Archivio mensile:febbraio 2017

Helga Schneider e le testimonianze delle donne nei bordelli nazisti

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Testimonianze

La prostituzione nei bordelli nazisti: il toccante tema di cui ci parla “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider

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Helga Schneider e le testimonianze delle donne nei bordelli nazisti

Ci sono fatti storici talmente ripugnanti e vergognosi da essere lasciati in un cassetto il più possibile. Uno fra questi? Le violenze sessuali subite dalle donne  nei bordelli nazisti. Un fenomeno di scarsa considerazione da parte della ricerca storica, forse ostacolata dal silenzio delle vittime.

Una tematica poco conosciuta, amara da raccontare ma necessaria per capire fino a che punto si possa essere spinto l’essere umano.  Argomento che a  lungo  è stato un dramma taciuto, soprattutto in Germania. Solo negli ultimi decenni siamo venuti a conoscenza di ciò che è accaduto all’interno dei cosiddetti “Sonderbau”, i bordelli nazisti dei lager.

Una testimonianza a tale riguardo arriva dal romanzo “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider, scrittrice tedesca, ma naturalizzata italiana, che ci colpisce al cuore per il suo taglio amaro e toccante.

Il sesso forzato come strategia del nazismo

Nel 1943 Himmler, capo supremo delle SS,  prende la fulminante decisione di far allestire dieci bordelli nazisti nei più grandi campi di concentramento, primo fra tutti il Sonderbau di Buchenwald, per contrastare la crescente diffusione dell’omosessualità. L’idea del bordello ottiene fin da subito un immediato successo e i prigionieri-clienti accorrono numerosi, nonostante le loro condizioni psichico-fisiche disperate. Quasi disumane.

Il bordello è vietato agli ebrei e ai prigionieri di guerra sovietici, pertanto è frequentato principalmente da coloro che svolgono compiti di sorveglianza all’interno del lager (decani o kapò). Viene naturale domandarsi come potessero quelle ombre di uomini avere ancora energia per avere rapporti.

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Le donne destinate ai bordelli nazisti non erano ebree, ma tedesche, polacche o bielorusse al di sotto dei 25 anni, per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbruck, dove si scelgono le prigioniere più giovani e più presentabili, in seguito a visite mortificanti da parte degli uomini delle SS. Appena arrivate al Sonderbau, subiscono delle iniezioni per renderle sterili, ma non è detto che funzionassero per tutte . Coloro che rimangono gravide, sono costrette ad abortire nel giro di pochissimi giorni in condizioni aberranti e senza anestesia.

Helga Schneider ci racconta che le ragazze-prostitute alloggiano nella casa di tolleranza , all’interno del proprio campo di concentramento, dove  godono di igiene, di cibo, di una camera con il letto, nonché di un piccolo salario. Tra di loro non ci sono sentimenti di sorellanza  o di solidarietà. Vengono sorvegliate dalle tracotanti guardiane SS, che si profumano di Chanel numero 5 e sono vestite di tutto punto.

Le donne devono essere presentabili, truccate e sempre con il tacco alto, con la divisa su cui ognuna ha appuntato il proprio numero, in attesa dei loro clienti. I prigionieri-clienti arrivano sempre con l’aria un po’ stordita, ma con gli occhi lucidi. Passano in rassegna le candidate con un misto di incredulità ed eccitazione, identificandosi nell’ingannevole immagine di una virilità ripristinata. Una sorta di virilità che fino a quella sera sembrava essersi perduta per sempre.

I prigionieri pagando due marchi, che vanno nelle tasche dei nazisti, hanno a disposizione  un massimo di 15 minuti di piacere. L’atto sessuale deve avvenire in posizione sdraiata e non possono conversare con le donne. Il bordello sta aperto tutta la settimana, inclusa la domenica e le feste; solo in caso di un discorso del Fuhrer alla radio la porta sarebbe rimasta chiusa.

Molti detenuti , subito dopo il rapporto,  muoiono con lo sguardo immobile e gli occhi iniettati di sangue. Una testimonianza che arriva dalle pagine di La baracca dei tristi piaceri” della Schneider.  Di come  il senso dell’umano è stato violato durante il regime di Hitler, di come il valore assoluto della vita e della dignità dell’individuo è stato brutalmente calpestato dai nazisti.

Quando l’attività al Sonderbau rende le meretrici ormai alcolizzate, esaurite, sfiancate e malate, queste vengono rispedite al lager di origine, dove finiscono per essere sfruttate ulteriormente come cavie negli esperimenti sadici dei medici delle SS, o inviate ad Auschwitz per l’eliminazione.

