Come si impedì il massacro

IX

Come si impedì il massacro

La forza che univa i migliori degl’internati era rappresentata dall’organizzazione segreta. Nel dicembre del ’44 un funzionario speciale venne inviato dalla Gestapo di Berlino per scoprire l’organizzazione illegale internazionale esistente in Mauthausen. I banditi e le spie vennero mobilitati ma l’organizzazione restò intatta e più forte che mai.

Evidentemente l’organizzazione poteva contare soltanto su quegli antifascisti che erano ancora degli uomini, che in un modo o nell’altro avevano un impiego che permettesse loro di mangiare quasi a sufficienza, di pensare, di stare in piedi, insomma di vivere. Nel corso del ’43–’44 questa organizzazione era sorta e si era sviluppata; in ogni nazionalità gli elementi di avanguardia si erano riuniti, contatti sempre più stretti si erano stabiliti tra i compagni delle varie nazionalità. Tra i primi, i compagni spagnoli, austriaci, cechi avevano costituito le loro organizzazioni di Partito e avevano creato dei comitati nazionali fra gli antifascisti dei vari partiti. Piccoli gruppi di tre, rigorosamente cospirativi, uniti fra loro da collegamenti estremamente prudenti, permettevano l’esistenza dell’organizzazione in un campo dove il solo possesso di un giornale anche nazi, la semplice diffusione di una notizia di guerra anche secondo un bollettino tedesco costava la vita; in un campo dove le varie nazionalità erano frammischiate nelle baracche con una preminenza degli elementi più corrotti moralmente e politicamente, una denuncia dei quali costava la vita di un uomo senza bisogno che l’ufficio speciale della Gestapo aprisse un’inchiesta in proposito.

Cosa faceva l’organizzazione segreta antifascista? Fu grazie a questa organizzazione che riuscì possibile salvare centinaia, forse migliaia di dirigenti antifascisti dei vari paesi; mantenerli collegati e dare loro un minimo di orientamento politico impedendo che in un’atmosfera di morte e di terrore senza nome essi si demoralizzassero. Gli amici che avevano un impiego, i dottori, i magazzinieri, i cuochi antifascisti riuscivano a imboscare i nuovi arrivati, a trovare per loro qualche cosa da mangiare, a trovare per i malati qualche medicina. Era una lotta difficilissima in cui bisognava avere il coraggio di scegliere, su tante persone votate alla morte e che si sapeva di non poter salvar tutte, i quattro o cinque su cui concentrare i propri sforzi per strapparli al destino che i nazi riservavano loro.

Ma l’organizzazione antifascista non limitò i suoi compiti a quel lavoro di assistenza morale e materiale che di per sé richiedeva uno sforzo e un rischio continui: il rischio di finire nella camera a gas.

Già alla fine del ’44 l’organizzazione comunista internazionale di Mauthausen organizzò uno Stato maggiore e dei gruppi particolari di combattimento. Alcuni compagni lavoravano presso le armerie delle S.S., altri erano spazzini negli uffici, nei dormitori e nelle caserme dei nostri boia, sotto la direzione di un gruppo di ufficiali sovietici, spagnoli e di varie nazionalità, questi compagni elaborarono un piano concreto di difesa della nostra vita, studiarono le possibilità di un attacco ai depositi delle armi, i dettagli dell’organizzazione militare della guarnigione in modo che, nel momento in cui il Comando volesse passare allo sterminio totale degli internati si sarebbe sviluppata una reazione tale da permettere il salvataggio del massimo di vite umane e la distruzione del massimo numero dei nostri nemici, in particolare dei capi.

Questa organizzazione militare, necessariamente ristretta, era pronta ad entrare in azione verso la fine di aprile quando il campo visse dei giorni cruciali. In quel momento essa era spalleggiata dal largo lavoro unitario svolto nel campo e poteva contare sulla collaborazione non solo di tutti gli antifascisti di sinistra, ma anche degli elementi nazionalisti polacchi internati nel campo. Il lavoro politico di massa svolto dagli antifascisti, la sensazione netta che aveva il Comando delle S.S. della capacità degli internati di opporre una resistenza armata, fecero sì che il piano di annientamento totale fu scartato. Le stesse S.S. di guardia si resero conto dell’esistenza di una tale atmosfera di lotta nel campo che si prodigarono in dichiarazioni agli internati, affermando che quel tale piano non era mai esistito e che in ogni caso esse non l’avrebbero realizzato.

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