Andrè Schwarz-Bart – Auschwitz

Andrè Schwarz-Bart

Auschwitz

Un solo, unico incidente turbò il cerimoniale della selezione; messa sull’avviso dall’odore,  una donna gridò ad un tratto: «Qui ci ammazzano». Ci fu un breve panico, il gregge  rifluì lentamente arretrando, verso le banchine mascherate dalla strana facciata stesa come una scena di teatro raffigurante una stazione. Le guardie entrarono immediatamente in azione, ma, quando il gregge ebbe ritrovato la calma, degli ufficiali percorsero le file spiegando educatamente, e alcuni persino con voce untuosa, pastorale, che gli uomini validi erano destinati alla costruzione di case e di strade, e che i rimanenti potevano riposarsi dal lungo viaggio, in attesa di venire impiegati in lavori casalinghi ad altro genere
Emi s’avvide che anche Gilda pareva dar retta a quella finzione: i suoi lineamenti s’erano distesi, presaghi di speranza..
All’improvviso, la fanfara motorizzata si mise a suonare una vecchia melodia tedesca.
Poi l’ultimo ottone si tacque, il gregge era stato ninnato a dovere: la selezione ricominciò.
«Ma io sono ammalato, non posso camminare», mormorò in tedesco, quando, venuto il suo turno, lo scudiscio l’ebbe seccamente incitato verso il ridotto gruppetto di uomini validi cui si faceva grazia di un rinvio.
Il dottor Mengele, medico-capo del campo di sterminio di Auschwitz, dedicò un rapido sguardo alla "merda ebraica" che aveva pronunciato quelle parole..
«Va be’», disse, «ti cureremo noi.»
Il frustino descrisse un semicerchio. I due giovani SS ebbero un sorriso d’intesa.
Erni titubante e mezzo consolato raggiunse la triste marea umana che fluttuava intorno alla baracca: abbracciato da Gilda, tirato dalle manine dei bambini, se ne lasciò inghiottire e si dispose ad aspettare, come gli altri, come tutti.
Finalmente., tutti furono radunati.
Allora un Unterscharfuhrer li invitò, a voce alta e scandendo bene le parole, a deporre i bagagli e a recarsi al bagno: avrebbero dovuto portar seco solo i documenti, gli oggetti di valore e lo stretto necessario per lavarsi.
Decine di domande s’affollarono alle loro labbra: dovevano prendere della biancheria? potevano disfare i fagotti? le avrebbero ritrovate, le loro cose, poi? non sarebbe scomparso niente?
Ma i condannati non sapevano quale strana forza li costringesse a tacere, a dirigersi frettolosi, senza far motto, senza neanche volgere un’ occhiata alle spalle, verso l’accesso praticato nella parete di filo spinato alta tre metri, al limite della baracca con lo sportello.
D’un tratto, in fondo al piazzale, l’ orchestra riattaccò a suonare, le prime vibrazioni dei motori si fecero sentire, s’alzarono nel cielo ancor gravido di nebbia mattinale, sparirono in lontananza. Formazioni di SS armati separavano i condannati, ripartendoli in gruppi di cento.
Il corridoio di filo spinato pareva non aver mai fine.
Ogni dieci passi, un cartello: Ai bagni e alle inalazioni.
Poi il gregge passò dinanzi a sbarramenti anticarro, costeggiò un fossato anticarro e di nuovo affrontò un sottile sbarramento di fil di ferro avvolto, contorto a cespuglio; e infine per un corridoio spazzato dal vento, delimitato da metri e metri di spinato.
Erni trasportava un piccino svenuto. Altri si sostenevano a vicenda. E mentre nel silenzio sempre più pesante della folla, nell’odore sempre più pestilenziale, lievi e soavi parole prendevano vita sulle sue labbra, scandendo su un motivo di sogno il passo dei bambini, e su un inno d’amore quello di Gilda, gli sembrava che un silenzio eterno s’abbattesse su quella mandria ebraica condotta al macello, che nessun erede,. nessun ricordo avrebbe mai fatto eco al passo silenzioso di quelle vittime; non un cane fedele avrebbe tremato, non il cuore di una campana avrebbe suonato, sole testimoni sarebbero state le stelle che declinavano nel freddo cielo. «Oh Dio», si disse in quell’attimo il Giusto Erni Levy, mentre il sangue della pietà ricominciava a scendere dalle sue palpebre, «oh Signore, così siamo sortiti migliaia di anni fa.
Camminavamo per aridi deserti, attraverso il mar Rosso di sangue, in un diluvio di lacrime salate e amare. Siamo vecchissimi- L’edificio sembrava un vasto stabilimento di bagni pubblici a destra, a sinistra, grandi vasi, in cemento, contenevano gambi di fiori appassiti.
Ai piedi d’una scaletta di legno, un baffuto SS dall’aria bonaria ripeteva ai condannati: «Non c’è niente da temere, basta soltanto respirare profondamente, fortifica i polmoni, è un sistema per prevenire le malattie infettive, una bella disinfezione». I più entravano senza dir nulla, sospinti da quelli che venivano dietro. Dentro, attaccapanni numerati guarnivano i muri d’una specie di vestibolo gigantesco, e lì la mandria si spogliò bene o male, confortata da ciceroni SS che consigliavano di tenere a mente il numero del proprio gancio; pezzi di sapone, che sembravano sassi, vennero distribuiti. Gilda pregò Erni che non la guardasse; così, a occhi chiusi, guidato dalla ragazza e dai bambini le cui manine lisce gli si aggrappavano alle cosce nude, entrò attraverso la porta scorrevole nella seconda sala, dove, sotto i becchi delle docce incassati nel soffitto, e nella luce azzurra delle piccole lampade accese dentro nicchie appositamente scavate nel cemento, si pigiavano uomini e donne ebrei, bambini e vecchi; ad occhi chiusi, subì la spinta delle ultime infornate di carne che le SS sospingevano ora coi calci dei fucili nella camera a gas; e, ad occhi chiusi, sentì spegnersi la luce sui vivi, sulle centinaia di donne ebree d’un tratto urlanti di sgomento, sui vecchi che subito alzarono sacre preghiere con forza crescente, sui bimbi martiri della spedizione che ritrovavano nello spavento l’innocente freschezza delle passate angosce e prorompevano tutti in identiche esclamazioni: Mamma! Eppur sono stato buono! È buio È buio!….

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