I copiosi stupri da parte dell’Armata rossa su migliaia di civili, gli abusi commessi dalle SS su internate nei vari campi di concentramento, la prostituzione forzata nei lager, sono esempi ripugnanti di violenza sessuale perpetrata su migliaia di donne innocenti, vittime degli uomini, delle leggi e della Storia.

Moltissime donne dopo il ’45, schiacciate dall’umiliazione e dal trauma psichico, non hanno avuto la forza di denunciare la loro tragedia. Hanno preferito tacere per paura di essere giudicate e discriminate. Le poche testimonianze storiche che abbiamo, come quella della scrittrice Helga Schneider, sono l’esempio calzante di coraggio. E dobbiamo omaggiare tutte quelle “eroine” che hanno saputo fare i conti con la dura realtà subita, e andare avanti

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Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

Marco Spyry – Assenza fatale

Marco Spyry
Assenza fatale

 

Un giorno Dio si assentò dalla Terra
per trascorrere interminabili anni di vacanze…
lasciando che il disordine degli eventi si manifestasse.
Le nubi oscurarono la luce dei cuori… e si scatenò l’inferno.
Campi di grano di spighe vuote inondati di sangue
di fiori morti… dai rigogliosi sprezzi e copiosi odi.
Coglievan le bestie a piene mani le vite innocenti
tra sordi e ciechi… e indifferenti macere coscienze.
Invano la Terra implorava pietà!
ma fu… la catastrofe dei popoli e dei valori umani.
Dio tornò e urlò alle genti… vergogna!
Marchiando l’uomo a bestia per sempre… e pianse.
Inondando la Terra da colpose lacrime per esser mancato…
e tornò alla luce, pian piano… la pace in Terra e nei cuori.

Claudio Misculin, Bianca d’Aponte.–Il Lager dei matti

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Il Lager dei matti

Il pezzo manifesto dell’Accademia della Follia.
In ricordo di Bianca d’Aponte.
Testi e musiche:
Claudio Misculin, Bianca d’Aponte.

Noi siamo quelli che chiamano matti
Nella notte vaghiamo distratti
Pecore nere d’ogni famiglia
Noi giochiamo solo con chi ci somiglia
Non fa paura la notte più nera
Inseguiamo la nostra chimera
Siamo viandanti, sognatori
Quelli che i benpensanti chiamano errori
Sembriamo un popolo di mendicanti
Ma con niente poi siamo contenti
Mano tesa a voi passanti
Non chiediamo monete ma sogni in contanti
Bimbi tirati da padri impauriti
Perchè guardano a noi incuriositi
"Devi scordarli, disprezzarli
Possono metterti in testa strani tarli"
Ma gli ideali non chiedono tanto
Basta niente che scoppiano in canto
Un cantuccio per germinare
E adolescenze inquiete per farli sbocciare
Son come perle le nostre parole
Crescono e splendono intorno a un dolore
Intorno a sabbia di clessidra
Mentre scandisce i secondi sbeffeggia ogni vita
Noi siamo quelli che chiamano matti
Nella notte sappiamo orientarci
Stella polare da seguire
E una luna d’avorio che sta per sparire
Che quando è piena sbadiglia assonnata
Che se è a spicchio si culla beata
Brilla per tutti, come trofeo
E se vuoi ti accompagna nel viaggio a Morfeo
Noi siamo quelli che piacciono ai gatti
Al mattino arriviamo disfatti
Noi siamo artisti, sognatori
Quelli che i benpensanti chiamano errori.

La morte di Giulio Biglieri e di altri sette antifascisti

La morte di Giulio Biglieri e di altri sette antifascisti

In quell’alba terribile

la fucilazione al Martinetto

Resistenza in Piemonte

Biglieri è un novarese di adozione: nato a L’Aquila il 9 ottobre 1911, a sei anni arriva con la famiglia a Novara, dove compie gli studi e consegue il diploma di ragioniere presso l’Istituto Tecnico Mossotti, facendosi una larga cerchia di amici.

Ancora giovane, Biglieri esprime, con grande coraggio, la propria avversione per il fascismo. Nel 1932, con un gruppo di amici legati dalla comune avversione della dittatura, organizza un movimento che, avendo come base di preparazione il territorio della Repubblica di S. Marino, ha come obiettivo Roma. Il complotto viene scoperto; Giulio Biglieri, nel 1932, viene arrestato, rinchiuso nelle carceri di Novara e, in seguito, trasferito a Regina Coeli, a Roma.

L’OVRA, la polizia segreta fascista, non riesce a raccogliere prove concrete a carico di Giulio Biglieri e dei suoi amici del movimento clandestino; dopo un breve periodo di carcere, in attesa delle prove Biglieri e i suoi amici vengono rilasciati.

