L’Opera dei Gappisti Fiorentini II°

I L GOVERNO di Badoglio aveva iniziato nell’agosto ’43 dopo aver subito lunghe pressioni da parte dei partiti antifascisti il rilascio dei detenuti politici. Subito apparve chiaro che la liberazione dei prigionieri, che procedeva lentamente per la necessità di stabilire la posizione e le responsabilità di ciascuno, era effettuata in base ad una discriminazione che distingueva i detenuti in antifascisti generici e antifascisti
specifici (1).
Quest’ultima categoria era costituita prevalentemente dai dirigenti comunisti, che furono rilasciati alla fine di agosto; il 23 partirono da Ventotene i maggiori esponenti del partito comunista, Scoccimarro, Secchia, ecc., con uno scaglione di comunisti di vecchia data fra i quali Alessandro Sinigaglia, che fece parte dei primi quadri dirigenti della Sezione fiorentina del P.C.I. (2).
Il loro arrivo sul continente portò ad un perfezionamento della organizzazione politica comunista, che durante i 45 giorni badogliani era andata ricostituendosi e diffondendosi, secondo le direttive che erano state elaborate in carcere e la cui attuazione era stata affidata a chi veniva liberato già da prima del 25 luglio. Tali direttive possono essere così sintetizzate: « Ogni comunista è il partito. Siccome il partito interpreta le aspirazioni più profonde del popolo, bisogna essere col popolo ed alla sua testa: se il popolo va soldato, compito dei comunisti è di andare con i soldati e svolgere opera di orientamento politico antifascista fra essi; se il popolo si dà alla macchia, bisogna organizzarlo in reparti militari per combattere il fascismo » (3).

La lotta antifascista dopo il 25 luglio

L’armistizio e l’invasione. tedesca chiarirono la situazione ambigua in cui il colpo di stato del 25 luglio aveva posto la Nazione. Subito dopo 1’8 settembre gli elementi più attivi del P.C. fiorentino provvidero ad una prima sistemazione del direttivo comunista, prevedendo le difficoltà del periodo di lotta clandestina che si stava aprendo. Giuseppe Rossi fu nominato segretario della Federazione fiorentina; Alessandro Sinigaglia, Faliero Pucci, Gino Tagliaferri vennero incaricati dell’organizzazione militare sotto la direzione del Sinigaglia, che, per le sue precedenti esperienze, appariva in quel momento il più adatto a tale incarico, conferitogli su scala regionale. Suo compito era quello di provvedere a radunare, equipaggiare e porre in condizioni di attaccare gli invasori, tutte quelle forze che lo sfacelo della monarchia aveva da un lato abbandonato a se stesse e dall’altro sensibilizzate alla lotta.
Fra i primi atti di Sinigaglia possiamo – citare l’invio di Romeo Landini ad Arezzo per organizzarvi la resistenza comunista e la stesura di un appello da rivolgersi alla cittadinanza, che poi — durante una riunione dei rappresentanti dei vari partiti — venne rimaneggiato ed apparve sul « Nuovo Giornale » del 9 settembre e su « La Nazione » del 10 settembre (4).
I tedeschi, entrati in città 1’11 Settembre senza colpo ferire, occuparono immediatamente la Questura, si impadronirono dell’archivio dell’ufficio politico e, validamente aiutati dai fascisti, cominciarono a rastrellare tutti gli « schedati », con particolare riguardo ai comunisti. Ad esempio Elio Chianesi, che doveva divenire uno dei comandanti dei GAP fiorentini, fu uno dei primi ad essere ricercato dalla polizia. Infatti, pochi giorni dopo l’ingresso dei tedeschi in città, alcuni agenti si presentarono a casa sua, in Via Fra Bartolomeo, invitandolo a recarsi con loro al Commissariato. Elio, però, riuscì a dileguarsi passando dal suo quartiere a quello di alcuni inquilini amici. Gli agenti, vistasi sfuggire la preda, condussero al Commissariato la moglie del Chianesi, che riuscì a farsi rilasciare, asserendo di non sapere dove si fosse rifugiato il marito dopo la fuga. All’uscita del Commissariato essa trovò ad attenderla Elio, pronto a costituirsi nel timore che l’avessero arrestata. La signora Chianesi esortò il marito a nascondersi prontamente per evitare la cattura: da questo momento iniziò la vita di Elio nell’organizzazione clandestina comunista, che del resto era già in piena attività. Infatti fino dal 12 settembre i primi nuclei partigiani comunisti, costituiti da elementi scelti dai dirigenti del partito fra i più adatti alle necessità del momento e fra coloro che erano più conosciuti alla Questura ed ai fascisti per la loro attività comunista, si stanziavano a Monte Giovi e a Monte Morello, dietro preciso mandato del comitato militare del P.C.
Negli ultimi giorni di settembre o ai primi di ottobre, anche a Marciola, nei dintorni di Roveta, si era costituito uno dei numerosi nuclei partigiani formatisi spontaneamente, del quale facevano parte Cesare Massai, Bruno Fanciullacci, Tebaldo Cambi ed altri. Mentre la formazione partigiana a Monte Morello dovette subire verso la metà di ottobre il primo rastrellamento, nel corso del quale cadeva il partigiano Checcucci ed i fascisti perdevano un uomo, Gino Cavari, il gruppo di Marciola, importante perché da esso dovevano uscire i primi comandanti operativi dei GAP fiorentini, poté continuare la sua organizzazione per tutto il mese di ottobre e la prima decade di novembre, fin quando, cioè, si spostò a Montagnana. Dalla nuova base la formazione entrò in contatto col Comando Militare del partito comunista a Firenze, che li pose in comunicazione con un alto gruppo partigiano, « Stella Rossa », organizzato da Faliero Pucci nei dintorni di Roveta. Effettuata la riunione delle due formazioni, venne progettato un colpo di mano sulla casa del fascio di Greve

