Archivio mensile:luglio 2013

Le stragi di Sant’Anna di Stazzema

Le stragi di Sant’Anna di Stazzema
di Giovanni Baldini, 15-4-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.
Questa storia si svolge nel comune di Stazzema (LU).
All’alba del 12 agosto 1944 un reparto di SS che conta circa 300 effettivi e comandato del maggiore Walter Reder sale da tre direzioni diverse verso Sant’anna di Stazzema.

A cominciare dalle frazioni sparse nel territorio attorno per poi convergere a Sant’Anna i tedeschi, guidati e coadiuvati da fascisti pratici dei luoghi, mettono in atto un sistematico massacro.

Sui motivi di questa vasta operazione non è mai stata fatta chiarezza. Fra le molte cose che sono state dette vi è l’accusa che Sant’Anna e i monti che la sovrastano fossero stati interessati da intensa attività partigiana, ma è falso: l’otto di agosto le formazioni di stanza sul monte Gabberi si erano già spostate altrove, fatto noto ai tedeschi che nello scontro di Farnocchia avevano falcidiato le ultime retroguardie partigiane. Anche la storia della "zona nera" (ovvero di zona sottoposta a sfollamento) non rispettata genera molti dubbi: vaghe notizie che Sant’Anna fosse dentro una di queste aree si erano diffuse prima del giorno 5, ma ordini precisi non ce ne erano stati e una delegazione di paesani tornò dal Comando tedesco con sufficienti rassicurazioni.

L’unica spiegazione a tutt’oggi plausibile è la tattica del terrore, applicata con metodo in più occasioni e che in Italia raggiunse l’apice a Marzabotto con 1836 vittime civili. Tattica ampiamente utilizzata dai tedeschi soprattutto nelle nazioni fra Germania e Russia e non è forse un caso che Walter Reder, prima di arrivare in Italia, combattè in Polonia e sul fronte Russo.

E’ inutile elencare le incredibili violenze che i nazisti applicarono sulle persone incontrate sia prima che dopo la loro morte, riportiamo solamente la testimonianza di Don Giuseppe Vangelisti che guidò un gruppo di uomini a seppellire i resti degli uccisi:
Quando arrivai io, nel pomeriggio del giorno 13, trovai intorno alla croce di marmo che si erge sulla piazza medesima un gran cumulo di cadaveri arrostiti, irriconoscibili. Durante il loro seppellimento, che feci il giorno appresso, mediante l’opera misericordiosa di trentadue uomini, non potei tener conto che dei teschi, risultando in numero di 132, in quanto i cadaveri non erano ormai che un orripilante ammasso di carname in avanzata putrefazione. Furono distinti soltanto i cadaveri di 24 donne e i teschi di 32 bambini.
Alla fine del giorno 12 si contarono 560 morti, molti più degli abitanti del piccolo borgo e delle frazioni vicine. Infatti con l’avvicinarsi del fronte alle zone di Viareggio molti sfollati salirono verso i paesini apuani, e in particolare a Sant’Anna stazionavano già dall’inizio del mese anche gli sfollati di Farnocchia.

A sottrarsi al massacro furono soltanto alcuni uomini: sempre all’erta per paura di venir rastrellati e finire a scavar trincee non si fecero sfuggire le segnalazioni tramite bengala che i tedeschi avevano usato per sincronizzare gli attacchi dalle diverse direttrici. Si precipitarono nei boschi per scansare il lavoro coatto lasciando le mogli nelle case convinti che a loro e ai loro figli più piccoli non sarebbe accaduto niente.
Di quelli che si trovarono sul cammino dei tedeschi quasi nessuno sopravvisse, solo un pugno di bambini che in luoghi diversi ebbero la fortuna di essere ben nascosti dalle madri o di venir protetti dalle raffiche dai corpi dei familiari caduti su di loro.

Dell’episodio del massacro della piazzetta di Sant’Anna sono da citare due fatti: per prima cosa il sacrificio di Don Innocenzo Lazzeri, trentatreenne parroco di Farnocchia, che rifiutando l’invito del padre a fuggire decise di restare con i suoi parrocchiani. Quando già ardeva il rogo dei cadaveri Don Lazzeri venne falciato da una raffica dei tedeschi mentre dispensava le ultime benedizioni.