Biglieri effettua regolarmente il servizio militare di leva; viene richiamato alle armi nel 1935 e inviato in Africa Orientale dove rimane, ininterrottamente, fino al 1940. Rientrato a Novara, Biglieri partecipa ad un concorso per addetti alle biblioteche, lo vince e viene destinato alla Biblioteca Nazionale di Torino. Nuovamente richiamato, Biglieri viene inviato sul fronte greco-albanese ove si conquista la medaglia di bronzo e croci di guerra al valor militare.

Nel 1943, Giulio Biglieri è in Italia meridionale dove viene sorpreso dagli avvenimenti del luglio e del settembre. A Roma, Biglieri ha diversi amici di sicura fede antifascista, si reca da loro, partecipa alle loro riunioni, viene incaricato di portare al Nord prezioso materiale clandestino, tra cui “L’Italia Libera” nell’edizione romana curata da Leone Ginzburg.

Raggiunta Torino, Biglieri si unisce ai più attivi antifascisti e si getta nella lotta

con grande passione e coraggio. Il Comitato Militare Regionale Piemontese affida al novarese il compito di mantenere il collegamento fra il Comitato stesso e il CLN di Novara e gli attribuisce inoltre il compito di “coordinatore militare”. Come ufficiale di collegamento, Biglieri ha sovente contatti con i membri del CLN Jacometti, Leopardi, Torelli (quest’ultimo sostituito poi da Borgna); come coordinatore militare ha frequenti

contatti con i comandanti delle formazioni partigiane garibaldine, autonome e matteottine che operano in città o in montagna, in Valsesia, nel Cusio, nell’Ossola e nel Verbano, oltre che con i più attivi organizzatori di aiuti alle formazioni armate (Ribaldi, Ferrarsi, Menotti, Somaglino, ecc,).

A Novara, Giulio Biglieri ha ancora i suoi vecchi amici e tra questi Ludovico Bertona (ottico, antifascista trucidato in Piazza V. Emanuele, ora Piazza Martiri, il 24 ottobre 1944), il prof. Piero Fornara (illustre pediatra, capo carismatico della resistenza novarese, Prefetto della Liberazione e deputato costituente), il pittore Sergio Bonfantini, che fa parte di una famiglia di antifascisti (il padre Giuseppe dopo la Liberazione è Presidente

dell’Amministrazione Provinciale, il fratello Felice muore nel campo di eliminazione di Dortmund, il fratello Corrado è il comandante della “Matteotti” nella lotta di Liberazione e deputato dopo la Liberazione, il fratello Mario professore universitario e scrittore, prende parte alla Lotta di Liberazione ed è fra i primi partigiani che entrano in Domodossola

Il Biglieri viene arrestato nuovamente a Novara nel febbraio del ’44, ma, come in precedenza, i fascisti non riescono a raccogliere prove sufficienti e dopo dodici

giorni di carcere lo rilasciano ma con una feroce reprimenda da parte del gerarca Dongo che lo diffida anche a lasciare Novara.

Marzo 1944: Corrado Bonfantini viene ferito dalla Polizia in piazza Carignano; trasportato all’Ospedale, pur essendo in gravi condizioni, riesce a fuggire.

Nel CMRP, il posto di Bonfantini, in rappresentanza del partito socialista, lo assume Piero Garlando, impiegato di banca; il Garlando viene arrestato il 27 marzo dalla

polizia fascista e sul suo taccuino

trovano i dati di nascita dei membri del CMRP e in particolare la data del 31 marzo e il luogo d’incontro (piazza Duomo) dei membri stessi; il prof. Fornara ricorda in un suo scritto che in questura, Piero Garlando “confessa ciò che sa, tra l’altro l’indirizzo di Biglieri”.

Nel pomeriggio dello stesso 27 marzo, Biglieri viene arrestato nell’alloggio di corso Belgio a Torino.

I primi mesi del 1944 sono drammatici per il CMRP: il Col. Ratti cade nelle mani dei fascisti il 9 gennaio; il maggiore Pezzetti è ucciso in febbraio; l’avv. Guglielminetti, democristiano, Ogliaro e Acciarini, socialisti, vengono catturati e deportati a Mauthausen

dove perdono la vita; Giachino Enrico (“Erik”), organizzatore delle SAP torinesi, viene catturato il 14 marzo; l’avv. Verdone, liberale, viene arrestato il 26 marzo e Quinto Bevilacqua, segretario della federazione socialista di Torino, segue la stessa sorte il 27 marzo, così come Girando e Leporati, ispettori del CMRP, e Montano, arrestati il 29 marzo.

L’Agenzia Stefani annuncia che il 31 marzo, nel Duomo di San Giovanni a Torino,

“a seguito di una brillante e rapida azione degli organi della Polizia Repubblicana”,

vengono arrestati il gen. Giuseppe Perotti, Silvio Geuna, Eusebio Giambone, Valdo Fusi, Cornelio Brusio, Paolo Braccini, Franco Balbis, Luigi Chignoli. È lo stesso Mussolini ad ordinare ai giudici del tribunale speciale un “processo esemplare e per direttissima”.

