Firenze Liberata 1° parte

Firenze liberata!
Quando i primi uomini della Sinigaglia arrivarono in Firenze, di là d’Arno trovarono le truppe indiane col turbante e la barba che li accolsero coi fucili puntati e li fecero sdraiare a terra. Quegli uomini che avevano sostenuto duri scontri passando attraverso le linee tedesche per arrivare a Firenze, si ritrovarono nel mirino di quelle truppe coloniali britanniche che obbedivano all’ordine del genera le Alexander , per cui i partigiani dovevano consegnare le armi agli inglesi. A questo pose rimedio Potente. Questi stipulò un accordo con gli inglesi con questa premessa: "Guardate, noi si conosce Firenze come le nostre tasche: i franchi tiratorí si levano noi. Se venite voi altri (c’erano canadesi, scozzesi, índíani) e vi pigliano! Vu’ siete in divisa, vi vedano da lontano!" Prevalse la fermezza di comportamento di Potente e la sua proposta di procedere coi suoi uomini davanti ai reparti alleati alla bonifica della città dai franchi tiratori. Questi imperversavano sulla riva sinistra dell’Arno e fino a quel momento erano stati contrastati con scarsa efficacia. Fu un fatto politicamente molto rilevante:
per la prima volta partigiani e truppe regolari alleate operavano unitamente, sotto il comando di un capo partigiano. Nella caccia ai franchi tiratori furono schierate la Brigata Sinigaglia e un reparto canadese. Questa forza si acquartierò in piazza Santo Spirito.

La Morte di Potente
La sera dell’8 agosto, verso le nove, Potente si reca in piazza Santo Spirito per verificare personalmente l’andamento dell’operazione e prendere gli ultimi accordi con Gracco, comandante della Sinigaglia, e gli ufficiali alleati. Un colpo di mortaio gli esplode vicino: una scheggia lo ferisce gravemente. Sull’autoambulanza che lo trasporta all’ospedale di Greve dice al compagno Meoni: "Prendi la mia camicia rossa dopo la mia morte e falla sventolare su Firenze quando la città sarà stata liberata". Gli sarà conferita la Medaglia d’Oro al valor Militare.

In Firenze sì attraversò il Campo di Marte, si prese per Borgo Pinti e via Verdi. Dei tedeschi nemmeno l’ombra, c’erano solo franchi tiratori. Dai lungarni entrai in via Verdi quando udii due fucilate e il sibilo ziiin, zffin: due pallottole, una di qui e una di là, mi sfiorarono la testa. Mi buttai in terra di schiena e puntai il mitra nella direzione degli spari, come fossi l’attore di un film americano. Lasciai partire una raffica che sventagliò e distrusse tutta una fila di finestre. Tritai tutte le persiane, di quelle non ci rimase più nulla. Poi via di corsa: io e il Francesino salimmo per le scale fino all’ultimo piano del palazzo da dove erano partiti i colpi. Trovammo una donna impaurita, con un bambino in collo e uno per la mano. Le chiesi: "Di dove gli hanno sparato?" "Mah, ‘un lo so". Le finestre sui tetti erano aperte e i ragazzi di città ci dissero: "Via, via, via: andate via voialtri. Ci si pensa noi, ci si pensa noi. Andate subito in piazza dell’Unità, v’aspettano là!" Noi partigíaní che si veniva dalla montagna venivamo indirizzati subito dove c’era bisogno, visto che eravamo più disciplinati ed esperti: avevamo già combattuto, c’era già capitato lo scontro. Quando tu spari addosso a un nemico, l’abbatti, tu gli salti sopra e tu passi oltre. Che questo fosse capitato a quelli di città era difficile, eccetto a quelli che facevano parte dei GAP. I gappisti erano pochi, quadrati. Persone pericolose, abituate ad andare in giro ben vestiti, con la pistola infilata nella cinghia dei pantaloni. Andammo via: dopo anni trovai gente a Firenze che mi disse, a proposito della donna trovata in cima alle scale: "Sai che quella l’era un franco tiratore: l’aveva i’ moschetto o un’altra arma nascosta dietro la porta". La presi come notizia non verificata, non sono sicuro che lo fosse. E poi erano due colpi sparati in rapida successione: difficile sparare con quella velocità con un moschetto. Quelli erano stati sparati o da una pistola o da un’arma automatica. In un mitra tu metti a colpo singolo e tu stringi: click, click e partono subito due colpi. È un attimo e io son vivo perché qualche volta ho strinto il grilletto un attimino prima di quell’altro. Mentre andavo in piazza dell’Unità vidi i ponti sull’Arno tutti saltati: solo il ponte Vecchio era intatto. Macerie da tutte le parti. Arrivai in piazza Santa Maria Novella e vidi che sul sagrato della chiesa c’erano sette o otto morti fucilati: erano franchi tiratori. I partigiani di città, man mano che li catturavano qua e là, li portavano e riunivano dinanzi a Santa Maria Novella. Qui li fucilavano per mostrare alla popolazione la loro sorte. Questo fu un fenomeno esclusivo, peculiare di Firenze. Arrivai li col Francesino, si era armati. Vidi delle donne che tiravano sputacchi e pedate a quei morti fucilati. Ci rimasi malissimo, disgustato, e dissi: "Mamma mia: in che mondo che siamo! In che mondo che siamo!"
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Cecchini fucilati