Intanto in città l’oppressione nazifascista si estendeva e intensificava sempre più. Ai continui giri di vite alternati ad allettamenti, non corrispondeva un’altrettanta manifesta resistenza che incoraggiasse la popolazione ad unirsi per ostacolare i nazifascisti e scoraggiasse e intimorisse, almeno temporaneamente, questi ultimi. Infatti, dopo il grave colpo subìto con l’arresto del comando militare del C.T.L.N., avvenuto il 2 novembre 1943 ad opera della banda Carità, arresto al quale Sinigaglia si era fortunosamente sottratto, l’attività clandestina procedeva essenzialmente all’organizzazione degli sbandati dell’esercito e di coloro che si erano dati alla macchia per ragioni politiche, in reparti capaci di una coordinata attività militare.
In città Sinigaglia si occupava non tanto di favorire l’afflusso verso la montagna di armi, rifornimenti e ricercati, quanto di coordinare i rapporti delle varie formazioni fra loro e il centro. Contemporaneamente cercava di favorire e sollecitare le prime azioni di sabotaggio quale, ad esempio, la distruzione oltre Montevarchi di alcuni piloni dell’elettrodotto Firenze-Roma, studiata dai dirigenti del Fronte della Gioventù e da lui approvata, che doveva avvenire agli ultimi di ottobre o ai primi di novembre.-
Tuttavia tale azione non si poté compiere, come progettato, a causa di una interruzione dei contatti fra Sinigaglia e gli esponenti del Fronte della Gioventù, probabilmente in seguito all’arresto del comando militare del C.T.L.N. (6).
Inoltre Alessandro cercò di stabilire contatti con possidenti e industriali al fine di costituire una rete informativa e di reperire mezzi per le necessità della lotta clandestina (7). Però non esitava ad arrischiarsi personalmente: infatti, conoscendo la lingua russa, più volte si recò nelle vicinanze di un campo di concentramento posto fra Peretola e Campi, ove erano tenuti prigionieri militari russi, che egli — fingendo di amoreggiare con una compagna – esortava a fuggire per unirsi ai partigiani (8)