Il processo

Il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato dà inizio al processo il 2 aprile. Il dibattito dura soli due giorni, il 2 e 3 aprile, nonostante gli interventi brillanti ed appassionati degli avvocati difensori e le scarse e di dubbio valore prove a carico, il Pubblico Ministero chiee, come da ordine di Mussolini che venga pronunciata “una sentenza implacabile, una sentenza che abbia l’effetto di scoraggiare pesantemente ogni futura attività cospirativa”.

E la sentenza è “implacabile” per otto imputati. Vengono “condannati a morte mediante fucilazione alla schiena”:

Perotti, Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini, Giachino, Giambone, Montano. Vengo-

no condannati all’ergastolo: Garlando, Geuna, Girando, Leporati.

Viene condannato a 2 anni di reclusione: Brusio. Vengono assolti per insufficienza di prove: Fusi e Chignoli.

Alle “Nuove” nella giornata del 4 aprile, Giulio Biglieri scrive alcune lettere (ai genitori, alle sorelle, agli amici); Valdo Fusi, ricordandole al prof. Fornara, osserva:

“Chi legga e rilegga le lettere dal carcere di Giulio Biglieri saprà trovarvi aiuti inestimabili alla propria vita spirituale”.

La sentenza di condanna a morte viene eseguita il 5 aprile 1944 al Poligono di Tiro del Martinetto.

È un’alba squallida, grigia; i condannati a morte debbono sopportare ancora alcune noiose formalità imposte dalla burocrazia. Sono le 7 quando i condannati vengono fatti sedere e legati.

Alle 7,30 il comandante del plotone d’esecuzione ordina: «puntate!».

Il gen. Perotti grida «Viva l’Italia libera»; il suo grido viene ripetuto dai sette compagni di lotta e di martirio.

Un missionario della Consolata che ha assistito, nelle ultime ore, i condannati a morte, testimonia del loro magnifico comportamento. Lo stesso missionario ricorda pure l’incapacità a sparare dimostrata dai militi della GNR tanto da costringerli a “parecchi colpi di grazia”.

Motivazione della Medaglia d’Argento

al V.M. al Capitano Giulio Biglieri

“Valoroso combattente e abile organizzatore della Resistenza. Catturato per tale attività e poi rilasciato con la clausola della vigilanza speciale, riprendeva la sua opera per la libertà. Arrestato con i membri del Comitato Militare del CVL piemontese, cadeva dinanzi al plotone di esecuzione con la fierezza del soldato che sa di morire per un superiore ideale”.

Torino, 8 settembre 1943 – 5 aprile 1944.

(Tratto dal sito dell’ANPI Provinciale

di Novara [www.novara.anpi.it]

Luigi Marino – Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Luigi Marino

La località russa ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi naziste: fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Durante l’occupazione tra il 1941 e il 1943 uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 cittadini

Si è svolta a Brjansk il 17 e 18 novembre scorso la XI Conferenza internazionale sul tema del rapporto tra “Il cittadino e lo Stato nella nuova realtà” sotto l’egida della Duma regionale, della locale Filiale dell’Accademia di Russia di economia nazionale e dell’Associazione “Znanie”. Due giorni di intensissimo dibattito nel quale sono intervenuti ed hanno preso la parola più di cento tra accademici, professori e docenti di varie Università ed Istituti Scientifici non solo della Federazione Russa, nonché studenti e studentesse dell’Accademia di Brjansk.

Vari i temi, di grande attualità, trattati nella discussione generale, nelle tavole rotonde e nei gruppi di lavoro: “Tradizione ed innovazione nell’amministrazione statale e locale”, “I rapporti giuridici tra il cittadino e lo Stato nella Russia attuale”, “I problemi della formazione nelle condizioni di multi-etnicità”, “Lo sviluppo delle risorse umane”, “Il capitale umano come risorsa per contrastare la corruzione”, “Il volontariato nella tutela di monumenti storici e culturali”, “Russia ed Europa: la ricerca di un effettivo dialogo nel nuovo contesto” e tanti altri di approfondimento delle diverse tematiche.

Nella seduta plenaria si è svolto l’intervento sui “Rapporti culturali attuali tra l’Italia e la Russia in occasione del 70° anniversario della fondazione dell’Associazione d’amicizia” tra i due Paesi con particolare riferimento, al di là di quelli ufficiali, ai rapporti nascenti dal “basso” per iniziativa delle Università, dei Centri scientifici e culturali, delle città italiane e russe gemellate.

