Archivi categoria: La lotta partigiana a Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze
Motivazione
Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la Liberazione, prodigò se stessa in ogni forma: resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte. Combattendo valorosa l’insidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici. Contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive dell’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.
10 agosto 1945
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11 Agosto 1943 – Firenze Libera

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DALL’1 1 AGOSTO 1944
NON DOMATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE, DI TORTURE, DI SANGUE
LA LIBERTA’
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIÙ ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI
« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Buona Pasqua 2017

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8 Marzo

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Maria Assunta Lorenzoni

Medaglia d’Oro al Valor Militare

Nata a Macerata nel 1918, uccisa a Firenze il 21 agosto 1944, crocerossina,

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Figlia del professor Giovanni Lorenzoni, docente a Firenze e segretario generale dell’Istituto internazionale d’agricoltura, Maria Assunta, durante la seconda guerra mondiale, aveva prestato servizio come crocerossina. All’armistizio, la ragazza prese subito contatti con gli antifascisti fiorentini. Entrata a far parte di un gruppo che si era fuso con la V Brigata "Giustizia e Libertà", a Tina – questo il nome con il quale era conosciuta – fu affidato l’incarico dei collegamenti con il comando della Divisione "GL". Per mesi svolse pericolose missioni, portandosi a più riprese a Milano e in altre località del Nord, organizzando l’espatrio di cittadini d’origine ebraica e di perseguitati politici. Durante la battaglia per la liberazione di Firenze, la Lorenzoni per ben tre volte riuscì ad attraversare le linee di combattimento per portare ordini al Comando d’Oltrarno. Finita nelle mani di una pattuglia tedesca, Tina fu portata a villa Cisterna e rinchiusa in una stanzetta per esservi interrogata. Rimasta sola la ragazza tentò la fuga, ma mentre stava scavalcando il reticolato che recingeva la costruzione fu abbattuta da una raffica di mitra. Nella stessa mattinata suo padre, che saputo della cattura di Tina aveva raggiunto un avamposto degli Alleati per organizzarvi uno scambio di prigionieri, cadde colpito da una granata tedesca

E’ grazie a Lei e ha tante Donne Italiane se

Possiamo festeggiare l’8 Marzo

Il Presidente Parri consegna a Firenze la Medaglia d’oro per la lotta Partigiana

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri Ferruccio Parri consegna a Firenze la
Medaglia d’Oro al Valor Militare

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Motivazione della Medaglia d’Oro al
Valore Militare della Città di Firenze

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Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la liberazione, prodigò se stessa in ogni for­ma: – resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombar­damento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte: – combattendo valorosa l’insidia (lei franchi tiratori e dei soldati germanici: – contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive del­l’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; -donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione .

Giovanni Baldini – La battaglia di Valibona

“per dignità, non per odio”

La battaglia di Valibona

di Giovanni Baldini, 14-7-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Calenzano (FI).

Su Monte Morello erano acquartierati gli uomini di due comandanti: Giulio Bruschi e Lanciotto Ballerini (vedi la biografia).
Originario di Campi Bisenzio e di indole istintiva Ballerini non tardò ad avere contrasti con Bruschi, che invece era un militante comunista di vecchia data e molto più propenso alla disciplina e alla pianificazione.
Venne così decisa la rilocazione di uno dei due gruppi e i Lupi Neri di Ballerini scelsero di unirsi a combattenti del Partito d’Azione nella zona fra Pistoia e Lucca.

Partirono dal Vecciolino su Monte Morello il 26 dicembre 1943 e la loro presenza sui monti della Calvana, nel piccolo borgo medievale di Valibona, era dunque temporanea.
Erano i primi partigiani ad arrivare in Calvana e la voce si sparse rapidamente. Inoltre una delle due squadre in cui era diviso il gruppo, guidata dal russo Vladimir, ebbe uno scontro a fuoco con alcuni fascisti in località Cornocchio e a Prato e Firenze si iniziò a parlare di un gruppo di comunisti guidati da un sovietico.

Un reparto del Battaglione Muti (comandato da Duilio Sanesi), un folto gruppo di camicie nere e i carabinieri di Calenzano salirono a Valibona la notte fra il 2 e il 3 gennaio: il gruppo di Lanciotto Ballerini venne attaccato da circa 150 nemici.

