Dal campo di Auschwitz-Birkenau

Sotto il tallone tedesco

Dal campo di Auschwitz-Birkenau

Lo scrivano ci chiamò: Essere appellati non significava mai qualcosa di buono

" Niente paura," rassicurò lo scrivano, "non si tratta che di una formalità."

Le formalità dei nazisti, lo sapevamo per esperienza, erano sempre pericolose. Anche il mio arresto, anche la mia deportazione, anche la rapina di ogni mio avere, non erano state che semplici formalità.

Levatevi la giacca," ci dissero.

La levammo.

" Rimboccate la manica della camicia sul braccio sinistro."

Non ce ne fu bisogno, perché la manica della mia camicia non arrivava al gomito ed era tutta strappata.

Un assistente è pronto con una specie d’ago e una boccetta d’inchiostro. Ad uno ad uno ci fa passare davanti a lui e comincia a pungere il braccio sinistro, fra il polso e il gomito, fino a che ci è tatuato il nostro numero.

Ora siamo dei numeri. Non solo il nostro nome, ma anche la nostra personalità sparisce dietro quel numero che ci resterà addosso e sarà noi fino a quando ci resterà pelle sulle ossa.

Al. Lager- di Auschwitz tutti portavano tatuato sul braccio il loro numero, uomini e donne. Soltanto le numerazioni e i simboli erano differenti. Agli ebrei di razza pura incidevano il numero basso, fino al 20.000, preceduto dalla lettera A o B, a seconda della serie, con sotto talvolta un piccolo triangolo; ai deportati politici e di razza mista veniva tatuato il numero alto, oltre il 100.000.

Il numero alto, come mi dissero più tardi, salvava dal crematorio. Ho veduto però mandare a morire anche gente con il numero alto ma si trattava, evidentemente, di una svista." La Gestapo, così precisa, così meticolosa in tutto, quando si trattava di mandare all’altro mondo i deportati, si distraeva, incorreva in piccole imprecisioni che costarono la vita a migliaia di persone.

Ricordo che una volta vennero a cercare, per mandarlo in un altro campo, un deportato che qualche mese prima era stato .spedito al crematorio. Si trattava di un " ariano," deportato politico. Lo cercarono invano per tutti i Block, per tutti i campi. Misero sossopra tutti gli uffici. Pensavano fosse fuggito e stavano già preparando un’inchiesta, quando risultò che il ricercato era finito al crematorio in una selezione avvenuta " per svista " all’ospedale.

A me e ai miei cinque compagni del carrozzone separato furono tatuati numeri alti. Agli altri dieci del nostro gruppo numeri bassi preceduti dall’iniziale A. Il mio numero era il 190.712, numero fortunato, se si pensa che sono riuscito a portarlo fuori da quell’inferno.

Quando uscimmo dalla baracca col tatuaggio ben visibile sull’avambraccio, dodici uomini stavano portando sei botti colme di zuppa. Non avevo idea di che ora potesse essere. Nessuno di noi aveva un orologio e durante tutto il mio soggiorno nel Lager non ho mai avuto una chiara cognizione del tempo. Si cercava di calcolare le ore ad occhio, secondo l’altezza del sole, ma in quel maledetto paese anche il sole spesso stava nascosto fra nuvole basse e afose.

Davanti a una baracca, per terra, avevano costruito una specie di meridiana, ma per di là noi non passavamo che la mattina prestissimo, ‘per andare al lavatoio, e a quell’ora era sempre buio. Il sole non faceva ombra alcuna, anche quando era bel tempo e noi lo vedevamo sorgere molto più tardi. S’alzava a stento, quasi indugiasse a rischiarare con la sua luce vitale quel paesaggio di morte. Oltre un fitto velo di nebbia e di vapori appariva tondo, come una palla di fuoco.

Non doveva essere mezzogiorno però. Non tutti i giorni la zuppa veniva portata alla stessa ora. In certe baracche la portavano prima, in altre dopo, a capriccio. Bisognava mettersi in fila e aspettare il proprio turno. Prima erano serviti quelli che avevano portato le botti, poi gli altri del personale di servizio, poi i prigionieri russi che si accaparravano alcuni bidoni per loro, poi i polacchi e i calmucchi, ultimi gli ebrei.

