Archivio mensile:gennaio 2013

Canto di Buchenwald

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Fritz Böda-Löhner.
Canto di Buchenwald
All’alba, ma prima che il sole si levi,
le colonne vanno verso le fatiche della giornata
avanzando nel primo mattino.
E il bosco è nero e il cielo è rosso
e noi portiamo nella bisaccia un tozzo di pane
e nel cuore, nel cuore gli affanni.
O Buchenwald, non potrò mai dimenticarti,
perché sei il mio destino.
Solo chi può lasciarti è in grado di sapere
quanto meravigliosa sia la libertà!
O Buchenwald, non ci lamentiamo e non piangiamo:
quale che sia il nostro futuro
vogliamo comunque dire sì alla vita,
poiché verrà il giorno
in cui saremo liberi.
La notte è tanto corta ed il giorno tanto lungo,
ma risuona un canto che in patria si cantava:
così il nostro coraggio non viene meno.
Tieni il passo, compagno, e non perderti d’animo,
noi portiamo la volontà di vivere nel sangue
e nel cuore, nel cuore la fede!
O Buchenwald…
Il nostro sangue è caldo e la ragazza lontana,
ed il vento canta sommesso ed io le voglio tanto bene:
se mi restasse fedele!
Le pietre sono dure ma il nostro passo è fermo,
e portiamo con noi picconi e vanghe
e nel cuore, nel cuore l’amore!
O Buchenwald.

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La fine di “Tantana”

La fine di "Tantana"

di Giovanni Baldini, 19-3-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il 15 giugno 1944 il partigiano pratese Ruggero Tonfani, detto "Tantana", era andato a ritirare delle armi nella zona fra Prato e Quarrata.
Era del tempo che Tantana veniva seguito dai fascisti e aveva già avuto degli "avvertimenti" per indurlo a cessare l’attività antifascista. In particolare poche sere prima era stato avvicinato in maniera amichevole da alcuni esponenti del fascio pratese in un tentativo di riparare a screzi avvenuti in passato.

Il 15 sera Tantana si accorse di essere seguito quando tornato alla bicicletta per rientrare a Prato la trovò con entrambe le ruote tagliate, cercò allora rifugio presso la casa di un conoscente in località Catena, nel comune di Quarrata.
Poco dopo venne raggiunto e ucciso da un gruppo di nazi-fascisti.

Nella lunga agonia che gli venne inflitta fu mutilato dei genitali e impiccato con del fil di ferro fuori da una finestra, poi venne arso insieme alla casa.
Fu imposto inoltre che il cadavere di Tantana rimanesse esposto sulle rovine a monito per gli altri partigiani, e così rimase fino a che un gerarca fascista di passaggio non lo fece rimuovere per motivi d’igiene pubblica.

Le modalità terrificanti di questo delitto preoccuparono i fascisti locali che si affrettarono a scaricare le responsabilità sui tedeschi, in realtà è poi stato appurato che il gruppo di sicari era composto anche da italiani, di alcuni di loro si conoscono anche i nomi.

La morte di Tantana ebbe un lungo strascico anche nei mesi successivi alla guerra. Il fratello di Ruggero, profondamente sconvolto, si mise implacabilmente a cercare vendetta e uccise alcuni esponenti delle vecchie gerarchie fasciste.
Il più delle volte però la vendetta cadde su personaggi fortemente compromessi col regime ma che non si erano macchiati di delitti gravi e che appunto per questo non erano fuggiti altrove.
Il fratello di Ruggero venne processato e imprigionato.

Le cave di Sassaia

Le cave di Sassaia

di Giovanni Baldini, 7-2-2005, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il 14 settembre 1944 il fronte si avvicinava a Viareggio, i partigiani in accordo con gli Alleati intensificano le azioni e attaccano l’entroterra della Versilia scendendo dalle Apuane, con puntate a Massarosa e a Stiava.

