Archivi categoria: 27 Gennaio 1945

Gerald Green – Gli ebrei venivano fucilati a centinaia

27 GENNAIO

Gerald Green
Gli ebrei venivano fucilati a centinaia

Le guardie non ci inseguirono nel bosco. Ci nascondemmo nella foresta per alcune ore, poi attraversammo a guado un torrente poco profondo, stando. sempre in ascolto per sentire se udivamo il rumore di camion, carri o piedi in marcia. Alla fine di quella giornata calda e bruciante, era il 29 settembre 1941, scalammo una montagna e ci trovammo a dominare un vasto burrone, il Babi Yar, di cui aveva parlato l’uomo sul camion.
Gli ebrei venivano fucilati a centinaia.
Ero contento che fossimo abbastanza lontani da non riuscire a vedere le loro facce o a udire le loro voci.
I colpi di pistola e di fucile (più tardi vennero impiegati delle mitragliatrici) sembravano colpi di fucili giocattolo. Le vittime cadevano senza rumore, quasi al rallentatore, nella terra sabbiosà.
« Rudi, Rudi, così tanti », piangeva Helena. « I bambini, i piccoli… » .
La tenni stretta, chiedendomi dove saremmo andati come avremmo potuto evItare le pattuglie delle SS.
Le città significavano la rovina, la morte. La nostra unica speranza consisteva nel. vagabondare per la campagna
Certamente alcunI ebrei erano scampati al massacro
Qualcuno delle popolazione locale avrebbe avuto compassione di noi.
«Voglio morire con loro », ripeteva.
« No, no, maledizione », dissi io. « Tu starai con me:
Noi non moriremo in piedi, nudi, disonorati. Uccideremo qualcuno di loro, quando moriremo. » –
Cominciò a strillare. « Basta! Basta! »
La tirai verso di me e le misi una mano sulla bocca.
Avrebbe dovuto imparare a non strillare, a non urlare, a non correre il rischio di farci scoprire. Avrebbe anche dovuto imparare a odiare, a desiderare la vendetta, a rendersi conto che per noi non vi era altra via d’uscita che correre, nasconderci e cercare di batterci.
Le avrei dovuto dire anche cose peggiori. Che avremmo dovuto essere pronti a morire, ma a morire in modo coraggioso e opponendo resistenza. Ero nauseato di gente che si allineava tranquillamente, si chiedeva scusa a vicenda, obbediva agli ordini e andava a morire.

Le esecuzioni continuarono per tutto il giorno. File di ebrei continuarono a essere condotte nella zona dietro il burrone.
La terra si fece scura per il sangue ebreo. I nazisti avevano compreso qualcosa che il mondo impiegò molto tempo ad apprendere.
Quanto maggiore è il crimine, tanto meno la gente crederà che sia stato perpetrato. Ma io lo vidi commettere. Non sarei mai stato più

lo stesso; e neppure Helena.

da L’Olocausto


 

Fabrizio De Andrè – Khorakhanè

27 GENNAIO

Fabrizio De Andrè

– Khorakhanè
(Anime Salve)

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento
porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace
i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via
e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere
ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare
e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio
Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

Pesach Kaplan – Rifka e il sabato

Rifka e il sabato

Testo di Pesach Kaplan su un’aria popolare

Rifka, la «ragazza del sabato»,

lavora in fabbrica:

intreccia un filo ad un altro

sino a fare un cordone.

Nell’oscurità del ghetto

tutto ciò dura da molto tempo

e il cuore le si stringe dal dolore,

le si riempie di nostalgia.

Il suo fedele Herszele

non è più accanto a lei.

È da quel sabato che canta,

è da quell’ora.

È triste Rifka:

giorno e notte faticare

ed ora, al telaio

sta seduta e pensa:

«Dov’è, dov’è il mio bene?

Vive ancora o non è più?

Sarà forse in un lager?

Farà lavori pesanti, duri?

Come farà laggiù!

E che amarezza in me, qui!

È da quel sabato che canto,

è da quell’ora».

Anonimo – Sul suolo desolato

27 GENNAIO

Sul suolo desolato

(il canto dei deportati)

Fosco è il cielo sul lividore di paludi senza fin

Tutto intorno è già morto o muore per dar vita

[agli aguzzin

Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!

Una rete spinosa serra il deserto in cui moriam

Non un fiore su questa terra, non un trillo in cielo

[udiam

Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!

Suon di passi di spari e schianti, sentinelle notte e

[dì

Colpi, grida lamenti, pianti e la forca a chi fuggì!

Sul suolo desolato con ritmo disperato zappiam!

Pure un giorno la sospirata primavera tornerà

Libertà, libertà dorata nessun più ci toglierà.

Dai campi del dolore risorgerà l’amore doman!

Daniel Kempin; Mordecai Gebirtig Brucia, fratelli! Brucia!

27 GENNAIO

Daniel Kempin; Mordecai Gebirtig

"Undzer shtetl brent!"

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Venti malvagi, gonfi di rabbia,
rabbia e devastazione, sfacelo e distruzione;
Più forte adesso quelle fiamme selvagge crescono –
Tutto, intorno a noi, adesso brucia!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Presto le lingue di fuoco rabbiose
avranno consumato ogni casa, completamente,
Mentre il vento selvaggio soffia e ulula! –
Tutta la città è in fiamme!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
Oh! Dio non voglia che il momento venga,
Che la nostra città, insieme a noi,
Sia ridotta in cenere e fumo,
Lasciando, quando il massacro sarà terminato
Solo mura carbonizzate e vuote!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
E la nostra salvezza è nelle vostre mani.
Se la vostra città vi è cara
Afferrate i secchi, domate gli incendi!
Fate vedere che sapete farlo!
Non state lì, fratelli, a guardare
Le braccia incrociate e inutili,
Non state lì, fratelli, domate il fuoco! –
Il nostro povero villaggio brucia!

Mordecai Gebirtig, nato a Cracovia (Polonia) nel 1877, scriveva poesie e canzoni in Yiddish. Nel 1936 scrisse "Undzer shtetl brent!" dopo un pogrom che aveva avuto luogo nella città polacca di Przytyk. Durante la guerra, la canzone divenne molto popolare nel ghetto di Cracovia e ispirò molti giovani a prendere le armi contro i Nazisti. Oltre a venir cantata in molti altri ghetti e nei campi di concentramento, questa canzone venne anche tradotta in polacco e in molte altre lingue. Gebirtig venne ucciso nel giugno del 1942 durante un rastrellamento nel ghetto di Cracovia.

Tratto da

OLOKAUSTOS – Storia dell' Olocausto dal 1933 al 1945

Paul Celan – Fuga di morte

27 GENNAIO

Paul Celan

Fuga di morte

Nero  latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Nelly Sachs – Coro dei superstiti

 

27 GENNAIO

 

Nelly Sachs
Coro dei superstitiNoi superstiti

 

dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.

 *

Noi superstiti

davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.

 *

Noi superstiti,

ancora divorati dai vermi dell’angoscia –

la nostra stella è sepolta nella polvere.

 *

Noi superstiti

vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –

 *

Vi preghiamo:

non mostrateci ancora un cane che morde

potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –

 *

Noi superstiti,

stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Alex Kulisiewicz – Figli di mamma in kz

27 GENNAIO
Figli di mamma in kz
Testo di Alex Kulisiewicz
sull’aria di una canzone popolare

 

Una mamma aveva tre figli:
due erano
Volksdeutscher
e rammollivano a casa,
il terzo, che era sano, crepò in un campo di
[concentramento.
Un giorno vennero a visitarlo
gli angeli della Gestapo,
che gentilmente lo riverirono
alla mascella sinistra.
Lo presero per mano
e insieme fecero un lungo viaggio
sul pullman fu gentile con loro,
non si stancò mai di lodarli.
Poi lo lavarono, certo che lo lavarono
e tutto rosso per il gelo
il ragazzo restò così:
nudo e pieno di stupore.
Poi gli diedero, certo che gli diedero
un numero e una camicia a strisce,
e un robusto calcio
affinché potesse lamentarsi con la sua mamma.
Ora poteva dirsi veramente felice e sazio
(picchiato sul viso e sul sedere)
della propria privilegiata condizione
di
Häftling
di un
Kazet
culturale.
Tornò, sì, un giorno dalla propria madre
– quieto e devoto –
per tramite delle
Reichposten
e sotto forma di
[cenere
in un’urna d’argento.
Dall’urna, amorevolmente collocata
nella stanza della sua Maniula,
può ora contare e ricontare a piacimento
gli amici liberi che ella riceve nel suo letto.
NOTE
Volksdeutscher sono gli allogeni tedeschi
Häfling significa “prigioniero”
Kazet è la pronuncia tedesca di KZ lager
Konzentrationslager (campo di concentramento)

Leonard Krasnodebski – Corale dal profondo dell’inferno

27 GENNAIO
Corale dal profondo dell’inferno
Testo di Leonard Krasnodebski
Musica di Alex Kulisiewicz

Udite il nostro coro dal profondo dell’inferno!
Il nostro canto risuoni nelle orecchie dei nostri
[carnefici,
il nostro canto
dal profondo dell’inferno!
Ai nostri carnefici,
ai nostri carnefici
risuoni il canto,
ai nostri carnefici,
ai nostri carnefici.
Attention,
attention!
Qui degli uomini muoiono,
qui ci sono degli uomini, creature umane sono
[queste!…

F. G. Harper – Seppellitemi in terra libera

27 GENNAIO
F. G. Harper
Seppellitemi in terra libera
Fatemi una tomba dove volete
,in una bassa pianura o su una
collina elevata;
fatemela fra le tombe piu umili,
ma non in una terra dove gli uomini
sono schiavi.
Non potrei riposare se intorno alla
mia tomba
udissi i passi di uno schiavo
tremante;
la sua ombra sul mio sepolcro
silenzioso
lo farebbe diventare un luogo di
terrore.