L’altro fatto è il ritrovamento di un soldato tedesco morto: potrebbe essere la testimonianza di un atto di disobbedienza, cosa rara ma con molta probabilità accaduta anche altrove (vedi i casi di Palazzaccio d’Arceno e Civitella in Val di Chiana).

Bibliografia
Passi nella memoria

Guida ai luoghi delle stragi nazifasciste in Toscana

di Paolo De Simonis

Carocci, 2004
ISBN 88-430-2932-0

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La rappresaglia di Empoli

“per dignità, non per odio”
La rappresaglia di Empoli
di David Irdani, 2-10-2006, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

 

 
Nel tardo pomeriggio del 23 Luglio 1944 alcuni componenti della Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia” stavano organizzando nella cittadina di Empoli forme di lotta contro i nazifascisti che occupavano la città.

 

Alcuni di loro furono sorpresi da otto militari della 29 Panzer-grenadier-regiment che intimarono loro di arrendersi. La reazione di un partigiano armato di Sten fu fulminea: restarono uccisi sette militari. Uno di loro, come riportano alcune testimonianze dirette e dalla documentazione ufficiale, riuscì a mettere in moto il motocarro e fuggire ferito.

 

 

Questa vicenda ebbe subito la reazione del Comando Germanico. Nel Kriegstagebuch della Armee 14 si legge:
Nella notte tra il 23 e il 24 Luglio, nel punto carta 49/20 (corrispondente a ‘Pratovecchio bei Empoli’) cinque soldati sono stati uccisi, uno è stato ferito.

 

Ricerca reattiva è rimasta senza risultato

 


Il 25 Luglio 1944 ancora si annotava:

 

 

In seguito al rastrellamento in località … sono stati fucilati 42 italiani.

 

Sequestrati due mitra americani e due pistole.

 


Fortunatamente i fucilati furono solo 29 e non 42 come l’ufficiale del Comando riportava nel carteggio ufficiale, probabilmente l’ufficiale tedesco che aveva effettuato la fucilazione, aveva comunicato di aver soppresso 42 civili per 5 soldati deceduti, per la nota proporzione di dieci italiani per ogni tedesco ucciso.

 

 

I ventinove innocenti furono giustiziati in Piazza Ferrucci, davanti alla ex caserma dei Carabinieri, oggi piazza XXIV Luglio dove esiste una lapide marmorea commemorativa.
Si noti che sull’evento sopra riportato esiste un contenzioso storico su come sono avvenuti i fatti che scatenarono la rappresaglia.

Chaim – Miei cari genitori

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Cahim

Lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow
(Galizia)

Miei cari genitori,
se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me.
Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe… Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli).
Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia.
L’altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato… Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango…

Ritorno ad Auschwitz

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Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace 1986

Ritorno ad Auschwitz

Il silenzio. Il silenzio di Birkenau. Il silenzio di Birkenau non assomiglia a nessun altro silenzio: ha in sé le grida di disperazione, le preghiere strangolate di migliaia e migliaia di comunità che il nemico condannò ad essere ingoiate dall’oscurità di una notte infinita, una notte senza nome. Il tacere degli uomini congelato nel cuore della disumanità. Silenzio eterno sotto un cielo azzurro.
Silenzio di morte nel cuore della morte…
Nel regno delle ombre che è Auschwitz nessuno cammina lentamente; la morte si getta contro la sua preda. Non ha tempo, la morte: dev’essere contemporaneamente dappertutto.
La vita, la morte: tutto si unisce in una folle velocità. Il futuro si limita qui all’attimo che precede la selezione; qui bisogna correre dietro al presente, perché non scompaia del tutto. Si corre a lavarsi. Si corre mentre ci si veste. Si corre alla distribuzione del pane, della margarina, della zuppa. Si corre all’appallo, si corre al lavoro, si corre da un blocco all’altro, alla ricerca di uno sguardo famigliare. Alla ricerca di una parola di consolazione.
L’abbaiare dei cani… le grida dei carnefici, il rumore dei randelli di gomma che si abbattono sulla nuca dei prigionieri. Il dolore rende muti gli uomini affamati e deboli; la loro umiliazione pesante come una maledizione