Ogni deportato passando davanti al bidone o alla botte che conteneva la zuppa tendeva un piccolo catino di ferro smaltato e lo scrivano, o un assistente, vi versava un cucchiaione di brodaglia. Di tanto in tanto tafferugli e zuffe se qualcuno tentava di spingersi avanti, ma subito gli sgherri ristabilivano la calma a colpi di mestolo e di bastone.

In fondo alla fila c’era un sorvegliante per impedire che qualcuno dopo avere già avuta la sua razione, tornasse a mettersi in fila per consumarne abusivamente un’altra. Ma qualcuno qualcuno riusciva ad eludere la sorveglianza e, dopo -mangiato, arrischiando qualche colpo di bastone, tornava ad aspettare pazientemente il suo nuovo turno. Raramente riusciva nel suo intento, perché qualche compagno lo denunciava all’assistente.

Siccome non c’erano recipienti per tutti, soltanto i primi della fila mangiavano in bacinelle pulite. Tutti gli altri dovevano accontentarsi di ricevere la zuppa nelle tazze già adoperate dagli altri. I primi avevano però lo svantaggio di dover consumare in fretta la loro razione per lasciare la scodella a disposizione di chi veniva dopo. Se tardavano, gli assistenti strappavano loro la tazza di mano, anche e se non avevano finito. " Miski, miski," scodelle, scodelle — andavano urlando in polacco tra i deportati che stavano mangiando e consegnavano i " miski " sudici a chi attendeva.

L’operazione durava qualche ora. Quando tutti avevano mangiato, se nei bidoni rimaneva ancora zuppa, si dava un piccolo supplemento a coloro che nella fila erano stati i primi, cioè al personale.

Quel primo giorno la zuppa mi parve immangiabile. Non avevo cucchiaio — me lo procurai piú tardi per mezza razione di pane — e, accostando con repugnanza alle labbra quel recipiente che portava incrostati sugli orli i rimasugli della zuppa consumata da altri, mi venne la nausea. Regalai quasi tutta la mia razione a un compagno che mi guardava con occhi ingordi e che, senza ringraziarmi, divorò in un batter d’occhio tutta quella disgustosa brodaglia leccandosi le labbra e le dita.

Non avevo ancora quella fame che’ fa divorar tutto, dalle bucce di patate pescate nell’immondezzaio alle radici delle rape scavate sotto terra. Il giorno precedente avevo mangiato a sufficienza, con la nostra provvista di viaggio. Potevo quindi fare il munifico, regalando a un altro disgraziato ciò che un maiale avrebbe rifiutato. Perché la zuppa era veramente pessima: un’acqua sporca

con dentro qualche torso di cavolo e bucce di carote. Aveva un sapore acido che rivoltava lo stomaco.

Alcuni giorni dopo però divoravo con avidità tutto quanto mi davano e cercavo in tutti i modi di procurarmi qualche razione supplementare. Era cominciata quella terribile fame che non doveva piú lasciarmi, tranne per qualche breve intervallo di malattia, sino alla liberazione da parte dell’esercito russo.

Ed era la fame la gran molla di cui si serviva l’amministrazione nazista per abbrutirci ogni giorno di piú. Essa veramente poteva spingere a tutto. Ci si alzava la notte, per andare a rubare il tozzo di pane al vicino che dormiva. Si mendicava il rimasuglio di cibo dalle labbra dei malati e dei moribondi che non potevano piú ingoiare nulla. Si frugava nelle immondizie per trovare qualche sozzo rimasuglio da cacciarsi in bocca.

Nel Lager il denaro non era ammesso. Chi veniva trovato in possesso di una qualsiasi banconota veniva fucilato. Ho veduto carta moneta di tutti i paesi volteggiare al vento per il campo e finire sotto la ramazza degli scopini. Nessuno voleva raccoglierle, per timore di essere scoperto, ed appartenevano a qualche deportato che aveva tentato di nasconderle e se n’era poi sbarazzato perché aveva avuto sentore di qualche perquisizione.

