Archivio mensile:giugno 2013

Fiesole: Tre Carabinieri tre medaglie d’oro

Fiesole: Tre Carabinieri tre Medaglie d’oro

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Fiesole – Anfiteatro

Un monumento di bronzo al centro della piazza di Fiesole, proprio davanti all’Albergo Aurora, mura antiche e silenziose, coperte dal verde, un monumento come tanti altri, come tutti i monumenti ai caduti e agli eroi dimenticati, che campeggiano nelle piazze dei paesi .

Eppure quel monumento ricorda una storia diversa, una storia unica: quella dei tre carabinieri della locale stazione –

Vittorio Marandola,

Alberto La Rocca

Fulvio Sbarretti –

che, nell’agosto del 1944, per salvare le vite di dieci innocenti ostaggi, si presentarono ai nazisti che li fucilarono, proprio contro il muro dell’albergo Aurora.

Tutti e tre sono stati insigniti della medaglia d’oro "alla memoria".

Tre medaglie d’oro che onorano la bandiera di guerra dell’Arma dei Carabinieri.

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Fiesole – In ricordo dei tre carabinieri

La stazione dei Carabinieri di Fiesole, in quella calda estate del ‘44, era, in realtà, un nucleo di resistenza, una delle otto "squadre d’azione" collegate alla V brigata, impegnate nella IV zona Campo di Marte – San Domenico.

In questa zona era compresa Fiesole e la difficile attività dei carabinieri era quella di svolgere una vera e propria azione di guerriglia, con una intensa attività informativa e di collegamento, che costituiva una "copertura" dei partigiani che operavano nella zona, come accadeva, ad esempio, per le staffette che portavano ordini operativi.

In quel nucleo, condotto dallo stesso comandante, il vicebrigadiere Giuseppe Amico, erano operativi i carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca, Pasquale Ciofini, e Sebastiano Pandolfo.

Un brutto giorno – era il 27 luglio – un’autocolonna carica di SS sorprese tre carabinieri in attesa di una staffetta partigiana, vicino alla Chiesetta di San Clemente. Il carabiniere Pandolfo, dopo un conflitto a fuoco, venne ferito e catturato, insieme al partigiano Rolando Lunari, detto "Bomba". Sebastiano Pandolfo fu torturato e seviziato per ore e ore, nella fattoria Torre al Sasso: dalla sua bocca non uscì una parola che potesse mettere in pericolo i suoi compagni. Pandolfo, subito prima della cattura, arrivò addirittura ad ingoiare il messaggio che conteneva gli ordini, per non farlo cadere in mani nemiche. Dopo la tortura, vista la sua resistenza e l’inutilità di continuare l’interrogatorio, i tedeschi lo condussero nel Bosco Nuovo di Masseto, vicino alla Chiesa di San Martino Opaco, e lo finirono con una raffica di mitra. L’attività partigiana dei carabinieri di Fiesole rischiava così di essere scoperta: nei tedeschi si insinuava il dubbio che proprio la stazione dell’Arma fosse il centro di un’attività clandestina e ostile.

Tuttavia il vicebrigadiere Amico finse di cadere dalle nuvole quando fu convocato a Villa Martini, sede del comando tedesco, retto dal comandante del presidio germanico della cittadina, tenente Hans Hiesserich. Il comandante della stazione finse incredulità di fronte alle affermazioni dell’ufficiale tedesco sull’attività partigiana del carabiniere Pandolfo, fece allontanare il carabiniere Ciofini, sospettato di essere stato coinvolto nella sparatoria nei pressi della Chiesa di San Clemente, mandandolo a Firenze perché raggiungesse le unità clandestine. Erano giornate drammatiche per Firenze e per tutti i paesi intorno: alla lotta per la liberazione del capoluogo toscano si univano tutte le forze partigiane della regione. Il tenente Hesserlich, per tentare di allentare la pressione del "fronte clandestino", decideva, il 5 agosto, di operare deportazioni indiscriminate di tutte le persone sospettate, direttamente o indirettamente, di attività partigiana o di fiancheggiamento.

Il 6 agosto la situazione precipitava: i tedeschi, ormai in ritirata, arrestavano il vicebrigadiere Amico e altri ostaggi, portandoseli fino al passo del Giogo, sulla Linea Gotica. Veniva dichiarato lo stato d’emergenza: compariva sui muri di Fiesole un lugubre bando del comando germanico. Si ordinava che si presentassero immediatamente tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni. Dovevano essere passati per le armi coloro che non avessero rispettato l’ordine. Nonostante la minaccia della fucilazione immediata, furono tanti quelli che non risposero, che preferirono nascondersi, tentando di raggiungere i partigiani. Per quelli che si presentavano, il comando era quello di scavar trincee. I tedeschi prelevarono ostaggi fra i civili rastrellati: ne scelsero dieci a caso, li chiusero nel sottoscala dell’Albergo Aurora, pronti a fucilarli in caso di eventuali azioni di sabotaggio.

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Fiesole – Alcuni cittadini sopravvissuti

Fra quegli ostaggi, crudelmente scelti "a caso", c’erano giovani artigiani, un muratore, un contadino, un elettricista, un marmista – un ragazzo di appena vent’anni – e ancora, un falegname, un ebanista, due decoratori. Gente qualunque, figli del popolo, così come lo erano i carabinieri della stazione di Fiesole. Gente qualunque, chiamata a vivere i giorni più crudeli della storia. Quegli uomini, quei giovani, rinchiusi nel sottoscala dell’albergo Aurora, erano merce di scambio, pronti ad essere immolati in caso di attentati o di attività contro il comando tedesco. I carabinieri, nonostante il precipitare della situazione, e nonostante l’arresto di Amico, continuavano ad agire senza tregua : esternamente l’attività era quella di qualunque stazione dei carabinieri, ma era sempre più intensa anche l’attività clandestina. A Firenze era ormai entrata l’8 Armata Britannica, e il Vicebrigadiere Amico – che aveva tentato con successo la fuga il 10 agosto, congiungendosi con i partigiani della divisione "Giustizia e Libertà" – riuscì a far pervenire ai "suoi" carabinieri, Marandola, La Rocca e Sbarretti, l’ordine di darsi alla macchia. I carabinieri di Fiesole, infatti, rischiavano ormai di essere deportati a Nord, al momento della ritirata dei tedeschi, così come era accaduto in altre città. L’ordine del Vicebrigadiere, pertanto, era quello di abbandonare la caserma, dopo aver seppellito nel cortile le armi lunghe, e di raggiungerlo a Firenze, passando attraverso le linee tedesche travestiti con il saio e il cappuccio dei Fratelli della Misericordia. Era la notte dell’11 agosto, quando i tre seppellirono i moschetti e il fucile mitragliatore nel giardino della caserma e si incamminarono verso i locali della Confraternita della Misericordia. Era già troppo tardi: i posti di blocco chiudevano ogni via di scampo, anche ai Fratelli della Misericordia era ormai proibito circolare per portare soccorso ai feriti, ai malati e agli infermi.

I tre carabinieri non riuscirono a lasciare Fiesole, ripararono nella zona archeologica, dove posero provvisoriamente una base operativa. Quando il tentente Hiesserich – al mattino del giorno dopo, il 12 agosto, verso mezzogiorno – scoprì che la stazione era rimasta vuota, e che le armi erano scomparse, ebbe una reazione violenta, minacciando immediate rappresaglie. Dopo aver convocato il segretario e l’impiegato comunale, per chiedere dove fossero i tre giovani carabinieri, non avendo ottenuto risposta, ordinò la fucilazione di 10 ostaggi se non si fossero immediatamente ripresentati. Sembra che le sue parole siano state: "O saranno fucilati gli ostaggi civili, o saranno fucilati i carabinieri". Il segretario comunale, Luigi Oretti, sconvolto per le piega che gli avvenimenti stavano prendendo, corse ad informare il vescovo, Monsignor Giorgis. Non si offrono vie di scampo per la vita degli ostaggi civili: il vescovo viene a sapere dal segretario della Curia, Monsignor Turini, che i carabinieri sono stati visti nella zona del teatro romano, e invia a rintracciarli il custode della Confraternita. E’ Marandola che si reca a parlare con il segretario della Curia, nella sede della Confraternita. Capisce che l’intenzione dei tedeschi è quella di passare per le armi gli ostaggi, o i carabinieri. Torna nel provvisorio nascondiglio che condivide con La Rocca e Sbarretti, li informa di quanto sta avvenendo. La decisione è unanime: si presenteranno per salvare la vita degli ostaggi. Erano ormai arrivati alla linea del fronte, potevano salvarsi la vita, non lo fecero. Erano pienamente consapevoli di quello che voleva dire tornare, eppure lo fecero. Percorsero la strada che li conduceva a Villa Martini, il comando tedesco. Era una strada vuota, deserta, il terrore aveva trasformato Fiesole in un deserto. I tre giovani erano sereni, quasi impazienti di arrivare. A Villa Martini si consegnarono al Tenente Hiesserich, furono sottoposti ad interrogatorio lungo e pesante, affinchè rivelassero qualcosa sulla loro partecipazione alla Resistenza locale, qualcosa sui loro compagni, sui piani, sui progetti, sull’organizzazione. I tre carabinieri mantengono la loro serenità, la loro imperturbabile tranquillità. Ribadiscono che si sono presentati perchè il loro unico intento è quello di salvare la vita a dieci ostaggi innocenti.

Quello è il solo motivo e quella è l’unica cosa che hanno da dire.

