L’agguato al Ponte alle Grazie – !° Parte

L’AGGUATO DEL PONTE ALLE GRAZIE

1° parte

Sin dai primi giorni di luglio, la nostra scorta di bombe a mano si era molto assottigliata, fu allora che a Frana venne l’idea di fare la borraccia Sinigaglia.

Tenendo conto del grande quantitativo di plastico C4, Gino, Frana e Lupo, si misero a riempire con il plastico alcune borracce; poi le armarono con un detonatore e sette–otto centimetri di miccia a lenta combustione capace di far scoppiare l’ordigno in circa sei secondi.

A collaudare le borracce andarono sul Passo del Sugame. Tenendo conto che l’ordigno pesava più di un chilogrammo, Lupo molto robusto si offrì di lanciarla lui. Sentirono un motore che ronfava, calcolarono che doveva essere vicino, accesero la miccia pronti a gettare la borraccia sull’automezzo che sarebbe apparso dalla curva, sennonché si accorsero che era un’autoambulanza; con coraggio non comune, con i denti Lupo riuscì a tirar via gli ultimi due centimetri di miccia che gli poteva far scoppiare il tutto in faccia.

In relazione all’esperienza fatta, si appostarono più vicini alla curva in modo da vedere bene e per tempo l’automezzo che veniva su. Quando videro che questa volta era un camion, accesero la miccia di un’altra borraccia e Lupo la lanciò sull’automezzo, che dopo pochi metri esplose. I tedeschi tutti morti, il camion ridotto in rottami.

La borraccia Sinigaglia aveva superato gli esami!

Gracco parlò nell’ora politica della sua elezione a CM e di come d’ora in avanti doveva funzionare la Brigata. Ascoltate le parole di Gracco, ero incerto, se prendere la parola, perché in effetti Gracco aveva centrato il problema e restava ben poco da dire, poi i compagni cominciarono a scandire il mio nome, e quindi mi toccò parlare.

Dopo brevi parole di introduzione affermai con forza che ero consciamente d’accordo con quanto aveva dichiarato Gracco.

“Sono molto amico di tutti voi. Ci siamo conosciuti fin dal primo giorno della vostra venuta in montagna e insieme abbiamo superato dure prove. Oggi voi, all’unanimità, mi avete eletto CP della Brigata, ed io sento sulle mie spalle tutto il peso di questa responsabilità, così come sento tutto l’affetto, la fiducia e la stima che voi avete voluto darmi in questa vostra scelta. Nonostante tutto ciò, sarò molto duro con voi tutti, sarò molto esigente, vorrò molto da voi. Dobbiamo tutti insieme rafforzare la Brigata, farla divenire sempre più una ‘forza vincente’. “In tutta la nostra attività, voi dovete pretendere da me il massimo dei risultati. Voi dovete pretendere che io sia sempre all’altezza della situazione.

Se non lo sarò, o quando non lo sarò, avete il vostro voto, nell’ora politica, per sostituirmi, con un altro compagno più bravo, più sensibile e capace di me. Sarò contento perché capirò che avrete fatto una scelta giusta nell’interesse di tutta la nostra collettività. “La nostra democrazia interna andrà sempre più allargata, approfondita e capita, per divenire più cosciente, parte integrante in ognuno di noi.

“La nostra forza, compagni, poggia soprattutto sulla fede antifascista, sulla conoscenza di ogni problema, e sulla consapevolezza che noi stiamo combattendo, sia pure nelle posizioni più avanzate, la stessa battaglia che sostengono le masse popolari di tutto il mondo, per la libertà e la democrazia. “Abbiamo perciò tutti, il dovere di perfezionare le nostre capacità militari, ed abbiamo il preciso dovere di migliorarci politicamente discutendo assieme, dando un carattere sempre più unitario e democratico alla nostra Brigata.

“Questo è il compito di tutti noi, ma innanzitutto è il compito dei Commissari Politici di compagnia, di distaccamento, di squadra, di nucleo. “Riunirò tutti i CP e con loro cercherò di eliminare difetti, impostazioni democratiche, settarismi, ricordando sempre a tutti, che un CP non è un CP di un partito o per un partito, ma per tutti i partigiani, di qualunque credo politico o fede religiosa. “Ci sono alcuni CP nella nostra Brigata che credono che la loro funzione consista soltanto nel dare esempio di coraggio e di combattività; è una cosa lodevole questa, ed io ne sono fiero, ma ciò non basta: il CP deve esser vicino ad ogni partigiano del suo reparto, guadagnarsi la sua fiducia, estendere la democrazia, affrontare i problemi della vita di ogni giorno, in modo collegiale e democratico.

“Ci sono dei CP, pochissimi per fortuna, che negli ultimi tempi si sono insuperbiti e non prestano talvolta orecchio alle critiche che gli vengono rivolte, ai suggerimenti che spassionatamente gli vengono dati, interpretandoli come infrazioni alla disciplina, o diminuzione della loro autorità. “Ora è tempo di correggere questi errori ed altri che ci saranno e noi li correggeremo nella riunione che appositamente farò. Non basta, occorre sempre il vostro collegiale e democratico controllo, la vostra critica che rafforza e corregge.

“Grazie compagni per la fiducia e la stima concessami.”

Terminato di dire quelle poche, ma sincere parole, mi misi a sedere in terra, appoggiando la schiena ad un albero, per riflettere su quegli ultimi avvenimenti. Certo la grande prova di fiducia e di stima dimostratami, così sincera da parte di tutti i componenti della Brigata, mi rendeva felice e difatti sentivo su di me tutto l’affetto espresso dai miei compagni e contemporaneamente, alla fiducia e alla stima, sentii tutto il peso della responsabilità e dei gravosi compiti che mi stavano davanti e allora mi posi sinceramente la domanda:

“Sarò all’altezza dei compiti che mi spettano?”

“Sarò quello che loro si aspettano da me?”

“Avrò bisogno di tanto aiuto, chi mi darà questo aiuto?”

“Di fronte a certe scelte da fare, chi mi aiuterà a scegliere?”

“Chi mi suggerirà la via migliore da prendere e da suggerire e proporre?”

Rimasi a riflettere, a occhi chiusi, fra me e me, poi le risposte giuste mi vennero in evidenza una per una:

“Loro, tutti loro, che mi avevano eletto, mi avrebbero aiutato, mi avrebbero suggerito le soluzioni migliori, mi avrebbero aiutato a scegliere le vie più giuste.”

E questo l’avrei sempre avuto e ottenuto, se avessi mantenuto con loro un legame profondamente democratico. Pertanto il mio compito primario era quello di estendere al massimo la “democrazia interna” di tutto il collettivo di uomini che costituivano l’intera Brigata, così potevamo avere una reale attività collegiale, capace di aiutare tutti, e quindi capace anche di dare a ciascuno di noi, il contributo di tutti. In questo modo i miei limiti, le mie lacune, potevano essere superate e colmate dal contributo che ogni partigiano mi poteva dare, in modo che io potessi essere all’altezza della situazione, e in grado di ben assolvere i miei compiti e i miei doveri.