Le attività di collegamento con gli Alleati si fanno sempre più determinanti, la staffetta Nello Simoncini viene inviata a Vecchiano per contatti.
Sulla strada del ritorno, mentre rientrava attraverso i campi allagati fra Viareggio e le colline, si sente chiamare. Pensando a delle avanguardie alleate si avvicina, erano invece due soldati delle SS che lo strattonano ai bordi della strada e con una sommaria perquisizione lo identificano facilmente come staffetta partigiana.

Le SS lo portano nello spiazzo di fronte alla vecchia cava in località "Sassaia", lì il Simoncini nota subito dei cadaveri di civili uccisi di recente. Ma i tedeschi non lo mettono al muro immediatamente, tentano invece di sapere dove si trovano le avanguardie alleate.
Il Simoncini viene picchiato brutalmente, fino a non potersi più reggersi in piedi. Semisvenuto, in una pausa che i soldati si prendono per asciugarsi il sudore, poggia una mano su una tasca nascosta dei suoi pantaloncini australiani dove teneva ben sprofondata una pistola di piccolo calibro. Esplode tre colpi sul tedesco più vicino e poi si volta a cercare il secondo soldato, il quale non si preoccupa di vedere quello che accade, credendo che il commilitone abbia finito il partigiano.

Dopo aver colpito anche la seconda SS il Simoncini si trascina verso la strada Sarzanese, alcune raffiche provenienti dalla collina lo mancano di poco. Si nasconde dietro un albero, prende fiato e poi scatta verso l’acquitrinio per gettarsi in acqua.
Una seconda raffica gli spezza un braccio e lo colpisce anche ad un fianco, ma cade nel canneto dove riesce a nascondersi.
Alcune ore dopo incontra un amico che lo soccorre.

Nello Simoncini se la caverà dopo nove mesi di ospedale a Firenze

Fucilazione nel bosco di Patoncioli

Fucilazione nel bosco di Patoncioli
di Alessandro Bargellini, 24-3-2008, Tutti i Diritti Riservati.
“per dignità, non per odio”
La sera del 27/7/1944 alcuni soldati tedeschi, adibiti ad allestire una linea telefonica per collegare i vari Comandi di zona, giungono sul luogo in cui si trovano Giuseppe Bessi (nato il 29/5/1880, contadino, coniugato), suo figlio Ugo e Pietro Spinelli (nato il 12/4/1923, operaio, celibe), mentre stanno custodendo alcune bestie vaccine.
Non è possibile accertare con esattezza ciò che induce i tedeschi a catturare i tre; forse sospettano che si tratti di partigiani o, semplicemente, che stiano nascondendo il bestiame alle loro razzie.

Per puro caso si è potuto salvare Mario Tarchi, inviato sul luogo dalla madre dello Spinelli che, avendo avuto un brutto presentimento, lo ha pregato di richiamare il figlio a casa. La povera donna ha perso alcuni giorni prima, il 17/7/1944, l’altro figlio, Vasco, fucilato dai tedeschi a Mosciano con altri due ragazzi perché ritenuti partigiani.

Ma lo Spinelli, malgrado l’insistenza dell’amico, è voluto restare anche perché, forse, ha l’intenzione di unirsi in serata ai partigiani della formazione "Valerio Bartolozzi" per poter vendicare la morte del fratello.

I prigionieri sono condotti sino alla Fattoria del Torricino, sede del Comando germanico, ove vi pernottano segregati.

Il mattino seguente, 28/7/1944, intorno alle ore 10, scortati da due soldati, i tre sono avviati verso il luogo scelto per la loro esecuzione.
Durante l’attraversamento di un ponte sul borro della Valimorta, nell’omonima strada, Ugo Bessi vi si butta giù riuscendo a porsi in salvo. Inutilmente i tedeschi cercano d’inseguirlo, sparando anche alcune raffiche di mitra, ma non possono insistere oltre per non far sì che anche gli altri due prigionieri lo possano imitare.
Giuseppe Bessi e Pietro Spinelli poco dopo sono fucilati nel bosco di Patoncioli.