E’ ormai la sera di quella lunga giornata del 12 agosto 1944, sono le 19.30. Hiesserlich impartisce un ordine: comanda che i tre siano rinchiusi in un vano seminterrato dell’Albergo Aurora, un locale vicino a quello in cui i dieci ostaggi lottano contro il terrore della morte annunciata. Passano circa tre quarti d’ora prima che i carabinieri della stazione di Fiesole vengono condotti all’esterno: Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti vengono fucilati contro il muro di quello stesso Albergo Aurora, che incombe con la sua presenza in questa storia tragica e straordinaria.

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Quell’Albergo Aurora, che è ancora al suo posto, indifferente alle memorie crudeli e al passare degli anni, elegante e discreto, circondato dal verde, con la bella terrazza coperta di rampicanti, e il muro bagnato dal sole, lo stesso muro davanti al quale morirono i tre carabinieri.

Per tutto questo sono morti, i tre giovani carabinieri di Fiesole, consapevolmente e serenamente.

Motivazione delle Medaglie d’Oro

"Durante la dominazione nazi-fascista, teneva salda la tradizione di fedeltà alla Patria, prodigandosi nel servizio ad esclusivo vantaggio della popolazione e partecipando con grave rischio personale, all’attività del fronte clandestino. Pochi giorni prima della liberazione, mentre già al sicuro dalle ricerche dei tedeschi si accingeva ad attraversare la linea di combattimento per unirsi ai patrioti, veniva informato che il comando germanico aveva deciso di fucilare dieci ostaggi nel caso egli non si fosse presentato al comando stesso entro poche ore. Pienamente consapevole della sorte che lo attendeva, serenamente e senza titubanze la subiva perché dieci innocenti avessero salva la vita. Poco dopo affrontava. con stoicismo il plotone d’esecuzione tedesco e, al grido di ""Viva l’Italia"", pagava con la sua vita il sublime atto d’altruismo. Nobile esempio d’insuperabili virtù militari e civili."

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Fiesole – Parco delle Rimenbranze –

Monumento ai Carabinieri

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I Carabinieri nella Resistenza

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I Carabinieri nella
RESISTENZA E GUERRA DI LIBERAZIONE
clip_image002Dell’opera e del contributo dell’Arma dei Carabinieri nel corso di tutte le campagne di guerra (compresi i fatti d’armi di Grenoble del 1815, dei moti di Torino del 1821) è cenno nella voce "Sezioni Mobilitate dei Carabinieri".

Sebbene l’attività ed il concorso dei militari dell’Arma nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione costituiscano parte integrante dei 2° conflitto mondiale, si ravvisa – per le peculiarità di situazioni, comportamento e sacrifici relativi ai Carabinieri – la necessità di una specifica trattazione di tale campagna.
Va innanzi tutto ricordato che subito dopo l’armistizio, in data 12 settembre 1943, venne costituito a Bari il "Comando Carabinieri dell’Italia Meridionale" cui succedette, in data 15 novembre successivo, il "Comando dell’Arma dei Carabinieri dell’Italia Liberata" dal quale dipendevano le Legioni di Bari, Cagliari, Catanzaro e Napoli.
La ricostituzione in Roma del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ebbe luogo ufficialmente sotto la data 20 luglio 1944. Dall’8 settembre 1943 all’aprile 1945 l’Arma dei Carabinieri visse uno dei periodi più difficili e al tempo stesso esaltanti della sua lunga storia. Sebbene duramente provata su ogni fronte da quasi tre anni di guerra, trasse dalle sue antiche virtù militari l’energia organizzativa e la coesione morale per cimentarsi nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione, confermando così la secolare sua fedeltà alle Istituzioni dello Stato. Non più rigidamente inquadrati nei reparti dell’ordinamento di guerra, ma raccolti, come per una nuova mobilitazione spirituale e guerriera, in nuclei e formazioni clandestine, a volte di consistenza massiccia, a volte di esigua entità, i Carabinieri diedero un impulso rilevante alla lotta contro le forze nazi-fasciste. Nel corso di questa lotta essi furono decisivamente sostenuti dall’apparato dei comandi territoriali dell’Arma, dalle Stazioni alle più alte Unità, trasformate in altrettanti centri di appoggio, che operarono rischiosamente anche a vantaggio dell’eroica iniziativa dei singoli.
Nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione i Carabinieri riaffermarono quotidianamente spirito di abnegazione ed illimitata dedizione al dovere, fornendo un altissimo, generoso tributo di sangue.
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Questa loro lunga lotta ebbe inizio l’8 settembre 1943 – il giorno stesso dell’armistizio tra l’Italia e gli angio-americani – con l’impiego del II Battaglione Allievi Carabinieri, poi rimpiazzato dal Gruppo Squadroni Carabinieri "Pastrengo", a sostengo delle altre truppe schierate per difendere la Capitale dall’attacco concentrico di due Divisioni tedesche all’alba del giorno successivo. Queste furono costrette a ripiegare. Contemporaneamente i Carabinieri si batterono in Balcania unendosi con alcune Sezioni mobilitate e con altri reparti dell’Arma alle truppe dell’Esercito (94 Carabinieri sopravvissuti su 500 dopo diciotto mesi di lotta); ripresero la lotta nella Capitale dopo la violazione da parte tedesca dell’accordo che aveva dichiarato Roma "città aperta" organizzandosi nel "Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri" comandato dal generale Filippo Caruso (v.) ed articolato in un "Raggruppamento territoriale" ed in un "Raggruppamento mobile" alimentarono infine in ogni regione la lotta senza quartiere contro il nazi-fascismo passando alle formazioni partigiane allorché il 7 ottobre il comando germanico decretò lo scioglimento dei reparti dell’Arma ed il loro trasferimento nel territorio del Reich.

L’opera dei Carabinieri nella Resistenza non conobbe mai sosta nell’autunno-inverno 1943, né in Italia (banda di "Bosco Martese" in Abruzzo, decisivo loro intervento nelle gloriose 4 giornate dell’insurrezione di Napoli, tanto per citare i fatti salienti) né in Albania, Grecia e Jugoslavia, ma nel 1944 attinse via via l’estremo della partecipazione ed il vertice dell’olocausto. Allorché il 23 marzo di quell’anno l’esplosione di un ordigno fatto brillare a Roma in via Rasella da un elemento dei G.A.P. (Gruppo di Azione Partigiana) provocò la morte di 33 militari tedeschi, Hitler ordinò la facilazione di 10 italiani per ogni tedesco ucciso. L’eccidio ebbe luogo all’imbrunire del giorno successivo alle Fosse Ardeatine: tra le vittime ben dodici militari dell’Arma, tutti appartenenti al Fronte Clandestino della Resistenza e già arrestati dalle SS germaniche, che invano li avevano torturati perché rivelassero i piani ed i nomi dell’organizzazione partigiana dei Carabinieri. Essi furono: tenente colonnello Giovanni Frignani, tenente colonnello Manfredi Talamo, maggiore Ugo De Carolis, capitano Raffaele Aversa, tenente Genserico Fontana, tenente Romeo Rodriguez Percira, maresciallo d’alloggio Francesco Pepicelli, brigadiere Candido Manca, brigadiere Gerardo Sergi, corazziere Calcedonio Giordano, carabiniere Augusto Renzini, carabiniere Gaetano Forte. Alla loro Memoria venne concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
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Intanto nel Nord, per merito del maggiore dei Carabinieri Ettore Giovannini si era costituita in Milano una formazione clandestina della Resistenza, che nell’aprile 1944, assunto il nome di "Carabinieri Patrioti Gerolamo" (dal nome di battaglia preso dallo stesso maggiore) contava già oltre 700 militari dell’Arma, inquadrata da numerosi ufficiali e ripartita in due Raggruppamenti. Strettamente collegata al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ed in particolare alla formazione partigiana Carabinieri di Bergamo, comandata dal maggiore Giovanni Rusconi, la "Banda Gerolamo" svolse intensa e rischiosa attività operativa, oltre che preziosa opera informativa, diretta anche all’individuazione degli obiettivi militari tedeschi da parte dell’aviazione alleata.

In vista della liberazione di Roma da parte della V Armata americana, nel maggio 1944 l’azione del generale Caruso e dei suo "Fronte Clandestino" di Carabinieri ebbe di mira anche la preparazione del ripristino delle Stazioni dell’Arma nella Capitale. Il generale, che era accompagnato dal capitano Giorgio Geniola, cadde però il 29 maggio in un agguato tesogli dalla polizia nazista, che sottopose i due ufficiali a gravi sevizie nell’inutile intento di strappare loro delle rivelazioni. Il 4 giugno, mentre le colonne americane convergevano sulla Capitale, il generale Caruso riuscì ad evadere dalle sinistre carceri di via Tasso, riassumendo al comando del "Fronte" la direzione delle azioni svolte dai Carabinieri in quella vigilia della Liberazione. Questa ebbe luogo il 4 giugno 1944. Alla testa delle truppe americane entrarono nella Capitale i Carabinieri del "Contingente R." comandati dal tenente colonnello Carlo Perinetti, che si fusero con quelli del "Fronte" ripristinando in Roma i comandi territoriali dell’Arma. Per l’opera svolta come animatore del "Fronte" il generale Caruso venne poi decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Tra i pochi sopravvissuti delle prigioni di via Tasso, il brigadiere dei Carabinieri Angelo Joppi, gravemente menomato dalle sevizie subite durante 90 giorni di detenzione, meritò la Medaglia d’Oro al Valor Militare anche per le ardue e rischiose imprese compiute come elemento del "Fronte" prima della cattura.
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Mentre nel settembre successivo lo Stato Maggiore dei ricostituito Esercito Italiano trasformava le unità del Corpo Italiano di Liberazione in sei "Gruppi di Combattimento" strutturati come nelle Divisioni binarie e dotati ciascuno di 2 o 3 Sezioni Carabinieri, numerosi episodi di eroismo individuale erano intanto avvenuti nelle regioni del centro e del settentrione, ovunque attestando l’indomito slancio dei militari dell’Arma nella lotta contro il nazi-fascismo. Vanno ricordate in particolare la fucilazione del maggiore Pasquale Infelisi a Macerata, l’uccisione in conflitto del brigadiere Elio Filemi a San Benedetto del Tronto e del carabiniere Giuseppe Briganti a Perugia e soprattutto il valore e l’estremo sacrificio del carabiniere Vittorio Tassi, capo di una "Banda partigiana" in Toscana, poi decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