L’accerchiamento non era ancora completato che i partigiani si accorsero del pericolo ed ebbero il tempo di organizzare lo sganciamento.
Dopo tre ore di battaglia e aver inflitto importanti perdite al nemico (il capomanipolo Pietro Incalza viene ucciso, mentre il capo spedizione Duilio Sanesi, nove legionari e un carabiniere moriranno successivamente per le ferite riportate) Lanciotto Ballerini viene colpito alla testa e muore sul colpo.
Dei 17 Lupi Neri cadono, oltre a Lanciotto, Vladimir Andrej (vivo al termine della battaglia, ma massacrato a sangue freddo immediatamente dopo) e Luigi Giuseppe Ventroni. Cinque vengono catturati, pestati in maniera indicibile, riportandone amputazioni e invalidità permanenti, e portati alle carceri di Firenze, mentre gli altri riescono a rompere l’assedio e darsi alla fuga.

Le famiglie di contadini che avevano ospitato i partigiani verranno condotte a Prato, poi in parte condotte alle carceri di Firenze e in parte rilasciate. Le loro case saranno date alle fiamme.

Il 6 gennaio il quotidiano La Nazione, in mano ai fascisti, scrive:

… dei ribelli alcuni riuscirono a fuggire, ma sul terreno rimasero uccisi tredici e sei si arresero e furono catturati. Fra i morti, i ribelli lasciarono il capobanda che risultò di nazionalità russa.

Lanciotto Ballerini sarà il nome di una delle più attive divisioni partigiane (vedi anche Cetica) che parteciperanno alla liberazione di Firenze. La "Lanciotto" verrà formata attorno ad alcuni degli scampati a questa battaglia e sarà inizialmente comandata da Renzo Ballerini, fratello di Lanciotto.

I segni della battaglia

Il sardo Luigi Giuseppe Ventroni, caduto nello scontro, era l’addetto alla mitragliatrice Breda di cui era dotato il gruppo dei Lupi Neri.
Si trattava di un’arma che poggiava su un bipede e che ebbe un buon effetto deterrente, oltre al fatto che sembra essere stata una sua raffica a falciare il comandante della spedizione fascista Duilio Sanesi.

Questa era l’unica arma pesante in dotazione ai partigiani e si inceppò più volte durante la battaglia, principalmente perchè Ventroni per ovviare alla scarsità di munizioni e per migliorare la mira aveva inserito un proiettile tracciante ogni cinque.
I segni dell’arma, così come quelli delle armi pesanti in dotazione ai militi fascisti, sono rimasti indelebili sul traliccio metallico che tuttora staziona nel mezzo di quelli che al tempo furono i due fronti di fuoco.

Si noti infine che il nome Ventrone, così come riportato nelle varie lapidi, è sconosciuto in Sardegna. Per questo qui riportiamo la versione Ventroni, che invece risulta avere una buona diffusione.

Dopo Valibona

Da questa battaglia non fece ritorno a casa neppure il maresciallo dei carabinieri Pierantozzi, sebbene la dinamica della sua morte non sia ancora chiara sembra che ad ucciderlo a pugnalate furono alcuni fascisti poco dopo la battaglia. Secondo alcune testimonianze si rifiutò di aprire il fuoco sui partigiani in fuga, ma forse più probabilmente cercò di mettere un freno alle violenze e ai saccheggi dei militi contro i contadini della zona.
Come responsabile della caserma dei carabinieri di Calenzano Pierantozzi, pur avendo aderito alla Repubblica Sociale, si era già fatto notare per non aver mai perseguito i renitenti alla leva repubblichina.

Il racconto della battaglia di Valibona assunse da subito toni epici e moltissimi, sia fra i fascisti che fra i partigiani, si gloriavano dell’avervi partecipato senza averne il diritto.
Fra i fascisti più d’uno ebbe a pentirsi di tali affermazioni, veritiere o meno che fossero. Ma in particolare il guardiacaccia della fattoria Spranger (sequestrata tempo prima in quanto di proprietà di un inglese) pagò con la vita. E’ accertato infatti che fu lui a guidare i fascisti verso i partigiani la notte del 3 gennaio e difatti se ne vantava a gran voce. I partigiani lo presero, lo portarono a Valibona e lo passarono per le armi.