Del resto il denaro nel Lager non aveva alcun valore. Non si poteva comperare nulla. Anche i lavoratori che andavano fuori dal campo erano nella impossibilità di spendere. Ricevevano soltanto buoni per comperare i generi che dava lo spaccio : tabacco, acqua di soda, margarina.

La misura di scambio era il pane, il nero pane tedesco, di cui ogni forzato riceveva 200 grammi la sera, assieme a qualche grammo di margarina, o di marmellata o di carne in scatola o di miele o di salame, un salame chimico, biancastro e insipido. Insieme alla zuppa del mattino, questo era tutto il

vitto giornaliero. Nei primi tempi ai, lavoratori davano inoltre, il martedì e il venerdì, un supplemento di pane e di margarina. Poi anche questi supplementi vennero aboliti.

Vendendo il pane si poteva acquistare tutto quello che c’era nel Lager : sigarette, salame, margarina, acqua di soda, miele e marmellata. Esisteva anche un calmiere : mezza razione di pane equivaleva di solito a una razione di companatico. Molti preferivano rinunziare alla mezza fettina di salame, al pezzetto di margarina, alla punta di cucchiaio di marmellata o di miele artificiale per avere un quantitativo maggiore di pane, che saziava di più.

I malati di stomaco e di dissenteria invece, che non riuscivano a digerire il pane acido e poco cotto del campo, preferivano scambiarlo. I fumatori accaniti alla razione di pane preferivano le sigarette: -morivano di fame, ma fumavano.

Per tutto il tempo che sono rimasto al Lager sotto i nazisti, non ho fumato una sola sigaretta. Mi avevano avvertito che chi fuma non mangia e muore. Ripresi a fumare soltanto quando arrivarono i russi e diedero a tutti la razione di tabacco.

Era uno spettacolo curioso quello del commercio in baracca. In tutte le lingue del mondo si cercava di fare affari. La margarina e la mezza fettina. di salame passavano di mano in mano tra contratti e stipulazioni.

" E tu vorresti mezza razione di pane per il tuo pezzettino di margarina? Guarda com’è poca: oggi il capo blocco se n’è tenuta per sé una buona metà. Se vuoi te ne do un terzo."

" Come? Pretendi darmi questa fettina sottile sottile di pane per la mia grossa lunetta di salame? Sei un ladro! Dammene ancora un pezzo." " Bel negoziante che sei! Lo sai che è proibito vendere il pane e se io lo vendo è perché preferisco morire di fame piuttosto di rinunziare a una fumatina. Mettiti una mano sulla coscienza : almeno tre sigarette e mezza per tutta la mia razione."

" Sei matto Il pane è in ribasso : oggi c’è un supplemento. Per la razione semplice non piú di due sigarette e mezza. Le ho avute da un libero lavoratore e ho dovuto dargli tre razioni di margarina."

Col pane si pagavano anche i servizi. Il barbiere era obbligato a fare la barba gratuitamente a tutti i deportati delle baracche. Era quello il suo lavoro e poteva dirsi fortunato se lo avevano messo a fare il barbiere anziché mandarlo a portar pietre o a scavar carbone. Se però, non gli davi una fettina di pane, la barba te la faceva con un rasoio che scorticava la pelle. Per un terzo di razione di pane, un sarto ti attaccava un bottone, un calzolaio ti rattoppava una scarpa, un medico ti misurava la temperatura.

Il nostro gruppetto di sedici decise un giorno, per liberarsi della tirannia del barbiere, ch’era del resto sempre occupato e faceva la barba si e no ogni dieci o dodici giorni al massimo, di comperare da un altro deportato un rasoio, un-pezzo di coramella, un pennello e un po’ di sapone. Ci saremmo fatta la barba da soli.

Il possessore di questo armamentario pretendeva quattro razioni di margarina. Non era caro e decidemmo di sacrificare ciascuno un quarto per uno della nostra razione quotidiana. Per una settimana tutto andò bene. Poi rasoio, coramella, pennello e sapone sparirono. Una rapida inchiesta stabili che la persona a cui avevamo affidato la nostra barberia ambulante, e che affermava di averlo perduto, se l’era invece venduto per tanto pane che aveva divorato tutto solo.

