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Mordecai Gebirtig–La nostra citta brucia

La nostra città brucia

Parole: Parole: Mordecai Gebirtig
Musica: Musica: Mordecai Gebirtig
Titolo originale: Titolo originale: Undzer shtetl brent!

Mordecai Gebirtig, nato a Cracovia (Polonia) nel 1877, scriveva poesie e canzoni in Yiddish. Nel 1936 scrisse "Undzer shtetl brent!" dopo un pogrom che aveva avuto luogo nella città polacca di Przytyk. Durante la guerra, la canzone divenne molto popolare nel ghetto di Cracovia e ispirò molti giovani a prendere le armi contro i Nazisti. Oltre a venir cantata in molti altri ghetti e nei campi di concentramento, questa canzone venne anche tradotta in polacco e in molte altre lingue. Gebirtig venne ucciso nel giugno del 1942 durante un rastrellamento nel ghetto di Cracovia.

Oggi, "Undzer shtetl brent!" rimane una delle canzoni commemorative più eseguite.

Traduzione in italiano:

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Venti malvagi, gonfi di rabbia,
rabbia e devastazione, sfacelo e distruzione;
Più forte adesso quelle fiamme selvagge crescono –
Tutto, intorno a noi, adesso brucia!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Presto le lingue di fuoco rabbiose
avranno consumato ogni casa, completamente,
Mentre il vento selvaggio soffia e ulula! –
Tutta la città è in fiamme!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
Oh! Dio non voglia che il momento venga,
Che la nostra città, insieme a noi,
Sia ridotta in cenere e fumo,
Lasciando, quando il massacro sarà terminato
Solo mura carbonizzate e vuote!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
E la nostra salvezza è nelle vostre mani.
Se la vostra città vi è cara
Afferrate i secchi, domate gli incendi!
Fate vedere che sapete farlo!
Non state lì, fratelli, a guardare
Le braccia incrociate e inutili,
Non state lì, fratelli, domate il fuoco! –
Il nostro povero villaggio brucia!

Tratto da

L’Enciclopedia dell’Olocausto

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I bambini durante l’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

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Un bambino, in condizioni di evidente denutrizione, mangia qualcosa in una strada del ghetto di Varsavia. Varsavia, Polonia tra il 1940 e il 1943.

— US Holocaust Memorial Museum, courtesy of Rafael Scharf

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I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute "indesiderabili" o "pericolose" fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla "lotta di razza", sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell’Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini – tra i 5.000 e i 7.000 – eliminati nell’ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell’Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di "sangue puro ariano", gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell’Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate ‘adeguate’ dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti ‘scientifici’, spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a "guadagnarsi" l’opportunità di venire "germanificati". Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli "esperti’ determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere all’Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti – e alcune volte anche da soli – e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.

Tra il 1938 e il 1940, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata ufficiosamente "Trasferimento dei Bambini" (Kindertransport); un’operazione che – dalla Germania e dai territori occupati dai tedeschi – portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In altre occasioni, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia, quasi l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici, a suore e a laici cattolici, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in Belgio, infine, molti sopravvissero nascondendosi in luoghi diversi.

Dopo la resa della Germania nazista, che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale, i profughi e i rifugiati cominciarono a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano a quel punto nei campi profughi, mentre molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti dall’Europa dell’Est, unendosi all’esodo di massa (Brihah) verso le zone occidentali della Germania occupata, e dirigendosi poi verso Yishuv (la zona d’insediamento ebraico in Palestina). Grazie alla Youth Aliyah (Immigrazione Giovanile), a migliaia emigrarono nello Yishuv e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.

Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

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Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”)

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Soldati appartenenti a un’unità non identificata della Squadra della Morte C frugano tra i beni degli Ebrei massacrati a Babi Yar, una gola nei pressi di Kiev. Unione Sovietica, 29 settembre-1 ottobre 1941.

— US Holocaust Memorial Museum

Le Einsatzgruppen (in questo contesto da leggere come “unità mobili di sterminio”) erano vere e proprie Squadre della Morte composte principalmente da SS e da agenti di polizia. Comandate da ufficiali della Polizia di Sicurezza tedesca (Sicherheitspolizei, Sipo) e del Servizio di Sicurezza (Sicherheitsdienst, SD) le Einsatzgruppen avevano tra i loro compiti l’eliminazione di coloro che venivano considerati nemici, sia per motivi politici che razziali, e che si trovavano al di là delle linee di combattimento, nell’Unione Sovietica occupata dai tedeschi.

