Archivio mensile:luglio 2012

Giuseppe Martini, “Paolo”

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Giuseppe Martini, “Paolo”

«Un gappista fra i migliori», così fu definito Giuseppe Martini (nome di battaglia, “Paolo”) da Cesare Massai. Nonostante l’importanza delle sue azioni svolte nei primi mesi del 1944 a Firenze e a Siena, “Paolo” è uno dei protagonisti meno noti della Resistenza toscana e in particolare fiorentina.

Un paio di anni fa, sul «Corriere di Siena» (28 luglio 2008), è uscito un articolo nel quale veniva attribuita a Martini una serie di esecuzioni di figure più o meno rilevanti del fascismo senese, senza fornire alcun documento concreto a sostegno di questa tesi.

Poiché Martini, come risulta dalle testimonianze dei compagni di lotta, operava in stretta osservanza alle direttive dei suoi superiori, non è sostenibile che egli abbia agito in modo autonomo per condurre una lotta personale contro i fascisti, cioè per un impulso omicida più che per motivazioni di carattere politico-militare. La personalità rigorosa del gappista “Paolo” è riassunta bene da Gianni Zingoni, il biografo di Fanciullacci, quando lo descrive come: «tiratore scelto dei gap, freddo, risoluto come nessuno, al punto da fare qualche volta paura agli stessi compagni, ma di estrema sicurezza per ogni evenienza, non si ricorda in lui il minimo dubbio od il minimo cedimento».

Nato nel 1923 a Bibbiena da una famiglia antifascista, Martini mostrò fin da giovanissimo la sua avversione al regime. Arruolato per il servizio di leva nella Marina nel 1942, disertò nell’agosto del 1943 per entrare nella lotta clandestina, introdotto nell’organizzazione dei GAP dal partigiano Gino Tagliaferri. Come gappista compì azioni sia a Firenze che a Siena. Partecipò ai GAP che liberarono Bruno Fanciullacci l’8 maggio e Tosca Bucarelli il 9 luglio 1944. Dopo la Liberazione fu in Cecoslovacchia fino al 1954, collaborando alla trasmissione del programma “Oggi in Italia” di Radio Praga. Morì nel 1999.

“Paolo” fu il solo a tentare un attentato al maggiore Carità, capo dell’omonima squadraccia che imperversava a Firenze. Si appostò all’angolo tra Borgo Pinti e via Giusti e sparò verso piazza D’Azeglio, dove abitava Carità, ma non riuscì a colpirlo.

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Carità quello dopo il cane

Inoltre di “Paolo” vanno ricordate in particolare due azioni. Martini partecipò all’attentato al colonnello Italo Ingaramo dimostrando di possedere una sicurezza e prontezza di riflessi indiscutibili. Ingaramo era il comandante della 92a legione, alla quale afferiva anche il Reparto Servizi Speciali di Carità. Alloggiava all’Albergo Arno sul Lungarno degli Acciaiuoli ed ogni mattina si recava al suo ufficio intorno alle nove, nove e mezzo, a bordo di un auto guidata da un milite. La mattina del 29 aprile Antonio Ignesti e Martini passeggiano sul marciapiede in attesa che arrivi l’auto e Ingaramo esca dall’albergo. Di fronte sulla spalletta che dà sull’Arno vi è un altro gappista, pronto a intervenire se ce n’è bisogno. Un altro ancora, Luciano Suisola, si trova invece in un vicolo a fianco dell’Albergo la via di fuga per Ignesti e Martini. Alle nove e mezzo arriva la macchina guidata dallo squadrista Giuseppe Ciantelli. L’autista apre la porta e poco dopo esce Ingaramo che sale subito in macchina. Ma i gappisti sono veloci: Ignesti colpisce l’autista e Martini spara a Ingaramo attraverso il finestrino abbassato. Sopraggiunge un milite fascista, ma Martini, calmo e preciso, lo elimina. Poi Ignesti e Martini fuggono via lungo il vicolo, mentre Suisola tira fuori una bomba e la lancia verso il Lungarno per coprire la fuga dei compagni. Ingaramo morirà il 10 maggio.

