La battaglia dei Tre Pini

La Battaglia dei "Tre Pini"

E il 14 di aprile, piove a dirotto. Parcheggio di nuovo l’auto dinanzi alla villa Tre-pini, apro l’ombrello e mi dirigo verso la casa di Sergio. Sono le due e venti pomeriggio quando suono il campanello e alzo lo sguardo sulla bandiera a pace. Mi apre gioviale come sempre. Dopo un veloce saluto dico: "Ho visto la bandiera della pace". Replica:
L’ho messa nel 2003, quando ci fu la guerra in Iraq, e non l’ho mai levata, anzi: questa è la terza, perché la si consuma. Da me non è mai venuto nessuno per la bandiera quando dissero che la ‘un si poteva tenere. Se anche fosse venuta la polizia o altri non l’avrei levata, perché io la guerra l’ho fatta e la ‘un mi piace. Ma veniamo a noi. Riprendo con la mia colonna in marcia verso :—renne dopo il Messeri. Alcuni della nostra formazione rimasero sul Prato-Magno, per poi scendere giù a liberare San Giovanni Valdarno. Con il mio reparto accodato per ultimo, ci dirigemmo verso Firenze in una colonna composta-dalla Caiani, una parte della Lanciotto e altre formazioni, tra cui una -:parto del Partito d’Azione: la Brigata Rosselli. Questa si era aggregata a noi
Con una settantina di uomini. Di ispirazione politica diversa dalla nostra, bene stanziata a poca distanza sul monte Giovi, fino ad allora non avevamo avuto molti contatti con loro. La Rosselli aveva solo armi leggere e procedeva -in mezzo a due sezioni della Caiani, che aveva invece dei mitragliatori Breda una Skoda. Mi misi in coda alla colonna: io con altri quattro o cinque eravamo proprio gli ultimi di tutta la colonna. Si marciò sul seguente percorso: Monte Giovi, Monte Rotondo, Madonna del Sasso, Poggio alle Tortore, Tre Pini, nei pressi di Settignano. Al solito: in marcia di notte, fermi e nascosti di giorno. Si passò da una casa di contadini: il sentiero la costeggiava e correva accanto al muro che aveva un balzo con un muricciolo. Qui stavano due o tre vecchi contadini e due, tre ragazze con i fiaschi, due boccioni e un bicchiere. Al nostro passaggio ci dettero un bicchiere di latte. Ci dissero: "L’è di capra". latte di capra non ne avevo mai bevuto e mi ricordo che era veramente una gran bontà: in quei momenti, in quelle condizioni, avremmo sentito buoni anche l’olio di ricino! Appena passati, i contadini fecero sparire tutto. C’e un’organizzazione con tutta gente sicura. Sul far del mattino s’arrivò a i punto dove c’erano due boschi, sopra Settignano: qui avevano tagliato la legna e ne avevano fatto delle grandi cataste. Dissi: "Qui siamo allo scoperto: dove, si va a nasconderci?" Due contadini ci indicarono quelle cataste: erano sta messe in modo che nel mezzo ci fosse uno spazio vuoto. Man mano che ci si passava in mezzo, a tre o quattro alla volta entravamo nel mezzo alle cataste Restammo lì nascosti per tutto il giorno. Ci portarono pane e olio da mangiare Sulla strada di sotto passò una colonna tedesca in ritirata, con dei cavalli cl trainavano i cannoni. Si fermarono per abbeverare i cavalli. Due soldati si staccarono dal gruppo e vennero su, verso una catasta. Tutti noi imbracciammo armi. I due tedeschi sfilarono due o tre legni e tornarono dai loro camerati Meno male: in caso contrario sarebbe finito lì il nostro avvicinamento Firenze, perché quelli avevano i pezzi d’artiglieria e ci avrebbero massacrati Nella marcia avevamo delle guide. Davanti poi c’erano le staffette: vecchie donne e bambini che passavano e ripassavano in su e in giù lungo i sentieri controllando che la via fosse libera.
La notte del 5 agosto arrivammo vicino a Settignano. Il terreno era a balze c’era da saltarle ad una ad una. Quelli che portavano il mitragliatore Breda a spalla erano in difficoltà: pesava sugli undici chili. Eravamo in dieci, venti gli ultimi della colonna. Un ragazzo indicò la casa di un contadino e disse: "Guardate. C’è una scala appoggiata lì: la s’ha a prendere per saltare i’ balzo’: Fummo d’accordo con la proposta. Sfortuna volle che tra il passaggio delle staffette e il nostro era arrivato un piccolo reparto tedesco in ritirata e si era acquartierato nella casa a nostra insaputa. Dormivano tutti: c’era un solo tedesco a sedere sull’uscio mezzo assonnato. Se a quel ragazzo non fosse venuta l’idea andare a prendere la scala, saremmo passati tutti per poi scendere all’Africo Camminando nell’acqua nascosti dalle canne, saremmo scivolati giù lisci fino a Firenze. Non lo so: sarebbe stato un bene o forse un male per noi? Quando il ragazzo arrivò dinanzi alla casa sentì dire: "Achtung!" Sparò! Mi hai chiesto "Quando hai sparato per uccidere?" Quella volta sì, non avevo scelta: ho anche mirato. Mi sdraiai a terra a pochi metri dalla casa. Uscirono fuori cinque o s tedeschi: noi fermi a terra nel buio, in posizione di combattimento. Io avevo Machinenpistole puntato. Vicino a me c’era il commissario politico Moretto parlava tedesco. I soldati dicevano: "Kamerad, kamerad". Lui rispondevi "Kamerad, achtung, kamerad". 1 soldati si avvicinarono a noi avanzando u po’ a raggiera. Si riunirono quando furono a due, tre metri da noi. Allora urlai "Fuoco!" Sei o sette mitra spararono in contemporanea: fu una carneficina. tedeschi caddero tutti morti. Anche il loro comandante fu ridotto a un colabrodo. Ci muovemmo subito, perché uscirono fuori gli altri soldati e lanciarono razzi illuminanti. Riuscimmo a scappare nei macchioni: sul campo rimasero anche tanti dei nostri. Ci sbandammo: in quattro si rimase per tre, quattro giorni in quei macchioni. Gli altri non sapevamo più dove fossero.