Tra le vittime vi furono Ebrei, Rom (Zingari), funzionari di Stato e funzionari del Partito Comunista Sovietico. Le Einsatzgruppen assassinarono anche migliaia di pazienti ospitati nelle strutture per disabili fisici e mentali. Molti studiosi sono convinti che lo sterminio sistematico degli Ebrei attuato dalle Einsatzgruppen e dai battaglioni della Polizia d’Ordine (Ordnungspolizei) nell’Unione Sovietica occupata, rappresentò il primo passo verso l’attuazione della “Soluzione Finale”, il programma ideato dai Nazisti per eliminare tutti gli Ebrei europei.

Durante l’invasione dell’Unione Sovietica, nel giugno del 1941, le Einsatzgruppen si posero al seguito dell’esercito tedesco mentre questi avanzava profondamente nel territorio nemico. Le Einsatzgruppen, spesso usufruendo dell’appoggio della polizia e delle popolazioni locali, portarono a termine numerose operazioni di sterminio di massa. Contrariamente ai metodi adottati successivamente, che prevedevano la deportazione degli Ebrei dalle città o dai ghetti verso i campi di sterminio, le Einsatzgruppen si recavano direttamente nelle comunità ebraiche e attuavano veri e propri massacri.

L’esercito tedesco fornì appoggio logistico alle Einsatzgruppen, inclusi rifornimenti, trasporto, alloggio e, occasionalmente, forza lavoro sotto forma di unità per il trasferimento e la sorveglianza dei prigionieri. In una prima fase, le Einsatzgruppen fucilarono principalmente gli uomini Ebrei. Alla fine dell’estate del 1941, tuttavia, ovunque le Einsatzgruppen si recassero uccidevano uomini, donne e bambini, senza curarsi dell’età o del sesso di appartenenza, seppellendoli poi in fosse comuni. Spesso grazie all’aiuto di informatori e interpreti della popolazione locale, gli Ebrei di una certa zona venivano identificati e portati nei punti di raccolta;da qui, i camion li trasportavano poi ai luoghi dell’esecuzione, dove le fosse comuni erano già state preparate. In alcuni casi, i prigionieri erano costretti a scavare loro stessi le loro future tombe. Dopo aver consegnato ogni oggetto di valore ed essersi spogliati, uomini, donne e bambini venivano fucilati, o in stile militare – in piedi, di fronte alla fossa – oppure già stesi sul fondo, uno accanto all’altro, secondo un sistema che venne ribattezzato in modo irriverente “a scatola di sardine”.

La fucilazione fu il sistema più usato dalle Einsatzgruppen; tuttavia, alla fine dell’estate del 1941, Heinrich Himmler, avendo constatato il peso psicologico che tale sistema di sterminio aveva sui suoi uomini, richiese l’adozione di un modo più “comodo” di perpetrare le uccisioni. Il risultato di tale richiesta fu la creazione delle camere a gas mobili: montate su furgoni per il trasporto merci, e con il sistema di scappamento modificato, esse venivano usate per asfissiare i prigionieri con il monossido di carbonio. Le camere a gas mobili fecero la propria apparizione per la prima volta sul fronte orientale, alla fine dell’autunno del 1941, e furono poi utilizzate, insieme alle fucilazioni, per assassinare Ebrei e altre vittime nella maggior parte delle zone in cui le “Squadre della Morte” operavano.

Le Einsatzgruppen al seguito dell’esercito tedesco in Unione Sovietica erano composte da quattro gruppi operativi, ognuno delle dimensioni di un battaglione. L’ Einsatzgruppe A partì dalla Prussia Orientale e si spinse attraverso la Lituania, la Lettonia e l’Estonia verso Leningrado (oggi San Pietroburgo). Questa unità massacrò gli Ebrei a Kovno, Riga e Vilna. L’Einsatzgruppe B partì invece da Varsavia, nella Polonia occupata, e attraverso la Bielorussia si spinse verso Smolensk e Minsk, massacrando gli Ebrei a Grodno, Minsk, Brest-Litovsk, Slonim, Gomel e Mogilev, solo per citare alcuni luoghi. L’Einsatzgruppe C cominciò le proprie operazioni da Cracovia, attraversando poi l’Ucraina occidentale e proseguendo verso Kharkov e Rostov sul Don. I suoi uomini operarono massacri a Lvov, Tarnopol, Zolochev, Kremenets, Kharkov, Zhitomir e Kiev. Qui, il sottogruppo 4A delle Einsatzgruppen, nel corso di due intere giornate, portò a termine quello che divenne poi tristemente famoso come “massacro della gola di Babi Yar”, in cui vennero assassinati 33.771 Ebrei di Kiev. Delle quattro unità, la Einsatzgruppe D operò invece nella parte più a sud: questa squadra portò a termine numerosi massacri nella parte meridionale dell’Ucraina e della Crimea, in particolare a Nikolayev, Kherson, Simferopol, Sebastopoli, Feodosiya e nella regione di Krasnodar.