Con questi intendimenti e questi propositi, potei accettare in me stesso, con una certa serenità l’incarico al quale ero stato eletto. Per render possibile sotto ogni aspetto, quanto mi ero promesso di fare, e anche per correttezza politica, decisi di lasciar subito l’incarico di responsabile del PCI, che all’interno della Brigata avevamo organizzato con una grossa cellula che contava come iscritti al partito il 30% del totale dei partigiani.

Poiché a quell’epoca la brigata era composta da circa seicento uomini, gli iscritti al PCI erano circa centottanta. Fino ad allora, avevamo eletto, dai minimi gradi fino ai gradi più elevati, compagni partigiani che noi sceglievamo fra coloro che si erano distinti per coraggio, intelligenza e spirito d’iniziativa. Costoro avevano l’adesione della stragrande maggioranza dei partigiani.

Né il centro del partito a Firenze, né la delegazione per la Brigata Garibaldi venivano consultati. Erano scelte del nostro collettivo (costituito da tutti i partigiani della Brigata) che con stima ed affetto, proponeva, votava ed eleggeva durante l’ora politica. Il fatto che talvolta venisse mandato da Firenze un ufficiale, il quale doveva essere eletto nel Comando di Brigata con un preciso ed importante incarico, non veniva compreso fino in fondo. Ci pareva un’imposizione, come se il nostro giudizio collettivo non contasse proprio più nulla, e che nella formazione partigiana non ci fosse nessuno capace di ricoprire quell’incarico.

I partigiani dicevano: “Per quelli di Firenze fra i partigiani non nascono comandanti, questi nascono nei comodi letti a Firenze. Il mondo è tutto sbagliato?”

Il fatto sconvolgeva ed urtava il nostro modo collegiale di agire, il metodo largamente democratico che fino allora avevamo usato. È vero che verso gli ex–ufficiali, salvo eccezioni, avevamo una certa prevenzione. Nel corso della nostra attività, avevamo fatto cattive esperienze in questa direzione. Anche l’ultima esperienza fatta con quegli ufficiali del 133° Battaglione del genio, che dopo la battaglia erano passati con noi per affrontare la vita e l’attività partigiana, era stata un’esperienza negativa: erano quasi tutti scappati via, durante l’attacco tedesco a Pian d’Albero.

In pratica è onesto dire che, in generale, gli ufficiali abituati a vivere abbastanza comodamente nelle caserme, mal si adattavano ad una vita così disagevole. Inoltre, alcuni di questi ufficiali, credevano di fare la guerriglia, seguendo scrupolosamente gli schemi di battaglia imparati nelle accademie militari.

La nostra era una strategia poco ortodossa che si basava sempre sul fattore sorpresa, sulla realtà del momento e soprattutto sul movimento, quindi aveva sempre bisogno di “intelligenza tattica”, di tempismo, capacità di valutazione, prontezza di riflessi e mobilità esasperata. Ebbene Gracco, fin dal primo momento, si dimostrò diverso da quegli ufficiali con i quali avevamo fatto cattive esperienze.

Era un ragazzo semplice (in due, lui ed io non superavamo i quarantacinque anni) che con semplicità si legò ai vecchi compagni di partito e ai compagni partigiani con più anzianità di servizio, chiedendo con una semplicità che a volte sconcertava, consigli, idee ed elaborazioni. Con la sua onesta semplicità, conquistò gli anziani e i più giovani partigiani e noi compagni di partito agevolammo tutto ciò, perché capimmo che avremmo avuto un ottimo comandante militare, perciò gli demmo e gli facemmo dare tutto l’appoggio e la collaborazione che meritava.

Così ebbe l’affetto di tutti i partigiani. Sì, dico affetto, perché praticamente la Brigata, almeno la nostra, era come una grande famiglia ove tutti ci volevamo bene. L’affetto era come un grosso e forte mastice, che teneva uniti tanti uomini diversi per carattere, per abitudini e per cultura.

Con Gracco andavo molto d’accordo e non ci furono mai screzi fra di noi. Quando venne il giorno della votazione lo eleggemmo CM di brigata con piacere, perché ormai Gracco era diventato uno di noi. Un altro ufficiale che godeva di tutta la nostra stima, fu Chimico che avevamo eletto Ufficiale addetto al Comando.

Chimico, soprannominato così perché dottore in chimica, conte, ex glorioso ufficiale di marina, monarchico, perché voleva mantenere fede al giuramento fatto al Re, fraternizzava con tutti i partigiani, contadini, collaboratori; lacero, barbuto, anch’egli con uno spirito di uguaglianza che stupiva. Unico nobile di tutta la divisione Arno, riuscì a nobilitare veramente la nobiltà italiana, di cui egli era l’unico rappresentante, con le sue doti eccezionali di combattente e di uomo.

Un altro ufficiale che godeva di tutta la nostra stima, era il capitano medico Domenico Ventura “Alì” che avevamo eletto capo dei Servizi Sanitari.

Sempre disarmato con la sua borsetta di pronto soccorso a tracolla e la fascia della Croce Rossa al braccio correva ove più grave era il pericolo perché lì potevano venir colpiti i “suoi partigiani”. Fu una grande figura di uomo e di patriota.

L’altro ufficiale che godeva di tutta la nostra stima e del nostro affetto era Apo. Reduce dal fronte greco, era lì nella zona ad organizzare i rifornimenti alimentari per la Brigata e si manteneva per noi in collegamento con tutti i proprietari delle fattorie della zona, dai quali otteneva anche precise informazioni sui movimenti tedeschi. Apo era sempre in giro da solo per noi, in mezzo ai tanti pericoli, specie quello di esser catturato, torturato e impiccato.

Apo purtroppo in un secondo tempo fu richiesto da Potente per andare a far parte del Comando di Divisione, disposizione che noi accettammo anche se ci dispiacque tanto lasciarlo. Nonostante che in quel periodo fossimo impegnati per portare avanti tutti gli aspetti organizzativi della Divisione e della Brigata, nessuna azione di guerriglia venne trascurata.

Nel mese di luglio le azioni di guerriglia vennero intensificate per due motivi essenziali: il primo perché il numero dei partigiani era aumentato e quindi si potevano fare più azioni in un giorno; il secondo perché si era già sul fronte di guerra e ci trovavamo in stretto contatto con i tedeschi che dovevano essere colpiti. Per quanto riguarda il carburante che vedevamo passare in lunghe colonne di camion o autobotti, la parola d’ordine venne pronunciata in questi termini:

“Non un litro di benzina ai tedeschi!”