Dopo la zuppa, quel primo giorno, ci fu concessa qualche ora di riposo. Eravamo nel campo della quarantena e non c’era ancora l’obbligo di lavorare dalla mattina alla sera. Ci si sdraiava per terra e si cercava di dormire servendoci del braccio per guanciale. Siccome eravamo in molti, lo spiazzo non era sufficiente perché tutti potessero stare distesi ed eravamo accavallati gli uni sugli altri.

Del resto il riposo finiva presto. Lo scrivano ci scuoteva urlando e ci faceva alzare. Stava per iniziarsi l’atto piú importante della giornata : l’appello.

Il rito dell’appello era penosissimo, ed ebbi modo di constatarlo fin dal primo giorno. Ci mettemmo in fila, per cinque. Il capo blocco e lo scrivano sorvegliavano le file, ci contavano e ricontavano e se qualcuno non era ben allineato si prendeva un pugno e uno spintone. Una cerimonia , interminabile. Dopo circa un’ora che attendiamo in piedi, un soldato delle SS, tronfio, col berretto sulle ventitré e un ghigno sulle labbra, apparve all’estremità dello spiazzo.

" Attenti " gridò il capo blocco.

Tutti si irrigidirono.

" Mútze ab! Giú il berretto! "

Tutti, come un sol uomo, ci levammo il berretto, mentre il soldato nazista avanzava a passo lento, agitando un frustino. Ci scrutò uno per uno, arrivò in fondo alla fila, si fece dare dal capo il numero di tutti i deportati del blocco, ripercorse la fila spasso lento con una sigaretta tra le labbra, soffiando metodicamente il fumo in viso a quelli della prima fila, come se si trattasse di un cerimoniale. Poi scomparve oltre il limite del nostro spiazzo.

" Mútze auf! Su il berretto."

Stavo in piedi rigido da oltre un’ora. Quella terribile posizione mi stancava. Non si poteva fare il minimo movimento. La prima mezz’ora tutto era andato bene, ma poi mi avevano preso dei crampi alle gambe e ,un dolore acuto alla nuca. Sebbene il soldato delle SS se ne fosse andato, bisognava continuare a stare fermi e rigidi. Durò tre ore. Così era prescritto dal regolamento. L’appello durava infatti fino a che l’aguzzino non avesse fatto il giro di tutte le baracche e le file si dovevano sciogliere soltanto dopo che tutto il campo era stato passato in rivista. Nel frattempo qualcuno che non ne poteva più si metteva a sedere per terra, nascosto dietro la schiena di un compagno, qualche altro alzava ora l’una ora l’altra gamba tenendosi in equilibrio come le gru, qualche altro ancora piegava la schiena in avanti e si puntellava sulle ginocchia. Fare ciò era pericoloso. Se un capo se ne fosse accorto avrebbe punito l’imprudente. Ma quel giorno tutto andò bene e non si verificarono incidenti. Al " rompete le righe " potei lasciarmi cadere a terra come un morto.

Non sempre però tutto andava così liscio. Spesso anzi il soldato delle SS se la prendeva con qualche deportato e lo massacrava di legnate.

Qualche giorno dopo l’aguzzino prese di mira uno del nostro gruppetto di italiani che non aveva potuto trattenere uno sternuto proprio mentre lui gli passava vicino. Il bruto sospese di botto la sua passeggiata, sbalordito per una simile enormità. Afferrò il nostro povero compagno per il petto, gli menò due terribili pugni in viso, gli sferrò un calcio nel ventre, lo mandò ruzzoloni per terra. Il disgraziato’ svenne stralunando gli occhi, ma il tedesco continuò a malmenare quel corpo esanime assieme al capo blocco che gli si era aggiunto, senza nemmeno sapere di quale colpa si fosse macchiato l’appartenente al suo Block.

Io ero vicino, indignato da quello spettacolo, ma non osai, come nessuno di noi osò intervenire. Del resto sarebbe stato inutile. Nell’ipotesi più favorevole ci saremmo fatti bastonare a sangue anche noi e forse avremmo peggiorata la situazione del nostro compagno, mentre v’era anche la possibilità che il nostro intervento fosse considerato una ribellione e la ribellione era punibile con la morte. Una volta che un italiano di un altro blocco, nuovo ai sistemi del campo, mal sopportando di veder punire un suo simile, osò soltanto chiedere ad alta voce perché si maltrattava così un uomo, fu afferrato dal nazista inviperito che lo sollevò e lo tuffò nell’acqua putrida del fossato, impedendogli di sollevare il capo per respirare. Sarebbe certamente affogato se lo stesso capo blocco, che non era dei più cattivi, non avesse assicurato il tedesco che si trattava di un povero pazzo, il quale aveva già commesso altre stranezze del genere ed era stato quattro volte in manicomio.