L’altra azione di rilievo di “Paolo” riguarda la partecipazione all’esecuzione del filosofo Giovanni Gentile. Martini stesso dette di recente la sua testimonianza personale su questo episodio della Resistenza fiorentina in una intervista concessa allo storico Paolo Paoletti (riportata nel libro Il delitto Gentile, Le Lettere, Firenze 2005). Martini chiarì che il commando era formato da cinque gappisti (oltre a lui, erano presenti Fanciullacci, Ignesti, Serni e Suisola) e che a sparare a Gentile furono egli stesso e Fanciullacci. Inoltre è importante, tenuto conto delle varie polemiche e interpretazioni cui ha dato adito l’esecuzione di Gentile, che Martini mise in evidenza da chi era venuto l’ordine di procedere all’uccisione del Presidente dell’Accademia d’Italia: «L’esecuzione di Gentile non fu decisa dal Gruppo A di cui facevo parte [cioè, il GAP di appartenenza], a noi arrivò solo l’ordine di eseguire l’azione. Secondo me il fatto che nella mia cellula si sia discusso di eliminare Gentile insieme a Massai, il vice di Gaiani, cioè il responsabile dei GAP, e con Fontani, non significa automaticamente che l’idea sia partita da loro due. La mia impressione fu che l’ordine di giustiziare Gentile venisse da più in alto e che Fontani e Massai ci avessero portato quell’ordine che in realtà avevano ricevuto da altri, ma siccome per sicurezza nostra e degli altri era meglio sapere il meno possibile, non facemmo mai domande».

Questa dichiarazione dimostra il carattere dell’uomo che, convinto della sua scelta di lotta, non esita a mettere a disposizione della organizzazione dei GAP la sua determinazione e le sue qualità operative per arrivare ad una società di liberi. Da questi elementi nascevano le scelte degli antifascisti anche nel primo dopoguerra. Gli uomini, che sceglievano di lottare come gappisti in città o partigiani nelle campagne e nelle montagne, si inserivano in organizzazioni che coordinavano le azioni, davano la sicurezza possibile e lasciavano ai ruoli personali solo le capacità di svolgere al meglio gli incarichi ricevuti.

Il revisionismo storico, grazie al suo potere mediatico, accusa di individualismo sanguinario chi cercava di contenere le continue violenze dei nazisti, dei fascisti in generale e dei componenti delle bande di Carità, della X MAS, ecc. I gappisti però non potevano che evitare lo scontro frontale col nemico e usavano l’agguato e la sorpresa per eliminare persone e cose al fine di indebolire, anche nel morale, lo stato autoritario e violento.

Anche oggi la lotta contro una dittatura o uno stato, che sempre più pratica misure autoritarie, può essere condotta con un’organizzazione unitaria antifascista, che puntuale denuncia gli abusi di potere con la controinformazione, ma anche tenendo vivo nelle donne e negli uomini liberi quel senso di ribellione alle ingiustizie, all’indifferenza, alla rassegnazione che permetterà di essere antifascisti militanti e di lottare con ogni mezzo necessario e proporzionato alla gravità delle condizioni.

Si ringrazia Antonietta Martini per la collaborazione nella raccolta delle informazioni sul padre “Paolo”.

http://www.anpioltrarno.it/notizie/allegati/I%20GAP%20a%20Firenze.pdf

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Alessandro Sinigaglia

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Alessandro Sinigaglia

Nato a Firenze nel 1902, ucciso nel capoluogo toscano il 13 febbraio 1944, meccanico, Medaglia d’argento al valor militare alla memoria.

Nel 1926, tornato a Fiesole dopo aver svolto il servizio militare in Marina come sommergibilista, Sinigaglia (che lavorava come meccanico) aveva aderito al movimento comunista clandestino. Due anni dopo, per evitare di essere arrestato, fu costretto a espatriare in Francia. Di qui il giovane operaio fiorentino passa in Unione Sovietica, frequenta una scuola di partito, torna al suo lavoro di meccanico e si sposa. Una parentesi in Svizzera, per organizzarvi comunisti italiani fuoriusciti, poi (dopo l’aggressione di Francisco Franco alla Repubblica popolare), Sinigaglia accorre in Spagna. Partecipa alla guerra civile, come ufficiale a bordo di un incrociatore repubblicano, e si distingue bonificando il porto di Barcellona minato dai franchisti.