Le Einsatzgruppen ricevettero vasto appoggio dai soldati tedeschi e dagli altri eserciti dell’Asse, così come da collaboratori locali e da altre unità delle SS. I membri delle Einsatzgruppen venivano reclutati tra le SS, le Waffen SS (reparti militari delle SS), nel Sipo e nel SD, tra le forze della Polizia d’Ordine e in altre forze di polizia.

Alla fine della primavera del 1943, le Einsatzgruppen e i battaglioni della Polizia d’Ordine avevano già assassinato più di un milione di Ebrei sovietici e decine di migliaia di commissari politici, partigiani, Rom e persone disabili. Il cosiddetto “sterminio mobile”, in particolare la fucilazione, si dimostrò un metodo inefficiente e psicologicamente pesante per gli uomini coinvolti. Già nel periodo in cui le Einsatzgruppen portavano a termine le loro operazioni, le autorità tedesche cominciarono a pianificare e poi costruire strutture fisse all’interno dei campi di sterminio, per uccidere – tramite gas venefico – del più vasto numero possibile di Ebrei.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

Einsatzgruppen – (“Squadre della Morte”)

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Einsatzgruppen (“Squadre della Morte”) — Ritratti

Herschel Rosenblat

Data di nascita: 1916, Varsavia, Polonia

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Herschel era il più giovane di tre figli nati da genitori ebrei, che in casa parlavano Yiddish. Quando Herschel era ancora bambino, la sua famiglia si trasferì a Radom, una citttà industriale in cui viveva una grande comunità ebraica. Nel 1930, Herschel, che aveva finito la scuola, lavorava già con suo padre nella loro azienda di produzione di calzature. Più tardi, con l’aiuto di un amico, egli trovò un lavoro a tempo pieno come imbianchino.

1933-39: La carriera di imbianchino di Herschel fu interrotta per due anni quando egli ne aveva venti e venne arruolato nella cavalleria polacca. Quando la Germania minacciò di attaccare la Polonia, nell’agosto del 1939, Herschel venne richiamato; dopo l’occupazione tedesca, egli riuscì ad evitare di venire catturato come prigioniero di guerra e tornò a casa. Quando i Tedeschi picchiarono suo fratello maggiore Itzik, Herschel prese in prestito del denaro e fuggì ad est, nella città di Slonim, che si trovava nella parte di Polonia occupata dai Sovietici.

1940-41: A Slonim Herschel trovò nuovamente lavoro come imbianchino, ma nel 1941 cadde da un’impalcatura e si ruppe una gamba; di conseguenza, si trovava all’ospedale quando i Tedeschi attaccarono l’Unione Sovietica, il 22 giugno 1941. Tre giorni dopo, truppe tedesche presero d’assalto Slonim. Mentre la maggior parte dei suoi amici fece in tempo a fuggire, Herschel rimase bloccato a letto. Durante la loro avanzata in territorio sovietico, le truppe tedesche erano seguite da unità operative mobili, o Squadre della Morte, alcune delle quali entrarono anche a Slonim con il compito di uccidere gli Ebrei.

Herschel, insieme ad altri pazienti, venne assassinato mentre si trovava nel suo letto d’ospedale. Aveva 25 anni.

Enciclopedia dell’Olocausto – I campi di sterminio

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Enciclopedia dell’Olocausto

I campi di sterminio: sintesi

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Spazzole appartenute a vittime del campo di concentramento di Auschwitz, rinvenute subito dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

— Dokumentationsarchiv des Oesterreichischen Widerstandes

I Nazisti istituirono i campi di sterminio per rendere il più efficiente possibile l’assassinio di massa. Diversamente dai campi di concentramento, che servivano principalmente come campi di detenzione e di lavoro, i campi di sterminio (anche conosciuti come “campi della morte”) erano quasi esclusivamente vere e proprie “fabbriche di morte”. Nei campi di sterminio, le SS e la polizia tedesca assassinarono quasi 2.700.000 Ebrei, tramite l’uso di gas tossico o tramite fucilazione.