L’azione contro il Colonnello Gobbi

Fra gli ufficiali fedeli alla Repubblica di Salò, si era distinto il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del Distretto Militare di Firenze, che a mezzo stampa aveva ripetutamente invitato i militari del reparto a ripresentarsi e lavorava accanitamente perché il Distretto riprendesse la sua normale attività di costituzione di reparti militari da avviare al fronte. I dirigenti del Comando Militare della Brigata Garibaldi pensarono che eliminando il col. Gobbi, noto per il suo attaccamento al fascio repubblicano, come i suoi già ricordati appelli ai militari e la sua attività stavano a dimostrare, sarebbe stato possibile passare ad una fase di lotta più intensa, poiché sarebbero stati realizzati tre scopi essenziali: intimorire gli oppressori, mostrando loro che la Resistenza non era organizzata solo in montagna, ma che poteva raggiungerli fino in città, colpendo anche i più importanti di loro; vincere i diffusi e vivaci atteggiamenti attesisti che minacciavano di ostacolare l’azione dello stesso Comando « Garibaldi », mirando a lasciare che fossero gli alleati a trarci fuori dei pasticci; infine dare alla cittadinanza la prova che non era, sola nella bufera. Accanto a questi motivi di carattere generale, ve ne erano altri, secondari, più strettamente legati al caso particolare: colpendo il Gobbi, sarebbe stato paralizzato, almeno temporaneamente, il Distretto; così molti giovani avrebbero avuto maggiori possibilità di sfuggire alla coscrizione o al richiamo, la costituzione di nuovi reparti militari avrebbe dovuto subire una dura battuta di arresto, sarebbe stato giustiziato colui che aveva consegnato gli archivi del Distretto ai tedeschi (9).

Decisa l’azione contro il tenente colonnello Gobbi, furono fatti venire in città agli ultimi di novembre Bruno Fanciullacci, Faliero Pucci e altri elementi che davano sicure garanzie di esecuzione degli ordini ricevuti per la chiara consapevolezza della responsabilità morale che il movimento della Resistenza aveva nei confronti del popolo.
Guidati dal « Mongolo », Rindo Scorsipa, altro elemento che in seguito entrerà a far parte dei GAP fiorentini, i tre partigiani si appostarono nelle vicinanze dell’abitazione’ del col. Gobbi, in via Pagnini, e lo attesero lungamente sotto una pioggia torrenziale; ma quella notte il colonnello non rientrò e Fanciullacci, Pucci e i loro compagni dovettero rientrare subito in formazione senza aver concluso nulla. L’azione venne compiuta da altri circa una settimana dopo, il primo dicembre 1943. L’impressione per l’uccisione del col. Gobbi fu profonda in città ed ancor più lo divenne con la reazione delle autorità fasciste che, quale rappresaglia, ordinarono la fucilazione di cinque ostaggi, rei solo di non aver rinunciato alle loro idee neanche davanti alla violenza nazifascista; essi vennero prelevati dalle prigioni cittadine e fucilati al poligono di Tiro delle Cascine. Ma anziché intimorire la cittadinanza tale misura contribuì ad allargare ulteriormente l’abisso esistente fra il popolo e il governo repubblicano di Salò.
In tal modo i tre obbiettivi fondamentali che il Comando garibaldino si era proposto, furono raggiunti: gli attesisti subirono un colpo decisivo; il risentimento- popolare verso gli oppressori tedeschi e i traditori italiani si rafforzò e si estese ulteriormente; un’atmosfera di terrore si diffuse fra i fascisti, come ci attestano la rappresaglia per l’uccisione del colonnello Gobbi e la serie di « operazioni di polizia » intraprese per stroncare la Resistenza a Firenze e nei dintorni.
Durante una di tali azioni le forze fasciste, probabilmente indirizzate da una delazione, si scontrarono il 7 dicembre, nei dintorni di Greve, in località Stambella, col reparto partigiano di cui Fanciullacci, Pucci e Massai facevano parte. Lo scontro fu breve: la formazione si disimpegnò e ripiegò verso S. Donato in Poggio, senza riportare perdite; solo Fanciullacci e qualche altro ebbero leggerissime ferite. A S. Donato in Poggio il gruppo si unì ad una formazione partigiana ivi esistente, con la quale, in un secondo tempo, si fuse.