Le azioni di guerriglia divennero ogni giorno più difficili, perché nonostante facessimo diversi danni e prigionieri, ci venimmo sempre più a trovare in uno spazio che giorno dopo giorno si stringeva, fra la riva sinistra dell’Arno ed il fronte tedesco.Fu in una di queste azioni che Nonno rimase ferito ad un piede. Anche Ivan, Commissario Politico dei Sovietici, ferito a Pian d’Albero stava molto male, in quanto i nostri due medici, con i pochi mezzi che avevano,non riuscivano a guarirgli la brutta ferita che aveva al polpaccio.

Era un problema che ci preoccupava molto, quindi attraverso l’efficientissimo Segrè chiesi all’organizzazione di Firenze del CTLN, Delegazione o Partito, un mezzo motorizzato che avesse l’autorizzazione di passare i vari posti di blocco, per portare i due compagni feriti a Firenze, dove l’organizzazione clandestina aveva più di noi la possibilità di nasconderli e farli curare dai medici attrezzati.Due giorni dopo al mattino arrivò un’autoambulanza, guidata da un autista, che aveva tutte le carte in regola per circolare, accompagnato dal nostro Segrè.

Così arrivammo al momento degli “arrivederci a presto, ci rivedremo a Firenze”.

A quel punto feci cenno a Nonno di salire sull’auto ma Nonno, si irrigidì,affermando che lui non sarebbe mai andato via. Allora mi rivolsi a Nonno, dicendogli: “Nonno, tu sei il Vice Commissario Politico della brigata. Tu ed io siamo riusciti ad instaurare un’autodisciplina sentita e voluta da tutti. Inogni circostanza ci siamo sforzati di essere d’esempio. “I compagni ti amano, ti rispettano per le tue sofferenze passate e presenti. Tu come VCP della brigata, devi andare a Firenze. Questo è un mezzo sicuro.”

“Mai”, protestò Nonno, “non abbandono i miei compagni nel pericolo, non sono un vigliacco.”

“Tu sei un esempio per tutti”, replicai io, “e proprio per questo devi eseguire l’ordine.”

Si mise a piangere a dirotto.

“Giannino, non me lo fare! Lasciami con te! Ti sarò sempre accanto, non mi mandare via.”

“Nonno, lo sai perché siamo l’unica formazione partigiana che è uscita dal lungo rastrellamento del Falterona senza un ferito o un caduto? Questo è accaduto perché per giorni e giorni abbiamo marciato o corso senza riposo e senza mangiare, lontani da casa, da tutto. Ti ho avuto sempre accanto e quando non ce la facevo più mi dicevo che se ce la fa questo vecchio compagno devo riuscirci anch’io. “Ho bisogno di te e a Firenze combatteremo insieme.”

Nonno a queste parole singhiozzava e continuava a dire: “Io rimango qui con te!”

A quel punto non mi restò che dire:

“Nonno, tu per vent’anni hai sempre eseguito le direttive del partito, anche se questo voleva dire andare in carcere per tanti anni. I dirigenti del partito di Firenze ti ordinano di andare da loro perché vogliono farti curare.

“Io qui, come tuo CP, ti prego di andare perché è vero che entreremo per primi a Firenze ma lì a Firenze tutta la nostra divisione, le Brigate GL, le SAP, i GAP, dovremo combattere per settimane per liberare tutta la città.

“Nonno ed Ivan, andate, farò conservare a Vladimiro i vostri Sten e le vostre pistole; appena entreremo a Firenze vi saranno riconsegnate.”

I due piangendo salirono sull’auto, poi mi fecero segno di salire e mi baciarono inondandomi di lacrime.

“Arrivederci compagni”, dissi loro, “è stato un onore conoscervi e combattere insieme!”

Scesi e la macchina si mosse, allora mi dissero dal finestrino:

“Ci rivedremo, vero?”

“Sì che ci rivedremo, sì!”

Fui fermato da Garibaldi (responsabile per la cucina) che mi chiese con tanto calore di passare ad un reparto combattente. In cucina lo avrebbe sostituito Toro. Lo guardai commosso e con tanto affetto: era da mesi che era in montagna a fare il partigiano. Aveva fatto parte della formazione comandata dal Tenente Gino Volpi e dal brigadiere dei carabinieri Remo Sottili e avevano sostenuto dure battaglie tra l’inverno e la primavera del ’44. Lo abbracciai e gli detti il mio assenso. Così in tutte le azioni lo ebbi sempre vicino.

Nel pomeriggio di lunedì 3 luglio cambiatomi con gli abiti eleganti di Romero e con una sua bicicletta andai verso Firenze per arrivare prima del coprifuoco ed essere in condizioni il mattino dopo alle sei e trenta di incontrare Giobbe ed alcuni compagni del centro per dare loro le coordinate per un lancio aereo degli alleati.

Questa volta mi indirizzai verso la casa dei miei cugini Daria e Giulio Pastacaldi in via S. Spirito, 41 dove avevo sempre mandato Pevere quando si recava a Firenze.

Cominciai a salire le scale quando su un lungo pianerottolo mi incontrai con Giulio e Gambero mi disse subito che non gli era stato possibile tornare da noi perché insieme ad altri che non conosceva fu trattenuto fino al mattino. Lo lasciarono andar via sulla rotabile che porta alla Rufina dopo avergli sequestrato la bottiglia dell’olio e tutti i soldi che aveva addosso. Aveva domandato a Ricciolo dove eravamo. Ma siccome non eravamo più a Monte Giovi lui non ritornò.

Sarebbe tornato solamente se si tornava sul Monte Giovi. Gambero mi raccontò subito che suo fratello Giorgio, con bottega di vetraio in Borgo La Croce, quella mattina aveva ricevuto una telefonata con la preghiera di avvertirlo di trovarsi alle ore ventuno all’Albergo Arno sui lungarni, perché un compagno della “Università Carceraria” aveva da dirgli tante cose.

L’albergo era lì vicino, sui lungarni. Così loro, pacifici e tranquilli, stavano andando all’appuntamento. Gambero si portava dietro Giulio, che era suo cugino, perché erano legati da tanta amicizia. Subito li sconsigliai di andare, facendogli presente che tutto questo aveva proprio il sapore di una trappola, tanto più che l’albergo Arno era frequentato da fascisti repubblichini e tedeschi.

“Ma capisci”, mi interruppe Gambero, “che questo è un compagno serio e se mi ha telefonato vuol dire che ha bisogno di me, di vedermi, di parlarmi.”

“E chi ti dice che abbia telefonato lui?”, risposi io.

“Ma chi vuoi sia stato?”

“Scusami Gambero, ti dico questo: anche se tu ci avessi parlato di persona, ti direi lo stesso di non andare.”

“Ma perché?”, ripeté lui.