I Fratelli Valobra

“per dignità, non per odio”
Dante Valobra
di Giovanni Baldini, 14-7-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.
Stella Garibaldina, alla memoria

Cesare, Enzo, Sauro e Dante Valobra, nati a Firenze in una famiglia anti-fascista entrarono in contatto con Tristano Codignola, uno dei massimi esponenti azionisti della città, che all’otto di settembre li indirizzò verso il Mugello.

Di famiglia ebraica i Valobra avevano deciso di reagire alle persecuzioni e di combattere con le armi in pugno i nazi-fascisti.

Con i due fratelli Papini, Alfredo e Franco, che subivano come loro le conseguenze delle leggi razziali, si portarono a Luco di Mugello, poi a Ronta e infine a Gattaia dove vennero raggiunti dal distaccamento "Checcucci", partigiani di Sesto Fiorentino provenienti da Monte Morello (vedi Ceppeto).

Ma la durezza dell’inverno costrinse Dante Valobra, il più giovane dei quattro, a rientrare a casa. Cadde così assieme al padre nelle mani della Banda Carità che non esitò a torturarlo cercando di ottenere informazioni sui fratelli.
Nel frattempo Enzo e Sauro parteciparono al vittorioso attacco al presidio fascista di Vicchio, mentre Cesare era impegnato altrove a recuperare armi. Riuscirono poi a sfuggire al rastrellamento di marzo. Il successivo rastrellamento dell’Alto Casentino invece costrinse allo sbandamento la formazione, in questa occasione Alfredo e Franco Papini, da cui i Valobra non si erano mai separati, vennero presi e passati per le armi. I tre fratelli si salvarono ma furono costretti a riparare temporaneamente a Firenze.

Dante riesce a uscire da Villa Triste, sembra per intercessione del cardinale Elia Dalla Costa, e a maggio riprende la vita partigiana su Monte Giovi insieme ai fratelli.

Portatisi sul Pratomagno l’otto di giugno entrano a far parte della Brigata Lanciotto.

A Cetica parteciparono alla difesa del paese, nella terribile battaglia Dante venne preso da una raffica di armi pesanti e ucciso sul posto assieme ad altri nove compagni.

I fratelli, pur scossi fino alla disperazione, non lasciarono la vita partigiana e continuarono la lotta, ricoprendo anche incarichi di comando, fino alla liberazione di Firenze.

A Dante Valobra è stata concessa la Stella Garibaldina.

Dal diario di Emanuele Artom

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Dal diario di Emanuele Artom, partigiano ucciso nel 1944

Con il camion venne su un prigioniero, scovato in un gabinetto pubblico. L’ho visto scendere, cupo, piccolo, silenzioso, avvilito, legato fra due soldati. E’ un essere abietto che stamane si alzò, senza pensare che era l’ultima volta, con lo scopo di braccare dei giovani che non vogliono combattere contro l’Italia, ma mi turba l’idea che possa venire ucciso. Come sono contento di non averlo catturato io ! Pensando alla sua possibile fine, l’avrei lasciato fuggire. Uccidere in battaglia, ma non a sangue freddo. Forse non
ha nessuna colpa vera di essere chi è, perché la vita è un terribile mistero : chi distrugge un mistero senza averlo prima conosciuto ? […] Un partigiano mi racconta la morte del prigioniero quindici giorni fa. Quando lo conducono sul posto dell’esecuzione, chiede di fumare una sigaretta. Gliele danno, ma siccome cerca di finirla il più adagio che può, lo fanno smettere a metà. Il condannato si rivolge a un compaesano pregandolo di salutargli la moglie, e quello risponde : “Sei pazzo se credi che faccia un piacere a un mascalzone come te”.
Ecco come la guerra rende gli uomini.