Il primo centro di sterminio ad essere realizzato fu quello di Chelmno, nel dicembre del 1941, nella parte della Polonia annessa alla Gemania (Warthegau). I prigionieri, per la maggior parte Ebrei, ma anche Rom (Zingari), venivano uccisi all’interno di camere a gas mobili, installate su appositi furgoni. Nel 1942, nel Governatorato Generale (un terrritorio all’interno della Polonia occupata) i Nazisti crearono i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka (conosciuti anche come Campi dell’Operazione Reinhard) con l’obiettivo di eliminare sistematicamente tutti gli Ebrei polacchi. Nei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard, le SS e i loro aiutanti assassinarono approssimativamente 1.526.500 Ebrei, tra il marzo 1942 e il novembre 1943.

Al loro arrivo al campo di sterminio, quasi tutti i deportati venivano immediatamente mandati alle camere a gas, ad eccezione di un ristretto numero che veniva invece utilizzato nelle squadre addette a lavori speciali e note come Sonderkommandos (Unità Speciali). Il centro di sterminio più grande fu quello di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, dove, alla fine della primavera del 1943, funzionavano quattro camere a gas che utilizzavano la sostanza tossica nota come Zyklon B. Quando le deportazioni raggiunsero la massima intensità, il numero di Ebrei a venire uccisi con il gas ad Auschwitz-Birkenau raggiunse anche la cifra di 6.000 persone al giorno; in totale, più di un milione di Ebrei e decine di migliaia di Rom, di Polacchi e di prigionieri di guerra avrebbero trovato la morte in quel campo entro la fine di novembre del 1944.

Sebbene diversi studiosi abbiano tradizionalmente considerato Majdanek come il sesto campo di sterminio, ricerche recenti hanno fatto miglior luce sulle funzioni e operazioni attuate a Lublino/Majdanek. Nell’ambito dell’Operazione Reinhard, Majdanek serviva principalmente per concentrare quegli Ebrei che i Tedeschi risparmiavano temporaneamente per poi inviarli ai lavori forzati. Majdanek fu solo occasionalmente usato come campo di sterminio, al fine di eliminare coloro che non potevano venire uccisi nei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard: Belzec, Sobibor e Treblinka II. Majdanek conteneva anche un magazzino per conservare le proprietà e gli oggetti di valore appartenuti alle vittime degli altri campi di sterminio.

Le SS consideravano i campi di sterminio un’operazione top secret. Per cancellare ogni traccia delle uccisioni unità speciali, costituite da prigionieri (Sonderkommandos), venivano obbligate a rimuovere i cadaveri dalle camere a gas e a cremarli. Alcuni campi di sterminio vennero cammuffati o modificati, nel tentativo di nascondere l’avvenuto assassinio di milioni di persone.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

Kambanellis – O Andonis

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O ANDONIS
(Antonio)

Mauthausen una lunga scala
bianco granito e dolore
scalini centottantasei
giornata dodici ore
Laggiù ebrei e partigiani
massi trasportano in sorte
piegati sotto quelle pietre
bianchi crocefissi di morte
Antonio si sente chiamare
da un vecchio ebreo barcollante
«Compagno vieni ad aiutarmi
questa pietra è troppo pesante»
Ma là su quella lunga scala
come una maledizione
una esse esse si avvicina
e colpisce con un bastone
L’ebreo sullo scalino crolla
e l’aguzzino «vedrai
di massi signor partigiano
non uno, due ne porterai»
«Ne porto due ed anche tre
sono partigiano e sono forte
e dopo se non sei codardo
ti batterai con me fino alla morte»

Note
Canzone scritta dal drammaturgo e
regista greco Jacobus Kambanellis, che
fu imprigionato a Mauthausen, e da
Mikis Theodorakis, autore di «Zorba il
greco». A Mauthausen erano detenuti
anche Giuliano Pajetta e il sacerdote
Andrea Gaggero, a causa del loro im-
pegno nella resistenza
genovese. Traduzione di L. Settimelli.