L’estate del 1944 fu assai dura per i Carabinieri impegnati nella Resistenza, alla quale sacrificarono arditamente la vita anche il tenente Tito Livio Stagni a Siena, il carabiniere Angiolo Valentini a Talla (provincia di Arezzo), il carabiniere Giuseppe Alfonso a Cuneo il carabiniere Remo Raviol a Roreto Chisone (provincia di Torino), il carabiniere Enio Serra a jesi, otto carabinieri della "Compagnia Carabinieri Partigiani" in Valsesia, ai quali si aggiunse il 13 luglio 1944 a Sarsina il carabiniere Fosco Montini, definito "partigiano di leggendaria audacia" nella motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare a lui concessa.
Un episodio che ricorda da vicino l’olocausto del vicebrigadiere Salvo D’Acquisto fu quello che si concluse il 12 agosto 1944 a Fiesole con la fucilazione da parte nazista dei carabinieri Fulvio Sbarretti, Vittorio Marandola e Alberto La Rocca, passati alla storia dell’Arma come "martiri di Fiesole". Essi affrontarono il plotone d’esecuzione nazista per salvare la vita a dieci ostaggi innocenti.
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Nel Veneto l’azione dei patrioti della Brigata "Giacomo Matteotti" si avvalse del prezioso contributo apportato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani", forte di 100 uomini comandati dal tenente Luigi Giarnieri e posta alle dipendenze dirette della stessa Brigata avente il suo Comando Unico sulla cima del Grappa. Di fronte all’intensissima attività dei partigiani del Monte Grappa, i tedeschi decisero di reagire.

Nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1944 quattro Dìvisioni tedesche, due "Brigate nere" due Battaglioni della Divisione "Monterosa" e altre unità minori mossero contro il Grappa: oltre ventimila uomini, armati ed equipaggiati, che attaccavano mille patrioti, posti a difesa di un massiccio il cui centro era presidiato dalla "Compagnia Carabinieri Partigiani" del tenente Giarnieri. Negli aspri e cruenti combattimenti caddero 18 carabinieri. Nella notte fra il 21 e il 22 settembre il tenente Giarnieri venne fatto prigioniero dai tedeschi. Condotto nel collegio "Filippini" in Pademo del Grappa (Treviso), sede del comando nazista, per due lunghe giornate subì inaudite indescrivibili torture. Fiero e sprezzante, non conobbe momenti di cedimento neppure di fronte alla minaccia di morte. I suoi aguzzini, visto inutile ogni ulteriore tentativo di estorcergli delle informazioni, decisero di impiccarlo pubblicamente affinché la sua esecuzione servisse di monito a tutti i patrioti.
Rilevante fu all’inizio dell’autunno 1944 l’attività dei carabinieri partigiani a Castiglione Chiavarese, in provincia di Genova, a Fivizzano, vicino Massa Carrara, in provincia di Varese, nel Pistoiese e a Lecco. Il Comando Unico Parmense ebbe anche dei carabinieri fra le vittime dell’attacco in forze sferrato dai tedeschi a metà ottobre a Bosco di Comiglio per annientare lo Stato Maggiore dell’importante unità partigiana e durante il quale caddero l’eroico comandante Giacorno di Crollalanza e il comandante della Piazza di Parma, Gino Meconi.
Memorabili sono rimaste nelle valli di Lanzo e del Canavese le azioni dei giovanissimi carabinieri, appena usciti dalla Scuola di Torino, inquadrati nella 46^ e 47^ Brigata garibaldina, comandate rispettivamente dal carabiniere Luigi Trivero e dal vice brigadiere Ferdinando Giambi. Quindici di essi, insieme con altri ventuno partigiani, non poterono purtroppo sottrarsi all’accerchiamento di una soverchiante unità tedesca e vennero fucilati sull’aia di una cascina nei pressi di Cudine di Corio. Era il 18 novembre 1944.
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Qualche settimana più tardi, l’8 dicembre a Branova, in Slovacchia, il carabiniere Filippo Bonavitacola affrontò il plotone di esecuzione per non aver voluto calpestare gli alamari strappatigli dai nazisti. All’ufficiale che comandava il plotone di esecuzione e che gli si era avvicinato per bendargli gli occhi, sferrò un violento pugno ed esclamò: "Non occorre che mi bendiate gli occhi. Sparate". Venne decorato alla Memoria con la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Arriviamo così al 1945, che per i carabinieri partigiani iniziò con dei furiosi combattimenti in Val d’Arda contro agguerrite unità tedesche. Nel gennaio di quell’anno il carabiniere Federico Salvestri, comandante col nome di battaglia "Richetto" delle Divisioni partigiane "Centocroci" e "Val di Taro", venne catturato e condannato a morte. Ma durante la sua traduzione a Piacenza, per esservi fucilato, riuscì con estrema audacia a sfuggire ai nazisti insieme con cinque patrioti e a riprendere immediatamente la lotta, con azioni che sono rimaste leggendarie. Il 26 gennaio a Ciano d’Enza, in provincia di Reggio Emilia, il carabiniere Domenico Bondi, che aveva al suo attivo numerose imprese condotte contro i nazi-fascisti, prese parte all’attacco di una colonna tedesca insieme col 3° Battaglione della Brigata "Fiamme Verdi". Accerchiato dagli avversari durante un’azione isolata, tenne loro testa per oltre due ore. Poi, esaurite le munizioni, fu costretto a cedere. Le torture cui fu sottoposto nei giorni successivi valsero ai tedeschi una sola frase, che il Bondi ripetè con impavida ostinazione: "Sono un carabiniere, da me non saprete altro". Il 26 gennaio cadde davanti al plotone di esecuzione. Venne decorato della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.
Fra i carabinieri comandanti di unità partigiane va ricordato il brigadiere Alberto Araldi, che col nome di battaglia "Paolo", aveva il comando della 3^ Brigata della Divisione partigiana "Piacenza" del tenente dei Carabinieri Fausto Cossu. Dei suoi colpi di mano, delle sue azioni audaci ed improvvise, della sua indomabile energia e del suo coraggio scrisse Pietro Solari nel volume "Partigiani in Val Trebbia e Val Tidone". Cadde anche lui nelle mani dei tedeschi mentre tentava di catturare un capo nazista di Piacenza, responsabile di rappresaglie e crimini di guerra. Dopo la sua fucilazione, che avvenne nel cimitero di Piacenza il 7 gennaio 1945, un sottufficiale dei plotone d’esecuzione esclamò: "E’ un peccato fucilare uomini di carattere come Paolo".

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

Tra un’infinità di altri episodi che caratterizzarono l’azione patriottica dei Carabinieri fra il gennaio e il marzo dei 1945, sopravvenne la primavera di quell’anno, così importante per la Resistenza e per la Guerra di Liberazione. Anche sul piano militare i Carabinieri, inquadrati nei Gruppi di Combattimento Italiani (3 Sezioni nel Gruppo Friuli, la 95^, la 98^ e la 316^; 2 Sezioni nel Gruppo Legnano, la 39^ e la 51^; 2 anche nel Gruppo Cremona, la 94^ e 739^; infine 3 Sezioni nel Gruppo Folgore, la 314^, la 315^ e la 317^) parteciparono alle operazioni che portarono alla liberazione di numerose città dall’occupazione tedesca. L’ingresso dei Carabinieri nei centri liberati venne salutato ovunque con entusiasmo irrefrenabile.
Al momento dell’insurrezione generale, ordinata il 25 aprile 1945, i 700 carabinieri della "Banda Gerolamo" del maggiore Giovannini intensificarono la loro attività e parteciparono nei giorni 25, 26 e 27 alla liberazione di Milano. Secondo i piani prestabiliti e decisi in armonia col C.L.N. varie squadre di Carabinieri occuparono tempestivamente le caserme della città, assicurando i necessari servizi d’ordine e di difesa degli edifici pubblici e rastrellando ingente quantità di materiale e documenti. Fra gli episodi più importanti va ricordata l’occupazione della caserma del 205° Comando Regionale Repubblicano e l’attacco alla Caserma Medici, sede dei Comando nazista. Gli alleati, sopraggiunti dopo due giorni dalla liberazione, trovarono non solo a Milano, ma in tutta la Lombardia, l’Arma interamente ripristinata dalla "Gerolamo" nelle sue sedi e in piena attività istituzionale. Il 27 aprile anche Piacenza venne liberata da una Divisione partigiana: a comandarla era il tenente dei Carabinieri Fausto Cossu, che il 27 aprile sfilò alla testa della sua unità per le vie della città esultante. La formazione del tenente Cossu ebbe grandi meriti nella lotta ai nazi-fascisti.
Ultimata l’epica stagione della Resistenza, venne il momento di fare l’appello. Dalle file dell’Arma non risposero 2.735 militari, caduti in soli venti mesi di lotta partigiana; 6.521 risultarono i feriti.
Un così alto tributo di sangue ha avuto i seguenti riconoscimenti:
alla Bandiera dell’Arma:

1 Medaglia d’Argento al Valor Militare;

ad ufficiali, sottufficiali, appuntati e carabinieri:

2 Croci di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia;

32 Medaglie d’Oro al Valor Militare;
122 Medaglie d’Argento al Valor Militare;
208 Medaglie di Bronzo al Valor Militare;
354 Croci di Guerra al Valor Militare.