Nel 1946, settanta anni fa infatti, subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, fu fondata in Italia da tante personalità della cultura di diverso orientamento ideologico, politico e religioso e da esponenti dei diversi partiti democratici l’Associazione per i rapporti culturali tra l’Italia e l’URSS in nome della pace, dell’amicizia e della collaborazione negli interessi comuni dei nostri popoli.

L’Associazione svolse un grande ruolo soprattutto quando ebbe ad infuriare la guerra fredda (e purtroppo se ne avvertono anche ora segnali!). Poeti, scrittori, scienziati, intellettuali collettivi ed individuali si mobilitarono in difesa della pace. Tra i tanti rappresentanti della cultura basti ricordare Renato Guttuso, Cesare Zavattini, Eduardo De Filippo, i registi De Sica e Visconti, gli scrittori Carlo Levi, Moravia e tanti ancora dei diversi campi della cultura scientifica ed umanistica.

Brjansk è una città russa della “gloria partigiana”. A un centinaio di chilometri dalla Bielorussia e dall’Ucraina, si trova non lontana da Kursk, città-eroe, ove ebbe luogo una battaglia decisiva, dal punto di vista strategico, per la vittoria contro l’armata tedesca. Ma a Brjansk, nei fitti boschi che la circondano, e nella provincia operarono per ostacolare rifornimenti e movimenti delle truppe naziste dapprima gruppi partigiani isolati, poi sempre più organizzati e coordinati. I partigiani costruirono nel più fitto della foresta di pioppi e betulle le zemljanke, i loro rifugi per più della metà sottoterra aventi come tetti tronchi di alberi ricoperti dalla tanta neve d’inverno e da foglie e da arbusti nelle altre stagioni. Solo entrando nelle zemljanke è possibile immaginare gli enormi sacrifici e sofferenze di chi scelse di combattere contro l’invasore lasciando case ed affetti.

Brjansk fu occupata dai tedeschi per ben due anni, ma la popolazione con immenso coraggio non esitò ad aiutare nel corso di tutto questo tempo chi aveva scelto la lotta partigiana. E qui l’occupante nazista usò tutta la sua ferocia per fare terra bruciata, radendo al suolo case, fabbriche, scuole, ospedali e tutto quanto vi fosse da distruggere, uccidendo ed impiccando uomini, donne, vecchi e fanciulli per rappresaglia.

Chatsun è la località ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi compiute dall’esercito nazista. Nel 70° anniversario del mostruoso crimine di guerra qui è sorto un Museo in memoria delle decine di migliaia di vittime della selvaggia repressione e dei 1.016 abitati della regione di Brjansk rasi completamente al suolo. A Chatsun si recano ogni anno moltissimi cittadini anche di altre località della Russia a rendere omaggio ai caduti e ai coraggiosi partigiani. Per vendicarsi dell’uccisione di tre tedeschi furono fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Nel periodo dell’occupazione tra il 1941 e il 1943 furono uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 inermi cittadini, deportati e ridotti in schiavitù 154.000 persone, i “sottouomini slavi”, furono distrutti più di mille villaggi e centri abitati esistenti nel territorio di Brjansk, che da sola ebbe 21.021 uccisi e 25.200 deportati. Questa strage immonda di Chatsun è stata per molto tempo pressoché ignorata, stanti le innumerevoli stragi nazifasciste compiute nei territori occupati dagli aggressori ed in particolare dall’esercito tedesco. Qui a Chatsun la mente è subito corsa al ricordo delle stragi nazifasciste avvenute in Italia, a quelle di S. Anna di Stazzema, di Marzabotto e a tutte quante le altre compiute in tante regioni anche del Sud.

Quella di Brjansk è gente forte, semplice ma determinata. Aiutò sino all’impossibile i fratelli partigiani inoltrandosi di notte nell’immensa foresta per recare loro cibo, medicinali, vestiario, coperte. Quanti di loro furono impiccati ed esposti come Cristi in croce dagli occupanti per terrorizzare la restante popolazione. Brjansk è stata anche, ma forse lo è ancora, terra degli starovery, dei vecchi credenti dalle rigorosissime regole di vita. I “vecchi credenti” lavorano molto seriamente, non hanno vizi, non bevono, non si corrompono. E Brjansk con la sua popolazione appare ancora così: pulita, ospitale secondo l’antica maniera russa, ordinata. Anche i rapporti tra docenti e studenti appaiono improntati a estrema semplicità e rispetto reciproco.

Nel programma culturale per i partecipanti alla Conferenza era inserita la visita, nel villaggio di Ovstug, alla casa-museo del famoso poeta e diplomatico Fedor Ivanovic Tjutcev, che visse anche a Torino. Il 28 novembre di quest’anno si sono compiuti 150 anni dalla sua più nota, ma anche la più breve delle poesie da lui scritte, che Tommaso Landolfi ha così voluto tradurre:

“La Russia non si intende con il senno

Né la misuri col comune metro

La Russia è fatta a modo suo

In essa si può credere soltanto”.