Fabrizio Federici – L’inferno dei gay nei lager nazisti

L’INFERNO DEI GAY NEI LAGER NAZISTI
di FABRIZIO FEDERICI

Non solo ebrei, oppositori politici, zingari, Testimoni di Geova, handicappati fisici e
psichici, resistenti di tutta Europa, sono stati vittime della “peste bruna”. Anche i gay tedeschi – e, dal 1940 in poi, olandesi, francesi e di altri Paesi occupati dall’Asse –
hanno pagato un consistente tributo di sangue: al culmine di un rapporto nazismo – omosessualità (culturale, ideologico, politico) complesso, apparentemente contraddittorio e, in ultimo, tragico (vedi l’intervista a Massimo Consoli, tra i leader del movimento omoses
suale italiano –

Senza ripercorrere nei dettagli le tappe di questo rapporto focalizziamo l’escalation persecutoria antigay iniziata soprattutto con la “Notte dei lunghi coltelli”.
Già nel febbraio del ’33, nemmeno un mese dopo l’ascesa di Hitler alla Cancelleria, un decreto vietava
tutte le pubblicazioni pornografiche e ogni attività della Lega per i Diritti Umani, un’associazione che si batteva per l’abolizione del vecchio “Paragrafo 175”, la legge pe-
nalizzante l’omosessualità voluta, a suo tempo, da Bismark; mentre un altro decreto chiudeva tutti i luoghi frequentati da gay, e si condannavano alla castrazione diversi omo-
sessuali. Poi, dopo la “Notte di San Bartolomeo” del nazismo, e in linea con le più perverse logiche del potere, un regime a forte presenza gay – dal ministro della Giustizia, Frank, al pur coniugato leader dell’Hitler jugend, von Schirach, dal futuro ministro dell’Economia,
Funk, all’aiutante di Hitler, Brückner – e in cui quasi tutti i massimi gerarchi (Hitler, Hess, Frank, Rosenberg, Himmler) sono accaniti esoteristi, legati alla “P2 tedesca”, la famigerata “Società Thule”, inizia a perseguitare omosessuali e operatori dell’occulto più dell’Inquisizione. Nel luglio del 1934, poche settimane dopo l’assassinio di Röhm, Hedmund Heines, i fratelli Strasser e gli altri leader delle SA, il giurista Rudolf Klare, esperto del partito nazista per la “questione omosessuale”, in un convegno internazionale di eugenetica organizzato a Zurigo precisa la posizione ufficiale dello NSDAP e dello Stato tedesco sul problema, proponendo l’obiettivo di una “purificazione sociale” mediante lo sterminio dei gay e il carcere forzato per le lesbiche (che, a onor del vero, anche il vituperato “Paragrafo 175”, sino ad allora, aveva letteralmente ignorato). Pochi mesi dopo,
in ottobre, nasce la “Sezione SD II-S” speciale dipartimento dei servizi segreti destinato a combattere aborto e omosessualità, controllato dal terribile RSHA, l’Ufficio di coordinamento dei “servizi di sicurezza” del Reich (Gestapo, SS,Polizia criminale) agli ordini di Heinrich Himmler e del futuro “boia di Praga”, Reynard Heidrich. Intanto, sin dal novembre del ’33, il lager di Fuhlsbuttel ha accolto una prima ondata di gay e semplici tra-
vestiti.
Ciononostante, nella primavera del 1933 la Commissione Penale del Reischtag esprime ancora parere negativo circa un irrigidimento nell’interpretazione e applicazione del
“Paragrafo 175”; ma è solo una pausa nell’orrore. Nel giugno successivo, a un anno esatto dalla “Notte dei lunghi coltelli”, Hitler apporta la prima “integrazione” al’articolo 175: l’«orwelliano» 175/A, che rende perseguibile con il carcere e il successivo internamento nei lager per la destinazione a lavoro forzato fino alla morte – qualunque espressione af-
fettuosa evocante anche lontanamente una pulsione omosessuale. Il 10 ottobre seguente Himmler si preoccuperà di chiarire lo “spirito della legge”, dichiarando la necessità dell’eliminazione fisica dei gay per la natura di “ibrido razziale” dei loro rapporti e – così come farà in un altro ottobre di nove anni dopo, nel famigerato discorso di Poznan sulla “questione ebraica” – per ragioni anche di politica estera (il legame “oggettivo” tra attività gay e mire dei Paesi confinanti con la Germania, che vogliono l’estinzione del popolo tedesco). Nel febbraio del ’37, in un discorso segreto ai comandanti delle SS, parlerà
senza mezzi termini di eliminazione totale degli omosessuali, anche appartenenti alle stesse SS, e nel novembre 1941 emanerà – senza tuttavia pubblicarlo sulla Gazzetta
Ufficiale del Reich per evitare “malinterpretazioni” – un “decreto del Führer” contro i rapporti omosessuali tra membri delle SS e della polizia (punibili con la pena capita-
le), esteso, infine, nel ’42, a tutti i civili tedeschi.
Quanti gay – contraddistinti generalmente con un triangolo rosa, secondo la barbara “classificazione a triangoli” desunta, peraltro, dai sistemi delle Inquisizioni medievali e
rinascimentali – morirono nei lager nazisti (nel territorio della sola Germania se tedeschi o, dal ’40 in poi, membri di razze “affini” come olandesi e alsaziani; deportati al di fuori, se di altre razze)? Le cifre esistenti sono senz’altro inferiori alla realtà. Per la distruzione di gran
parte dei documenti sulle varie “soluzioni finali” operata dai nazisti nel ’44-’45, la reticenza di molti, nel dopoguerra, a parlare di questi temi (dagli stessi gay, timorosi di chiedere i risarcimenti del governo in una Germania Ovest dove il vecchio “Paragrafo 175” è rimasto in vigore sino al 1969, a una Chiesa cattolica che, pur ingiustamente colpita dal Reich dal ’34 in poi, all’insegna anche di un nuovo “Kulturkampf” antigay, ha avuto però paura di alzare il velo sul fenomeno omosessualità al suo interno); e la confusione nelle classificazioni degli internati (molti dei condannati per “reati sessuali” in realtà erano
semplici oppositori del regime o nemici personali dei vari gerarchi); così come diversi gay, all’opposto, furono internati con imputazioni politiche o come soli “criminali comuni”. Gli studiosi olandesi parlano di 50-80.000, i francesi di 200.000, la Chiesa austriaca e au-
tori canadesi di 250.000 e oltre; mentre lo stesso Himmler, in un discorso del febbraio 1940, si era vantato di aver sterminato già un milione di gay. Nel documentatissimo
“Homocaust” (Milano, Kaos edizioni, 1991), Massimo Consoli, il più attento studioso della materia, dopo aver ricordato queste cifre, riporta la tabella che riproduciamo in basso e che riepiloga (per un totale di ci circa 46.000 casi) i dati su cui concorda la maggior
parte degli storici. Questi dati riguardano, però, i soli individui formalmente condannati in applicazione dell’articolo 175.
Germania riunificata: gennaio 2002. Ancora non sono finite le polemiche sulla forma e l’impostazione del grandioso monumento progettato a Berlino in memoria delle atrocità naziste. Intanto, il Dipartimento di Stato USA, nell’autunno scorso, ha devoluto mezzo milione di dollari del Fondo Internazionale di Risarcimento per le Vittime del Nazismo all’associazione “Triangolo Rosa” (che lo utilizzerà per progetti volti a sensibilizzare l’opinione pubblica e creare un archivio storico su questi temi); mentre il programma di indennizzo del governo tedesco e il programma sui Beni delle Vittime dell’Olocausto
definito dai superstiti della “Shoah” e dalle banche della Confederazione Elvetica hanno incluso esplicitamente gay, rom, Testimoni di Geova, portatori di handicap fisici o
psichici e loro eredi tra i beneficiari dei risarcimenti, che saranno gestiti dall’OIM Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