I Lupi Neri

Benito Guzzon e Danilo Ruzzante: entrambi diciassettenni, provengono da famiglie antifasciste del Nord Italia, arrivano in Toscana proprio perchè hanno sentito dire che in queste zone iniziano ad organizzarsi i partigiani.

Ferdinando Puzzoli detto Nandino e Guglielmo Tesi: il Puzzoli è anarchico noto, viene arrestato ben 48 volte durante il ventennio, è il commissario politico del gruppo; quando sale in montagna con Lanciotto ha 51 anni. Tesi invece ha 19 anni, come Lanciotto e "Nandino" è di Campi Bisenzio, richiamato sotto le armi diserta per seguire i due amici, dopo Valibona continuerà la lotta nelle fila della Resistenza fino al 17 aprile 1944, ucciso a tradimento nell’eccidio di Berceto.

Giuseppe Ventroni: originario di Oristano, con una buona preparazione bellica. Ha 21 anni ed è anche il cuoco del gruppo.

Loreno Barinci, Corrado Conti detto Ciccio la Rosa, Vandalo Valoriani, Fernando Buccelli detto Grillo e Giuseppe Galeotti detto Uragano: il gruppo proveniente da Sesto Fiorentino. Barinci è un renitente fuggito di prigione dopo l’otto di settembre, a Valibona viene ferito in maniera molto grave e sopravvive per miracolo. Buccelli e Galeotti non partecipano alla battaglia di Valibona perchè quella notte erano stati inviati a Sesto Fiorentino a fare rifornimenti.

Antonio Petrovic detto Toni e Tommaso Bertovich: studente di Belgrado il primo, croato il secondo.

Stuart Hood detto Carlino: ventinovenne scozzese di Edzel, colto, marxista, si arruola volontario per combattere il nazismo e viene fatto prigioniero. L’otto di settembre fugge dalla prigionia nei pressi di Parma e dopo molti spostamenti raggiunge Monte Morello.

Matteo Mazzonello detto Rosolino e Ciro Pelliccia detto Napoli o Vesuvio: Mazzonello è un trapanese di venti anni, soldato sorpreso dall’armistizio nei pressi di Firenze, dopo aver inutilmente tentato di rientrare in Sicilia si unisce ai partigiani. Pelliccia invece proviene da Afragola.

Mario Ori: fiorentino, è il più anziano, ha 52 anni.

Mirko e Vladimir Andrej: un ucraino e un moscovita. Vladimir in particolare è un personaggio molto attivo, è lui che si accorge dell’accerchiamento e dà l’allarme. Aveva difficoltà nel camminare per i dolori ad un piede, dovuti alle lunghe marce a cui era stato forzato.