C’è sempre qualcosa della Russia che a noi occidentali sfugge alla comprensione e resta inspiegabile. E a Mosca di ritorno da Brjansk, nell’Aleksandrovskij sad, nel rendere omaggio al Milite Ignoto, uno dei 25 milioni di sovietici che persero la vita nella Grande Guerra Patriottica, ci si accorge che l’obelisco in granito grigio finlandese, a pochi metri dalle mura del Cremlino, eretto nel 1914 in onore dei Romanov, ma che dopo la Rivoluzione d’Ottobre fu dedicato ai pensatori socialisti ed ai combattenti per la liberazione delle classi lavoratrici ha subito l’oltraggio della storia con la cancellazione di tutti i nomi dei grandi rivoluzionari del passato. Fu il primo monumento del nuovo Stato socialista e recava in ordine i nomi di K. Marx, F. Engels, Liebknecht, Lassalle, Bebel, T. Campanella, J. Meslier, Winstnley, T. Moro, Saint-Simon, Vaillant, Fourier, J. Jaurès, Proudhon, Bakunin, Cernisevskij, Lavrov, Michajlovskij, Plechanov.

Non si sarebbe avuto il secondo assalto al cielo con l’Ottobre del 1917 senza il loro pensiero rivoluzionario.

Nel 2013, nel 400° anniversario della dinastia Romanov, a differenza della Francia che non ha mai dimenticato il 14 luglio, la Russia ha voluto inspiegabilmente cancellare forse la più bella testimonianza della propria Rivoluzione, che è stata la grande speranza di tanta parte dell’umanità.

Luigi Marino, del Comitato nazionale dell’ANPI

A Silvia

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4 Agosto 1944 La Brigata Sinigaglia entra a Firenze

A “Silva”

Il Partigiano Francesco Zaltron "Silva"

vive ancora oggi nel ricordo.

“Viola” con il Bren dietro ad un masso
Giove lì vicino con la sua pistola
Rino “il folletto”, Carli e il siciliano
tutti e tre imbottiti
con le bombe a mano
Silva non può morire
Silva non può cadere
di tutti noi è il migliore
soli sarà la fine
ahi Maria!
corri lungo la contrada
in casa c’è chi prega
fuori c’è chi spara
Dietro a quella curva
arriva come una saetta
furgone bestia nera
carico di fretta
si alza la polvere
la polvere contro il vento
parte il primo sparo
urla di lamento
Il convoglio arresta
Silva prova a scappare
ma incappucciato cade
alzati o sarà la fine
al buio del suo sguardo
l’ultima primavera
un colpo di pistola
e già si è fatta sera
Silva non può morire
Silva non può cadere
di tutti noi è il migliore
soli sarà la fine
ahi Maria!
piange tutta la contrada
in casa c’è chi prega
fuori c’è chi spara
Aria di primavera
in questa terra di frontiera
dove la resistenza
alza la sua bandiera
Silva non può cadere
Silva non può morire
per lui non c’è una fine

Mario Luzi – “Soldato”:

Mario Luzi
“Soldato”:
“Sono tempi che inquietano i testimoni,
i martiri.
L’errore cresciuto sull’errore
S’eresse a mio calvario,
diventò mia croce.
Servii, feci quel che stava in me.
Più d’una volta fui bene avvisato,
scrutai lo stare all’erta dei guardiani,
presi cuore, mi strinsi contro i muri,
strisciai, misi piede nei granili,
detti pane.
Fu poca cosa; poca
per non morire indegni, meno ancora
per vivere da uomini e uscir fuori dal
bando.
Ma fui certo che il bosco
Non è senza via d’uscita.
Di più non era opera mia soltanto.”

Sergio Endrigo – Anch’io ti ricorderò

Sergio Endrigo

Anch’io ti ricorderò

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Era mezzogiorno e prigioniero
Aspettavi che si fermasse il mondo
Fuori cera il sole e caldi odori
E parole antiche di soldati
Forse vedevi la tua gente
Cuba viva sotto il sole
La sierra che ti ha visto vincitore
Addio addio
Chi mai ti scorderà
Addio addio
Anchio ti ricorderò
*
Era mezzogiorno in piena notte
E gli uomini di buona volontà
Tutti si guardarono negli occhi
Poi ognuno andò per la sua strada
E troppo tardi per partire
Troppo tardi per morire
Siamo troppo grassi comandante
Addio addio
Chi mai ti scorderà
Addio addio
Anchio ti ricorderò
*
Era mezzogiorno e tu non ceri
Un bambino piangeva nel silenzio
Fuori cera il sole e caldi odori
E parole antiche di soldati
Oggi ti ricorda la tua gente
Cuba viva sotto il sole
La sierra che ti ha visto vincitore
Addio addio
Chi mai ti scorderà
Addio addio
Anchio ti ricorderò