“Perché potrebbe essere in mano alla Gestapo, torturato e quindi crollato e costretto a fare queste telefonate ai comunisti che conosce. Non è il modo di procedere di un comunista, abituato alle rigide norme della clandestinità, il suo. L’affare puzza, per me c’è proprio la mano della Gestapo che, come si sa, usa codesti mezzi.

“Noi non usiamo il telefono, riconoscilo; il telefono e l’albergo non legano con i nostri metodi.”

“Ma se fosse lui, lo vorrei rivedere, potrebbe aver bisogno di qualcosa”, replicò Gambero.

Visto che non avrebbe ceduto lo consigliai di telefonare da piazza Nazario Sauro dove c’era un telefono pubblico.

“Telefonagli, senti cosa vuole o propone, intanto lo potresti riconoscere dalla voce e da quello che dice. Se è lui, rimanda con una scusa l’appuntamento di ventiquattr’ore. Così io domattina chiederò informazioni in merito al centro di partito. Però non parlate per telefono più di tre minuti e una volta telefonato tornate subito a casa.”

“Facciamo così”, dissero i due.

“Bene, allora voi tra dieci minuti al massimo siete a casa. Vi aspetto e ci metteremo d’accordo per la giornata di domani.”

I familiari di Giulio erano miei parenti, mi accolsero con piacere, mi dettero degli abiti asciutti e si impegnarono ad asciugarmi quelli bagnati. Intanto i minuti passavano ed io aspettavo impaziente il ritorno dei due compagni. Pioveva a scroscio, si sentiva l’acqua battere sul tetto.

L’ora del coprifuoco era vicina e i dieci minuti promessi erano passati da altri dieci minuti. Compresi che il ritardo era così forte che non poteva essere casuale, qualcosa era avvenuto, forse l’arresto di entrambi.

Mentre facevo queste riflessioni sentii, tra lo scrosciare dell’acqua, lo stridere dei freni di una macchina, che mi sembrò si fosse fermata lì vicino. Allora mi alzai di scatto e davanti agli occhi esterrefatti dei familiari, feci scomparire ogni traccia di me. Poi, dopo aver ordinato di distruggere quanto di compromettente ci fosse stato in casa, afferrai la scala che era appoggiata ad una parete della cucina e mi slanciai in terrazza, incurante dell’acqua che veniva a diluvio. Gridai a Daria, moglie di Giulio, di venirmi dietro e, salito sul tetto le dissi: “Rimetti al suo posto la scala e asciugala!

Domattina alle ore cinque e trenta, se non ci sono impedimenti, rimettila che io scendo; così esco appena hanno tolto il coprifuoco.”

Mentre le dicevo questo si sentì il campanello di strada squillare violentemente.

Rimasi fermo, immobile guardandomi intorno e vidi vicino al tetto ove mi trovavo, una piccola terrazza coperta. Se mi fossi rifugiato lì sarei stato al riparo da quella noiosa pioggia che mi aveva già bagnato come un pulcino. Già sulle scale si sentivano molti passi e siccome il pezzo di tetto ove io mi trovavo, era proprio sopra la porta d’ingresso che dava sulla terrazza, rimasi il più immobile possibile per non fare rumore Se chi entrava avesse alzato gli occhi mi avrebbe visto.

Proprio in quel momento la porta veniva spalancata con furia e parecchi uomini vestiti in borghese si precipitarono dentro, urlando: “Gestapo!”

Non ebbi più dubbi: Gambero e Giulio erano stati arrestati e adesso erano venuti gli esperti per fare la perquisizione. Forse cercavano anche me, forse la casa era già sorvegliata e quindi sapevano della mia presenza lì, e prima di andarsene via a mani vuote, gli uomini della Gestapo avrebbero frugato anche sui tetti.

Mentre essi perquisivano le stanze interne, mi lasciai scivolare verso la terrazza coperta, entrai dentro aspettando da un momento all’altro di vederli venire a controllare le terrazze che loro vedevano assai bene dal dentro della casa. Ma quella sera i tedeschi non mi cercavano ed erano venuti solo per fare la perquisizione. Quella notte poi ebbi un alleato prezioso nella pioggia, i nazisti non pensarono ai tetti in una notte infernale come quella e così dopo aver rovistato la casa per quasi due ore, se ne andarono.

Sentii la macchina ripartire e mi sentii tranquillo per un attimo; poi pensai che i nemici potevano ritornare e decisi di non lasciarmi prendere dal sonno. Anche perché la terrazza coperta non era del mio cugino ma di un altro inquilino.

Le forze, per la marcia fatta e per la tensione nervosa sopportata stavano per abbandonarmi, ed allora mi distesi in terra, attraverso la porta in modo da impedire l’accesso alla terrazza. Chi voleva entrare anche se dormivo, mi doveva svegliare e quindi avrei avuto tutto il tempo per scappare.

Prima di addormentarmi mi misi a pensare come mi sarei dovuto comportare il mattino dopo. La casa era senz’altro sorvegliata dalla polizia tedesca o dai repubblichini, quindi non potevo andare all’appuntamento con Giobbe in piazza d’Azeglio, altrimenti mi sarei portato i poliziotti dietro e Giobbe che era un comunista schedato, sarebbe stato subito riconosciuto. La cosa migliore era di tornare direttamente in montagna.

Dopo pochi minuti dormivo profondamente, senza sentire neanche più l’acqua che scrosciava ancora con insistenza. Verso l’alba, un battito sulla doccia mi svegliò di scatto, era Daria che mi diceva di scendere. Lungo il muro aveva appoggiato una scala.

Scesi giù, mi cambiai, rimettendomi gli abiti con i quali ero venuto a Firenze e in pochi minuti fui pronto per uscire. Volevo uscire da quella casa per non compromettere nessuno. Detti qualche istruzione ai familiari per l’arresto del loro congiunto e per Gambero, li salutai e cominciai a scendere le scale riflettendo: temevo di essere arrestato proprio sul portone di casa. Anch’io ero un comunista schedato e ricercato dalla polizia.

Sulla soglia rimasi un attimo fermo, poi uscii con lentezza. Era da poco passata l’ora del coprifuoco. Nella strada non c’era gente, soltanto a pochi metri dal portone, c’era una grossa macchina scura ferma con parecchia gente a bordo. Mi incamminai a destra verso il Ponte alle Grazie. È la polizia, mi dissi, cercando di camminare nel modo più disinvolto possibile.

La mia supposizione fu rafforzata, quando la macchina si mise in moto lentamente e poi si fermò quando era a poco più d’un metro dalla mia schiena. Continuai a camminare sul marciapiede di destra andando verso il Ponte alle Grazie, senza mai voltarmi e la macchina ripeté tre, quattro volte quella manovra. A che scopo mi seguivano in quel modo?