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Helene Melante Label – Olocausto

L’Olocausto — Ritratti

Helene Melanie Lebel

Data di nascita: 15 settembre 1911, Vienna, Austria

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Helene, la maggiore di due sorelle, crebbe a Vienna e venne educata nella religione cattolica in quanto quella era la fede di sua madre, mentre suo padre era Ebreo. Quest’ultimo morì durante la Prima Guerra Mondiale quando Helene aveva solo 5 anni e sua madre si risposò quando la ragazza ne aveva 15. Chiamata affettuosamente Helly, Helene amava nuotare e andare all’opera. Dopo aver terminato la scuola superiore, Helene si iscrisse alla facoltà di Legge.

1933-39: Quando aveva 19 anni, Helene mostrò per la prima volta sintomi di una malattia mentale. Le sue condizioni peggiorarono nel corso del 1934 e nel 1935 ella dovette abbandonare sia gli studi che il suo lavoro come segretaria in uno studio legale. Dopo la perdita del suo amato fox terrier Lydi, Helene ebbe un grave crollo nervoso, in seguito al quale le venne diagnosticata la schizofrenia e venne quindi internata nell’ospedale psichiatrico Steinhof di Vienna. Due anni più tardi, nel marzo 1938, l’Austria venne annessa alla Germania.

1940: Helene rimase confinata a Steinhof e non le fu permesso di andare a casa nemmeno quando le sue condizioni migliorarono. Alla sua famiglia venne prima fatto credere che sarebbe stata presto dimessa, ma, successivamente, in agosto, la madre venne informata che Helene era stata trasferita all’ospedale di Niederhart, subito al di là del confine con la Baviera. In realtà, Helene era stata trasferita in una ex prigione di Brandeburgo, in Germania, dove all’arrivo venne spogliata, sottoposta a un esame fisico e quindi portata nel locale docce.