Nella Mascagni – Per anni ho avuto l’incubo delle torture in quelle celle

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Testimonianze

La testimonianza di Nella Mascagni, ex deportata nel Lager

Per anni ho avuto l’incubo delle torture in quelle celle

Quelle esperienze non si dimenticano, rivivono incessantemente in noi in ogni particolare, addirittura in ogni sfumatura. Si è ucciso, ma non si è ucciso sistematicamente al campo di Bolzano. Era un campo di passaggio, la merce umana era destinata a centri di scientifica criminalità ben più perfezionati nelle tecniche di utilizzazione del corpo umano, vivo o morto. Ma la fame più nera era fame anche qui, le torture a coloro che erano ritenuti più pericolosi o in grado di far conoscere notizie preziose per i nazisti, anche qui erano torture, efferate, indicibili.

Mi viene a mente una poesia che Mario Tobino ha dedicato all’eroico Mario Pasi, giunto all’impiccagione, forse già morto per le feroci torture, il 10 marzo 1945 a Belluno: «Lo impiccarono -, dice Tobino, – dopo sevizie che non ho piacere si sappiano».

Erano le sevizie che avevano fatto scrivere a Pasi, in un pezzo di carta che si conserva, «Compagni mandatemi del veleno, non resisto più». Anch’io non ho piacere che si sappiano quelle sevizie, non voglio ripeterle. Io sono stata solo picchiata, tante volte. Ma ricordo i compagni e le compagne delle celle che tornavano da interrogatori al corpo d’armata sfiniti, tumefatti, incapaci di aprire bocca, persino di gemere.

E ricordo la paura infinita, incontrollabile, paralizzante, troppo favorevolmente alimentata dallo stato di prostrazione totale, nient’altro che la conseguenza della fame. Una paura che si esaltava di una terribile componente psicologica: la imprevedibilità di quel che poteva avvenire, delle reazioni dei nostri aguzzini, capaci di divertirsi con le trovate estemporanee, le più impensate. Come non ricordare l’inventiva del maggiore Schiffer, capo della Gestapo, pronto a offrire una sigaretta, a fare un, complimento, a pestare dl botte, a ordinare la tortura? Come non avere davanti agli occhi il biondo alto Stimpfl, SS aggregato alla Gestapo, la cui ferocia ben è ricordata dal nostro caro Luigi Emer, il comandante "Avio"? Impossibile far uscire di mente i due criminali Otto e Mischa, i quali agivano come padroni di vita e di morte sui confinati nel blocco delle celle. Rientravano di notte in preda agli effetti allucinanti dell’alcool, e per tutti noi erano incubi indicibili; poteva toccare ad ognuno di conoscere la loro violenza che si affidava al massiccio bastone o al nerbo di bue;

Erano giovanissimi, Otto e Mischa, esseri asociali reclutati da precoci esperienze di perversione. Agivano di loro prevalente iniziativa, o erano facile strumento in mano di volontà più raffinatamente perverse? Come rispondere a domande di questo tipo, che allora, nello stato di angoscia in cui ci trovavamo, neppure ci si dava il caso di porre.

Certo la criminalità non si esauriva nei due bestiali guardiani del blocco celle. E sufficiente che io ricordi un episodio tra i tanti che mi si affollano nella mente: l’incontro sconvolgente che feci con Tea Palman di Trecchiana, in provincia di Belluno. Io ero stata trasferita nella sua cella il giorno dopo che Tea era rientrata al campo dopo alcuni giorni di permanenza nei sotterranei del corpo d’armata: lunghi interrogatori e torture l’avevano ridotta in condizioni disperate; il suo corpo era stato martoriato dalle percosse. Feci del mio meglio per alleviare, più con il conforto che con altro, le sue sofferenze. Divenimmo amiche, ci confidammo le nostre esperienze di lotta.

E come non ricordare le tristi condizioni di Quintino Corradini. Era stato ferito in uno scontro a fuoco a Molina di Fiemme. Soffriva indicibilmente per una gamba rotta. Era riuscito a fasciarla alla meglio. Null’altro era possibile per Quintino. Mi adoperai per giorni e giorni a sorreggerlo nei brevi periodi quotidiani di uscita all’aria aperta, ad aiutarlo come mi era possibile. "Fagioli" -  questo il suo nome di battaglia – denuncia ancor oggi i segni di quelle ferite che si dovevano rimarginare solo per la giovane età.