Leo Donati – Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40

Leo Donati
Gli appunti di un ragazzo fiorentino degli Anni 40
Aldemaro Contolini

Ventotto lettere al padre, ventotto lettere per raccontare la crescita di un ragazzo negli anni della guerra; ventotto lettere che guardano la Storia con gli occhi di un adolescente nell’Italia fascista. Sono le Lettere dagli anni ’40, scritte da Aldemaro Contolini e pubblicate da MEF-L’autore libri di Firenze con il sottotitolo "il fascismo, la guerra attraverso gli occhi e gli appunti di un ragazzo di allora". Andrebbero lette nelle scuole, poiché la forma epistolare conferisce a questo racconto il valore di una testimonianza inconsueta che fa venire in mente
La storia della Morante, senza doverle niente. Si vivono g avvenimenti non come sono raccontati di solito dai libri di te­sto, vittime anch’essi dell’ondata revisionista che ci pervade, ma dal punto di vista di un ragazzo che testimonia quasi giorno per giorno gli umori, i fatti, le parole, gli entu­siasmi, le delusioni di fronte a eventi terribi­li, quelli cioè che vanno dal 1939 – anno del­lo scoppio della Seconda guerra mondiale –al 1944, anno della liberazione della città.
Lettere scritte ad un padre lontano, che il ra­gazzo – l’autore – imbuca orgoglioso, rac­contando quasi quotidianamente ciò che gli capita intorno, con il suo linguaggio che pia­no piano diventa una sorta di lessico di fami­glia e di quartiere. Gli entusiasmi per le divi­se dei balilla, per gli slogan del fascismo, per la visita di Hider a Firenze lasciano lentamente il posto alle prime domande, alle pri­me disillusioni, alla realtà che appare ben di­versa da quella descritta dai giornali locali e nazionali, dai film come Luciano Serra pilo­ta, dal notiziari Luce, dai roboanti discorsi di Mussolini trasmessi dall’EIAR. E se il padre è solo il destinatario delle lettere e non avrà mai voce in capitolo, ecco invece la figura della madre, amorosa, dolorosa, scarsa di entusiasmi e di giudizi, donna del popolo che lavora e manda avanti la sparuta famiglia e intervie­ne nel rapporto con il regi­me con poche parole, la­sciando intendere il dolore e la fatica di crescere un figlio in quegli anni di miserie e difficoltà. Ed è proprio il suo non dire che avvicina il ragazzo alla verità e alla comprensione dei fatti.
Nel raccontare, Contolini allinea decine di figurine che si muovono attorno al ragazzo e a sua madre, dal macellaio al federale fascista, dal­l’entusiasta di Mussolini a quelli che si op­pongono, dal maestro di scuola al soldato in­glese, dal partigiano ferito all’inquilino indif­ferente, in una galleria viva e vera illuminata dalle ritualità quotidiane. E nei dintorni di Coverciano, in un microcosmo che tuttavia riflette gli avvenimenti cittadini e nazionali, che il ragazzo si muove, narrandoci anche i giochi con i coetanei, le usanze del tempo, con una lingua che non è mai fiorentinismo e che recupera invece modi di dire quasi an­tichi.
Ad ogni lettera seguono le note e i richiami ai "fatti veri", cioè alle cronache del tempo, come a dire che tutto ciò che il ragazzo scri­ve non è invenzione ma corrisponde alla realtà. Tutto questo rende il libro ancor più prezioso, poiché rappresenta una cronaca degli eventi, delle parole, degli scritti di que­gli anni e nulla è invenzione o forzatura.
La prosa è semplice, come può essere quella di un ragazzo, ma proprio per questo assu­me il tono della verità, in uno sforzo di scrit­tura che non ha solo valore di testimonianza ma è letterariamente pregevole. Ripetiamo: sarebbe bene che queste lettere venissero let­te a scuola, anche per insegnare una meto­dologia, quella del racconto diaristico che tramanda la storia. In una delle prime lette­re, il ragazzo Contolini ricorda di quando il padre gli cantava la filastrocca «cavallino ar­rò arrò» con la variante «or che abbiamo an­che l’impero/ lui ci porta al cimitero/ que­sto è l’uomo con l’uccello/ grande e grosso sul cappello». E inevitabilmente l’ultima let­tera la richiama, anche se il ragazzo ormai si domanda se quelle lettere siano mai arrivate a destinazione, se chi le ritirava dalla buca fosse la madre. Ciò costringe a chiedersi chi fosse questo padre, e perché non fosse pre­sente. Morto in guerra,’ Forse. E la madre «che adesso avrà bisogno di me» gli ha fatto invece credere che arrivassero a destinazione e potesse leggerle. Lo ha fatto per proteggere il figlio dal dolore, lei «che mi sembra stanca dentro: la guardavo ieri, i capelli co­minciano a essere bianchi, ha sempre gli oc­chi pesti come se avesse pianto fino a un mo­mento prima…» .
E la fine della storia, ma e anche l’inizio, perché ci fa sentire che quel ragazzo si darà da fare per contribuire a costruire un’Italia nuova.

Tratto da
patria indipendente

Franco Terreni – Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Franco Terreni

Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Per quanto ci fosse la guerra e ci fosse l’abitudine ai bombardamenti e alle cannonate, l’esplosio­ne fece pensare alla fine del mondo: dal­la periferia di Firenze, fino a Empoli, dai dintorni di Pistoia alla Val d’Elsa, le case tremarono. Intorno a Signa i vetri delle finestre andarono in pezzi, molti tetti vennero scoperchiati e in più di una abi­tazione i telai delle persiane furono di­velti e finirono sui letti di quelli che dor­mivano. I bassorilievi in ceramica che ri­traevano Santa Barbara (la protettrice di chi lavora con l’esplosivo) e che ogni operaio o operaia teneva affisso in casa, finirono sui pavimenti in mille pezzi. Un camion tedesco, distante alcune centi­naia di metri dal luogo dell’esplosione, venne proiettato verso il Masso della Gonfolina. Molti, intorno alle rive del­l’Arno, nelle Signe, pensarono che lo stabilimento Nobel fosse saltato in aria. E invece era un treno carico di esplosivo, fermo sulle rotaie della stazione di Car­mignano, vicino allo stabilimento, che era stato fatto esplodere dai partigiani.