Pensai subito che il loro scopo non era l’arresto: “Forse mi vorranno far fare una brutta fine”, pensai. La macchina si era fermata ancora una volta dietro di me. Pur camminando disinvolto, attendevo da un momento all’altro qualcosa d’improvviso. Continuai a camminare, ora la macchina era rimasta piuttosto indietro, ero sul Lungarno Torrigiani e mi stavo avvicinando al Ponte alle Grazie.

Quando fui a pochi metri dal ponte la macchina si mise in moto a grande velocità e un metro prima di curvare a sinistra sul Ponte alle Grazie e scendere giù per via de’ Benci, un colpo d’arma da fuoco mi passò a qualche centimetro dall’orecchio sinistro.Fulmineo mi buttai a terra come morto, mentre una raffica di mitra sparata mentre la macchina curvava sul ponte, passava a pochi centimetri dal mio corpo.

La macchina proseguì la corsa, era la mattina del 4 luglio ’44 verso le ore cinque e quaranta. La scena era stata così fulminea che quei cani ebbero la sensazione netta di avermi tagliato in due, invece quel colpo di pistola fu la mia fortuna. La strada continuava ad essere deserta. D’un balzo fui in piedi e mi gettai di corsa verso San Niccolò; le stradine strette, a differenza dei Lungarni, avevano quasi sempre i portoni aperti.

Correvo con il cuore in gola e mentre correvo mi tastavo il corpo illeso e mi convincevo sempre più di averla scampata bella. Compresi subito che chi mi voleva morto (a cinquantaquattro anni di distanza ancora lo ignoro) avrebbe immediatamente saputo che non mi avevano ucciso e quindi avrebbero raddoppiato la sorveglianza, specie in periferia, così decisi di confondermi con la gente e presi a tal fine il tram che portava a Grassina. Anche sul tram presi le mie precauzioni e mi misi vicino al predellino, in modo da saltar giù di sotto in qualsiasi momento.

Ma tutto andò bene.

Da Grassina per scorciatoie e passi montani, con una marcia di sette ore arrivai al mio campo partigiano, contento di essere ancora vivo. È chiaro che quell’attentato non fu compiuto dalla polizia. La polizia tedesca mi avrebbe arrestato e poi ucciso, o mi avrebbe ucciso e si sarebbe fermata per constatare la morte.

Gambero e Giulio non dettero ascolto ai miei consigli e andarono dritti verso l’Albergo Arno. Quando giunsero a pochi metri dall’albergo furono arrestati dalla Gestapo.

Dopo circa un mese Giulio Pastacaldi venne rilasciato e poté continuare la sua attività clandestina; Gambero, invece, dati i suoi precedenti di comunista schedato e condannato dal Tribunale Speciale, fu tradotto in Germania nel campo di concentramento di Mathausen, da dove ritornò dopo la fine della guerra.

Appena rientrato al mio comando, quel pomeriggio di martedì 4 luglio ’44 informai degli avvenimenti successi a Firenze Gigi, Bastiano, Moro, Lella e Gracco. Per non perdere tempo, radunai tutti gli uomini e feci l’ora politica; senza ovviamente dire cosa era veramente successo, per non creare sfiducia, timori o debolezze. Qualche volta purtroppo, bisognava agire così.

“Compagni, ogni strada o mezzo di comunicazione assume sempre più grande importanza ai fini strategici della guerra in atto.

“Noi dovremo attaccare instancabilmente, con decisione e con forza,le forze tedesche e fasciste; dovremo attaccare il nemico in ogni suo punto vitale, distruggere le sue vie di comunicazione, spezzare e distruggere isuoi mezzi di guerra e di trasporto, portare nelle sue file il terrore e lo scompiglio senza mai dargli neanche un solo istante di tregua.“Le azioni che abbiamo già fatto ci serviranno di esperienza.

“I morti che abbiamo avuto, ci saranno di sprone nella lotta e sapremo vendicarli, come sapremo vendicare coloro che ancora cadranno, e dovranno cadere durante la lotta, come vendicheremo i caduti sotto la bestiale rappresaglia nazifascista.

“Il nostro dovere di partigiani è quello di batterci con tutte le nostre energie, con tutta la nostra volontà, con tutto il nostro spirito di sacrificio: lottare, lottare instancabilmente senza aver né riposo, né tregua sino a che un solo tedesco calpesti con i suoi talloni un piccolo lembo della nostra terra, della nostra patria.

“Solo quando il nostro paese sarà completamente libero, dovremo lasciarele armi per ritornare dei liberi cittadini che nel lavoro e nella pace contribuiranno allo sviluppo della patria.

“È chiaro che dovremo imporci una vita più dura di quella che abbiamo vissuto sino ad oggi, una disciplina che tutti dovremo rispettare, dal primo all’ultimo, ed i dirigenti, i responsabili, i capi in maggior misura.

“So bene anch’io che la nostra Brigata è grande e i suoi reparti suddivisi in una vasta zona di territorio; questo non è un punto di debolezza ma di forza perché in questo modo saremo più capaci di colpire in punti diversi il nemico e più facilmente sfuggiremo alla reazione nazifascista!

“La Brigata manterrà meglio la sua agilità e compirà gesta più belle e più grandi di quelle che fino ad ora le piccole formazioni hanno potuto compiere.

“Ho promesso che vi batterete sempre come vi siete battuti e cioè bene e sempre meglio fino alla liberazione totale del nostro paese.”

I partigiani che fino a questo momento erano rimasti ad ascoltare attenti e commossi, a queste mie parole esplosero e manifestarono la loro gioia, il loro entusiasmo con alte grida.

Bastiano ed io li calmammo; aggiunsi ancora:“Adesso ragazzi, bisogna far funzionare la Brigata, poi ci sarà lavoroper tutti.”

Le mie parole li avevano entusiasmati, la notizia che grandi avvenimenti

militari erano vicini, che avrebbero avuto ancora da lottare contro il nemico nazista sino alla sua completa cacciata, che insomma la Patria aspettava molto da loro, riscaldò i loro animi ed essi si sparsero per il boschetto commentando e approvando le mie parole.

Sempre in quel martedì 4 luglio i paesi di Castelnuovo dei Sabbioni, Massa e Meleto vennero improvvisamente occupati da forze tedesche e fasciste in pieno assetto di guerra!

Circa duecento civili vennero trucidati come “rappresaglia per lo sciopero dei minatori e per le azioni di guerriglia partigiana”.

I paesi vennero poi dati alle fiamme. La III Compagnia non poté intervenire a tempo perché in quel momento era distante dai paesi suddetti.

Verso sera i tedeschi che avanzavano su Le Macie vennero fermati e respinti dopo un duro combattimento, due tedeschi rimasero uccisi, svariati furono i feriti.

