perché in casa c’era freddo, noi eravamo sotto le colline e c’era un gelo e una neve, invece dopo
qualche mattina volle sapere il fatto del prete. Volle che gli raccontassi quella storia che disse famosa (Ah! Ecco! Suo figlio era venuto a prendermi apposta). Insomma, la maestra si era presentata a casa mia dopo che avevo terminato la sesta con ottimi voti: «Signora, vostro figlio è intelligente, fatelo continuare, sa mantenere gli impegni mandatelo a
scuola a Forlì». «Grazie, voi ci volete bene, ma già al quindici ho la credenza vuota, e, credetemi, arrivare al trenta ce ne vuole».
Allora intervenne don Gino, in pubblico disse che si era interessato e mi offriva di andare in seminario, una grande occasione.
«Don Gino vi ringrazio – ci avevo pensato da lunedì a sabato – ma non me la sento». «Guarda che è un affare», aggiunse. «Un affare?… Mah!», ribadii.
«Come?», offeso. «Non per voi don Gino, non per voi… Ma io studio per cinque anni e poi vi devo dare tutta la vita, bell’affare, don Gino».
Cesare prese a farmela raccontare ogni settimana. Si divertiva. Gli piaceva la chiusura che ripeteva parlando tra sé: «Bell’affare don Gino, bell’affare». Io mi allargavo, aggiungevo particolari, inventavo, si capisce.
Quando compii sedici anni, l’età per lui giusta, mi portò un giornale, un foglio spiegazzato e consumato che dovevo leggergli a voce alta e in gran segreto. Era scritto in piccolo e c’erano parole difficili che non capivo, internazionale, repubblica, repubblicani, cosa volevano dire? Chi le aveva inventate?
Lui ascoltava attentissimo. Lui conosceva Mussolini, eh! Che chiamava I Mussolini, il socialista e il fascista. Era anche andato ai comizi di Andrea Costa e aveva letto Mazzini, ma chi erano? E poi il giornale si chiama così perché esce tutti i giorni, invece Cesare lo cambiava ogni due mesi e anche di più, tanto che alla fine lo sapevo tutto a memoria.
Dopo che avevo letto mi dava una sigaretta che prendeva da un pacchetto che faceva comperare solo per me, da fumare lontano dal pagliaio e dal fienile. La cosa andò avanti. Mi fece leggere e rileggere anche gli articoli della Costituzione della Repubblica romana, che commentava. Intanto crescevo, m’irrobustivo, mi comperai un vestito intero per l’inverno e cercavo le ragazze, con la gratifica della grande trebbiatura del ’38 presi addirittura una bicicletta Legnano sport, nuova di zecca, mica usata come gli altri
miei amici garzoni.
«Portami a Rimini, ti faccio guidare la cavallina – avevo diciotto anni – prima che sia troppo tardi», e si riferiva ai discorsi dei suoi nipoti che andavano alle adunate del Fascio
(io ero dispensato per motivi di lavoro) e dicevano che oramai saremo entrati in guerra e che la Germania vinceva dappertutto.
Partimmo alle sei di mattina, “Tloch, tloch,tloch…. La cavallina andava al trotto aveva deciso lei, io tenevo le redini molli, e Cesare si abbandonava al dondolio del calesse e al ritmo degli zoccoli “tloch, tloch, tloch…”. Per la via Emilia c’eravamo solo noi. Attraversammo la piana gialla di grano maturo; solo più in là, sulla nostra destra, il
terreno prendeva a ondulare e c’erano peschi, viti, meli e le strade s’infilavano tra alberi alti e salivano fino a San Marino. Arrivati, ci fermammo in uno stabilimento a fare bagni di sole, con la sabbia che era già calda nei piedi. Io nuotai persino.
Poi mi portò a pranzo in un ristorante che sapeva lui, ci sedemmo uno di fronte all’altro, lui con il suo abito chiaro e io con pantaloni e camicia ordinari.
Scegliemmo pesce prezioso, ma il cameriere precisò che non potevo stare lì, lì non ci stavano quelli vestiti come me. Cesare lasciò parlare e poi disse che non gliene fregava un bel nulla.
Arrivò il padrone che fu sgarbato e duro perché i suoi clienti erano gente per bene, come si
poteva vedere alle pareti che avevano le fotografie del Duce a cavallo, in piazza, di corsa, in aeroplano, sul moscone, in nave… Io dovevo andare con quegli altri uguali a me, all’osteria, quel ristorante lì era quello preferito di Donna Rachele, lo sapevamo o no? Quello era il ristorante della famiglia del Duce, lo sapevamo o no?
Stavo già per alzarmi quando Cesare fece scivolare, non so quante lire, in mano al padrone che subito cambiò modo di fare, un po’ s’inchinò e per maggiore riservatezza (ma era per evitare che gli altri ci vedessero) fece portare un separé e restammo chiusi in un angolo.
Mangiammo pesci buonissimi accompagnati da un vino che si chiamava Verdicchio. Cesare parlò e rise molto: «Ah… Ah… Puttane!… Tutte puttane come Mussolini che
da socialista è diventato fascista… I soldi, i soldi fanno le puttane!… Puttana il pastore puttane le pecore… Ah… Ah… Ah…».
Con l’8 settembre feci parte dell’8ªGaribaldi che combatté su nelle colline di Forlì, poi della 28ª GAP. Non ero un partigiano adatto per la battaglia, preferivo il lavoro politico
e quei giornali che avevo letto mi servirono per i comizi del dopoguerra. Cesare non camminava già più e non mi venne a sentire, mai! (mori nel ’47). So che si tenne sempre informato, che parlava di me con passione e che il due giugno, quando vinse la Repubblica, scappò con la cavallina fino a Forlimpopoli e fece una terribile mangiata di ranocchi
Tratto da
Patria Indipendente