Era un sabato, sabato Il giugno 1944. Un sabato notte, con la fabbrica ormai deserta e i dipendenti chiusi nelle pro­prie case, tra Comeana, Carmignano, Si­gna e Lastra a Signa, paesi separati dall’Arno. Erano centinaia che lavoravano in quello stabilimento. Vi si produceva­no esplosivi e si confezionavano ordigni e le maestranze sapevano che quel mate­riale aiutava la guerra dei nazisti contro gli alleati, che il 4 giugno avevano già li­berato Roma e stavano risalendo la peni­sola. Ma cosa potevano fare I nazisti controllavano tutto e non permettevano diserzioni ne rallentamenti nella produ­zione. La cosa che alcuni facevano, d’ac­cordo con la Resistenza, era di usare le pietanziere, ossia le gavette, che gli ope­rai si portavano da casa: contenevano qualcosa da mangiare, all’arrivo, poi c’e­ra la pausa per il pranzo ria gli avanzi –pochi, in verità, perché poco era il cibo non venivano buttati. Nessuno dei sor­veglianti sospettava che sotto a qualche crosta di formaggio o di pane, qualcuno nascondesse scaglie di tritolo da portare fuori della Nobel e che sarebbero servite a confezionare bombe da usare contro gli occupanti e, quella sera a distrarre i nazisti dall’attentato al treno. L’esplosione dell’1 1 giugno fu un even­to clamoroso, trasmesso anche da Radio Londra, che il giorno seguente, dopo i consueti colpi di tamburo che richiama­vano l’inizio della Quinta sinfonia di Beethoven, raccontò quello che era acca­duto alla stazione di Carmignano. E cioè che un treno carico di torpedini da mari­na e tritolo era stato fatto saltare dai par­tigiani, distruggendo un notevole poten­ziale devastante destinato alla Werh­macht e alla guerra nazista. Parte di quel tritolo era probabilmente destinato ai ponti di Firenze, che comunque i nazisti fecero saltare nell’agosto successivo. Ma è indubbio che l’azione rappresentò un duro colpo per gli invasori. Soprattutto perché dimostrò, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che i nazisti non erano in­vincibili e che potevano essere attaccati e indeboliti.

Ma chi fu a compiere l’azione? La storia di quell’impresa generosa non e ancora del tutto scritta, ma comincia dal bando Graziavi per l’arruolamento dei giovani nell’esercito repubblichino di Salò. Si racconta che molti ragazzi, su consiglio delle forze della Resistenza, nella quale comunisti e cattolici erano la parte più attiva, si recassero al di­stretto, prendessero i soldi del bi­glietto per raggiungere Salò e poi si rendessero irreperibili e raggiun­gessero le forze partigiane che agi­vano sul Montalbano. Erano forze fresche, ancora poco organizzate, scampate alle retate naziste più per fortuna che per capacità militare. Ma seppero poi organizzarsi e for­se con l’aiuto di alcuni operai del­le vicine cave di pietra serena che usavano gli esplosivi ogni giorno, eccoli preparare e portare a temi­ne l’attentato al treno

Pare che il commando fosse com­posto di otto uomini, ma sarebbe più gusto dire otto ragazzi diretti da un poeta-partigiano, Bogar­do Buricchi. Una carica di esplosi­vo venne posta sul pianale di un vagone che fu facilmente aperto. Era una bomba primitiva, quasi una bomba carta, e la lunghezza della miccia doveva assicurare la fuga degli attentatori. Invece l’e­splosione avvenne prima del previ­sto e soprattutto si propagò imme­diatamente al resto del treno, con risultati che forse il commando non aveva calcolato. Fu una esplo­sione terribile, che raggiunse e in­vestì direttamente quattro parti­giani: Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli e Ario­dante Nardi.