Sempre martedì 4 luglio una pattuglia della I Compagnia, gettò sopra un camion tedesco una borraccia Sinigaglia nei pressi de l’Ombuto. Il camion dopo pochi secondi rimase immobilizzato, i due tedeschi a bordo rimasero uccisi.

Anche se il raggio d’azione della Brigata si era sempre più ridotto per il fatto che la linea del fronte tedesco era ormai a qualche centinaio di metri, le nostre azioni di guerriglia aumentavano a vista d’occhio, cosìcome crescevano i cartelli affissi ai lati estremi dei boschi:

“Attenzione, zona infestata dai ribelli”, spiccava a parole nere cubitali sui grossi cartelli bianchi di cui noi non ci curavamo.La nostra sorveglianza sulle strade e sui ponti diveniva sempre più stretta e più organizzata, però sulle strade i mezzi di trasporto nazifascisti venivano sempre attaccati, colpiti e incendiati; i ponti saltavano ugualmente nonostante la rigida sorveglianza teutonica.

Si aveva sempre più l’impressione che i partigiani conoscessero passo per passo i movimenti del nemico, che fossero in ogni luogo e che da ogni luogo fossero sempre pronti ad uscire per colpire a morte le forze dell’invasore.

I soldati tedeschi erano furiosi, non potevano più riposare un instante in nessun luogo, non potevano vivere più senza guardarsi ad ogni istante intorno con diffidenza: ad ogni punto della strada, del bosco, poteva essere in agguato la morte.

Neanche nelle loro caserme o negli accampamenti improvvisati si sentivano più tranquilli; ad ogni istante i partigiani sempre più arditi e più audaci potevano attaccarli di sorpresa.

Il pericolo dei “ribelli” era diventato per loro una tremenda spada di Damocle sempre tesa sulle loro teste ed esauriva le loro forze già logorate dalle continue batoste militari.Il silenzio e la pace che incombeva intorno a loro poteva essere preludio di morte e questo faceva sì che la disorganizzazione anche nelle loro “ferree” ed invincibili fila divenisse sempre più latente.

Nei paesi che ogni soldato tedesco di ritorno dal fronte attraversava si sentiva sempre il solito ritornello:

“Non bono guerra! Tutti fare kaputt!…“Noi andare nel bosco trovare ribelli, ribelli fare tutti noi kaputt! “Non bono guerra, non bono… Qui non essere ribelli? Noi volere solo riposare, noi non fare male a nessuno.”

E così il timore dei giustizieri del popolo, dei difensori delle inermi e pacifiche popolazioni, costringeva anche i tracotanti e bestiali soldati della Wehrmacht ad abbandonare la loro boria ed a svelare la loro larvata e pelosa vigliaccheria che li faceva arrivare al punto di confidare le loro paure e promettere di essere buoni.

Ma questi ritornelli non incantavano i partigiani. Le SS italiane e tedesche divenivano intanto sempre più feroci, come più feroce e bestiale diventava la rappresaglia. Ma anche la guerriglia partigiana che si sviluppava sempre più, diventava di pari passo più accanita ed era fatta con tutti i mezzi buoni a colpire i nemici.

Quei tedeschi che baldanzosi in nome di Hitler avevano rovesciato il loro uragano di ferro e di fuoco in quasi tutta l’Europa; che non avevano avuto paura ad affrontare altri uomini armati, ora avevano paura. Avevano paura di questo popolo oppresso,avevano paura degli inermi, dei vecchi, delle nostre donne, dei bambini, dei canti del nostro popolo!

Passavano guardandosi attorno con paura, in mezzo ad un luccichio di sguardi d’odio, che pungevano come pugnali. La terra dei canti, cantava per loro una canzone di morte!

Giovedì 6 e venerdì 7 luglio le popolazioni di quei paesi che erano riuscite a salvarsi dalle distruzioni del 4–5 luglio, abbandonando terrorizzate le loro case, i loro averi, la loro roba, senza portare nulla con loro, si erano rifugiate nei boschi, chiedendo aiuto e protezione ai suoi figli, ai suoi fratelli partigiani.

Così la III Compagnia con l’aiuto della IV riuscì ad organizzare un meraviglioso servizio di assistenza per circa quattromilacinquecento persone; senza riposo con grande spirito di iniziativa, riuscirono a requisire viveri e bestiame per fare funzionare sette cucine, che assicurarono due pasti caldi al giorno a quella povera gente.

C’erano vecchi malandati, madri, bambini che erano riusciti a scappare dall’inferno ed ora sotto la protezione dei partigiani si sentivano sicuri. Le poche coperte che i partigiani possedevano, vennero distribuite con senso di fratellanza e di giustizia alla gente che più ne aveva bisogno: alle madri che dovevano coprire le delicate ossa dei bimbi dal freddo della notte, ai vecchi, ai più deboli, ai malati.

I nostri compagni partigiani furono instancabili, il lavoro grandissimo per far funzionare bene l’assistenza. Dovemmo anche sorvegliare accanitamente il campo per difendere la vita di tutta quella gente dagli attacchi tedeschi, che divenivano di giorno in giorno più accaniti e più forti. I compiti della III Compagnia furono sempre più difficili, ma con tutti i suoi uomini uniti in un sol blocco, al comando del suo Commissario Politico e Comandante Militare Santoni e Vannini, essa li saprà con grande spirito di sacrificio superare uno per uno.

I tedeschi, la mattina di sabato 8 luglio, mentre al campo della nostra III Compagnia intensa ferveva la vita, con forze preponderanti attaccarono l’accampamento alle spalle, con un violento fuoco di armi automatiche. Volevano approfittare delle condizioni di confusione che i profughi stessi avrebbero creato durante un combattimento e dell’attività che svolgevano i partigiani a favore dei profughi per spezzare e annientare la Compagnia, ma i nostri partigiani risposero subito senza incertezze al fuoco avversario.

Lo scontro durò più di un’ora e sempre incerto da ambo le parti; infine i nostri partigiani benché in numero notevolmente inferiore riuscirono con numerosissimi episodi di valore, a contenere l’attacco e far sospendere l’azione del nemico. Sul terreno disseminato di tanti cadaveri nemici, vi erano anche i corpi di due partigiani. Altri due erano rimasti feriti.

Dopo il combattimento, tutti i profughi vennero fatti sgombrare di lì e sotto la nostra protezione furono portati in un’altra zona meno pericolosa, dove restarono fino alla Liberazione, vegliati e protetti dalle armi e dal coraggio dei suoi figli: i partigiani garibaldini. Nella serata dello stesso giorno i tedeschi attaccarono ancora la zona abbandonata da poche ore dai partigiani e dai profughi e i nostri partigiani della III Compagnia, benché in condizioni così difficili, vollero dare una sonora lezione ai banditi hitleriani; mentre questi erano intenti all’attacco, li presero di sorpresa alle spalle e dopo aver loro inflitto perdite considerevoli si dileguarono nella notte ormai fonda.