A Firenze in quei giorni si sviluppa un fenomeno anomalo e originale: una forma di resistenza tutta fiorentina, con la quale partigiani e alleati devono fare i conti: fiorentini di ambo i sessi e di tutte le età sparano contro di loro dalle finestre, dai tetti, dagli angoli delle strade. Tra questi vi sono ragazzini di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni che, nati e cresciuti sotto il regime fascista, avevano chiesto l’arruolamento nei reparti militari della RSI senza ottenerlo per via dell’età. Firenze è la città di Alessandro Pavolini, giovanissimo podestà prima e poi segretario nazionale del Partito Fascista Repubblicano, nonché capo delle Brigate Nere: un autentico mito per i giovanissimi formatisi nelle scuole fasciste. Questi non potendo seguire Pavolini e Mussolini a Salò decidono di dare il proprio contributo alla causa alla loro maniera. Imbracciano un fucile, spesso recuperato dal cadavere di qualche soldato o di qualche partigiano trovato nelle campagne attorno a Firenze, e prendono posizione sui tetti dei palazzi di Firenze. Così accolgono partigiani e alleati che entrano in città: sparandogli addosso, con l’íntento tanto folle quanto assurdo dì difendere il capoluogo toscano. Catturati, venivano consegnati nelle mani del CTLN, che li passava per le armi senza indugio. Questi sono i Franchi Tiratori fiorentini, simili per certi versi a quegli adolescenti che difesero Berlino nelle drammatiche ore della caduta dei Reich.
Ancora dovevamo iniziare a scontrarci coi tedeschi e pensai: "Dev’essere un odio feroce… a Firenze ci devono essere state sofferenze, angherie!" Mentre ero intento a guardare quelle cose lì passò un ragazzo e ci gridò: "Ohé! Figlioli! Che siete della Caiani voialtri?" "Sì" "Venite con me! I vostri, son qui". Erano all’albergo Baglioni in piazza dell’Unità, dove i partigiani avevano occupato i locali che erano stati del comando tedesco. La mia brigata andò in via delle Cure e il mio gruppo fu alloggiato in via della Robbia. La linea di demarcazione era la ferrovia: di là di quella c’era la terra di nessuno. Iniziarono ad arrivare le pattuglie ( inglesi: avevano fatto un ponte Bailey sull’Amo, qualcun altro aveva attraversato a guado.
Una notte si senti sparare e si schizzò fuori al grido: "C’è ‘tedeschi! C’è ‘tedeschi’ Era una pattuglia tedesca rientrata in piazza Savonarola, dove avevano, fatto delle fossette con una balaustra come paraschegge per quando bombardavano. Stavano lì dietro e noi ci avvicinammo strisciando in terra. Questi ci sparavano addosso, protetti dai paraschegge. Arrivò anche un gruppo della Lanciotto.
Tra questi c’era i’ Vandalo, il Valoriani, che era un elemento… Disse: Icchè c’è? Madonna, gli levo io!" "Sta’ fermo!" Ma non intese ragioni e passò all’azione. Prese un mitragliatore e lo imbracciò: un Breda, pesava undici chili ed era dura a tenerlo con le braccia. Mise la cartuccia in canna, si alzò in piedi e fece partire due raffiche: tatatata, tatatata. Si avvicinò ancora: tatatata, tatatata. I tedeschi caddero falciati dalle sue raffiche, il quarto tirò fuori il fazzoletto e si arrese. Lo presero proprio nel momento in cui arrivò una pattuglia inglese. Prelevarono il Vandalo e lo portarono con sé: gli conferirono subito la medaglia al valore sul campo. Noi si passò la ferrovia e si fecero delle puntate contro i tedeschi. Sia io col mio distaccamento che il Francesino col suo: anche lui un comandante di distaccamento, di quella compagnia che trovai al Messeri,