L’appello si teneva all’aperto, con qualsiasi tempo. Se era sempre una pena, diventava una tortura quando l’acqua scrosciava, e peggio ancora quando gelava. Dopo ore d’immobilità sotto l’acqùà* o sotto la neve, si rientrava nella baracca zuppi e intirizziti, e non si poteva nemmeno mettere ad asciugare le vesti, che il mattino dopo erano ancora zuppe. Nulla di strano che nel campo le morti per polmonite e per tubercolosi raggiungessero percentuali altissime.

All’appello dovevano presentarsi tutti, anche quelli che lavoravano fuori dal blocco. Quando suonava il gong che . ne dava il segnale, dovevano affrettarsi a ritornare nello spiazzo della loro baracca, altrimenti venivano puniti. Anche i malati, cui era stato concesso in via eccezionale di sdraiarsi all’interno della baracca, dovevano alzarsi e presentarsi all’appello. Ne ho visti alcuni con quaranta gradi di febbre, costretti a stare in piedi sotto il sole, sotto la pioggia, sotto la neve, per tre ore, pur di non essere dichiarati assenti per malattia ed essere trasferiti al lazzaretto.

Soltanto nelle baracche-lazzaretto e ambulatorio l’appello avveniva all’interno del blocco. Tutti i malati allora dovevano trovarsi adagiati sul tavolaccio che serviva da giaciglio e attendere immobili che lo scrivano li contasse. Il soldato nazista non si vedeva e il capo blocco gli riferiva il risultato dell’appello all’esterno.

Finito l’appello cominciava subito una nuova " corvée." Bisognava mettersi in fila per rientrare in baracca.

Sulla soglia distribuivano il pasto serale, poi era concessa una mezz’ora di conversazione, finita la quale si doveva sdraiarsi alla meno peggio, stretti gli uni agli altri, sui tavolacci duri, senza pagliericcio, senza coperta. Sveglio rimaneva soltanto il custode notturno, il Nachtwache.

Sul mio tavolaccio dormivano nove polacchi, deportati per delitti comuni. Chiacchieravano fra loro e mi guardavano con diffidenza. Non li comprendevo perché parlavano solo polacco e afferravo solamente la parola " colera," pronunciata tosi, con l’accento sulla o. Seppi poi che in polacco " colera " voleva dire colera ma che essi la usavano per dire "che ti pigli il colera," " che ti venga un accidente."

Il mio vicino di destra era un giovane col naso rincagnato e con gli zigomi sporgenti. Visto ch’io non comprendevo il polacco, si provava ad interrogarmi in un pessimo tedesco, chiedendomi se avevo da offrirgli qualche sigaretta, di che nazionalità fossi e si divertiva a darmi degli spintoni.

Avevo già sperimentato durante il giorno come gli italiani (e anche i greci) fossero trattati peggio di tutti gli altri dai polacchi. Eravamo una piccola minoranza ed essi ci disprezzavano.

"Taliano? " chiedevano con un sorriso sarcastico. ~

" Maccaroni ~ " e ammollivano ‘erre, che sembrava dicessero " maccaroni."

" Spaghetti," rispondevo io senza perdere la calma, tagliatelle al sugo e tortellini di Bologna, altro che la vostra brodaglia! "

Non capivano bene, ma s’avvedevano che li prendevo in giro e ripetevano seri:

"Talianì maccaroni, greco bandito."