Al mattino del giorno successivo, 29/7/1944, Nello Beccaci, un pastore che sta accompagnando il proprio gregge, trova i due cadaveri ricoperti soltanto da alcune frasche ed un poco di terra. Subito avverte la famiglia del contadino Antonimi, imparentato con una delle vittime, che provvede a recuperare i cadaveri.

I pastori di Lago Nero

I pastori di Lago Nero

di Simone Fagioli, 5-12-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Alla confluenza del Sestaione con il fiume Lima si trova la strada statale n°12 dell’Abetone e del Brennero, di primaria importanza per le truppe della Wehrmacht nella fase della loro ritirata progressiva dal fronte italiano verso il territorio tedesco. Proprio in questa aspra zona montana decide di operare la formazione di patrioti guidata dal pistoiese Manrico "Pippo" Ducceschi. Fu questa una delle più importanti formazioni militari partigiane sia per numero di componenti, sia per la zona di operazioni, sia per l’aver continuato la guerra sino alla liberazione di Milano, come formazione autonoma al seguito delle armate alleate. Proprio ai piedi del monte Tre Potenze, in località "Macinelle", operava un distaccamento della formazione "Pippo", formazione che, in data 16 marzo 1944, aveva assunta la denominazione: Esercito di liberazione nazionale – XI zona militare Patrioti.

Dal diario della formazione "Pippo", distaccamento "Lago Nero":
12 luglio 1944. Un forte reparto tedesco guidato, da alcuni delatori fascisti, esegue un attacco di sorpresa in località "Capanna" del Lago Nero, base di rifornimento del distaccamento. Viene accerchiata la baita, nella quale si trovavano 8 pastori ed i patrioti Ribilotta Salvatore e Vannucci Luciano, inviati sul posto per il prelievo giornaliero di viveri. All’apertura del fuoco da parte tedesca viene risposto dai patrioti e dai pastori coll’intento di aprirsi un varco nell’accerchiamento. Nel tentativo periscono 6 pastori e viene catturato Vannucci Luciano […] L’attacco è stato così immediato e violento che i rinforzi provenienti da più distaccamenti sono giunti sul luogo dopo che i tedeschi si erano ritirati […]

Ci sono alcune imprecisioni nel testo, infatti i pastori erano cinque: i fratelli Baldini Dino (1903) e Luigi (1913) di Pietrasanta; i cugini Bertuccelli Leandro (1913, Pietrasanta) e Luigi (1884, Massa Carrara) e Paolini Giovanni (1913, Vecchiano).
Erano disarmati e quindi non poterono sparare!
Anche il cognome del patriota Salvatore Ribilotta, probabilmente non è esatto dato che nel prosieguo del diario della Formazione è trascritto con diverse varianti: Rubillotta, Rubilotto, così come il comune di origine che dovrebbe essere Militello Val di Catania.
Di certo sappiamo che era un renitente alla leva della R.S.I. aggregato alla formazione di "Pippo", ma proveniva dalla "Costrignano"; per lui, a guerra finita, ci sarà anche una proposta per una medaglia al valore (mai concretizzata).

Ma non tutti i pastori furono uccisi sul posto; uno di loro, ferito, fu usato per trasportare a valle due pecore abbattute ma, giunto stremato in località "Ghiaccion di Comino", di fronte all’ingresso dell’Orto Botanico, venne finito con una scarica di mitra.
Del patriota Vannucci, condotto ferito a Villa Bice di San Marcello, forse per essere interrogato, se ne sono perse le tracce, dato che risulta, all’anagrafe, disperso in guerra.

I resti mortali dei pastori vennero ricomposti, dopo alcuni giorni, dalle mani pietose di Argia Bertini e Elena Colò; ad una prima inumazione provvisoria, a guerra finita, seguì il triste viaggio verso le destinazioni di origine.