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25 Aprile 1945 – Canto dei Massacrati

25 Aprile 1945

Canto dei Massacrati

È l’inno dei partigiani che combattevano sulle montagne tra le province di Alessandria e di Genova, nell’area di Capanne di Marcarolo. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 1944 nazisti e fascisti iniziarono un imponente rastrellamento contro le bande partigiane il cui comando era insediato presso l’antico monastero della Benedicta. Centocinquanta partigiani caddero in combattimento o furono giustiziati, altri 400 avviati verso i lager, soprattutto Mauthausen. Il loro inno è tra i più belli dell’intero canzoniere della Resistenza.

Dalle belle città

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l’arida montagna
Cercando libertà tra rupe e rupe
Contro la schiavitù del suol tradito
Lasciammo case, scuole ed officine
Mutammo in caserme le vecchie cascine
Armammo le mani di bombe e mitraglia

Temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia
Siamo i ribelli della montagna
Viviam di stenti e di patimenti
Ma quella fede che ci accompagna
Sarà la legge dell’avvenir

Di giustizia è la nostra disciplina
Libertà è l’idea che c’avvicina
Rosso sangue è il color della bandiera
Partigiana è la forte e ardente schiera
Per le strade dal nemico assediate
Lasciammo talvolta le carni straziate
Sentimmo l’odor della grande riscossa
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Stormy Six – Stalingrado

Stormy Six

Stalingrado

Fame e macerie sotto i mortai
Come l’acciaio resiste la città
Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate
Ride una donna di granito su mille barricate
*
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città
*
L’orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffè
l’inverno mette il gelo nelle ossa
ma dentro le prigioni l’aria brucia come se
cantasse il coro dell’armata rossa
*
La radio al buio e sette operai
sette bicchieri che brindano a Lenin
e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile
vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile
*
Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa
D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città

Anonimo – Il canto dei partigiani caduti

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Anonimo
Il canto dei partigiani caduti
Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, trascinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento,
soli, col ricordo delle case lontane,
dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
baldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

Franco Fortini – Canto degli ultimi partigiani

Franco Fortini

Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pungi dei morti
La giustizia che si farà.

Anonimo – Il canto dei partigiani caduti

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Poesia di Anonimo
Il canto dei partigiani caduti

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, trascinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
baldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

I soldati della palude

I soldati della Palude
Canto di riferimento: Die moorsoldaten [I soldati della palude]

Fin dove lo sguardo può giungere
non si vede che brughiera e palude
non un uccello canta qui attorno
soltanto qualche quercia povera e spoglia
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!
*
In questa brughiera deserta
sorge il lager abbandonato
dove noi lontani dalla libertà
siamo ammassati dietro ai reticolati
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!
*
La mattina andiamo in colonna
nella palude dove lavoriamo
Scaviamo nella calura del sole
e parlare di casa non ha senso
*
Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!

Canto di Buchenwald

Canto di Buchenwald
Canto di riferimento: Buchenwald-Lied

All’alba, ma prima che il sole si levi,
le colonne vanno verso le fatiche della giornata
avanzando nel primo mattino.
E il bosco è nero e il cielo è rosso
e noi portiamo nella bisaccia un tozzo di pane
e nel cuore, nel cuore gli affanni.
*
O Buchenwald, non potrò mai dimenticarti,
perché sei il mio destino.
Solo chi può lasciarti è in grado di sapere
quanto meravigliosa sia la libertà!
O Buchenwald, non ci lamentiamo e non piangiamo:
quale che sia il nostro futuro
vogliamo comunque dire sì alla vita,
poiché verrà il giorno
in cui saremo liberi.
*
La notte è tanto corta ed il giorno tanto lungo,
ma risuona un canto che in patria si cantava:
così il nostro coraggio non viene meno.
Tieni il passo, compagno, e non perderti d’animo,
noi portiamo la volontà di vivere nel sangue
e nel cuore, nel cuore la fede!
*
O Buchenwald…

Il nostro sangue è caldo e la ragazza lontana,
ed il vento canta sommesso ed io le voglio tanto bene:
se mi restasse fedele!
Le pietre sono dure ma il nostro passo è fermo,
e portiamo con noi picconi e vanghe
e nel cuore, nel cuore l’amore!
*
O Buchenwald…

R. Finzi – Un canto inedito della Divina Commedia

R. Finzi

Un canto inedito della Divina Commedia

Io vidi ed anco il sangue mi s’abbica

di gente una gran turba in quel girone

sozza d’ogni sozzura nova e antica

*

Chiesi a Virgilio: O Duca, esce persone

che si sconciati hanno cuore e budella,

per qual mai colpa sono in questo agone?

*

Ed egli a me, con ischietta favella:

d’ogni uman fallo, Dante, vedrai pena

pria che tu giunga in fondo a questa cella;

*

vedrai predon, falsari ed altra oscena

compagnia, traditori e barattieri

e violenti nella calda arena;

*

ma quanti ora tu vedi son più neri

di colpa che qual altro cittadino

di questa valle ove non è chi speri.