Anche la compagnia di quella gente stupida e cattiva, schiuma dei bassifondi di Cracovia, Varsavia, Leopoli, Lublino, era uno dei tanti supplizi del campo. I polacchi mi sembrarono i peggiori, forse perché mi erano più vicini, e in quel momento giudicai il loro popolo come il peggiore d’Europa. Più tardi modificai questa mia opinione, quando i russi ci ebbero liberati, ed anche prima, parlando con i politici polacchi, ebbi la convinzione che non ci sono popoli peggiori o migliori, ma soltanto uomini buoni e uomini cattivi, in mezzo a tutti i popoli. Fu proprio un polacco anzi che più tardi al lazzaretto diventò uno dei miei amici più cari e mi rese notevoli servizi.

Non è originale né peregrino affermare che lo svegliarsi alla mattina, dopo una disgrazia, è una delle piú penose sensazioni. Il dolore, attutito dal sonno, ti torna addosso come una bestia, d’improvviso, e mai come allora ne hai una così chiara coscienza.

Questa sensazione ti viene però cento volte piú acuta, se a svegliarti è un colpo di bastone sulla testa.

Stavat, stavat," sveglia, sveglia — urlava in polacco lo scrivano agitando in aria il bastone.

Io avevo le ossa indolenzite e le membra rattrappite dall’infelice posizione che avevo dovuto tenere durante il sonno. Nondimeno mi alzai e, incanalandomi nella folla che veniva spinta fuori dalla baracca, mi trovai all’aperto.

Era ancora notte. Sullo spiazzo erano accese le lampade, in cima alle colonnine che reggevano i reticolati ad alta tensione. Faceva molto freddo, sebbene fossimo ai primi di agosto, e una nebbia umida e gelida gravava su tutta la distesa del Lager. Avevo già sofferto il freddo durante la notte, quantunque fossi stretto tra i miei compagni, ma fuori il freddo era molto piú intenso.

In lontananza, da una parte, la nebbia era rossa per le fiamme che uscivano dal crematorio. Ardevano i corpi dei miei compagni di viaggio, tra i quali avevo avuto dei cari amici.

Per arrivare al lavatoio bisognava percorrere circa cinquecento metri. Da tutte le baracche sbucava la stessa fila d’uomini tristi, con le braccia ciondoloni, con la stessa andatura strascicata, ingigantiti dalla nebbia. Il lavatoio però era ancora buio’ e l’acqua non zampillava dai tubi.

I deportati facevano ressa davanti alla porta per entrare per primi, lavarsi, ritornare a tempo sullo spiazzo a mettersi in fila e riuscire a prendere il liquido nero che chiamavano caffè e non lo era, ma serviva a dissetare le gole aride. Se uno tardava troppo nel lavatoio, correva il rischio di non trovar piú il caffè e di soffrire la sete tutta la giornata, a meno che non bevesse quell’acqua piena di li

germi mortiferi che sapeva di ferro rugginoso e produceva il tifo o terribili dissenterie.

La mia seconda giornata al campo trascorse su per giú come la prima. Soltanto, prima della zuppa, ci furono gli esercizi fisici sul campo. Non tutti erano obbligati a parteciparvi. I piú anziani e gli invalidi ne erano esentati. Gli altri dovevano alzare le braccia, riabbassarle, alzare una gamba, poi l’altra, automaticamente, al comando di un assistente.

Il capo blocco si dava da fare perché tutti i giovani prendessero parte a quegli esercizi. ",Fate la ginnastica," diceva, "cosí diventerete forti, potrete sollevare i sacchi, le pietre, le rotaie di ferro e vi salverete dal crematorio. Qui chi non lavora è un uomo morto."

Nel pomeriggio avvenne un fatto che mi fece penosa impressione. Prima che suonasse il gong per l’appello, il capo blocco ci fece entrare tutti in baracca e ci obbligò a stenderci sui tavolacci. Poi chiamò a sé un giovane robusto e lo fece sdraiare sul camino. Noi guardavamo dai nostri giacigli, come a teatro gli spettatori dei palchi guardano giù in platea. I miei vicini si sporgevano per veder meglio.

Ad un tratto nella baracca echeggiò un urlo straziante. Il capo blocco aveva colpito con la cinghia dei calzoni il viso del giovane sdraiato. La sferzata aveva segnato sul viso del poveretto un solco sanguigno e dal naso gli colava un rivoletto di sangue. Lo spettacolo però non era finito.