Helene fu una delle 9772 persone uccise con il gas quell’anno, nel centro di "eutanasia" di Brandeburgo. La sua morte venne ufficialmente registrata come avvenuta nella sua stanza a causa di un "attacco acuto di schizofrenia".

I ghetti

I ghetti

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Un cartello, in tedesco e in lettone, avverte che le guardie spareranno contro chiunque tenterà di superare il recinto o di contattare gli abitanti del ghetto di Riga. Riga, Lettonia, 1941-1943.

— US Holocaust Memorial Museum

Il termine “ghetto” ha origine dal nome del quartiere ebraico di Venezia creato nel 1516, nel quale le autorità veneziane obbligavano a risiedere gli Ebrei. Nel Sedicesimo e Diciassettesimo secolo, diversi governanti, da quelli locali fino all’Imperatore austriaco Carlo V, ordinarono l’istituzione di altri ghetti per gli Ebrei a Francoforte, Roma, Praga e in altre città .

Durante la Seconda Guerra Mondiale, i ghetti erano costituiti da quartieri (spesso recintati) nei quali i Tedeschi concentravano la popolazione ebraica (sia quella risiedente nella città, sia – a volte – quella dell’intera regione) obbligandola a vivere in condizioni di estrema miseria. Il principale scopo dei ghetti era quello di isolare gli Ebrei, separandoli dalla popolazione locale e dalle altre comunità ebraiche. I Tedeschi istituirono almeno 1000 ghetti solo in Unione Sovietica e in Polonia, nella parte occupata e in quella annessa, il primo dei qualli venne creato a Piotrków Trybunalski (Polonia) nell’ottobre 1939.

I Tedeschi consideravano l’istituzione dei ghetti una misura provvisoria per segregare e controllare la popolazione ebraica; nel frattempo, i leader nazisti a Berlino vagliavano diverse opzioni per l’eliminazione completa della popolazione ebraica. In molti luoghi, la ghettizzazione durò un tempo relativamente breve: alcuni ghetti, infatti, esistettero solo per alcuni giorni o mesi; altri, invece, per anni. Nell’ambito della Soluzione Finale – il piano che prevedeva l’uccisione di tutti gli Ebrei d’Europa e che ebbe inizio negli ultimi mesi del 1941 -i Tedeschi distrussero sistematicamente la maggior parte dei ghetti. I residenti venivano generalmente fucilati dai Tedeschi e dai loro collaboratori, e quindi seppelliti in fosse comuni nei pressi dei ghetti stessi; altrimenti, venivano deportati – di solito tramite convogli ferroviari – ai centri di sterminio, dove venivano uccisi. Infine, un certo numero di Ebrei venne trasferito, dalle SS e dalle autorità di polizia, dai ghetti ai campi di lavoro e ai campi di concentramento.

Esistevano tre tipi di ghetto: i ghetti chiusi, quelli aperti e quelli destinati alla distruzione.

Il ghetto più grande in Polonia fu quello di Varsavia, dove oltre 400.000 Ebrei vivevano ammassati in un’area di meno di due chilometri quadrati. Altri grandi ghetti furono creati nelle città di Lodz, Cracovia, Bialostock, Lvov, Lublino, Vilnius, Kovno, Cestokowa e Minsk. Decine di migliaia di Ebrei risiedenti in Europa Occidentale furono deportati nei ghetti della parte orientale.

I Tedeschi ordinarono agli Ebrei residenti nei ghetti di indossare targhette di identificazione o bracciali, e ne obbligarono molti al lavoro forzato per il Terzo Reich. La vita quotidiana nei ghetti veniva amministrata dai Consigli Ebraici (Judenraete), che erano nominati dai Nazisti. La polizia del ghetto si occupava di far rispettare gli ordini delle autorità tedesche e i decreti dei Consigli Ebraici, inclusa l’agevolazione delle deportazioni verso i campi di sterminio. Ufficiali della polizia ebraica, così come membri dei Consigli, si piegarono ai capricci delle autorità germaniche, anche perché i Tedeschi non esitavano a uccidere quei poliziotti ebrei che si pensava non avessero eseguito gli ordini.