La Brigata Sinigaglia poteva essere ben fiera dei suoi reparti. A mezzo staffetta, inviai una lettera con la quale stringevo al mio cuore ogni partigiano che onorava così la patria. La lotta continuava così attiva su tutti i settori ed anche la IV Compagnia che viveva la sua vita di lotta, fianco a fianco con la III, compiva agli ordini del suo giovane ed audace comandante Guelfo Billi e del suo saggio Commissario Politico Nello Santoni giorno per giorno continui atti di valore e di eroismo.

Tutti i reparti della Sinigaglia, tutto gli uomini erano in gara fra loro, basti pensare che nei soli trenta giorni del mese di luglio:

11 camion vennero distrutti;

2 camion vennero danneggiati;

2 carri armati pesanti vennero fatti saltare;

numerose linee telefoniche furono tagliate in più punti;

3 automobili furono catturate;

2 automobili furono distrutte;

4 autobotti di benzina furono date alle fiamme;

4 tralicci elettrici ad alta tensione furono fatti saltare;

75 tedeschi tra ufficiali, sottufficiali e soldati, furono uccisi in combattimento;

15 tedeschi tra ufficiali, sottufficiali e soldati, furono feriti gravemente e

poi in seguito morirono;

13 tedeschi tra ufficiali, sottufficiali e soldati, furono catturati e poi fucilati;

57 fascisti furono uccisi.

Il bilancio di trenta giorni di lotta della Brigata stava a provare di come la Sinigaglia avesse partecipato attivamente alla liberazione d’Italia. Domenica 9 luglio la IV Compagnia pressata da forze naziste preponderanti riuscì ad aprirsi un varco, a sganciarsi e come preventivato con il Comando di Brigata a raggiungere la posizione designata: Montebernardi.

Lunedì 10 luglio la IV Compagnia, nonostante la vigilanza nemica, asportò dalla grande fattoria della “Società Mineraria e Agricola” del Valdarno presso Pian Frangese, cinquanta tonnellate di grano, quattro tonnellate di riso e li distribuì ai civili delle provate popolazioni di Meleto, S. Donato, Gaville. Una parte venne portata al campo dalla III Compagnia per quelle migliaia di profughi. Nella stessa giornata in località Pian della Vite (Monte Scalari) un nostro posto di blocco respinse una pattuglia nazista in esplorazione. Un tedesco fu ucciso ed un altro ferito.

Martedì 11 luglio, la III e la IV Compagnia che in un primo tempo avevano ricevuto l’ordine dal Comando di spostarsi verso il grosso della Brigata, per la minaccia di ulteriori rappresaglie nazifasciste sui civili, nel caso di una loro partenza, ricevevano l’autorizzazione a rimanere sul posto per presidiare la zona mineraria del Valdarno fino al sopraggiungere delle forze alleate.

Mercoledì 12 luglio una compagnia tedesca attaccò al mattino il campo della IV Compagnia in zona Montebernardi. Dopo venti minuti di fuoco i nostri compagni si ritirarono. Non accertate le perdite del nemico. Un partigiano caduto prigioniero, venne successivamente seviziato e poi ucciso.

Sabato 15 luglio vennero fucilati al campo un sottufficiale tedesco e un milite fascista, caduti nelle maglie dei nostri avamposti. L’uno e l’altro rei confessi di aver partecipato a vari rastrellamenti.

La vita al campo era sempre più dura e stancante: i continui attacchi nemici, i lunghi servizi di guardia, che era stata dappertutto rafforzata in considerazione del mutare e maturare della situazione, il servizio di pattuglia e le continue marce per le azioni di guerriglia, di sabotaggio e di requisizioni di generi alimentari che continuavano sempre sfibravano gli uomini, i quali con il viso pallido, gli occhi arrossati dalle continue veglie senza un briciolo di riposo e quasi completamente esauriti, si gettavano lo stesso nel lavoro e nella lotta sorretti dalla fede, dal loro entusiasmo, senza accorgersi minimamente del loro continuo esaurirsi di energie.

Soltanto pochi si avvedevano di questo: i comandanti militari ed i commissari politici.Molte volte con Gracco parlavo di questo per poi concludere: “Sì, ce la faremo tutti, ormai c’è poco…”, ed anche se esausti continuavamo imperterriti ad andare avanti. I bombardamenti aerei alleati continuavano sempre più accaniti: ponti, ferrovie, erano centrati senza pietà e noi partigiani, di giorno nei pochi momenti di riposo guardavamo dalla cima di Monte Scalari le colonne di fumo elevarsi da terra e coprire per un attimo le rovine.

Anche di notte il brontolio dei cannoni ormai vicini accompagnava il nostro sonno, mentre i nostri compagni di guardia o di pattuglia scorgevano anche i lampi delle cannonate del fronte ormai vicino, e vedevano i proiettili traccianti e multicolori delle mitragliere germaniche, passare al di sopra delle loro teste; mortali fuochi di artiglieria che si perdevano lontano.

“Sono vicini gli alleati!… Il grande giorno è vicino”, e questo ridava un po’ di energia al loro sistema nervoso esaurito. Mentre però pensavano a questo un’altra voce più potente della prima, che veniva dall’intimo delle nostre anime diceva a tutti noi: “Preparati, coraggio, ci sarà tanto da lottare in quel giorno in città.”

Questi ed altri pensieri, tenevano occupate le menti di tutti noi! Da sabato 15 luglio a lunedì 17 luglio, la Brigata fu tenuta in fase di intensa preparazione. Stabiliti collegamenti giornalieri a mezzo staffette con il Comando di Divisione, trasmettemmo al suddetto Comando vari itinerari accuratamente studiati sulla carta e sul terreno per l’imminente operazione del passaggio di una Compagnia della Brigata Lanciotto e di tutto il Comando di Divisione lì sul Monte Scalari.

Si trattava di circa centocinquanta uomini, perciò demmo disposizioni all’intendenza della Brigata (Vladimiro, Zio, Giulio, Apo) di preparare scorte di viveri per la Compagnia della Brigata Lanciotto ed il Comando di Divisione che sarebbero stati nostri ospiti per alcuni giorni. Venne inoltre riorganizzato e rafforzato il servizio informazioni e di presidio della zona occupata da noi partigiani sul Monte Scalari, predisponendo interruzioni sulle vie d’accesso.

Per ospitare nel miglior modo i nostri fratelli della Lanciotto utilizzammo tutti i teli da tenda che avevamo; almeno una parte di loro avrebbe riposato meglio.

Martedì 18 luglio, poco dopo l’alba, giunse sul Monte Scalari la IV Compagnia della Brigata Lanciotto ed il Comando di Divisione. Potente ed il Colonnello Bertorelle erano molto soddisfatti per la riuscita dell’operazione e per la cordiale e fraterna nostra accoglienza.