Il pittore Enzo Faraoni venne rag­giunto da un rottame che lo ferì gravemente ad una gamba, ma ri­uscì a raggiungere la propria abita­zione. Un altro partigiano, Ruffo Del Guerra, fu più tardi sorpreso dal nazisti coli evidenti ferite fre­sche, ma raccontò in maniera convincente di essersi ferito lavorando con l’aratro e se la cavò. Mario Barni e Lido Sarti riuscirono a na­scondersi grazie all’aiuto dei citta­dini delle Signe. Enzo Faraoni, il pittore, raggiunse Firenze qualche giorno dopo, grazie ad un curioso stratagemma: l’amico Ottone Ro­sai, cioè, gli inviò un carro mor­tuario nel quale prese posto, che i nazisti si guardarono bene dal fer­mare e controllare. Rosai, che era stato un fascista della prima ora, aveva col tempo preso le distanze dal regime, aiutando infine la Resi­stenza, nascondendo in casa pro­pria persino il partigiano gappista Bruno Fanciullacci.

Il treno non era sorvegliato e que­sto probabilmente grazie all’azio­ne diversiva che i partigiani aveva­no compiuto all’Olmo, vicino a Firenze, ai danni di una caserma fascista che fu fatta saltare con un ordigno confezionato probabil­mente con le scaglie di tritolo fat­te uscire proprio dalla Nobel, che impiegava allora 4.000 operai e che dopo l’episodio dell’attentato venne chiusa, togliendo il lavoro a tanti operai che però, a quanto ri­sulta, mai si lamentarono, coscienti che la lotta antifascista era sacro­santa e avrebbe portato alla Libe­razione di lì a due mesi.

C’è ancora un testimone vivente di quell’evento: si chiama Renzo Ri­mediotti, ha 88 anni e all’epoca abitava vicinissimo al luogo dell’e­splosione. Ricorda lucidamente i fatti ma l’emozione spesso lo frena e lo inonda di lacrime.

L’ho intervistato e la cosa che più ricorda sono i cipressi di un viale, con il tronco tanto largo «che in tre non si abbracciavano». Quei cipressi furono spazzati via dall’e­splosione del treno come fuscelli, «con le barbe e tutto… Purtroppo trovammo il Nardi sbriciolato: la sua mamma lo riconobbe dai denti…» .

A Poggio alla Malva, vicino al luogo dell’attentato, un cippo ricorda il sacrificio di quei ragazzi, con la scritta «Una preghiera faccio al viandante/ al visitatore di questi luoghi fate sì che non manchi mai almeno un fiore/ sul loro mo­numento perché dal loro sacrifi­cio è dipesa la nostra libertà». Un fiore… Il fiore del partigiano.

Tratto da

Patria Indipendente

Scontro alla "Casa del Pastore" di Alessandro Bargellini,

Scontro alla "Casa del Pastore"

di Alessandro Bargellini, 29-4-2006, Tutti i Diritti Riservati.

Questa storia si svolge nel comune di Bagno a Ripoli (FI).

La notte tra l’1 ed il 2 agosto 1944 cinque partigiani della XXII/bis Brigata Garibaldi "A. Sinigaglia", agli ordini di "Greco", si recano da un contadino poco lontano da Montisoni per ritirare della farina.
La zona è ancora occupata dai tedeschi ed occorre muoversi con prudenza, inoltre, per essere più agevolati nel trasporto e per correre minor rischio nel caso di un "fermo", hanno lasciato le proprie armi nell’accampamento.

Sulla strada del ritorno, alla casa detta "del Pecoraio" o "del Pastore" nei pressi di Lonchio, la pattuglia è sorpresa da una compagnia tedesca in fase di ripiegamento. Sono circa le 1:00 del 2/8/1944 e si accende una breve sparatoria. Solo tre partigiani riescono a scampare all’agguato: "Greco" (probabilmente da identificarsi in Emilio Morandi) si salva dai colpi grazie al sacco di farina che tiene sulle spalle.

Emilio Martini ("Balena", nato a Greve in Chianti il 15/3/1922, caposquadra, coniugato) cade ucciso colpito al ventre da una raffica sparatagli a bruciapelo e Ivo Lazzeri ("Giannetto", nato a Firenze il 15/8/1920), che chiudeva la fila, viene considerato disperso.