Nel 1940, l’antifascista italiano (che è riparato in Francia con i reduci delle Brigate Internazionali), è arrestato dalla polizia francese, che lo consegna alle autorità fasciste. Confinato a Ventotene, Sinigaglia riottiene la libertà nell’agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini. Alla proclamazione dell’armistizio torna in Toscana e qui (col nome di battaglia di "Vittorio"), comanda una delle prime formazioni gappiste che ha organizzato a Firenze. Pochi mesi dopo, caduto in una imboscata dei repubblichini della Banda Carità, è abbattuto sulla porta di una trattoria in via Pandolfini. Una lapide lo ricorda oggi nel luogo dove fu trucidato; il suo nome è inciso anche con quelli dei partigiani caduti del comune di Firenze e nel Sacrario dei partigiani fiorentini a Rifredi

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Aldo Braibanti – Lettera a Gianfranco Scarfatti

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Aldo Braibanti

Lettera a Gianfranco Sarfatti

,Aldo Braibanti, ventitreenne, liberato dal carcere il 25 luglio, è stato organizzatore del Fronte della Gioventù e della compagnia di questo. Fu arrestato e torturato dalle S.S. di Carità.

Ora Tu sei morto, Gianfranco. Una lettera dignitosa, un poco affrettata mi fu gettata sul tavolo con rude semplicità. p-‘ con Te è morto tutto un mio mordo, un dolce appoggio per l’asprezza del viaggio.

Debbo dunque rivedere i miei programmi? Perchè, vedi, in molti di essi tu eri ancora il mio compagno di viaggio, come lo fosti ieri, come lo sei stato per me fino al momento in cui è stata la tua ultima notizia. La nostra vita comune nella lotta comune è stata sempre tumultuosa, veloce, arida in apparenza, e senza smarrimenti improvvisi.

Questa era la dura legge della lotta clandestina: essere sempre di fianco e non di fronte l’uno all’altro. Ma tu sai — e solo ora ci è possibile dirlo — noi ascoltavamo il battito comune del nostro cuore nell’ansia delle cose e degli uomini intorno.

Tu mi donasti un libro, e il libro è aperto, e segna la pagina un tuo disegno — un teschio, una tibia, un tamburo un’arpa, un gatto. — Sapientemente scorrono le dita sui versi noti, ed evocano immagini illusorie, come allora, nella bianca allucinazione della putrida cella:

J’ai souvent évoqué cette lune enchantée, Ce silente et cette longueur,

Et certe confidente horrible chuchotée Au condessional du coetif.

Ma è solo il languido• sussurrare disperato che resta di questi versi?

La natura est un tempie où des vivants piliers….

Nelle camere di « Villa Triste » mi dìvertivo, a ripetere queste parole e il ritmo mi leniva 1a carne e mi staccava dai miei persecutori, più di me agitati e scomposti, più di me forse disperati e senza scampo. E anche la tua effige, Gianfranco mi ritornava serena e incoraggiante, bonariamente ironica, se le labbra sanguinose balbettavano quei versi che ti erano cari.

Non abbiamo mai parlato d’amore : non avevamo tempo. E solo qualche volta intravedevo in te degli spiragli teneri, forse il rimpianto di qualche fanciulla, forse da nostalgia di colei che ancora si cerca. Ii tempo tiranno e ipocrita ci rivestiva come di un pudore ingrato, per tutto quello che potesse sembrare riposo, abbandono, distensione di cuori : e mascherava il tutto una facile ironia, trasparente come uno specchio d’acqua alpina.

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Villa Triste il covo di Carità

Ma per qualche istante la scolta vigile sapeva dentro di noi concedere con materna generosità, e la vita sorrideva da queste feritoie, ricca, strabocchevole, eccessiva, forse per la nostra reciproca sopportazione.