Anche la Rosselli fu dispersa: lasciò quindici caduti sul campo. Il comandante Vittorio Barbieri vestito in abiti civili, tentò di passare in mezzo alle linee tedesche- per arrivare a Firenze. Non ci riuscì: riconosciuto dai soldati tedeschi nei pressi del Girone fu arrestato. Fu fucilato in località San Clemente, dopo una breve prigionia e la tortura. Trentacinque uomini della Rosselli si riaggregarono ..e giunsero a Firenze il 12 agosto agli ordini del vice comandante Ezio Castelli. Altri furono catturati dai tedeschi e imprigionati nella canonica di Ontignano. Quindi fucilati in quei paraggi a gruppettini.

A Vittorio Barbieri fu concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

stavamo fermi, inchiodati in terra, senza mangiare, senza nulla. Dopo lo sbandamento ci eravamo ritrovati io, il Francesino, un russo e un altro. Il Francesino il cui nome era Ezio Giacomelli, fu così soprannominato perché di madre francese e padre italiano. L’avevo incontrato al Cerchiai e nell’occasione mi aveva raccontato tutta la sua vita. Fu preso prigioniero dai tedeschi mentre era nei bersaglieri dopo 1’8 settembre: fecero resistenza sulla Futa e furono fatti prigionieri. Una parte li fucilarono e una parte fu portata in Francia, tra cui lui. lui scappò: lo inseguirono con i cani. Gli avevano insegnato che per sfuggire ai cani doveva immergersi nell’acqua completamente, restarci a lungo e respirare con una cannuccia. Oppure ci sarebbe voluta l’ammoniaca per confonderne il fiuto. La sua fuga andò a buon fine e riuscì a rientrare in Italia. Prese per l’Appennino e si ritrovò partigiano sul Monte Giovi. Non era del mio accampamento: era un capo distaccamento della formazione comandata da Penna, che non faceva parte dei garibaldini. Anche lui era presente quando spartii il tabacco. Il primo giorno sentimmo passare i tedeschi dal sentiero di sopra, il secondo dei bambini che correvano e ridevano. Ero incerto se affacciarmi per capire dove fossimo, ma decisi di stare fermo. Per mangiare c’erano dei peri piccoli da cui si colsero le pere: non c’era altro.
Poi il tempo cambiò: l’8 e il 9 agosto piovve a dirotto, come Cristo la mandava! Si vedeva l’Arno, si sentiva sparare, si vedevano le pallottole traccianti, i bagliori
delle armi. Dissi: "Bisogna dividersi, bisogna scendere a Firenze: ‘un c’era altro da fare". Ordinai: "Ci si divide: due di qui e due di là. Sotterriamo le armi nascondiamole. Bisogna andare disarmati: se ci pigliano si può sempre dire qualcosa". Avevamo le barbe lunghe. Il russo aveva una lametta e un rasoio: acqua non ce n’era, come fare a radersi? Si prese una pera, la si sfregò contro le guance cospargendole col liquido del frutto e così, con quella schiuma –ci facemmo la barba. Poi ci salutammo: io e il Francesino da una parte, gli altri due dall’altra. Io avevo il Machinenpistole, il Francesino una bomba a mano: le sotterrammo, quindi ci incamminammo verso Firenze. Le altre colonne erano già tutte passate, non c’era più nessuno a giro. Erano tutti già a Firenze, dopo aver marciato nel letto del fiume Africo, verso piazza Alberti e il manicomio San Salvi. Per noi era troppo tardi.

Tratto da Fumo l’ultimo della Caiani

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