Gli Ebrei risposero alle restrizioni del ghetto attuando varie forme di resistenza: gli abitanti spesso organizzarono attività cosiddette illegali, come l’introduzione segreta di cibo, medicine, armi o informazioni. Sovente essi superarono i muri del ghetto all’insaputa dei Consigli Ebraici e senza la loro approvazione. Alcuni Consigli al completo, e in altri casi solo alcuni dei loro membri, tollerarono o incoraggiarono tali attività illecite, in quanto erano necessarie a mantenere in vita gli abitanti del ghetto. Nonostante i Tedeschi in teoria dimostrassero di solito scarsa preoccupazione per i riti religiosi, o per la partecipazione ad eventi culturali o a movimenti giovanili all’interno delle mura del ghetto, essi spesso videro una minaccia alla sicurezza in qualunque riunione sociale e agirono senza scrupolo per incarcerare o eliminare sia i capi di tali circoli che coloro che semplicemente li frequentavano. Inoltre, le autorità germaniche proibirono generalmente anche qualunque forma di istruzione, a tutti i livelli.

In alcuni ghetti, membri dei movimenti di resistenza ebraici organizzarano diverse insurrezioni armate; la più grande fu quella del ghetto di Varsavia, nella primavera del 1943. Altre violente rivolte ebbero luogo a Vilnius, Bialistock, Cestokowa e in molti altri ghetti più piccoli. Nell’agosto 1944, le SS e la polizia completarono la distruzione dell’ultimo grande ghetto, quello di Lodz.

In Ungheria, la ghettizzazione non cominciò che nella primavera del 1944, dopo l’invasione e l’occupazione del paese da parte dei Tedeschi. In meno di tre mesi, la polizia ungherese, agendo in coordinazione con i funzionari tedeschi esperti in deportazione dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt-RSHA), concentrò quasi 440.000 persone nei "ghetti provvisori" destinati alla distruzione. Da lì, gli Ebrei – che provenivano da tutta l’Ungheria, ad eccezione della capitale Budapest – sarebbero poi stati portati alla frontiera e consegnati ai tedeschi. I Nazisti deportarono la maggior parte degli Ebrei ungheresi nel centro di sterminio di Auschwitz-Birkenau. A Budapest, autorità ungheresi ordinarono agli Ebrei di vivere in abitazioni contrassegnate da una stella gialla, le cosiddette "case della Stella di David". Alcune settimane dopo che i leader del movimento fascista delle Croci Frecciate si erano impossessati del potere, in un colpo di stato sostenuto dai Tedeschi (il 15 ottobre 1944), il nuovo governo stabilì formalmente il ghetto di Budapest, nel quale 63.000 Ebrei furono costretti a vivere in un’area di circa 160 metri quadrati. Circa 25.000 Ebrei in possesso di certificati che attestavano il loro essere sotto la protezione di uno stato neutrale furono confinati in un "ghetto internazionale", situato in una diversa parte della città. Nel gennaio 1945, le armate sovietiche liberarono la parte di Budapest nella quale si trovavano i due ghetti, liberando i quasi 90.000 Ebrei che ancora vi risiedevano.

Durante l’Olocausto, i ghetti rappresentarono una fase fondamentale nel processo di controllo, disumanizzazione e uccisione di massa attuato dai Nazisti ai danni degli Ebrei.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

I bambini durante l’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

Un bambino, in condizioni di evidente denutrizione, mangia qualcosa in una strada del ghetto di Varsavia. Varsavia, Polonia tra il 1940 e il 1943.

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— US Holocaust Memorial Museum, courtesy of Rafael Scharf

I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute "indesiderabili" o "pericolose" fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla "lotta di razza", sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell’Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini – tra i 5.000 e i 7.000 – eliminati nell’ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell’Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di "sangue puro ariano", gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell’Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate ‘adeguate’ dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti ‘scientifici’, spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a "guadagnarsi" l’opportunità di venire "germanificati". Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli "esperti’ determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere all’Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti – e alcune volte anche da soli – e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.

Tra il 1938 e il 1940, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata ufficiosamente "Trasferimento dei Bambini" (Kindertransport); un’operazione che – dalla Germania e dai territori occupati dai tedeschi – portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In altre occasioni, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia, quasi l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici, a suore e a laici cattolici, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in Belgio, infine, molti sopravvissero nascondendosi in luoghi diversi.

Dopo la resa della Germania nazista, che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale, i profughi e i rifugiati cominciarono a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano a quel punto nei campi profughi, mentre molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti dall’Europa dell’Est, unendosi all’esodo di massa (Brihah) verso le zone occidentali della Germania occupata, e dirigendosi poi verso Yishuv (la zona d’insediamento ebraico in Palestina). Grazie alla Youth Aliyah (Immigrazione Giovanile), a migliaia emigrarono nello Yishuv e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC