Beppe Fenoglio – Un inverno cane

Beppe Fenoglio

Un inverno cane

– Tornaci. Se te la senti, tornaci. Ma sappi che ogni vol­ta passeranno con camion e mitra­glie e cani per quelle colline dove tu sarai, io mi sentirò morire. Ora vai.

Abbraccio mia madre, non stretta, che non senta col petto la pistola che mi sforma una tasca. Scendo nel prestino, lo traverso. Alla porta il fornaio di Bellonuovo mi mette la mano nella mano e in tasca un cotechino incartato. Gli sono grato che non mi parla di rifletterci bene, pesto i piedi per aggiustarli negli scarponi, e vado. E ‘già buio e molto freddo. Non c’è luna, ma spunterà? Risalgo la provinciale Alba-Acqui per un duecento metri, taglio in un prato in salita e sono sulla stradina di S.Rocco. Lì stacco il mio bel passo da campagna; paiono viaggia­re con me le colline alla mia destra, che guardano la mia piccola città tenuta da loro. Ci vive la ragazza di cui sono, sarò sempre innamorato. Se ora almeno non fossi innamorato, o se piuttosto quella bellissima mi desse speranze. A non voler staccare gli occhi da quel­le colline, mi trovo con un piede sul vuoto del fossato. Mi riporto in metà della strada con uno scossone. Ma

l’amore si fa ripensare. Se m’ammazzano, posso spe­rare che lei senta qualcosa rompersi dentro e venga su per le colline a cercarmi tra amici e nemici, ululan­do come una lupa? Mi ritroverà lungo, lunghissimo sopra la neve e mi bacerà tra sangue e gelo. [ ..]

S. Rocco. Entro nella piazzetta, dove c’è una luce gelo­sa, appena li. Se non sbaglio, è l’osteria. Mi ci dirigo, prima che tocchi l’uscio, ecco che s’apre e l’oste giova­ne compare e io dentro non ci vedo.

Dice gravemente: – Tu sei Beppe, figlio di Amilcare. Sei chi vai sù?

– Devo ancora traversar due colline.

– Qui c’è capitata la Repubblica, oggi.

– Da Alba, tanti?

– lo dico che erano cento. Cacciatori degli Appennini.

– Possibile che han fatto niente?

– Qualcosa han ben fatto.

Fiuto l’aria rumorosamente a cogliere odor di bruciato

– No, – dice, – ma ti faccio vedere. – E mi porta a traversare la piazzetta tritata dai carri, dalla parte della chiesa e della scuola.

Lascia andare avanti me – dice.

-lo non ho paura.

– D’accordo. Soltanto, ci potresti inciampare.

Ancora qualche passo e si ferma e mi ferma puntandomi una mano contro il petto. Giuro che non vedo niente di niente. Prova a far funzionare un grosso accendisigari, e ci riesce alla quinta volta. La fiammella sbanda sopra un morto, avviluppato in qualcosa che non mi pare tutto d’un colore.

– Fucilato, bastardi, – ha detto, e mentre mi chino a scoprirlo davanti: – E’ la bandiera della scuola, ma, non lo copre tutto, anche se è piccolino.

Ora il viso è nudo: intatto. Non voglio vedere se l’hanno sparato alla nuca, colpo di grazia. E poi la fiammella tradisce.

– Ora gli scopri il petto?

S’è spenta. Mentre si sforza di riaccendere, l’oste: – si direbbe che anche l’accendisigari ha paura. – lo dico che questo serve a toglierla paura. Mi fissa e smette di sollecitarla macchinetta. – Vuoi riaccendere?

Riaccende, ma non si richino, e dice – Mezzo caricatore di mitra.

Hai contatole ferite?

Visto coi miei occhi, a fucilarlo.

Spiega.

Ci hanno obbligati, quanti abitiamo sulla piazza. ? il parroco e la maestra.

-Quand’è stato?

-Stamane, che erano le nove.

– E non l’avete trasportato? Con la chiesa a un passo?

Beppe , gli ufficiali han detto che guai al paese se lo si tocca prima di ventiquattr’ore. E seppellirlo come non fosse un cristiano: questo al parroco.

-Ma non son tornati, no?

-Potevano tornare, Beppe, e siamo trecento anime, qui a S. Rocco. Ricoprilo, và!

– Lo ricopro, e lui soffia forte sull’accendisigari. Lo pre­cedo all’osteria e sull’uscio gli faccio luogo.

-Non entri?

Non ho tempo, guardo solo dentro. C’è un vecchio chino ,su un tavolo, senza bicchiere ne pipa.

-Cliente?

-Il padre del mugnaio, – dice: – Domattina lo portia­mo al camposanto di Treisa E sulla strada, credo, il camposanto. Se si stesse sicuri che quelli non escono a batter le colline .. Gli facciamo un bel funerale, domani se piove o fa nebbione. Speriamoci.

Il vecchio s’alza, s’intabarro e viene all’uscita.

-L’oste t’ha ha detto che c’ero anch’io, stamane, messo là sedere? Non è una guerra onesta. Quella del 15, la nostra quella sì. Sei nella stella rossa o coi fazzoletti azzrri?

-Azzurri.

-Preferisco avrete un inverno cane, voi ragazzi. Dì che non finisce per dicembre?

-Non finisce.

– Avrete un inverno cane. Ciao, patriota, e via. (….)

Vado. Appena fuor dell’abitato la strada sale. Bè, non è il primo che vedo, e non sarà l’ultimo, eppure mi vol­to. Ma non c’è nulla che sporga dall’ombra, al margi­ne destro della piazzetta.

-Qui ne trovate fiori un poco belli?- dico.

L’oste alza una mano e la voce: – Le ragazze delle ca­scine gli fanno una corona, stanotte.

Parto. Da una svolta della strada viene un filo di ven­to, viene come l’onda virando un promontorio. Quando la strada correrà per la vallata, immagino che vento tirerà, da prendere di petto. Bè, quel picco­lino là ha smorzato ben altro col petto. Chissà come si chiamava, dov’è nato e che faceva. E se i suoi docu­menti son finiti all’Ufficio politico del 1 Reggimento Cacciatori degli Appennini o se li ha il parroco di S. Rocca Però, non li avesse avuti indosso…: è già qual­cosa negare a chi t’ammazza di sapere le tue genera­lità, costringerlo a dire in giro d’aver solo accoppato un tale. Giusto, ma come non ci ho pensato mai? E dopo quei due o tre momentini che avevo la pelle in liquidazione? Frugo nel mio povero portafogli in pe­gamoide, trovo la mia carta d’identità e la sfilo. E’ tutta giusta, salvo per l’età e la professione. Infatti dichiara che sono del 20, e io sono dei 22. Che faccio l’ebanista: ma io studio, si sa. Scollo la fotografia, vecchia di cinque anni: la mia faccia di terzo liceo, e c’era una mia compagna chela trovava dolce e fiera. Mah. Con la sinistrali cerco in tasca uno zolfino e con la destra un ciottolo in terra. E bruciata bene, la car­ta. Fatto tutto camminando.

Ora la strada sale in metà della vallata. Vento sì, ma ce la fa appena a spettinarmi. Non riesco a scorgere, las­sù, dove il cielo s’attacca alla collina.

Queste cominciano a essere le Langhe del mio cuore: quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tana­ro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci, che ne ha voglia. E suonano male a chi i partigiani li vuole morti ammazzati, tutti tutti e peggio, se possibile, di quello di S. Rocco. [..J

Salgo a grandi passi, come la strada fosse una scala con gradini spropositati E tamburello il calcio della mia pistola. Pensare che se la tieni in tasca e la porti così a spasso, e fai gli incontri che intendo io e ti mancala forza d’adoperarla, per avere sul corpo quell’aggeg­gio, loro ti fanno legalmente la pelle.

Battaglia.

L’avessi solo pensato, ma l’ho urlato, alla pazza. E quei tre lumi si son spenti di colpo, come se io ci aves­si soffiato su, con quell’urlata. E alla mia sinistra, su su, un cane si mette a latrare che gli salterà qualche vena. Da ogni parte gli rispondono a bacchetta i sel­vaggi, incorruttibili cani delle colline. mi prende un’allegria feroce, voglio far la mia parte in questo concerto, e scatto a cantare.,

là sulle langhe/c’è una baracca,/c’è vino e grappa, c’è vino e grappa. /là sulle langhe / c’è un bosco nero, /è il cimitero/ dei partigiani!

da «appunti partigiani 1944-45»,

Einaudi, 1995

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Articolo tratto dal Settimanale “Il Manifesto 1995

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