Le fabbriche di cadaveri

III
LE FABBRICHE DEI CADAVERI
(“l’Unità”, 31 agosto 1945)
Vi era una libertà, la libertà di uccidersi. Decine di internati ogni notte si gettavano sui fili di ferro ad alta tensione e restavano là a consumarsi lentamente. Ma qualche volta la gente non moriva abbastanza in fretta e allora si intensificava il ritmo. Quando i gruppi di ebrei arrivavano in alto dalla cava di pietra ci si costringeva a fermarsi un momento, a “posare” la pietra e poi bastava uno spintone di un S.S. ben nutrito per precipitarne parecchi in un baratro di più di 80 metri. Ci fu il caso di uno che cadde rimbalzando su dei cespugli arrivò in fondo e non morì. Allora lo si fece risalire, di corsa anzi, dove trovò le forze nessuno ce lo
dirà mai, e lo riprecipitarono di nuovo, questa volta con attenzione, con cura, e riuscirono a sfracellarlo a dovere. Vi era anche un altro sport praticato dalle S.S.: un internato non piace perché ha gli occhiali, oppure perché ha i capelli rossi, oppure perché è più grande di un altro, per questo lo si sceglie nella fila e lo si ammazza. Qualche volta ammazzandolo
si può trovare una buona occasione per far vedere la propria sveltezza, un pugno sul viso e l’uomo cade, un piede sul collo e lo si strangola.
Staffilate e cani
Intanto si guarda l’orologio, chi ha fatto più in fretta? Quaranta, cinquanta secondi, il più lento pagherà da bere lo “schwap” oggi; cercherà di rifarsi domani. Internati e non uomini possono servire ad ogni uso: in altri campi li utilizzarono per studiare gli effetti di speciali malattie, a Mauthausen fecero un esperimento curioso: “Proviamo dei cibi nuovi: perché uno invece del pane o della minestra ordinaria non potrebbe mangiare delle speciali farine frutto
dei progressi della scienza tedesca?”. “Proviamo pure, – dissero i nazi; – tanto che costa?”. Allora vi furono le baracche di quelli senza pane e con doppia zuppa, di quelli senza zuppa e con doppia pappa e via di seguito. Alcuni gonfiavano, altri dimagrivano, finché a un certo momento si stancarono anche di questa prova tanto la gente moriva troppo in fretta lo stesso per dar valore alle esperienze.
Vi erano anche le punizioni in questo campo. Quelle meno gravi della pena di morte e quelle più gravi della pena di morte! La pena minima erano le 25 staffilate: 25 staffilate che il detenuto doveva contare lui stesso in tedesco e poi rialzarsi, se riusciva a rialzarsi, mettersi
sull’attenti e annunciare che il detenuto numero tale aveva ricevuto tante staffilate e ringraziava. Vi era il muro: una catena al collo e faccia al muro; faccia al muro per un
giorno, per due giorni, per tre giorni, i giorni erano di 24 ore. Vi erano i cani, i grossi cani danesi e i grossi mastini; simili a quelli che i “conquistadores” spagnoli avevano adoperati per la caccia agli schiavi negri, i cani che sapevano sbranare un uomo senza farlo morire troppo in fretta; un tentativo di fuga, un sospetto di un complotto politico valeva una pena di questo genere.
Pochi, pochissimi sono scappati da Mauthausen. Un detenuto è fuggito, l’allarme è dato nel campo; tutti gli internati sono riuniti, resteranno sull’attenti finché il colpevole non è stato ricatturato, passano delle ore, nella neve semi scalzi, vestiti di carta o giù di lì. Una volta furono costretti a rimanere sull’attenti 36 ore di seguito, ne morì il 10%, il fuggiasco ritornò, fu fatto passare davanti agli altri con un cartello al collo e poi, mentre la musica suonava dei ballabili, impiccato in un angolo della piazza, così una volta, così tante volte.
“Per la grande Germania”
Intanto nel ’41, nel ’42, gli internati affluivano sempre più numerosi da tutti i paesi dell’Europa e intanto la Germania aveva sempre più bisogno di mano d’opera. Forse
non conveniva più far morire la gente così in fretta, si poteva farla lavorare un po’ più e Mauthausen diventava ufficialmente un campo di lavoro ma restava K.L., campo di
morte un po’ più lenta. In tutta l’Austria sorgevano i così detti “trasporti”, campi dipendenti da Mauthausen. Alcuni presso delle fabbriche del tutto nuove, altri giganteschi lavori di scavo per fabbricare officine sotterranee.
Lavorare nelle fabbriche non voleva dire diventar lavoratori, ma voleva dire in generale essere soggetti a un regime più addolcito o per lo meno avere una mezza garanzia di rimanere in vita per qualche mese, forse per qualche anno. Nei grandi lavori di scavo lavorare voleva dire avere ancora forse due, forse tre mesi di vita, forse meno. Senza aria, affamati, mezzi scalzi, gli uomini avevano dodici ore di lavoro al giorno a spingere i vagonetti, a maneggiare il piccone, la pala, il piccone automatico. Per ogni dieci o venti uomini vi era un capo squadra, un bandito, un assassino professionale che sapeva di poter sopravvivere nella misura in cui faceva rendere a quegli spettri umani un lavoro di operaio normale, che poteva mangiare nella misura in cui rubava a quegli uomini una parte, la parte migliore della loro miserabile razione, che sapeva che nessun S.S. gli avrebbe chiesto con quali mezzi egli otteneva dagli internati tutto ciò e che nessuno gli avrebbe chiesto dei conti se ogni settimana gli moriva il dieci per cento dei suoi lavoratori.
Così mentre nel campo centrale di Mauthausen alcune migliaia di detenuti privilegiati impiegati nelle varie amministrazioni o nei servizi centrali del campo sopravvivevano, nei trasporti la gente continuava a morire allo stesso ritmo infernale del ’40.
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Mauthausen aspettando l’incenerimento

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