Ti conobbi subito dopo il 25 luglio, quando la caduta del fascismo mi aveva appena aperto le porte della prigione. Alto Magro (gli occhiali erano parte vitale del tuo volto) ti riaffacciavi a quella Università che il marchio della razza ti aveva precluso. lo vivevo. nell’euforia di chi per la prima volta gusta il valore della riconquistata libertà, fisica: i miei giorni erano febbrili, un poco vertiginosi, e mi inebriava il sapore delle nuovissime esperienze. Rigido, quasi compassato, ti affiancasti alla mia perpetua agitazione e mi recasti un senso concreto di equilibrio e di misura. E vi era allora un tavolo che ci univa ai nostri compagni. Wanda usciva allora dal suo bozzolo e già si prevedeva in lei la futura inesauribile lottatrice. Chicchi ci raccoglieva tutti a quel tavolo, e ci muoveva col dolce sguardo dei suoi grandi inflessibili occhi. Renzo cercava fantasmi artificiali persino sotto le carte assorbenti…. Non basterebbe tutta una vita a narrare ed a raccogliere la somma di esperienze, di sentimenti, di creazioni di quel periodo breve e dei mesi immediatamente successivi.

Finalmente conosco la misura reale della lotta di ieri, me lo dice la tua morte, Gianfranco. Le nostre madri, la difesa dei deboli e degli affamati, il diritto alla vita e all’amore: questo voleva dire la nostra battaglia, e la posta non ammetteva tregue o rallentamenti. In tutti noi era lo stesso senso di rigida autodisciplina, maturato attraverso l’antico sforzo autocritico.

Già da molti anni il nostro antifascismo, germogliato prima nel chiuso dei nostri animi, era traboccato di fuori, e nella grigia e pesante monotonia della tragedia incipiente noi ci cercavamo, ci riconoscevamo a cenni segreti, il lampo di un occhio. Perchè misconoscere l’alto valore di questa severa educazione che rigenerava il più giovane sangue d’Italia? Perchè spostarlo noi stessi, sul piano della merce di scambio, annientarlo col miope gioco di parte? Il nostro comunismo aveva e ha questa semplicità delle cose universali, e il Fronte della Gioventù ha voluto dire per noi l’idea espressa, fatta cosa sensibile, il pane quotidiano che sazia la fame.

La calata degli Unni non fu una sorpresa per nessuno, -ma non si resta indifferenti al colpo sia pure previsto. Quando la falsa libertà di Badoglio si sfasciò al primo urto, ognuno di noi era già al suo posto: il passaggio dalla semi-clandestinitá alla clandestinità più assoluta voleva dire in un certo senso la fine di ogni compromesso.

Ricordi la stretta camera di via Ginori il 9 settembre ’43? Si udiva lo strepito dei carri tedeschi dalla vicina piazza San Marco. Emilio ci scrutava entrambi, e cercava quello che trovò: una decisione ostinata, ad ogni costo. Fu così che nacque quel comitato che si può chiamare l’origine del F. d. G.

Sandro, Aldo, attività militare; Emilio, Gianfranco, stampa e propaganda: mai si potrà superare una tale unità di spiriti e di intenti. E inutile qui ripetere le corse per la città coi carichi di stampa (uno di questi carichi mi sarebbe stato fatale) pure le visite alle nostre prime cellule giovanili, che attendevano quei carichi come in un nido i piccoli attendono l’imbeccata; oppure i colpi di mano nelle caserme fasciste per il trafugamento di quelle armi che andarono poi a raggiungere le primissime formazioni partigiane.

Vi era un tale entusiasmo in noi e nei nostri compagni, che a volte rasentava l’ingenuità: quelle piazze fiorentine, piene di grappoli indaffarati — e giovani indifferenti correvano da gruppo a gruppo — nella loro comica semplicità erano la nuova scuola, la grande palestra della nostra generazione. Non era il fascino infantile dell’avventura o del pericolo, ma una maturità pensosa superiore ai nostri giovani anni e tuttavia espressa colle forme dei nostri giovani anni. In fondo eravamo contenti : la fede era certezza, e per la prima volta nella nostra grigia e afosa giovinezza la vita era degna di essere vissuta. Non torneranno mai più la freschezza e la serenità di quei giorni, come di un primo amore.