*

Qui piange suoi misfatti lo strozzino,

qui si strappa suoi visceri colui

che su nel mondo li strappò al vicino.

*

Subitamente vidi e certo fui

che giustizia divina facea strazio

qual si conviene a questi spirti bui.

*

Scorsi uno d’essi, che pareva sazio

d’ogni dolor, ficcar le dieci dita

nel ventre aperto come sacco al dazio,

*

ed a forza allargar quella ferita

e le budella rivoltar col gesto

del doganier che contrabbando addita.

*

Ed uno spírto di costui più mesto

il proprio cuore aveva portato a’ denti

e si il mordeva d’ogni intorno lesto.

*

Un terzo ancor, che gli occhi aveva ardenti

d’infame rabbia, con aguzzo sasso

faceva a brani i visceri pendenti.

*

Terribil vista! Io spinsi allora il passo,

ma Virgilio esortommi con amari accenti:

Osserva il nuovo contrappasso:

*

Costoro al mondo non ebbero altari

d’amor fraterno, e pane a’ lor fratelli

vendettero per oro a peso pari.

*

Luogo è lassù non cinto di castelli

ma di rete metallica, che ospizia

molti latini ed angeli son con elli,

*

Cazzenovo s’appella e la malizia

che qui in eterno pagherà lo scotto

là dentro visse e compì sua tristizia.

*

Tacque il Maestro, ed uno ch’aveva rotto

tutto il torace, fegato e budella

strappossí in ira di Virgilio al motto,

gridando con orribile favella:

Agli affamati ogni crosta conviene

e misi in borsa orioli, gemme anella!

*

Ed io gli dissi: Queste vostre pene,

strozzini abbietti, sono giusto scherno

al color del peccato che vi tiene

così sconciati in vostro duolo eterno.

Nota

Tratto da “Poesie dal fronte”

Oltre a dirigere il giornale del campo di internamento di Katzenau, ‘La Baracca il professor R. Finti teneva corsi di letteratura italiana per i prigionieri. Dotato di un certo senso dell’ironia, fondamentale per salvarsi nei momenti più difficili della vita – adattò la Divina Commedia alla situazione che vivevano i deportati all’interno lager, scrivendone un canto “aggiuntivo”.

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Anonimo Il canto dei partigiani caduti

 

Quando il nemico spadroneggiava
nelle nostre valli, ci siamo ribellati,
siamo saliti sulla montagna, ci siamo
conquistate una ad una le armi,
assaltandolo, tracinandolo nelle gole
abbandonate dei nostri mondi.
Siamo rimasti al freddo, al vento, 
soli, col ricordo delle case lontane, dove le mamme pregavano per noi.
Lassù non avremmo partiti.
Non ambizioni. Una sola bandiera:
Il tricolore della patria in catene.
Ci portarono le stelle il volto dei nostri cari lontani.
Ci portò il vento l’ultimo sospiro dei nostri morti.
Abbiamo perduto la spensierata
bakldanza con la quale siamo partiti.
Ci ha fatto diventare muti il silenzio del bosco senza sole.
Ci ha fatto diventare freddi lo spettacolo delle case in fiamme.
Siamo morti sputando in faccia all’invasore.
Siamo ancora insepolti all’ombra delle rocce, ai margini delle strade.
Non avremmo che le lacrime delle
nostre mamme atterrite,
e il perenne ricordo dei nostri compagni.
Solo questo chiedono a voi
le nostre carni a brandelli:
Onestà, libertà, giustizia.

Pietro Gori – Addio a Lugano

Pietro Gori
Addio a Lugano
*
Addio, Lugano bella,
o dolce terra pia,
scacciati senza colpa
gli anarchici van via
e partono cantando
colla speranza in cor.
*
Ed è per voi sfruttati,
per voi lavoratori,
che siamo ammanettati
al par dei malfattori;
eppur la nostra idea
non è che idea d’amor.
*
Anonimi compagni,
amici che restate,
le verità sociali
da forti propagate:
è questa la vendetta
che noi vi domandiam.
*
Ma tu che ci discacci
con una vil menzogna,
repubblica borghese,
un dì ne avrai vergogna
ed oggi t’accusiamo
di fronte all’avvenir.
*
Banditi senza tregua,
andrem di terra in terra
a predicar la pace
ed a bandir la guerra:
la pace tra gli oppressi,
la guerra agli oppressor.
*
Elvezia, il tuo governo
schiavo d’altrui si rende,
di un popolo gagliardo
le tradizioni offende
e insulta la leggenda
del tuo Guglielmo Tell.
*
Addio, cari compagni,
amici luganesi,
addio, bianche di neve
montagne ticinesi,
i cavalieri erranti
son trascinati al nord.