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Torino – Monumento Nazionale ai Carabinieri

Le Forze Armate e la lotta di Liberazione

Il contributo delle Forze Armate in Italia e all’estero alla Resistenza e alla guerra di Liberazione nazionale

L’opera delle forze armate si inquadra con carattere di unitarietà, nel panorama vasto e complesso di tutta la Resistenza. L’improvvisa comunicazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943 provocò una grave crisi nelle forze armate, colte impreparate dall’aggressione tedesca.
Le forze del Reich, dal canto loro, fin dalla caduta di Mussolini del 25 luglio ’43 non avevano mai nascosto la loro intenzione verso l’Italia. Avevano infatti provveduto a inviare nella penisola altre nove divisioni destinate a rinforzare le sette già presenti nel  ostro territorio e quanto mai sintomatici erano apparsi i reiterati tentativi di porre le unità italiane agli ordini del generale Rommel, nonchè le difficoltà opposte dall’Alto Comando Germanico al rientro in patria delle truppe italiane dislocate in Francia e nei Balcani, sollecitato con insistenza dall’Italia.

Nel nostro territorio nazionale esisteva un complesso di 21 divisioni mobili. Sette di esse erano poco efficienti, delle rimanenti 14, tre non risultavano impiegabili al momento opportuno perchè colte in crisi di trasferimento. A fronte 18 divisioni germaniche. Molte unità tuttavia, sia pure dopo un iniziale momento di incredulità, opposero reazioni valide.
In quei momenti drammatici in Egeo, marinai e reparti della “Cuneo” e della “Regina” iniziarono immediatamente la lotta contro l’ex alleato, resistendo per quasi due mesi all’offensiva nemica. A Cefalonia e a Corfù la divisione “Acqui” s’immolò combattendo per circa 15 giorni, fino a quando, completamente esausta e non soccorsa, venne  barbaramente decimata col sacrificio di 9600 uomini.

Nel Montenegro, i superstiti delle divisioni “Venezia” e “Taurinense” ritiratesi sulle montagne con le formazioni partigiane locali, seguitarono a combattere sino al 1945, inquadrati nella divisione “Garibaldi”.
Analogamente fecero in Yugoslavia la divisione “Italia”, in Albania le divisioni “Firenze”, “Perugia” e la Brigata “Gramsci”, in Grecia le truppe della “Pinerolo” col reggimento lancieri “Aosta”. Sempre in territorio yugoslavo operarono altresì , la Cattaro la “Emilia” e a Spalato reparti della “Bergamo”.

Le forze della Sardegna, favorite da una relativa superiorità numerica,indussero i reparti tedeschi dislocati nell’isola a sgomberare, in Corsica le divisioni “Friuli” e “Cremona” e altre unità del VII Corpo d’Armata impegnarono i tedeschi in una serie di combattimenti, iniziando la liberazione dell’isola che proseguirono poi in collaborazione con alcuni reparti francesi.

Anche nella penisola episodi di resistenza si ebbero dappertutto: a Trieste,nel Goriziano, a Treviso, Verona, Milano, Piombino, Cuneo, Savona, Ascoli Piceno, Anzio, Nettuno, Napoli, mentre a La Spezia e a Roma la lotta assunse aspetti più aspri. Nonostante la preponderanza, soprattutto in armamento,delle forze germaniche, Roma venne strenuamente difesa dalle nostre truppe edalla popolazione, con un’azione che, benchè non coordinata, riuscì a fermare i tedeschi per due giorni.
(da “30mo della Resistenza e della Liberazione” a cura del Comitato Regionale
Toscano, 1974)

Contributo FF.AA. alla Guerra di Liberazione

Un quadro più complessivo del contributo delle FA. alla Guerra di Liberazione Nazionale si ha dalla seguente nota pubblicata da “LE FORZE ARMATE NELLA GUERRA DI LIBERAZIONE”, Roma, 1995
.
Bastano poche cifre per delineare, con il loro scarno ma lapidario linguaggio,il contributo dato alla Guerra di Liberazione dai combattenti inquadrati nelle Unità regolari dell’Esercito inclusi i Carabinieri, della Marina e dell’Aeronautica,della Guardia di Finanza e dal personale del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana.

Nel settembre 1943, in Italia, in Corsica, in Grecia, in Yugoslavia caddero circa 3.000 uomini nei soli primi due giorni di combattimento.
L’Esercito, impegnato su tutti i fronti, in Italia ed all’estero, sostenne il peso della lotta sin dal primo giorno riorganizzando le proprie fila duramente provate nei tre precedenti anni di guerra.
Una Brigata il “I Raggruppamento Motorizzato” nella fornace della battaglia del Garigliano nel dicembre 1943.
Un Corpo d’Armata formato da due divisioni più i supporti il “Corpo Italiano di Liberazione” nell’estate del 1944, per la liberazione dell’Italia centrale fino al Metauro ed alla Linea Gotica sugli Appennini.
Un’Armata di sei Divisioni i “Gruppi di Combattimento” nell’inverno 1944 e nella primavera 1945 sulla Linea Gotica e nella battaglia finale. Div. Cremona, Div. Folgore, Div. Frinii, Div. Legnano, Div. Mantova, Div. Piceno.
Una Divisione, la “Garibaldi”, che in lugoslavia non si arrese ai tedeschi e continuò a combattere a fianco dei partigiani slavi.
Otto “Divisioni Ausiliarie”, che per tutta la durata della campagna assolsero importanti funzioni logistiche nelle quali si distinsero in modo particolare le “Salmerie da Combattimento” ed il “Genio da Combattimento”. Il pesante impegno dell’Esercito resta testimoniato dalla concessione di
39 Medaglie al Valor Militare alle Bandiere delle sue Unità,
di 299 Medaglie d’Oro e di innumerevoli
Medaglie d’Argento e di Bronzo al V.M. ai singoli combattenti.

Marina ed Aeronautica, da pari, su tutti i mari ed in tutti i cieli per contrastare le forze germaniche, come testimoniano le
392 Medaglie al Valor Militare concesse ai militari della Marina
e la Medaglia
di Bronzo alla Bandiera del Reggimento San Marco.
Agli uomini dell’Arma Azzurra furono concesse
560 medaglie al V.M. concesse alle Bandiere di guerra dei Reparti di volo ed alla
M.O. al V.M. concessa alla Bandiera dell’Aeronautica.

Carabinieri e Guardie di Finanza impegnati in prima linea a fianco delle Forze Armate ed in compiti di istituto. Il contributo di sangue e di eroismo offerto dai Carabinieri, partecipi delle azioni dei Reparti dell’Esercito od isolati, `e attestato dalle
723 ricompense al V.M. concesse ai singoli e
dalla Medaglia d’Oro e da quella d’Argento al V.M.
concesse alla Bandiera
dell’Arma.

Per il tributo di sangue e di eroismo che la Guardia di finanza diede al Paese durante la Guerra di Liberazione, furono concesse alla
Bandiera del Corpo 4 Medaglie al Valor Militare,
di cui 2 d’Oro; 53 Medaglie al V.M.
furono concesse ai singoli.

Il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana a fianco dei fratelli combattenti durante l’intero arco della lotta di liberazione, come attestato dalla
Medaglia di Bronzo alla Bandiera del Corpo e dalle tante Medaglie al V.M.

concesse ai singoli.

Va inoltre ricordato il nobile ed eroici slancio delle Infermiere Volontarie
alle quali vennero concesse
l6 Medaglie al Valor Militare.

Seicentomila militari deportati in Germania che non si arresero. Preferirono la fame, gli stenti, i sacrifici dei lager piuttosto che rinnegare il giuramento di fedeltà prestato alla Patria lontana.
Molto sangue di soldati italiani versato per la libertà:
87.000 caduti di cui 47.000 in combattimento contro i tedeschi e 40.000 morti nei campi di concentramento.

Questa lotta, questi sacrifici si saldarono con la lotta e con i sacrifici delle Brigate Partigiane e con il martirio delle popolazioni. Mai, nella storia d’Italia,
Forze Armate e Popolo furono avvinti in un’unica sorte ed in un’unica speranza come durante la Guerra di Liberazione.
La deportazione politica e raziale in Toscana

La deportazione politica nei campi di sterminio (KZ) ha seguito la vicenda della lotta di liberazione poi chè i partigiani e gli antifascisti catturati, se non fucilati sul posto, venivano avviati ai campi di sterminio.
Il maggior numero dei rastrellati avvennero a Prato, Montelupo e Firenze dove la cattura seguì gli scioperi antifascisti del marzo 1944.
In totale i deportati politici nei campi di sterminio nazisti della Toscana
furono 960 dei quali 180 furono i superstiti.
(fonte ANED Toscana)
La deportazione raziale ebbe due momenti distinti: i rastrellamenti dell’ottobre-novembre 1943 che ebbero luogo attorno alle Comunità di Firenze, di Livorno, di Siena e di Pisa; lo stillicidio delle catture che sono avvenute nel corso dell’intera lotta di liberazione in Toscana.
I deportati raziali nei campi di sterminio (KZ) della Toscana, di fede israelita furono 256, così suddivisi:
A Firenze 135, a Livorno 105, a Pisa 13, a Siena 12. Di essi solo poche decine fecero ritorno.
(fonte “Memoria della Persecuzione degli Ebrei” AFIM Toscana 1989)

Canti Fascisti

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Nei periodi cruciali della storia dei popoli molto spesso le canzoni riflettono lo spirito del tempo meglio di lunghi discorsi. Tale è il caso della canzonetta – emblematica nel suo genere – udita particolarmente nel Nord Italia dal settembre ’43 all’aprile ’45, nei lunghi e drammatici mesi che videro svanire nel sangue l’effimera riedizione del fascismo di Mussolini, crollato di colpo il 25-26 luglio del ’43. Sono i giorni che racchiudono il periodo più tragico vissuto dal nostro Paese, che cronaca e storia definiscono i "600 giorni di Salò"’. Ossia l’esistenza temporale della Repubblica sociale italiana messa in piedi da Benito Mussolini all’ombra dell’armata tedesca che occupa l’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre conseguente alla catastrofica sconfitta militare e allo sbarco sul suolo nazionale degli eserciti angloamericani e alleati.

Il fascismo nasce e muore con una canzonetta, noi ne pubblicheremo una diecina che inquadrano il lungo, troppo lungo per noi , periodo dell’Italia fascista, partiamo con "il canto degli arditi" 1919 con il fascismo in culla per dichiarare (dopo la nascita) "all’armi sian fascisti" canti che risuoneranno sempre tra marce e sfilate per tutto il ventennio

Nel ’36 con la conquista dell’impero si avvisò " i pelle nera" che saranno sbiancati ( ci pensarono i gas di Graziani ) si fecero strade e case di tolleranza, partendo alla conquista del mondo ci ritrovammo con l’allontanamento del duce e poi anche quello del re, e siccome non si poteva combattere senza impaurire l’avversario cominciammo ad avvisare il nemico che " a noi la morte non ci fa paura" gli stornelli sono molto apprezzati dagli Italiani ed all’ora ecco "lo stornello del legionario" cui seguì "stornelli delle brigate nere".
Si arrivò poveri noi a cantare tutta la nostra decadenza con "Le donne non ci vogliono più bene" nello stesso tempo che i "camerati" cantavano "Lilì Marlen"
vi fu dopo la risposta delle donne fasciste ma ha ben conoscerle il vantaggio di chi non le trovò davanti fu immenso.

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INNO DELLA VECCHIA GUARDIA
(FORMAZIONI NERE)
Del fascismo noi siamo
gli squadristi e lo gridiamo,
non temiam neppur la morte
per l’Italia bella e forte.
Lo giuriamo con fermezza
e cantando GIOVINEZZA
di morire per il DUCE
che all’IMPERO dette luce.

Vecchia guardia sempre a NOI
Nostro grido di battaglia
Se il Duce grida a NOI
sfideremo la mitraglia.
Tutti uniti noi saremo
e <<diritto tireremo>>
scriveremo nella storia
nuove pagine di gloria.

Me ne frego lo gridiamo,
col pugnale nella mano
puniremo il traditore
del Fascismo redentore;
Pronti siam per il cimento
con le fiamme alzate al vento
è lo spirito dei morti
che ci guida e ci tien forti.

Vecchia guardia ecc….

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Stornelli Neri

Anonimo

Se prenderemo il Negus,

gliene farem di belle,
se lui farà il testardo
noi gli farem la pelle!

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Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,
se l’abissino è nero
gli cambierem colore
a colpi di legnate,
o gli verrà il pallor!
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,
il general De Bono
ci ha detto in confidenza
se prenderemo il Negus
ci manderà in licenza.
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,
orsì facciamo in coro
una gran preghiera:
su manda in Abissinia
pure anche Carnera.
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,
io parto per l’oriente
e vado in Abissinia
e a tutti i nemici
farò la permanente!
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai
se il Negus non risponde
e all’armi fa l’appello,
noi gli farem gustar
l’antico manganello!
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai,
C’è una nazione grande,
che ha molti quattrini,
noi in compenso a Roma
abbiamo Mussolini!
Dai, dai, dai, l’abissino vincerai!

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Figli di nessuno

Figli di nessuno
tra le rocce noi marciam
ci disprezza ognuno
perché laceri noi siam
ma se ce n’è uno
che ci sappia comandar e dominar
figli di nessuno
anche a digiuno
saprem marciar.

Siamo nati chissà dove chissà quando
allevati nella pura carità
senza padre, senza madre, senza inganno
noi viviamo come uccelli in libertà.

Figli di nessuno,
tra le rocce noi viviam
ci disprezza ognuno,
perché laceri noi siam
ma se ce n’è uno
che ci sappia comandar e dominar
figli di nessuno
anche a digiuno
saprem marciar.
Figli di nessuno
anche a digiuno
saprem marciar
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Vogliamo scolpire una lapide

incisa sull’umile scoglio,
a morte il marchese Badoglio
noi siam fascisti repubblican.
A morte il Re
viva Grazian,
evviva il Fascio
Repubblican!
Vogliamo scolpire una lapide
incisa su pelle di troia
a morte la casa Savoia
noi siam Fascisti repubblican.
A morte il Re
viva Grazian,
evviva il Fascio
Repubblican!

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Nelle azioni di antiguerriglia e di rastrellamento
antipartigiano i legionari SS italiani cantano canzoni così concepite:

All’armi, all’armi, all’armi!

siam fascisti repubblicani
terror dei partigiani
che sono dei ruffiani
ed anche dei fuori legge
che faremo in tante schegge
ed anche dei banditi
che saran da noi finiti.

Brutte facce da impostati
da noi presto eliminati
contro un muro fucilati
su un albero impiccati
con il pugnale sgozzati
con le bombe dilaniati.

1 ribelli impiccheremo
i gerarchi accopperemo
i pretacci inc…
viva il rombo del cannon!

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L’amore coi fascisti non conviene:

meglio un vigliacco che non ha bandiera,
uno che non ha sangue nelle vene,
uno che serberà la pelle intera!
Ce ne freghiamo! La signora Morte
fà la civetta in mezzo alla battaglia,
si fa baciare solo dai soldati.
Sotto ragazzi, facciamole la corte,
diamole un bacio sotto la mitraglia,
lasciamo le altre donne agli imboscati!
A noi!

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Forse vi era la firma della Ausiliarie del Servizio femminile al comando, della contessa Piera Fondelli Gatteschi (capaci di inenarrabili crudeltà: è provato che una di queste Ausiliarie ha seviziato per quattro giorni il partigiano diciottenne Armando Grava, di Revine in provincia di Treviso, presente la madre che ha poi testimoniato, tagliuzzando zigomi e testicoli, fratturando i polsi, accecandolo con sigarette accese, versando acido muriatico sulle ferite),

a cui si aggiungano Franca Carità condannata a 16 anni e la sorella Isa condannata a 3 anni per aver torturato coloro che venivano portati "Villa Triste " accompagnate al piano da "padre Ildefonso" al secolo Alfredo Epaminonda Troia che suonava canzonette napoletane e l’"Incompiuta di Schubert" incoraggiate da don Gregorio Baccolini" cappellano delle S.S. e propagandista del partito fascista.

La Liberazione di Firenze

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La liberazione di Firenze

Lo schieramento delle forze partigiane

Benché ripetutamente sconfitto, l’attesismo non demordeva. Mentre il cardinale Della Costa si sforzava di combinare almeno un compromesso tra il CTLN e i fascisti (a quanto pare, non esitò nemmeno ad incontrarsi con Pavolini), nel comitato tornarono a manifestarsi divergenze anche aspre tra coloro che giudicavano conveniente la trattativa col nemico, e chi invece aveva ben compreso che solo l’insurrezione popolare, oltre a corrispondere all’interesse generale del paese, avrebbe offerto una possibilità di salvezza alla città minacciata di distruzione.

La questione fu risolta, prima ancora che dalle discussioni e dal voto del comitato, dalle condizioni reali del momento, identificabili da un lato, nella sempre più manifesta determinazione dei tedeschi a non abbandonare Firenze senza combattere (come peraltro esigeva la loro strategia: quanto più a lungo avessero ritardato l’avanzata anglo-americana, tanto più solidamente si sarebbero attestati ed organizzati a difesa sulla linea gotica); e, per altro verso, nella presenza di agguerrite formazioni partigiane, pronte ad intervenire a fianco di un efficiente apparato cittadino il cui punto di forza era ancora costituito, malgrado le recenti perdite, dai GAP.

In merito alle intenzioni del nemico, anche l’ala moderata e tendenzialmente attesista della coalizione antifascista dovette infine abbandonare ogni illusione; e il CTLN infine le denunciava, in un rapporto inviato il 30 luglio al comando alleato sulla situazione cittadina, e così redatto:

«Si porta a conoscenza la seguente relazione concernente la situazione della città di Firenze.

«Da notizie trapelanti dal comando tedesco risulterebbe che ove gli alleati facendo un’avanzata unicamente frontale sulla città di Firenze dal lato sud, sarebbe loro intenzione difendere la città palmo a palmo, facendo particolarmente barricare le strade che danno accesso ai ponti della zona centrale.

«Attualmente trovansi in Firenze circa cinquecentomila persone, cioè il doppio della popolazione normale; fra queste una enorme quantità si sono rifugiate in città perché dovute fuggire dalle circostanti campagne, razziate e saccheggiate dalle truppe tedesche in ritirata.

«Le condizioni sanitarie, alimentari ed economiche sono le seguenti:

a) sono stati asportati tutti gli impianti ospedalieri; difettano in modo assoluto medicamenti e ferri chirurgici; si verifica già qualche caso di tifo, dovuto alla ridotta erogazione dell’acqua potabile ed alla scarsa rimozione delle immondizie dalla città;

b) le scarse provviste alimentari sono ormai ridotte agli estremi ed in questi ultimi giorni vengono a difettare anche i rifornimenti di frutta e verdure che erano affluiti negli ultimi giorni nella città; particolarmente le categorie meno abbienti e i bambini risentono gravemente di questa situazione. A proposito dei rifornimenti della farina per panificazione si fa presente che è stata approvvigionata dal comando germanico limitatamente al fabbisogno giornaliero. Dato l’attuale inizio di sganciamento delle truppe germaniche, si prevede che la città rimanga assolutamente senza pane;

c) le truppe tedesche in questi ultimi tempi hanno asportato e distrutto tutto quanto possibile; in questi giorni sono in atto provvedimenti per asportare anche le opere d’arte. Gli impianti industriali, compresi quelli di alcuni servizi pubblici, sono in condizioni di non poter essere riattivati con le riserve cittadine per un tempo imprevisto. Sono stati distrutti anche i principali mulini. Per il momento il servizio idrico, pure ridotto, funziona, ma si prevede però che sia distrutto al momento dello sganciamento. A causa delle distruzioni e asportazioni di cui sopra e che proseguono tuttora, si prevede debba risentirne grave disagio ogni strato della cittadinanza. Sia per la disoccupazione, sia per la mancanza di produzione di molti generi di necessità alla vita.

«Tutto quanto sopra esposto serve per far presente a codesto comando l’assoluta urgenza e necessità di prendere tutti quei provvedimenti di carattere militare (che forse il comando stesso avrà già studiato) tendenti ad evitare un attacco frontale alla città, che dovesse eventualmente portare ad un enorme aggravamento, con distruzioni, saccheggi e massacro della popolazione, della situazione.

«Il Comitato toscano di liberazione nazionale rimane a completa disposizione con tutti i suoi mezzi, servizi politici, amministrativi e militari, del comando alleato e prega vivamente di stabilire un collegamento per una proficua collaborazione».

Pochi giorni prima, il 21 luglio, il CTLN aveva inoltre proclamato, su proposta del PCI, lo stato insurrezionale, decidendo in pari tempo di rendersi padrone di fatto della città prima dell’arrivo delle truppe alleate, e raccomandando al comando militare di «prendere tutte le misure necessarie per non essere colto alla sprovvista da una situazione che potrebbe, com’era avvenuto a Roma ed a Siena, risultare così incerta da non permettere un tempestivo impiego delle sue forze».

Il comando militare (al quale s’accennava nel rapporto Roasio) era stato formato sin dal 10 giugno, col compito di assumere – come sanciva l’atto costitutivo approvato dal CTLN – «l’effettiva direzione di tutte le forze armate operanti nella regione, che ogni partito è tenuto a mettere a sua disposizione». La sua composizione era la seguente:

Comandante: colonnello Nello Niccoli, del partito d’azione; vice-comandante: capitano Nereo Tommasi, della democrazia cristiana; commissario politico: Luigi Gaiani, del PCI; vice-commissario politico: Dino Del Poggetto, del PSIUP; capo di stato maggiore: Achille Mazzi, del partito liberale.

Il comando – che per quanto definito regionale, esercitava le sue funzioni esclusivamente nella zona di Firenze – disponeva per l’imminente battaglia di forze organizzate notevoli, tra le quali primeggiava la divisione Garibaldi Arno, comandata da «Potente» (Aligi Barducci), un giovane ufficiale di complemento che aveva assunto come nome di battaglia la denominazione del reparto arditi delle truppe da sbarco nel quale aveva prestato servizio. Il commissario politico era «Giobbe» (Danilo Dolfi).

L’organico della divisione comprendeva le brigate Lanciotto (comandante Romeo Fibbi), Sinigaglia (Angelo Gracci «Gracco»), Fanciullacci (Piero Loder) e Caiani: in totale, milleseicento uomini circa. Con una lunga attività bellica al proprio attivo, queste brigate formavano ormai un efficiente complesso, dislocato ad arco nella zona compresa tra il monte Morello ed il gruppo del monte San Michele.

Due brigate GL, la 2a e la 3a Rosselli, operavano rispettivamente nella zona di monte Giovi, ed a sud di Firenze, tra Montespertoli e Lastra a Signa; con una 4a brigata, di formazione recente, e con gruppi minori di scarsa consistenza, esse costituirono verso la metà di agosto la divisione Giustizia e libertà, con una forza effettiva di circa mille uomini.

In città l’organizzazione di gran lunga più attiva era, come s’è già detto, quella dei GAP. Inoltre nelle quattro zone in cui l’abitato di Firenze era suddiviso, agivano squadre costituite dai partiti del CLN. Come risulta dalla «Relazione militare» sulla battaglia di Firenze, redatta dal colonnello Niccoli, il PCI schierava complessivamente centosessantaquattro squadre con milleottocentosettantacinque uomini; i gruppi organizzati dagli altri partiti erano ottantasei, con novecentodiciassette uomini.

La prima fase della battaglia di Firenze

L’approssimarsi delle truppe dell’VIII armata britannica indusse il comando tedesco a pubblicare, dopo avere adottato ogni possibile misura difensiva e repressiva, un’ordinanza che imponeva alla popolazione lo sgombero di due vasti settori sulle rive dell’ Amo; il provvedimento, emanato il 30 luglio, confermava l’intenzione dei tedeschi di far saltare i ponti sull’Arno, e fu eseguito con la forza dopo il rifiuto dei cittadini abitanti in quei quartieri ad abbandonare le loro case.

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La fuga dei cittadini dal centro di Firenze

L’ordine, oltretutto, comportava la divisione della città in due parti non più collegabili; perciò il CTLN dispose immediatamente la costituzione di una propria «Delegazione d’Oltrarno», che entrò in funzione immediatamente con pieni poteri civili e militari sulla zona meridionale della città.

Continuava intanto la marcia alleata: il 2 agosto la 10a divisione indiana entrava a San Sepolcro e la 1a brigata canadese liberava Empoli e Castiglione; il 3, reparti sudafricani s’impadronivano dell’Impruneta e di altre località vicine. Lo stesso giorno, 3 agosto, alle ore 15, il comando tedesco proclamò lo stato di emergenza; il relativo bando imponeva tra l’altro a tutti i cittadini di non uscire dalle proprie abitazioni e vietava d’affacciarsi alle finestre: «Le pattuglie delle forze armate germaniche – avvertiva il comando nemico – hanno l’ordine di sparare contro le persone che verranno trovate per le strade oppure si mostreranno alle finestre».

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La condanna a morte

Cominciava la battaglia. Ma quell’ordine non previsto dal comando partigiano ne intralciava lo sviluppo iniziale, rendendo più difficili, se non impossibili, i collegamenti ed i concentramenti di forze predisposti.

I tedeschi occupavano ancora con forze ragguardevoli la città: disponevano di reparti di fanteria di consistenza imprecisata, di una compagnia di paracadutisti, della feldgendarmerie e di altri elementi sfusi; ma soprattutto avevano una incolmabile supremazia di mezzi: carri armati, lanciafiamme, mortai ed artiglierie di vario tipo in quantità assai elevata. Inoltre le loro forze di stanza in città erano di continuo accresciute dall’afflusso delle unità in ritirata. In queste condizioni, se il bando tedesco non bloccava i partigiani in armi, intralciava tuttavia i loro movimenti, e per giunta influiva sull’atteggiamento della maggioranza dei cittadini, non organizzati nei reparti combattenti.

Nella città paralizzata, fra il crepitio e i sibili di raffiche intermittenti, i GAP e le squadre più audaci sfidarono gli ordini del nemico e raggiunsero in buon numero i loro posti. Sulle rive dell’Arno si ebbero i primi scontri, mentre cominciava, per ordine del comando militare, l’avvicinamento delle formazioni esterne. Sui colli circostanti, batterie britanniche venivano piazzate ad interdire tutti i passaggi attraverso il fiume ad occidente della città.

Il mattino del 3 agosto una pattuglia della brigata Garibaldi Sinigaglia stabilì il primo contatto con avanguardie alleate, mentre il resto della formazione e le altre brigate partigiane in marcia sostenevano scontri con pattuglie della divisione Göring in varie località: a monte Murlo, a monte Masso, a Poggio Firenze, a Fonte Santa, a Poggio alla Croce, a Torre Cona, a Gamberaia, al borro di Palazzaccio.

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La Brigata Sinigaglia entra in Firenze

A sera, due compagnie della brigata Lanciotto, con alla testa Francesco Leone, penetrarono nei quartieri d’Oltrarno e si congiunsero con le squadre d’azione locali. La consistenza delle forze partigiane della riva sinistra raggiungeva così il numero di settecentottanta uomini; l’armamento, tuttavia, era assai scarso: duecentottanta fucili, dodici armi automatiche individuali di vario tipo, centonovantuno pistole e quattrocentonovanta bombe a mano. A questi uomini il comando affidò il compito d’impedire la distruzione dei ponti; ma, come si dovette constatare nella notte sul 4, ben scarse erano le possibilità di successo perché il comando nemico aveva schierato sull’altra riva ingenti forze che controllavano la situazione. Alcuni tentativi vennero comunque compiuti. Scrisse poi il colonnello Niccoli nella sua relazione: «Al ponte della Vittoria due squadre di arditi munite di armi automatiche tentarono di tagliare i fili che univano le linee alla stazione di brillamento. Avvistate dal nemico in prossimità dei fili, furono sottoposte a violente azioni di fuoco cui risposero con alquanta risolutezza e coraggio. L’azione di fuoco si prolungò finché, colpito a morte uno dei capi squadra e serrate da vicino da preponderanti forze tedesche, le squadre furono costrette a ritirarsi portando seco un morto ed un ferito».

Il comandante di squadra caduto era Renzo Dolfi, fratello di «Giobbe», il commissario politico della divisione Arno. Continua la relazione Niccoli: «Al ponte della Carraia una compagnia di patrioti aveva il compito di impedirne la distruzione. I tedeschi difendevano il ponte con 4 mitragliatrici e vedette varie.

«Quando apparve evidente dal ritiro delle ultime sentinelle che i tedeschi si apprestavano a far saltare il ponte un plotone della citata compagnia uscì al completo ed attaccò di sorpresa due dei quattro centri di fuoco tedeschi, avendo ragione degli uomini dei centri stessi. La violenta reazione nemica arrestò l’avanzata del plotone mentre il ponte saltava. L’intervento di un secondo plotone riaccese la violenza del combattimento che si protrasse per diverse ore.«In questa zona i patrioti ebbero un morto e quattro feriti.

«Nella zona compresa tra il ponte della Vittoria e Ugnano reparti di patrioti, mentre ancora transitavano truppe tedesche, riuscivano a neutralizzare le mine destinate a far saltare il ponte di Mantignano. Venne inoltre proceduto al rastrellamento delle mine nell’acquedotto di Mantignano, che pertanto rimase intatto. In tali azioni caddero cinque patrioti ».

Cinque ponti sull’ Amo saltarono. Rimase pressoché intatto solo Ponte Vecchio, reso peraltro

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Salta il Ponte a Santa Trinita

intransitabile dai cumuli di macerie che ne ostruivano gli imbocchi. Erano le rovine dei vecchi palazzi e delle torri medievali dei quartieri adiacenti.

Gli alleati, il cui tempestivo intervento avrebbe impedito, o quantomeno ridotto le devastazioni predisposte dai tedeschi, arrivarono troppo tardi. «Le truppe alleate, annotò il comandante Niccoli nella sua relazione, erano ancora ben lungi dal poter validamente sostenere l’azione dei patrioti. Infatti si constatò che le prime pattuglie alleate giunsero a Porta Romana quattro ore dopo il brillamento dei ponti ed erano di così esigua forza che non avrebbero potuto in alcun modo consentire ai patrioti di mantenere ì ponti contro la reazione tedesca. Nella zona piazza Gavinana e il Bandino e nel rione della Colonna le prime pattuglie alleate comparvero dodici ore dopo di quelle di Porta Romana. Il grosso dell’avanguardia seguì le pattuglie di ben dodici ore ».

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I primi alleati entrano in Firenze applauditi dalla popolazione

I soldati dell’VIII armata, entrando in città, vi trovarono i partigiani della brigata Sinigaglia che li avevano preceduti: alle 11 del 4 agosto erano in piazza Gavinana, in via Senese, a Porta Romana e in San Frediano, accolti con fervido entusiasmo dalla popolazione. Nel pomeriggio, Antonio Roasio tenne un comizio nel piazzale di Porta Romana, gremito di folla acclamante: fu la prima pubblica manifestazione democratica dopo un ventennio di cupo silenzio, violato soltanto dalla voce ossessiva della dittatura.

In serata anche la brigata Lanciotto era al completo in Oltrarno; e con essa sopraggiunse il comando della divisione Arno, che s’insediò a villa Cora.

Sempre il 4 cominciarono a farsi vivi i cosiddetti «franchi tiratori»: erano sparuti gruppi di repubblichini rimasti in città, in buona parte giovani esaltati, e ingannati sino all’ultimo istante dai caporioni fascisti squagliatisi per tempo col grosso delle loro milizie. L’idea di lasciare in città qualche dozzina di sprovveduti ragazzi fu concepita, a quanto pare, dallo stesso Pavolini, il quale tuttavia s’era anch’egli squagliato, non senza ricordarsi di prelevare dalla cassaforte della prefettura, prima della partenza, cinque milioni che distribuì generosamente agli sbirri della sua scorta.

Nel quartiere di San Frediano, al Coventino e a San Niccolò, i franchi tiratori, appollaiati sui tetti delle case, presero a sparare non solo contro i partigiani ed i soldati alleati, ma anche contro passanti inermi. Ma la loro attività non si protrasse a lungo:

«Ovunque individuati – riferisce il colonnello Niccoli nella più volte citata relazione – vennero inseguiti ed in parte catturati e passati immediatamente per le armi». A rastrellare quegli sciagurati furono i partigiani della divisione Arno, sui quali peraltro incombeva una minaccia che sicuramente li preoccupava assai più che i colpi degli improvvisati «cecchini» fascisti.

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Franchi tiratori fucilati sulla scalinata della chiesa di Santa Maria Novella

Nell’Oltrarno ormai liberato mentre i tedeschi occupavano ancora i quartieri alla destra del fiume gli alleati pretendevano di procedere immediatamente, in base a un’ordinanza del generale Alexander (si ritornerà sull’argomento nel prossimo capitolo), al disarmo e al cosidetto «disband» delle formazioni partigiane.

Nella notte sul 5 il comandante «Potente» convocò a rapporto i comandanti di brigata; era presente un colonnello inglese latore degli ordini del quartier generale alleato che esigeva la consegna delle armi e lo scioglimento immediato della divisione.

I comandanti partigiani ascoltarono con amara sorpresa la comunicazione. Poi tornarono ai loro reparti, dove qualche voce era già trapelata, ed informarono gli uomini riuniti in assemblea. Sdegnate proteste accolsero la notizia, ed infine racconta il comandante «Gracco» «i partigiani decisero di non consegnare le armi e di non ritirarsi dalla battaglia. Il comando della nostra divisione ne informò gli alleati che risposero insistendo nell’ordine impartito.

«Nel pomeriggio – prosegue “Gracco” – la situazione si aggravò perché gli alleati fecero capire che erano pronti ad imporre, se necessario, il disarmo e lo scioglimento delle formazioni. Dirigenti politici popolari come Roasio e altri parlarono ai partigiani per calmare gli animi esacerbati e per evitare gesti di disperazione che avrebbero creato nelle immediate retrovie del fronte incidenti di tale portata da compromettere i rapporti tra il movimento partigiano e le autorità militari alleate…

«Incidenti non vennero, ma al tramonto i partigiani della Sinigaglia di loro iniziativa avevano già costituito posti di blocco e appostamenti di armi automatiche intorno agli alloggiamenti, invitando i propri responsabili a far sapere agli alleati, a mezzo di “Potente”, che essi avrebbero trattato da nemico chiunque si fosse presentato a imporre con la forza la consegna delle loro armi, strappate ai nemici a prezzo di sangue o raccolte dalla mano dei compagni caduti.

«E vinsero.

«Il 6 agosto il quartier generale dell’VIII armata decideva di utilizzare tutti i milleseicento partigiani della divisione Garibaldi nelle operazioni per la liberazione di Firenze».

La morte di «Potente»

Trascorsero altri due giorni prima che il comando britannico precisasse i compiti che la divisione Arno avrebbe dovuto espletare; infine le insistenti sollecitazioni di «Potente» vennero accolte e l’unità, rafforzata da alcune compagnie canadesi poste agli ordini del comandante italiano, ricevette l’ordine di tenersi pronta per l’impiego al di là del fiume, nella parte della città ancora saldamente tenuta dai tedeschi.

La sorte purtroppo non concesse a «Potente» di condurre la sua divisione all’ultima battaglia. Quel giorno stesso, 8 agosto, una bomba da mortaio lo ferì mortalmente. Stava recandosi con un gruppo di ufficiali del suo comando all’accantonamento della brigata Sinigaglia, nel convento di Santo Spirito, ed era ormai giunto nella piazza che prende il nome dal monastero, quando scoppiò la bomba. Le schegge lo colpirono al ventre e a una gamba, ferirono anche un capitano britannico che lo accompagnava, ed uccisero due civili.

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Aligi Barducci (Potente)

Dacché 1′Oltrarno era libero, le artiglierie ed i mortai tedeschi, piazzati sull’altra sponda, sparavano quasi senza sosta sull’abitato, a casaccio, al solo scopo d’atterrire la popolazione. Fu durante uno di questi bombardamenti che «Potente» rimase ferito. Trasportato all’ospedale militare alleato di Greve nel Chianti, il mattino dopo era morto. Lo riportarono a Firenze, dove il funerale si svolse lungo il viale Galilei, accompagnato dal vicino fragore dei combattimenti in corso. C’era tutta la divisione schierata; intervenne una delegazione di alti ufficiali alleati, e al lamento dei pifferi d’una banda scozzese il corteo funebre percorse il viale dove tutta la gente dei quartieri di San Frediano e del Pignone era accorsa a recare l’ultimo saluto al comandante. In cima a un’asta sventolava la camicia rossa di «Potente», lacera e insanguinata; la nuova bandiera dell’unità che aveva mutato nome: adesso era la divisione Garibaldi Potente.

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Funerali di Potente

Frattanto sulla destra dell’Arno le condizioni di vita della popolazione si facevano di ora in ora più tragiche. Mancavano i viveri e l’acqua, mancava la possibilità di curare gli ammalati e persino di seppellire i morti perché le ronde tedesche che pattugliavano la città sparavano a vista contro chiunque si arrischiasse a scendere in strada.

Tuttavia quella vigilanza feroce non riusciva a impedire le sortite dei GAP, ognuna delle quali costava la vita a qualche tedesco. Né riuscì a impedire che il comando militare partigiano si collegasse con l’Oltrarno liberato. L’impresa fu realizzata dal comunista Orazio Barbieri e dall’azionista Enrico Fischer. «Dal Palazzo Vecchio – ha scritto poi Barbieri, rievocando il fatto, – c’è l’accesso alla Galleria degli Uffizi. Di qui la Galleria prosegue sulla costruzione del Vasari sul lungarno Archibusieri, sul Ponte Vecchio fino a Pitti. I tedeschi hanno avuto sentore di un tale passaggio, ma non sono riusciti ad individuarlo e quindi a controllarlo.

«I due uomini della resistenza fiorentina forzano i passaggi, attraversano il ballatoio del salone dei cinquecento fra pericoli di crolli, tubi contorti, passano quasi sulla testa dei tedeschi, appostati sul Lungarno, passano il fiume attraverso il corridoio del Ponte Vecchio e infine, calandosi con una fune (poiché l’arco di via dei Bardi è crollato) entrano in piazza S. Felicita e di qui in Palazzo Pitti dove s’incontrano con gli esponenti del CTLN d’Oltrarno, col comando inglese e col comando partigiano».

Grazie alla scoperta di quel passaggio, inoltre, – come riferisce il colonnello Niccoli nella sua relazione – «il giorno 6 agosto il comando militare toscano prendeva un primo contatto con il comando inglese. Il comandante stesso si recava Oltrarno e conferiva con il maggiore capo dell’ufficio informazioni e con il capo di stato maggiore della divisione inglese schierata a sud di Firenze. Da parte italiana venne fatta un’esposizione della situazione militare riferita alle forze patriottiche ed allo schieramento tedesco ed un quadro della situazione alimentare, sanitaria e morale della città di Firenze. Da parte inglese, dopo aver ringraziato il comando per il contributo dato fino allora dai patrioti alla causa comune, venne assicurato che allo scopo di evitare ulteriori distruzioni della città di Firenze, gli alleati avrebbero forzato l’Arno con due colonne a monte e a valle della città. Lo stesso comando inglese dichiarò che avrebbe avvertito il comando militare sull’inizio delle operazioni. Consigliò inoltre di mantenere i nostri posti di osservazione per lasciarci la responsabilità dell’inizio dell’insurrezione secondo lo svolgersi della battaglia».

Da tre giorni ormai le truppe britanniche sostavano sulla riva sinistra e quell’inopinato arresto, oltre a rendere spasmodica l’attesa della cittadinanza ancora soggetta all’occupazione nemica, sconvolgeva i piani del comando militare, elaborati partendo dal presupposto che le operazioni per la liberazione di Firenze non avrebbero subito soluzioni di continuità. Stava accadendo, invece, l’imprevisto; e tanta era l’urgenza di conoscere le intenzioni alleate che il colonnello Niccoli si portò, appena possibile, in Oltrarno, omettendo di farsi accompagnare da una delegazione che includesse almeno un rappresentante delle forze partigiane più numerose e meglio organizzate (con lui andarono Carlo Ragghianti, responsabile militare del partito d’azione, e Fischer, subito rientrato dopo la scoperta del passaggio attraverso Ponte Vecchio).

Campane a martello

Come appare chiaro dalla relazione citata, l’incontro valse a confermare che gli alleati non avevano alcuna fretta di completare la liberazione della città. Al comando militare, con una disponibilità di circa milleduecento uomini armati, tutti appartenenti alle squadre cittadine, non restò che prendere le misure opportune per ridurre al minimo gli effetti negativi del ritardo; intanto i partiti più attivi del CTLN si prodigavano per mantenere elevato lo spirito combattivo delle masse popolari. Il 6 agosto il giornale Azione comunista scriveva: «Mentre i quartieri d’Oltrarno sono stati liberati dalla peste nazista, di qua dal fiume si combattono le ultime, le più difficili, ma anche le più eroiche battaglie per la liberazione di Firenze.

«Si combatte contro le pattuglie tedesche che intenderebbero vietare ai cittadini assetati e affamati di procurarsi acqua e qualcosa da cibarsi. Troppo poco purtroppo, perché le iene tedesche ci hanno depredato di tutto, devastato gli stabilimenti alimentari, distrutto i raccolti. Ci si prepara per impedire che le distruzioni radano al suolo la nostra bella e cara città, per impedire che essa subisca la sorte di Pisa. Ci si prepara per assestare il colpo decisivo all’odiato oppressore tedesco.

«Se a noi tocca questa lotta difficile nelle condizioni più sfavorevoli, di là d’Arno i nostri compagni, tutto il popolo fiorentino combattono apertamente con rinnovata energia a fianco degli alleati… Anche noi dobbiamo moltiplicare le azioni per affrettare la nostra liberazione. Un’unica volontà anima infatti tutti i cittadini di qua e di là d’Arno: schiacciare l’oppressore nazista».

E due giorni dopo, 1’8 agosto, lo stesso giornale – che malgrado le condizioni dell’occupazione, inasprite dallo stato d’amergenza, usciva quasi quotidianamente – lanciava un drammatico appello: «Assaliamo i nostri carnefici! Senza pane, senza fuoco, senza luce, senza medicine, senz’acqua; fra il boato delle mine, il rombo dei mortai, il sibilo dei proiettili, che cosa ci può ormai più spaventare? Braccati per le strade, colpiti nelle abitazioni, mitragliati sulle porte di casa, di che cosa dobbiamo aver più paura?».

Nel pomeriggio dell’8 agosto il comando militare, desumendo da varie informazioni che i tedeschi s’apprestavano ad abbandonare la città, mise in stato d’allarme tutte le squadre d’azione. alle quali comunicò che il segnale dell’insurrezione generale sarebbe stato dato dal suono a martello del campanone di Palazzo Vecchio, la Martinella.

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Il Bargello

Nella notte sull’11 i tedeschi cominciarono lo sganciamento. Ed alle ore 6,45 i rintocchi della Martinella chiamarono il popolo di Firenze alla lotta. L’insurrezione esplose in ogni punto della città, accanto ai partigiani delle squadre organizzate scesero in campo cittadini d’ogni ceto e d’ogni età, ed attaccarono il nemico impegnandolo in una serie di scontri accaniti. Poi sopraggiunse la divisione Potente: alle 11 un fonogramma del comando britannico le aveva dato via libera. Guadato l’Arno al passaggio della Pescaia di Santa Rosa, la formazione lanciò i suoi reparti contro le retroguardie tedesche, nel pomeriggio accorse a disimpegnare alcune squadre rimaste circondate dal nemico a Rifredi, e intraprese la caccia ai franchi tiratori fascisti.

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a caccia di franchi tiratori fascisti

A sera Firenze era libera.

Intanto, sin dai primi rintocchi della Martinella, il CTLN e il comando militare s’erano insediati a Palazzo Riccardi, mentre a Palazzo Vecchio una giunta comunale, già da tempo designata dal comitato di liberazione, assumeva l’amministrazione della città. Sindaco era il socialista Gaetano Pieraccini, vicesindaci il comunista Renato Bitossi e il democristiano Adone Zoli.

Ma non era finita. Le truppe britanniche non varcarono l’Arno, e il ripiegamento tedesco non andò oltre il Mugnone. La città, sin’allora assediata dagli alleati, ora subiva l’assedio dei tedeschi che con frequenti puntate offensive riportavano la lotta nelle vie cittadine. Nella notte sul 15 agosto si spinsero fino in piazza San Marco, nel pieno centro di Firenze.

I primi reparti alleati attraversarono il fiume nella giornata del 13, ma solo il 15 completarono l’operazione e si schierarono a fronteggiare il nemico sulla linea del Mugnone. Ma non attaccarono a fondo, ed anzi subirono spesso l’iniziativa del nemico che sicuramente non aveva previsto uno sviluppo tanto favorevole della battaglia comunque perduta.

A fianco delle truppe alleate, «i partigiani di tutte le formazioni – ha scritto Orazio Barbieri – tengono la linea con ammirevole spirito di sacrificio e respingono ogni velleità nazista. Ma il martirio della città non è finito perché i tedeschi continuano a cannoneggiare 1′abitato dalle colline. Gli obici colpiscono le case, sfondano i tetti: la gente dorme nelle cantine anche dopo la liberazione».

Solo il 31 agosto le bombe cessarono di cadere sulla città. Già alcuni giorni prima il nemico aveva mostrato per chiari segni d’essere in procinto di cedere, e nella notte cominciò a ritirarsi, incalzato dai partigiani e dalle forze dell’VIII armata. Il 1° settembre Fiesole fu liberata dai partigiani, mentre nella zona collinare si avviavano operazioni di rastrellamento contro gli ultimi gruppi nemici che resistevano ancora. E il giorno successivo, il 2 settembre, la battaglia era veramente finita.

In ricordo alle future generazioni sul muro di Palazzo Vecchio venne posto una lapide , questa

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