E se qualcuno di noi cadeva, nè lagrime nè soste:

Ami, si tu tombes

Un ami sort de l’ombre

A ta place.

E non, vi era neppure odio, in noi, ma solo un irrigidirsi del volto, e poi avanti, verso altri rischi, verso altre cadute, verso la morte, verso la vita. (Perchè tanti giovani di oggi, critici fino al cinismo, schizzinosi e di complicata psicologia, non ebbero la buona sorte di affrontare una così efficace catarsi ? Perchè le sofferenze degli operai, di tutti i veri antifascásti, non furono anche le loro sofferenze? Vendetta postuma del fascismo, impotente sì ma ancora pericolosa e infettiva: e contro di essa non si agisce dall’esterno, con mezzi coercitivi, ma dall’interno, col ridestare maieuticamente lo sforzo autocritico, unica garanzia di una reale democrazia).

E venne anche la mia seconda caduta, che per poco non travolse anche te. Tragica, appena sopportabile per le mie forze limitate, mi aperse tuttavia definitivamente gli occhi. Compresi cosa volesse dire un compagno di meno : vi sentivo vicini e terribilmente lontani, vi vedevo imperturbati, chini sui vostri piani, raccolti nelle vostre corse. E spesso, mentre le guardie nere si affannavano sadicamente intorno al mio corpo, che mi era divenuto quasi estraneo, io fissavo la porta come se ad un trattosi dovesse aprire, spinta da voi, miei compagni, miei salvatori. E tu entri primo, Gianfranco, colla tua pistola a tamburo che da poco avevamo imparato a conoscere: ma presto, presto perchè, le forze mi lasciano, il sangue mi ubriaca, il cuore cede allo strazio dei fratelli di dolore, come me, più di me feriti, offesi, mostruosamente maciullati da inconsapevole bestialità.

Ma il miracolo non venne, se non si vuole chiamare miracolo l’avere rivesto le celle della prigione, gradito rifugio dopo i giorni di « ViIla triste » riposo desiderato come l’ultima salvezza. E non lunghi mesi di incertezza passiva, io vi seguivo nella vostra lotta, trepidavo per le vostre gesta, invidiavo i vostri pericoli. Mia madre (sublime amore delle madri, superbo eroismo di lei che solo meriterebbe un poema) mi portava anche qualche tuo biglietto e tue notizie dirette.

Ma come raccontarti dall’ultimo giorno che noi ci vedemmo? Le veglie monotone della prigionia, rotte da qualche fosco sprazzo di terribile tragedia (le notti d’incubo nelle quali i condannati a morte attendevano l’ultimo mattino), l’ora Solitaria della liberazione (i bianchi capelli di mia madre sono legati al ricordo delle due liberazioni), il ritorno al mio posto di lotta (quel ciclostile nascosto sul tetto che alla fine col suo peso sfondò il soffitto) e poi la battaglia, la lotta armata finalmente, a viso, aperto. (Sacra alla memoria casa diroccata di via Cherubini). Poi la vita nuova, il sorgere delle libere associazioni democratiche, le incertezze quotidiane, le delusioni, le speranze, la lettera, questa lettera che qui sul mio tavolo sembra un urlo in una notte deserta.

«Amato dai suoi uomini, coi quali condivise le durezze della, vita di montagna, esempio per il suo comportamento, vero comunista in ogni sua azione, seppe morire da eroe »

(Febbraio Fenis, Val d’Aosta).

E come tu mi racconterai quello che ti avvenne dal nostro ultimo, incontro ?

La morte nulla ha mutato : tu continui con noi la nostra battaglia. Ancora bisogna lavorare, duramente, senza abbandoni. E tu non sarai troppo severo con questo sfogo, il più lungo della nostra amicizia. Esso e anche un impegno : continuare il cammino anche da solo verso la meta, non cedere al canto di allettanti sirene, cercare la via stretta, guardare sempre avanti a sé. E forse nella fuga di qualche via fiorentina, tu silenziosamente ti affiancherai di nuovo al mio passo affrettato. Io con la borsa nera; e nelle tasche di entrambi, stampe, armi, disegni. E nella insistenza della visione forse si allungheranno due ombre sul marciapiede, su su contro il muro, si perderanno nel silenzio dell’ora, più grave.

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GIANFRANCO SARFATTI
nato a Firenze il 12.4.1922
caduto per la libertà
a fenis (val d’aosta) il 21.2.1945
"il fiore dei tuoi figli o Israele,
giace ucciso sulle tue alture.
perché mai caddero i prodi?"

Raffaello Ramat – Diurno e notturno

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Raffaello Ramat

DIURNO E NOTTURNO

Raffaello Ramat, nato a Viterbo nel 1905, professore di lettere e critico. A stato condirettore della rivista antifascista « Argomenti ». Attivo organizzatore e propagandista della corrente liberalsocialista dapprima e del Partito d’Azione dopo, fu arrestato dalle S.S. Ha combattuto nella Brigata « Sinigaglia » in cui era noto sotto il nome di Maurtias.

Il 10 piovve. All’Antella le gore crosciavano. Bene: il mulino ad acqua poteva funzionare. Quella era la mia preoccupazinne maggiore. Avevamo ottenuto che gli Inglesi sgombrassero la stanza delle macine ove avevano fatto dormitorio : e l’indomani pensavamo di macinare. Ma quei ragazzi avevano appuntamento a Firenze per la mattina. Torniamo stasera —dicemmo (io tornai dopo tre mesi) e la mattina dell’11 alla levata dal sole, ci incamminavamo insieme a passo accelerato, verso la città. Cammin facendo la compagnia si ingrossava. Al Ponte a Ema eravamo già un bel gruppo. Ugo della Tonga mi raccontava le sue avventure, dal giorno che l’avevo lasciato nel carcere alle Murate : una bottiglia di benzina sparsa nel camion che portava al Nord lui e compagni, un fiammifero, e fuga. Silvano Peruzzi mi dava informazioni sugli avvenimenti del paese. La campagna era fresca come di primavera; riconoscevo le strade della mia adolescenza, ma pensavo che qualcuno di noi non l’avrebbe più percorsa al ritorno. Prima di arrivare a Poggio Imperiale piegammo a sinistra, scendemmo nella piana, arrivammo alle Due Strade. Il circolo fascista era diventato caserma partigiana. Non vi erano che due o tre uomini: blandivano con parole evasive una povera donna che cercava il figliolo, non avevano il coraggio di dirle che il giorno prima era morto. Fucili, munizioni, bombe ce n’erano: empii le tasche e la blusa, mi cinsi di una cartuccera, scelsi con cura un moschetto e via.

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4 Agosto 1944 la Brigata Sinigaglia entra a Firenze

Da Porta Romana entrammo a Firenze. I compagni della « Sinigaglia » aspettavano vicino alla scuola « Mazzini ». E sole era già alto e non ci si muoveva ancora. Delle ragazze portavano fiaschi di acqua : si beveva come spugne : l’attesa ci consumava gli umorì, eravamo tutti aridi di attesa. Gli Alleati non ci consentivano di passare l’Arno. -Due corrispondenti di guerra canadesi girellavano fra noi, e fotografavano. In America forse dal tempo delle guerre di secessione non han visto facce come le nostre! Finalmente arriva una staffetta: Prima Compagnia! Seconda Compagnia! Terza Compagnia! Sì va. I borghesi ci guardano un po’- smarriti. In tutti c’è il senso della frontiera, si sta per passare la frontiera. Di qua c’è un mondo, di là un altro: qui il passato è passato, di là è ancora presente — ci sono i tedeschi, ci sono i fascisti ancora. L’Arno corre fra due terre e due età ben distinte – qui la libertà, l’Italia, il popolo, di là la schiavitù, la marca tedesca, il gregge. Svicoliamo ed eccoci, sul Lungarno. Un attimo il cuore sbigottito si ferma: Ponte Santa Trinita -non c’è più.

Il corso del fiume che l’abitudine della memoria non consentiva di immaginare se non regolato nella inquadratura dei tre archi — piegato anch’esso dalla forza della civiltà — ora sembra avere rotto quel freno; è barbaro, è straniero — non e più fiorentino. L’acqua scomposta che schiuma tra le macerie. Al di là, Ponte Vecchio, bloccato dalle rovine fumanti. Ancora di là, i poggi, l’Appennino, la montagna serena, che ha nascosti i figli d’Italia per un anno, perchè oggi potessero passare l’Arno con un buon fucile in mano.

E’ una mattinata senza macchia: un silenzio fresco, nessuna voce umana; non c’è èhe il gorgoglio del fiume, lo scroscio della pescaia di Santa Rosa che attraversiamo. Attenzione: le pietre sono viscide. In fila, indiana procediamo cautamente il piede sinistro va mezzo orizzontale, il destro verticale, come quando, pattinando, si vuol frenare. L’acqua fa forza contro i malleoli: attenzione a non perdere l’equilibrio. Ho dei sandali vecchi, mi sembrano una pappa che fasci i piedi. Avanti, strisciando. Ogni tanto una voce, dalla testa della lunga colonna: « Attenti, c’è un filo! ». Sono mine. Dietro a me c’è uno dei corrispondenti canadesi. Nei momenti di sosta fa fotografie: e quando l’acqua è più impetuosa, si aggrappa alle mie spalle, m’afferra la mano, convulso.

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La traversata non finisce mai. Non credevo che l’Arno fosse così largo.: siamo sospesi fra due punti della storia. Se mi volto indietro, a guardar la spalletta da cui siamo discesi, ho il senso che laggiù si viva una vita che è appena un’ombra nella memoria. E dalla parte opposta non so cosa ci aspetti: c’è un gran silenzio, una solitudine notturna, benché il sole sia alto, e le case, le chiese, le torri, si disegnino nitide nel cielo limpídissímo. I primi sono arrivati. Di là hanno calato una scala: qualche uomo la regge solidamente: i nostri salgono. Mi batte il cuore, come se assistessi ad uno spettacolo drammatico. Finalmente tocca a me; l’acqua sbatte contro, il muro, si rovescia violenta, fa forza. Mi attacco a un piolo, do la mano al mio canadese; e quando lo vedo ben saldo afferrato alla scala, salgo. Rido tutto. Sento l’aria di casa mia. Sono sopra- tutto soddisfatto — come se avessi beffato i miei neníci — di ritornare, così a Firenze da dove ero scappato due mesi prima (come un ladro: e carezzo il calcio del mio moschetto. Allora sentimmo, di lontano, qualche raro colpo di fucile. Ora tocca a noi. Cì dividemmo in squadre e incominciammo.

Al buio ci accasermarono in Via Garibaldi, nelle scuola « Rossini » e riposammo in letti che altra volta ho deseritto: ogni letto era fatto di due pezzi di poltrona del « Teatro Comunale »

rettangolari; ma di spessore diverso nei lati minori : si accostavano nei lati più schiacciati, sì che piedi e testa erano più alti della parte mediana del corpo, il quale si trovava a formare una sorta di lettera V. Ma non dormimmo: eravamo a ventre vuoto o quasi: e la situazione militare era pericolosa. A difesa della città liberata c’era appena un vela di partigiani, armati molto sommariamente; se i tedeschi avessero fatto, una discesa in forza, con carni armati, mortai, cannoncini et similia, di noi non sarebbe rimasto che la cenere. E la ritirata non era impresa facile. Di ripassare l’Arno, di notte, nemmeno pensarci: saremmo stati bersaglio sicuro e magnifico per i nemici — ripiegare verso il centro, semmai, e difenderci strada per strada.

Certo era che non ci saremmo lasciati beccare come passerotti; ne avremmo lasciato tanto facilmente campo libero.

Intanto, attenzione a non essere íntrappolatí: e aspettare il giorno, perché a giorno sarebbero arrivati gli Inglesi con le autoblinde, gli Americani con i carri armati…. Dalle nostre parti vedemmo il primo reparto alleato cinque o sei giorni dopo : erano gurkha, una ventina, che procedevano cauti di cantonata in cantonata, affacciandosi col mitra puntato, attraversavano uno alla volta, correndo, le strade…. Facevano, insomma, come avevamo fatto noi cinque o sei giorni prima, quando i franchi tiratori erano ancora in agguato anche per quelle strade. ma per fortuna ora là ci si viveva tranquìlli se non fosse stato per le cannonate.