Il capo blocco fece voltare il giovane, lo afferrò, lo tempestò di pugni e di calci, lo rovesciò a terra, lo rialzò, lo posò bocconi sul camino, alzò il bastone, e con tutta forza lo tempestò di colpi sul dorso, sulle spalle, sulla nuca. Non avevo mai veduto battere così neppure una bestia.

Finalmente, stanco e sudato, il capo blocco si volse a noi esclamando:

" Non ha voluto fare gli esercizi fisici questa mattina. Quando gli ho ordinato di mettersi in fila ha fatto un gesto osceno verso di me, che sono il capo. Ora ha avuto la lezione che si meritava e così toccherà a tutti voi se non obbedite ai miei ordini. E ora tutti fuori per l’appello, anche tu," aggiunse, rivolgendosi alla sua vittima che non s’era mossa. Con un calcio fece scendere il disgraziato dal camino e lo spinse, insanguinato e traballante, fuori dalla baracca.

Simili scene avvenivano molto spesso. A me però quelle bastonate non toccarono mai. Altrimenti non sarei uscito vivo dal campo. Una invisibile occulta potenza mi protesse sempre. Tranne la fame e il freddo riuscii sempre ad evitare i più duri tormenti fisici se non i morali, anche nei momenti più scabrosi e difficili, quando pareva impossibile cavarsela. Molti dei miei amici però morirono di bastonate sotto ai miei occhi.

Pochi giorni dopo avvenne un fatto più grave, ne furono vittime proprio i miei compagni italiani.

Eravamo da poco entrati in baracca, dopo il tramonto, e stavamo sbocconcellando il nostro pane col pezzetto di margarina, per poi metterci a letto, quando la voce del guardiano comandò l’ attenti."

Il boccone ci restò in gola. A quell’ora — stavamo già per coricarci — l’ attenti " non poteva significare nulla di buono. In genere esso significava l’ingresso nella baracca di un soldato nazista e, quando questo avveniva, era soltanto per operare perquisizioni, per prendere qualche deportato e portarlo alla fucilazione o alla forca o per commettere eccessi di ogni genere.

Quella sera I` attenti " annunciava l’entrata di un caporale e di un soldato semplice, entrambi ubriachi. Li accompagnava un capo dei lavori. Avanzarono a lunghi passi lungo la corsia, tra il camino e i castelli di legno tra i quali noi ci eravamo appiattati.

Lo scrivano fu la prima vittima. Il caporale con un ceffone gli mandò per aria gli occhiali, poi lo tempestò di pugni e con uno sgambetto lo fece ruzzolare a terra. Lo scrivano si alzò subito, sorridente : Se non è che questo," disse piano, rivolto a noi, " ci sono abituato."

Ma il caporale delle SS proseguiva lungo la corsia, guatandoci tutti come se cercasse qualcuno. Mi passò vicino — ero, come ho detto, tra i delinquenti comuni polacchi — mi squadrò, passò oltre. Si fermò vicino al gruppetto dei miei compagni italiani. Ne afferrò uno per la gola, lo sbatté contro il castello, con uno sgambetto lo mandò a ruzzolare a terra, lo colpi quattro o cinque volte col bastone, poi ripeté lo stesso gioco con un altro, con un terzo, con un quarto. Arrivò a bastonarne sei o sette. Qualcuno tentava di sfuggirgli passando tra il letto e il muro o arrampicandosi in alto, sull’ultimo ripiano, per poi salire sul tetto della baracca. Io stavo in piedi, immobile, tentando di nascondermi dietro i miei vicini di letto che, -a loro volta, cercavano di spingermi avanti e di nascondersi dietro di me.

La terribile scena continuava. Il caporale inferociva’ sempre di più. I colpi di bastone grandinavano sempre piú forti e piú fitti. Il nazista ghignava, deridendo gli inermi che cadevano svenuti sotto al suo bastone. Era il suo divertimento serale, dopo la lauta cena innaffiata di vino e di liquori, ammazzare di botte uomini che non gli avevano fatto alcun male, che non avevano commesso la minima mancanza.

" Sei ebreo? " domandava.

Se l’interpellato rispondeva di si, erano botte. Se rispondeva di no il nazista rideva, lo accusava di non dire la verità, di vergognarsi di essere ebreo, e le conseguenze erano le stesse.

Quando fu stanco di picchiare; il caporale si rivolse a uno dei prigionieri russi che, immobili, stavano ad osservare la scena, pieni di disgusto, ma senza osare di intervenire.

" Ora," gli disse il tedesco, " prendi tu il bastone, e cava un po’ di sangue a questi ebrei per conto mio."

Il russo, un uomo di proporzioni gigantesche, un vero colosso, guardò mansueto, dall’alto della sua statura, il piccolo caporale nazista e gli disse pacatamente, in cattivo tedesco :

" Non ne sono capace. Non riesco a bastonare uomini che non si possono difendere."

Il nazista proruppe in una risata cattiva e stava per alzare la sua arma anche sul russo, quando il suo compagno delle SS gli posò una mano sul braccio, come per impedirgli di colpire, e gli borbottò ridendo alcune parole che io non compresi.

Proprio in quei giorni c’era stata una protesta del governo di Mosca, che lamentava i maltrattamenti contro i prigionieri di guerra russi e minacciava rappresaglie. Probabilmente il soldato nazista, meno ubriaco o meno feroce del suo caporale, gli aveva ricordato, ridendo, quella protesta riprodotta su tutti i giornali con una smentita, in cui si asseriva che i prigionieri russi erano trattati con tutti i riguardi.

Allora il caporale si rivolse al capo blocco:

" Per finire mi occorrono altri due ebrei. Presto, fammeli venire…"

Il capo blocco non si fece ripetere il comando. Guardò qua e là come incerto, poi mi si avvicinò risolutamente: " Vieni," mi disse, " tocca a te! "

Impallidii, ma non perdetti il mio sangue freddo:

" Faccia attenzione," gli dissi, " il signor caporale ha detto due ebrei."

" E non sei ebreo tu?

Mi sforzai di sorridere e gli mostrai il numero alto tatuato sul braccio.

Allora egli si rivolse a un altro: "Sei ebreo? "

Anche l’altro negò. Invece era un ebreo ungherese, con il numero basso tatuato sul braccio, ma il capo blocco aveva poco tempo da perdere. Il nazista sbuffava, s’impazientiva :

" Dunque, questi due ebrei?

Il capo blocco si diresse senza esitazione verso il gruppo degli ebrei polacchi, ne afferrò due per il collo e Il trascinò davanti al caporale infuriato. Quello che avvenne dei due disgraziati è indescrivibile. Furono semplicemente dilaniati. Entrambi, io li vidi con questi miei occhi, avevano il viso tumefatto dai colpi, la testa spaccata, la schiena piena di vesciche. Il sangue colava dal naso, dalla bocca, dagli orecchi. Uno, il primo, mori il giorno dopo. Era un giovane sano e robusto, ma un colpo gli aveva spezzato le vertebre cervicali. L’altro fu portato all’infermeria in gravi condizioni e non lo vidi più.

Quando le due SS furono uscite, nessuno aveva più voglia di andare a coricarsi. Neppure la notte si era sicuri, e tutti commentavamo aspramente il fatto. Lo scrivano però, con gli occhiali rotti in una mano e la voce tremolante, interruppe subito le nostre lagnanze:

" Questi son giochi da ragazzi," disse: " Avreste dovuto vedere ciò che avveniva in questi campi non più di qualche mese fa. Prima di tutto i nazisti venivano a bastonare gli ebrei, ogni sera, e non, come adesso, ogni quindici o venti giorni. Non lo fanno più per sistema, ma quando loro salta il ticchio: come andare al cinematografo dopo cena, o a teatro. E sono bastonate che lasciano il tempo che trovano, ci si muore di rado. Una volta invece entravano senza avviso e cominciavano a tirar revolverate contro chi dormiva. Tiravano al bersaglio contro di noi. Una notte aizzarono i cani in baracca. Le bestie si slanciarono abbaiando furiosamente, mentre le SS, dalla porta, si divertivano del nostro terrore. Ma i cani furono meno feroci di loro. Non fecero gran male: lacerarono qualche vestito, addentarono . qualche polpaccio. Non ci fu nemmeno un morto

Dalle memorie di Bruno Piazza

“Perché gli alti dimenticano”

Ed Feltrinelli

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