"Greco" raggiunge la base partigiana ed avvisa i compagni dell’accaduto.

Così, sul far del giorno, Angiolo Gracci ("Gracco"), comandante la Brigata, Mario Spinella ("Parabellum") ed altri garibaldini si portano sul luogo per raccogliere il corpo di "Balena". Qui giunti trovano due donne, visibilmente provate, a cui chiedono dove sono i loro compagni. Ma gli viene indicato solamente dove si trova il caduto: in un campo, sotto la scarpata della strada, vicino al proprio sacco di farina.

Dopo aver sostato in raccoglimento dinanzi al compagno ucciso, i partigiani prendono una porta scardinata, vi depongono il cadavere e lo seppelliscono in un vicino boschetto, segnandone la fossa con una croce di legno. Ne hanno prelevato il portafoglio e gli scarponi, preziosissimi, che saranno donati ad un compagno bisognoso: Aldo Fagioli ("Fagiolo"). Poi, a "Gracco" e agli altri non resta che rientrare all’accampamento con il sacco di farina impregnato del sangue di "Balena". Anche Lazzeri, sebbene non si abbiano al momento notizie su di lui, viene considerato caduto.

Il 3/8/1947, nei pressi della villa di Lonchio, in Via Rimaggina, sarà inaugurato un monumento ai caduti partigiani della zona di Fonte Santa, tra cui "Balena" e "Giannetto", eseguito da Osvaldo Fantini e Stelvio Botta.
Il monumento odierno è un recente restauro-rifacimento

Piero Valenzano, "Pierino"

“per dignità, non per odio”

Piero Valenzano, "Pierino"

Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla memoria

di Giovanni Baldini, 14-7-2003,

Nato a Castagnole Monferrato il 5.11.1924, Valenzano arrivò a Firenze come militare di leva. Era di servizio all’autocentro di Sesto Fiorentino e lì prese i primi contatti con l’organizzazione comunista.


Dopo l’otto di settembre abbandonò la divisa e venne nascosto in numerose abitazioni fino a raggiungere il podere Risercioni, nei pressi di Vaglia, a fine settembre 1943.
La valletta di Risercioni (o Riseccioni) era ben nota ai partigiani, le famiglie che vi abitavano offrivano spesso ospitalità e cibo ai partigiani e alle staffette di passaggio fra Monte Morello e Monte Giovi. Venne lì ospitato dalla famiglia Ignesti fino ai primi giorni del ’44. Poi, maturata la decisione di partecipare alla lotta di liberazione e trovati i contatti giusti, raggiunse la formazione partigiana "Lanciotto Ballerini" di stanza a Gattaia, nel Mugello.

Piccolo di statura e avvolto in una giacca fuori misura si vide assegnare da subito il nomignolo di "Pierino". Riflessivo, puntuale nell’esecuzione degli ordini e dotato di uno straordinario senso dell’orientamento emerse naturalmente nella brigata come il più affidabile per le missioni che necessitavano di particolare cautela.
Freddo nel combattimento anche quando altri venivano presi dal panico sopravvisse al durissimo rastrellamento del Falterona.

Nei giorni immediatamente successivi alla liberazione di Firenze i partigiani erano impegnati a rendere sicure alcune zone ancora sotto il tiro dei cecchini o minacciate di distruzione per le mine.
Durante un’azione di bonifica della
stazione ferroviaria di Santa Maria Novella Pierino venne fulminato da una raffica di mitragliatore.

La sua salma venne riportata a Torino dal Giardino dei Semplici solo nel 1950.

Medaglia d’Argento al Valor Militare, alla memoria

Fin dall’inizio partecipava alla lotta armata di liberazione segnalandosi sempre per entusiasmo ed ardimento notevoli, tanto da acquistare grande ascendente sui suoi compagni, che trascinava dietro di sè con la forza dell’esempio e con l’ardore delle sue parole. Nel corso di uno scontro con il nemico, non curante di una prima e poi seconda ferita, resisteva nella lotta, finchè una raffica avversaria non lo sbatteva al suolo. Magnifica figura di combattente e di partigiano.

Firenze, 8 settembre 1943 – 15 agosto 1944