Dunque, aspettar giorno, e fare buona guardia. Chi stava nelle camerate, tendeva l’orecchio ai passi di fuori. Si sentiva la voce della sentinella: « Chi va là! » e la risposta di Gracco che instancabile, perlustrava « Sinigallia ». Lunghe raffiche di mitraglia, a poche centinaia di metri. Un rombo di aeroplano, amichevole e confortatore. Accanto al letto, fucile, cartuccera, bombe: se la stanchezza chiudeva gli occhi, un rumor di passi, un colpo, destava : e la mano correva all’armeria prima ancora che il cervello si rendesse conto. di che si, trattava. lo mi ero messo in nota per la guardia notturna alla porta: m’ero accordato per fare il turno con Silvano, allora più noto col nome di Astro. Del nostro plotone — ove erano tutti ragazzi generosi — lui, senza dubbio, era il migliore, per intellìgenza, per volontà, serietà morale. Antiche erano le nostre discussioni filosofiche politiche (finìremo solo quando uno dei due — logicamente tocca a me, che son più vecchio, — se n’andrà da questo mondo), così come di molte stagioni era la nostra concordia intorno a certi punti fondamentali sui quali si era costruita la nostra amicizia.

Mi accorgo ora che di, quella notte di guardia, che pur costituisce per me un ricordo vivissimo e importante di quel periodo, non ho nulla, o quasi nulla da raccontare. C’era un lume di luna stupendo; così attraente e tranquillo che anche le fucilate non lo turbavano. In mezzo a quel chiarore suonavano umiliate, scontente, di controvoglia. Noi ci abbandonavamo alle nostre care discussioni; bisbigliando, guardando continuamente nel buio delle ombre che tagliavano nette il riflesso lunare tendendo l’orecchio ad ogni fruscio — sdoppiati: i sensi eran desti ed acuti alla guerra, ma l’anima se ne andava per conto suo, a ricordi a progetti, a speranze. Parlavamo, naturalmente di politica: ma più che alla difesa polemica di idee particolari a noi. care, eravamo intenti a sentire la gioia dell’assenso nostro a certi problemi, umani che sembravano

lavati, illuminati, da quel gran chiaro di luna: e ce li ponevamo con una fiducia che non avevamo forse mai provato, Rifare gli uomini: dedicarsi con tutta umiltà e volontà a rieducarli, rinnovarli, a forza d’amore : punto di arrivo e punto di partenza.

Cí illudevamo che tante cose dì essi si fossero dissolte al suono della campana del Bargello — che l’anima nostra stessa fosse più sgombra di quanto in realtà non era — e che la via fosse libera alla costruzione del nuovo domani. Ci illudevamo: ma non importa: idealmente dobbiamo cominciare la vita nuova con 11 di Agosto. Mi ricordavo, di un’altra notte di luna dopo l’8 Settembre. All’Antella, con Silvano, e con molti altri ragazzi che ora erano con noi; avevamo passato una notte all’aperto, nei campi, al limite dei boschi, poiche si diceva che i fascisti avevano riaperto la caccia.

Preludio di vita partigiana. Per vie diverse, con avventure ora annodate, ora indipendenti, eravamo arrivati alla stessa, conclusione: la logica ci aveva portato spalla a spalla nella battaglia di Firenze, a far la guardia insieme al chiaro di luna.

Poichè Silvano non era un letterato, ma un operaio, studente, fìglio, di un calzolaio, fu molto, naturale che finissimo col parlare di poesia — e che io dicessi, sommessamente. i Sepolcri, Foscolo, quasi suggello, della nostra discussione politica. Né il guardar e l’ascoltar attentissimo, sviò il nostro pensiero da quello che più importava. Domani potevamo non essere più; era necessario affermare che ad ogni modo qualcosa ci sarebbe ancora stato, che avrebbe parlato anche per noi.

Ove fia santo e lagrìmato il sangue, — per la patria versato, e finche il Sole — risplenderà su le sciagure umane.

Caro Silvano, io mi auguro un’altra notte di guardia al chiaro di luna con te.