Avevo saputo che nel blocco celle qualche tempo prima del mio arrivo erano state uccise con getti d’acqua gelata (in pieno inverno) e con sevizie d’ogni genere madre e figlia ebree, di nome Voghera. Il giorno di Pasqua veniva finito con fredda ferocia un giovane friulano, Bortolo Pissuti, a cui Egidio Meneghetti doveva dedicare versi commossi: «No voi morir, no voi morir», aveva implorato per tre giorni Bortolo, «tri giorni l’à ciamado la so mama». Così ricorda il compagno dl campo Meneghetti, che la notte di Pasqua rammenta di aver udito «un sigo stofegado in rantolar» . «L’è Pasqua. De matina. E lu l’è en tera longo, tirado, duro come el giasso, ocio sbarado nella facia nera, nuda la pansa, co la carne in basso ingrumà de sangue rosegà. Nela pace de Pasqua tase tuti. Imobili, e nela cela nera tase el pianto del Bortolo Pissuti».

Così, Egidio Meneghetti, che mi ha voluto bene come una figlia, al quale sono rimasta unita ed affezionata come ad un padre.

Ricordo Dal Fabbro e Gilardi, sottoposti a torture che ancora una volta non voglio dire perché non ho piacere che si sappiano, Ada Buffulini, sempre calma, con tutti prodiga di cure; colui che doveva essere mio suocero che stava per essere ucciso perché nella indicibile confusione degli ultimi tempi era stato scambiato per l’uomo che doveva divenire a guerra finita mio marito. Ed ancora Senio Visentin, tanto forte di carattere, che avevo conosciuto, così volitivo nel comportamento di resistente; don Daniele Longhi, sereno al punto di saper pronunciare un pacato e rassicurante discorso da buon pastore il giorno in cui ci fecero ammassare dinanzi al blocco con le mitragliatrici puntate, e noi aspettavamo, senza più connettere, il momento fatale.

Ed "Avio": nel corso di un’azione in Val di Fiemme era stato gravemente ferito, catturato, torturato. Avevano infierito nelle piaghe aperte del suo corpo, che doveva conservare la dura impronta della menomazione. Enrico Pedrotti, l’indimenticabile "Marco", composto e dignitoso, senza mai un cedimento. Longon non l’ho conosciuto. Sono entrata in campo dopo la sua uccisione, avvenuta il 31 dicembre 1944 nelle celle della Gestapo al corpo d’armata; e ancora Mario Leoni, Aldo Pantozzi, l’avvocato Loew.

Le mie impressioni, i miei ricordi sono carichi di tensione. L’angoscia e il terrore, che ho patito al campo, al blocco celle, sono stati duri, lancinanti. Questi ricordi si devono far conoscere soprattutto alle giovani generazioni. Non si deve dimenticare.

Non sono controllata e distaccata come Ada Buffulini. Per anni ho avuto incubi notturni di SS, di facce feroci della Gestapo, di maggiori Schiffer che bastonavano mentre le segretarie indifferenti fumavano. Non è stato possibile. Quando la mia mente va all’una o all’altra cella da me abitata, sento l’incubo indicibile del tre metri per uno e mezzo, quanto approssimativamente era la loro paurosa ristrettezza. Non potersi muovere, rimanere per ore e ore, di giorno, di notte, costretta in uno squallido giaciglio, col pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere il giorno dopo, da un momento all’altro, con l’angoscia per le sofferenze di mia madre, di mio padre. Nel 1944 mi avevano presa e rinchiusa nelle carceri di Trento: ero stata certo male, avevo avuto paura, ma non ho conosciuto, nemmeno lontanamente, il clima allucinante del blocco celle.

Perché ho accettato di dire nella più cruda semplicità, come si affollano nella mia mente, queste cose? Ne ho sentito una sorta di dovere morale. Ho sempre cercato di far sapere a quante più persone possibile, a quanti più giovani possibile, che cosa ci hanno dato il fascismo, il nazismo. Ho raccontato e racconto queste mie modeste, limitate ma intense esperienze perché so che come quelle di tutti coloro che hanno avuto la ventura di partecipare alla Resistenza, possono e debbono essere il supporto, la premessa, lo spunto per riflettere, per ragionare su quegli eventi; intenderne il significato, per capire le forze che allora si sono misurate, le forze della barbarie" della disumanità, del terrore scientificamente promosso, al servizio di interessi esattamente costituiti; ma di contro a queste le forze, le classi, i movimenti politici, ideali, religiosi, che hanno saputo tenere alto il senso della vita, hanno fatto proprio il concetto dell’uomo che è uguale al suo simile, che costruisce il proprio destino nella esaltazione dei valori creativi, nei valori della libertà, della cultura, della ricerca al servizio dell’umanità.

Nella Mascagni