Sia Potente che il Colonnello stavano per entrare dentro una tenda quando li fermai e tentennando le chiavi dell’omnibus dell’albergo dissi: “Potente, tu e il Colonnello avrete un ufficio ove si può ben dormire, ti ricordi la promessa che vi ho fatto a Cascina vecchia?”

Quando li portai di fronte all’omnibus, Potente e il Colonnello rimasero meravigliati ma soddisfatti. Scappai via per riabbracciare quei compagni che avevano fatto parte del Distaccamento Faliero Pucci (Stella Rossa) e che di comune accordo durante il rastrellamento del Falterona fecero il tentativo di tornare sul Monte Giovi. Cosa riuscita e così ora diversi di loro formavano i quadri della Lanciotto.

Quel martedì 18 luglio era in corso la conquista del S. Michele da parte degli alleati, ed i tedeschi a loro volta, iniziavano il nuovo schieramento difensivo sulle propaggini del Monte Scalari. Numerose pattuglie si spingevano sull’alto del massiccio per ricognizioni, dando luogo ad innumerevoli scontri con noi partigiani allora raccolti quasi al completo su posizioni intorno a Poggio Tondo.

Appariva ormai evidente, come ci disse Potente, che il rastrellamento della nostra zona non poteva essere che questione di giorni se non di ore: non erano ancora riconosciute le nuove possibili zone di alloggiamento per i reparti della Sinigaglia, poiché tale questione andava risolta dal Comando di Divisione nel quadro della nuova sistemazione di tutta la grande unità. Veniva così deciso:

a) in un primo tempo lo spostamento del Comando di Divisione e della quarta Compagnia della Lanciotto al Poggio di Firenze e l’immediato inizio delle ricognizioni in quella zona;

b) il temporaneo frazionamento ed occultamento dei reparti della Sinigaglia nelle zone di Poggio della Noce, Pian d’Albero e nella regione ad est di quest’ultima località;

c) in un secondo tempo movimento delle due Compagnie della Sinigaglia dalle provvisorie sedi sopra indicate alle zone più a nord, nel frattempo individuate dal Comando di Divisione.

Mercoledì 19 luglio, un posto di blocco della II Compagnia mise in fuga presso Badia Monte Scalari una vettura leggera con a bordo ufficiali nazisti in ricognizione. Aumentò la sensazione che i tedeschi avessero bisogno di toglierci la zona del massiccio.

La III Compagnia intanto si lanciò all’attacco generale delle retroguardie nemiche nella zona tra i monti del Chianti e l’Arno, con il duplice scopo di evitare che le mine predisposte nei centri abitati venissero fatte saltare e di congiungersi con le avanguardie alleate. Venne impedita così la distruzione di due ponti e quella dell’intero paese di Castelnuovo.

20 luglio: continuò l’azione della III Compagnia. Il Comandante Militare Nello Vannini rimase ferito, ma il contatto con gli alleati era ormai un passo compiuto. Vennero fatti sei prigionieri fascisti e sequestrati generi alimentari dei fascisti fuggiti al nord, generi che vennero distribuiti alla popolazione. La mattina dello stesso giorno si riunì lì sugli Scalari il Comando di Divisione: Potente, Giobbe, Gino, Edoardo, il Colonnello. A questa riunione furono invitati anche i comandi delle due brigate: Gracco, Bastiano ed io per la Sinigaglia, Romeo, Berto e Lazio per la Lanciotto.

Nella riunione fu deciso quanto segue: – reggere agli attacchi tedeschi con leggere pattuglie mobilissime, senza mai impegnare il grosso delle forze, intanto trovare una “zona morta”, meno esposta all’offensiva tedesca per mantenervi le formazioni partigiane in attesa di calare su Firenze.

La zona fu individuata nel triangolo S. Donato–Pontassieve–Grassina e più precisamente nell’area Fonte Santa–Poggio Firenze–Villamagna, che era priva di strade necessarie alla ritirata dei tedeschi.

Fu deciso che il Comando di Divisione e la IV Compagnia della Lanciotto si sarebbero portati su Fonte Santa. Le guide scelte tra i partigiani della Sinigaglia: Fino, Tito, Balena, Truciolo e Serpe. La Brigata Sinigaglia avrebbe tenuto fino al massimo possibile le posizioni dello Scalari e del S. Michele; poi avrebbe raggiunto anch’essa Fonte Santa. Nella stessa mattinata del 20 luglio, il Comando di Divisione e la IV Compagnia della Lanciotto si misero in marcia di avvicinamento verso Firenze e raggiunsero l’incontro. In questa zona l’intera Brigata si ricongiunse.

Nel frattempo al Comando di Divisione era giunto tramite una staffetta l’ordine del Comando Militare Toscano di inviare due compagnie a Firenze e di metterle alle dipendenze del comandante Gastone per appoggiare l’insurrezione imminente del popolo Fiorentino e di tenere le altre formazioni pronte per liberare Firenze. Quel giovedì 20 luglio nella riunione del nostro comando di Brigata constatammo che la situazione si era fatta estremamente dura, non c’era più possibilità di riposo, come non era più possibile una certa regolarità del rancio.

Lo Zio, aiutato da Giulio, compiva dei veri miracoli per procurare gli approvvigionamenti per tutta la Brigata. Nonostante i suoi continui sacrifici, il suo zelo e il suo coraggio, non poteva più procurare tutti i giorni un rancio regolare, i tedeschi erano ormai dappertutto, la linea del fronte era lì vicina e spesso lo Zio, in giro per i boschi e villaggi, doveva difendersi con suo efficiente Sten dai tedeschi che si trovava spesso davanti. Si decise di difendere quelle nostre posizioni con tutte le nostre forze ma se il giorno seguente 21 luglio non fosse stato più possibile, ci saremmo spostati a Poggio Firenze in Fonte Santa.

Venerdì 21 luglio la sveglia al campo la fecero le cannonate inglesi. I colpi dei medi calibri cominciarono a cascare a poche centinaia di metri dalle nostre posizioni, con un ritmo crescente e impressionante. Il fronte era ormai vicinissimo, occorreva spostarsi verso nord per occupare delle posizioni a te al balzo decisivo; ormai il compito sui Monti Scalari poteva considerarsi ultimato. I tedeschi, malgrado i loro sforzi, non erano riusciti a fortificare la zona ed ora che gli angloamericani erano a pochi chilometri, non avrebbero avuto possibilità materiali di farlo. Il Comando di Brigata, all’unanimità, decise lo spostamento verso il nord e precisamente verso Fonte Santa–Poggio Firenze ove avrebbe anche ristabilito il contatto con il Comando di Divisione.

Fine della 1° parte

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