era al comando l’ex capitano dei bersaglieri Penna. A proposito, questi fu mirato mentre andava in cerca di rinforzi e fucilato dai tedeschi.
Ci dettero quest’ordine: "Su, ragazzi, andiamo, perché qui gli inglesi non hanno voglia d’andare avanti nemmeno se tu gli buchi e ‘un si può rimanere così. Bisogna fare una puntata per vedere se ci sono tedeschi". Si era di mattina verso il 13 o 14 di agosto. Si avanzò piano piano, acquattati dietro le case per vedere se ci fossero i tedeschi. Io da una parte e il Francesíno dall’altra, coi nostri ragazzi. Era una zona ancora abitata, c’era gente nascosta nelle case. Si chiedeva: Che c’è i tedeschi?" "No, qui e’un ci sono, gli hanno a essere a quella villa là". La gente ci indicava dove erano i tedeschi e noi si cercava di fare uno schizzo su un foglio, di segnarci il posto per poi portarlo agli inglesi per coordinare il tiro delle artiglierie. Finita la ricognizione, si ritornò indietro. I nostri ragazzi per la stanchezza si misero chi sdraiato e chi seduto nel viale dei Mille. Noi comandanti del distaccamento (Io, il Francesino, il Folle e il commissario politico della conpagnia, lo Zio) eravamo riuniti in piedi proprio sull’angolo del viale dei Mille e Piazza delle Cure. Eravamo intenti a fare la relazione, per comunicare le posizioni dei tedeschi che avevamo scoperto lassù, oltre le case. Lo Zio mi disse: Allora dammelo i’ foglio, lo porto io a i’ comando". Sentii uno schianto: una nuvola di polvere mi avvolse. Ricevetti un colpo alla spalla, come di uno che mi spingeva indietro: in mezzo a noi era appena caduto un proiettile di mortaio! Restai comunque in piedi, il Francesino cascò giù. Ebbe il torace trapassato da parte a parte da una scheggia: aveva un grosso buco da cui perdeva copiosamente sangue. Il Folle non aveva più un braccio: gli ciondolava sbrindellato, ma si salvò. Io e lo Zio riportammo solo graffi. Non mi feci nemmeno medicare, mi misi un cencio sopra le escoriazioni. Il Francesino non mori subito: lo sdraiammo su un barroccino e si portò di corsa all’ospedale San Gallo. Mentre stavano per iniziare l’intervento, giunsero alcune cannonate tedesche da Fiesole. 1 dottori non fecero l’intervento e lui morì poco dopo. Queste cose mi dispiace a raccontarle: il mio non è eroismo. Faccio una mia congettura: forse c’era qualche spia con qualche radio collegata che indicò ai tedeschi: "Tira lì, che son proprio lì sull’angolo preciso, Ripeto è solo una mia supposizione. Non l’ho mai appurato. Poteva essere un tiro casuale.-

Fine della I° parte

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Tratto da
Fumo l’ultimo della Caiani

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