Don Camillo De Piaz

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Per la Libertà
Nel nome di Dio

Don Camillo De Piaz
Nato a Madonna di Tirano (Sondrio) il 24 febbraio 1918, deceduto a Sondrio il 31 gennaio 2010,
Frate partigiano.
I suoi funerali sono stati celebrati martedì 2 febbraio 2010 nella Basilica della Beata Vergine di Tirano dove abitava dal 1957 quando, su pressione del Sant’Uffizio, fu costretto a ritirarsi perché considerato "scomodo" a causa delle sue simpatie marxiste e del suo dialogo con i comunisti. Frate dell’Ordine dei Servi di Maria, era stato ordinato sacerdote a Vicenza nel 1941. Dal 1943 al 1945 aveva partecipato alla Resistenza, dedicandosi soprattutto all’assistenza dei perseguitati dai fascisti e alle loro famiglie e lavorando per l’uscita del giornale clandestino L’uomo. Tra gli animatori, in quegli anni, del "Fronte della Gioventù" (il movimento unitario antifascista, in cui confluivano giovani cattolici, comunisti e di altre formazioni politiche), nel dopoguerra don De Piaz ha svolto, con padre David Maria Turoldo, una importantissima attività culturale attraverso le iniziative della "Corsia dei Servi" e la produzione letteraria, sino a che nel 1996, per una ischemia cerebrale, non fu più in grado di leggere e di scrivere. Nel 2009 a don Camillo De Piaz, il Comune di Tirano aveva consegnato un diploma di "benemerenza civica". Negli anni il frate partigiano aveva presieduto Centri culturali nazionali e internazionali e importanti concorsi letterari. Nel 1973, Enrico Berlinguer gli aveva consegnato a Milano il "Premio Eugenio Curiel" con questa motivazione: "Sacerdote, militante antifascista, compagno di lotta di Curiel, ha saputo unire nel fuoco della Resistenza e nell’impegno civile dalla Liberazione ad oggi le aspirazioni convergenti di libertà e di progresso del popolo italiano espresse da componenti ideali diverse".