L’organizzazione in città

Alcuni giorni dopo il trasferimento a S. Donato in Poggio della formazione cui appartenevano Pucci, Massai e Fanciullacci, gli ultimi due lasciarono la montagna e scesero in città, richiamati dal Partito, che considerando i risultati positivi conseguiti con l’azione Gobbi, ritenne giunto il momento opportuno per portare la battaglia in città, costituendo un reparto speciale, militarmente autosufficiente, che perseguisse costantemente quei fini generali, che avevano dettato l’azione contro il colonnello Gobbi (10).
Il compito non era facile, poiché si trattava di intraprendere un tipo di lotta di cui nessun componente del Comando « Garibaldi » fiorentino aveva esperienza; era necessario costituire dei servizi, con caratteristiche e scopi ben precisi: stabilire i contatti ed i canali normali mediante i quali giungessero al comando operativo dei GAP le disposizioni del comitato direttivo comunista per le azioni da compiere, studiare itinerari e orari abituali di coloro che dovevano essere colpiti per poter decidere il momento più favorevole all’azione, far giungere le armi necessarie sul posto dell’azione per non far correre ai gappisti il rischio di incappare in un posto di blocco con le armi indosso, far giungere in città gli esplosivi, necessari alla fabbricazione di bombe, senza farli cadere in mano nemica, far conoscere i risultati delle azioni ai dirigenti evitando di farli incontrare con coloro che le avevano compiute. Ed ancora: addestrare i gappisti all’uso della pistola, unica arma che era possibile usare in città, ed a piazzare le bombe nel modo più conveniente, mantenere questi uomini, che non potevano recarsi troppo spesso alle loro case, per non sottoporre i familiari al pericolo di rappresaglie e che, quindi, dovevano vivere randagi, e suddividerli in gruppi sconosciuti gli uni agli altri in modo da evitare la caduta di tutta l’organizzazione in seguito ad eventuali delazioni o per confessioni di arrestati, possibilità, questa ultima, da non escludere per il trattamento che l’ufficio politico della 92° Legione, diretto dal Maggiore Carità, riserbava a tutti coloro che partecipavano ad attività contrarie al nuovo, regime.
Tale rischio faceva sorgere la necessità di accogliere nei GAP solo uomini provati, disposti ad affrontare ogni pericolo ed ogni tortura. E tali qualità, unite ad una approfondita preparazione -politica, dovevano trovarsi in misura maggiore nei comandanti, dalle cui capacità dipendeva, soprattutto nel primo periodo, il consolidarsi ed il perfezionarsi della nuova organizzazione. Tenendo presenti queste esigenze il Comitato direttivo del P.C.I. stabilì di affidare l’organizzazione generale dei GAP ad Alessandro Sinigaglia ed il comando operativo a Cesare Massai ed a Bruno Fanciullacci. In un secondo tempo entrò nei GAP Elio Chianesi, che si mise ben presto in luce per il suo alto senso di responsabilità ed il suo coraggio cosciente.
Di Alessandro Sinigaglia, Bruno Fanciullacci ed Elio Chianesi, tutti caduti nel corso della lotta e decorati di medaglia d’argento al V.M. il primo e di medaglia d’oro al V.M. gli altri due, è opportuno conoscere le esperienze di vita e di lotta, attraverso le quali avevano raggiunto quella forza di carattere e di volontà, che valse a far loro conferire dal Partito Comunista un mandato di tanta responsabilità.

Per conoscere meglio questi Uomini consiglio leggere questi libri

Bruno Fanciullacci
Gianni Zingoni – La lunga strada
Vita di Bruno Fanciullacci
Nuova Italia editrice
Aldo Fagioli – Partigiano a 15 anni
Alfa edizioni Firenze
Carlo Francovich – La Resistenza a Firenze
La nuova Italia

Elio Chianesi
Dall’Antifascismo alla resistenza
A cura di Ivano Tognarini
Edizioni Polistampa 2008
La Resistenza a Firenze
Di Carlo Francovich
Edizioni La Nuova Italia 1962

Alessandro Sinigalia
Negro Ebreo Comunista
Di Mauro Valeri
Edizioni Odradek
Carlo Francovich –
La Resistenza a Firenze
La nuova Italia

Segue……
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