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Religiosi nella Resistenza

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Don Bartolomeo Ferrari

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Per la Libertà
Nel nome di Dio

Don Bartolomeo Ferrari

 

Nato a Genova il 15 agosto 1911, deceduto il 21 aprile 2007, sacerdote.
Don Berto, come lo chiamavano i partigiani, fu cappellano della divisione Mingo e raccontò le sue esperienze nella Resistenza nei libri "Sulla montagna con i partigiani" (1946, rieditato nel 2001), "Prete e partigiano" (1982); "Il ribelle" (1995). Fino al 2006 non mancò mai l’appuntamento con l’annuale commemorazione dell’eccidio alla Benedicta, per celebrarvi la Messa in memoria dei caduti. Voleva continuare a farlo, come testimonia il suo nome indicato come celebrante nei manifesti e negli inviti che annunciavano la manifestazione del 2007. Dopo la scomparsa repentina di don Berto, ai familiari è stato inviato un telegramma che dice: "L’Associazione Memoria della Benedicta si unisce al dolore dei familiari, dei partigiani e di tutti i cittadini amanti della libertà e della democrazia per la scomparsa di Mons. Bartolomeo Ferrari – don Berto, già cappellano della Divisione Mingo, che, con i suoi compagni di lotta, contribuì ad affrettare la conclusione della guerra con l’affermazione dei valori di pace, libertà e giustizia sociale che la nostra Repubblica ha posto a proprio fondamento. Cogliamo questa dolorosa circostanza per rinnovare e rafforzare il nostro impegno a trasmettere alle nuove generazioni la memoria di quegli eventi insieme al loro insegnamento di perenne attualità." Don Berto aveva partecipato al Primo conflitto mondiale. Nel secondo dopoguerra aveva aderito al PSI.

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Don Arturo Paoli

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Per la Libertà
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Don Arturo Paoli
le ioni [Israele]
Medaglia d’Oro al Merito Civile
Nato a Lucca il 30 novembre 1912, teologo della Liberazione,

 

Ordinato sacerdote nel 1940, don Paoli, teologo, ha passato gran parte della sua vita in giro per il mondo. Aveva cominciato nel 1954, quando gli era stato ordinato di prestare servizio sulle navi mercantili, per assistere gli emigranti. Ma il 25 aprile 2006, proveniente dal Brasile, don Arturo era a Roma. Un lungo viaggio, nonostante la venerabile età, per ricevere dalle mani di Carlo Azeglio Ciampi – nello stesso giorno in cui il Presidente della Repubblica ha consegnato la stessa decorazione ai parenti del defunto Gino Bartali – una Medaglia d’oro al merito civile. Dice la motivazione del riconoscimento, andato a don Paoli e ad altri tre sacerdoti lucchesi (don Renzo Tambellini, e gli scomparsi don Guido Staderini e don Sirio Niccolai), per l’impegno nel salvare la vita ai perseguitati dai nazifascisti, in particolare ebrei: "Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò alla costruzione di una struttura clandestina, che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa 800 cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà". Ritirato dalle mani di Ciampi il riconoscimento, don Paoli se ne è tornato a Foz do Iguacu, in Brasile, dove ha fondato nel 1987 l’«Associazione Fraternità e alleanza», per combattere nelle favelas la povertà e la prostituzione minorile. Negli anni, terreno della sua opera sono stati l’Argentina, l’Algeria, il Cile (dove i militari golpisti lo inserirono al secondo posto nella lista degli stranieri più pericolosi), il Venezuela e, appunto, il Brasile. L’opera di don Arturo Paoli – che è tra i numerosi italiani ai quali è stato riconosciuto, dai sopravvissuti alla Shoah, il titolo di «Giusto tra le Nazioni» – non sembra sia stata molto apprezzata dalle massime gerarchie vaticane che, nel dicembre del 2005, gli hanno praticamente impedito di aprire con un discorso la Marcia della pace di Trento.

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Don Antonio Rutar

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Don Antonio Rutar

 

Nato a Dresenza (Gorizia) il 29 maggio 1886, morto a Gorizia il 3 agosto 1983, sacerdote.
Ordinato nel 1910, don Rutar fu tra quei preti sloveni che difesero coraggiosamente il proprio "gregge" dalla oppressione nazionalistica del regime fascista nei confronti delle minoranze slave. Per questo, non solo fu perseguitato, ma nel 1934 fu mandato per due anni al confino a Monteleone di Spoleto (Perugia). Al suo ritorno a Gorizia, al sacerdote fu affidata la parrocchia di Pevma (dove sarebbe rimasto sino al 1972). Durante la Seconda guerra mondiale, don Antonio collaborò attivamente, a fianco dei suoi parrocchiani, con il movimento partigiano.
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