Antonio Roasio

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bandierarossa

I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

ANTONIO ROASIO

Antonio Roasio è nato a Vercelli nel 1902. Operaio tessile, milita fin da giovanissimo nelle file dei giovani socialisti, passando nel 1921 alla Fgci. Ha partecipato attivamente alla prima resistenza contro le squadre fasciste, per cui fu arrestato già nel 1922. In seguitò espatriò in Francia e in Urss, dove frequentò la scuola leninista internazionale. Ha preso parte alla guerra civile spagnola, ed è stato poi responsabile dell’Ufficio Quadri del Pci e, dal 1940 al 1943, membro dell’Ufficio estero.

Durante la Resistenza entrò a far parte del comando generale delle Brigate Garibaldi, assumendo, nell’estate del 1944, la direzione del triumvirato insurrezionale della Toscana, che mantenne fino alla Liberazione di Firenze. Eletto deputato e poi senatore, ha ricoperto, nel secondo dopoguerra, importanti cariche di partito.

Arrivai a Milano il 3 gennaio del 1943. Con l’arrivo mio e di Negarville, con Massola e Roveda abbiamo costituito il Centro interno del partito; direi che dopo il ’31 era la prima volta che riuscivamo a ricostituire un centro interno per la direzione collegiale del partito in Italia. Ci distribuimmo i compiti: Massola Piemonte e Liguria; Negarville e Roveda la Lombardia; io mi trasferii a Bologna col compito di prenderei contatti, dirigere, allargare la struttura organizzativa, nelle regioni Emilia, dove abitavo, Veneto e Toscana.

Da Bologna io facevo due viaggi mensili sia nel Veneto sia in Toscana. In Toscana all’inizio avevamo soltanto alcuni contatti con alcuni gruppi specialmente a Pisa, attraverso Concetto Marchesi, e attraverso di lui con alcuni altri gruppi di compagni di Firenze. Decidemmo allora di rafforzare la struttura illegale del partito con l’invio di due funzionari nel Veneto, dove non avevamo funzionari, e due funzionari in Toscana. Questi funzionari erano Roncagli di Bologna, che poi a Firenze si chiamava Pietro, e Cugini che era un collaboratore di Roncagli, a Reggio Emilia; due vecchi compagni.

Dal marzo del ’43, due o tre volte al mese andavo in Toscana, avendo contatti con i due funzionarie con alcuni dirigenti locali che conoscevamo, come Montelatici, Manzoni, Rossi, cioè con alcuni compagni che si trovavano già a Firenze. Riuscimmo così, attraverso questa impostazione, ad allargare il partito, a rafforzarlo numericamente, a creare nuove organizzazioni, a centralizzare il lavoro in tutte le province della Toscana fino a Massa Carrara, fino a Pisa, Lucca, Livorno, Siena, Arezzo. Feci questo lavoro mensile in Toscana fino al Marzo del ’44 riuscendo a creare

una struttura organizzativa abbastanza solida che a dato i suoi risultati sia negli scioperi sia in altre iniziative

Nel marzo del ’44 lasciai l’Emilia. Erano ormai 14 m che vivevo in questo paese e quindi poteva essere pericoloso restare lì. Mi spostai quindi a Milano, dove dovevo lavorare a fianco di Longo per il lavoro militare e a fianco di Secchia per il lavoro politico, cioè collaboravo con la direzione centrale.

Quando ai primi di giugno del 1944 cadde Roma, la guerra aveva assunto un carattere particolare; la direzione del partito, appunto, discutendo di questo problema, cioè dell’andamento della guerra e delle possibilità nostre dl lavoro, decise che bisognava rafforzare il lavoro in Toscana, perché pensavamo che oramai i Tedeschi avrebbero fatto una ritirata lenta, ma normale, lasciando anche Firenze, oppure arrivando a Firenze, perché da Roma a Firenze non ci sono grandi possibilità di resistenza in una guerra moderna, che è motorizzata. Però pensavamo anche che sarebbe stata una ritirata sì lenta, ma non lenta come fu realmente; perché per gli alleati il fronte italiano era un fronte secondario che serviva a tenere impegnati i Tedeschi, i fronti principali erano all’est, dall’Unione Sovietica verso Berlino, all’ovest da Parigi verso il Belgio e verso la Germania. L’italiano era un fronte che doveva durare per impegnare delle divisioni tedesche e quindi facilitare le offensive fondamentali.

Quando la direzione fece questo esame della situazione, diede anche una valutazione un pò pessimistica e critica su come era avvenuta la liberazione di Roma, sul senso dell’intervento dei patrioti. La liberazione di Roma era stata una grande festa con grandi applausi, baci, fiori, caramelle, ma, senza nessuna azione militare. Demmo una valutazione critica perché non corrispondeva all’impostazione che noi del centro avevamo di una lotta vera per la liberazione delle città, basata sulla creazione del triumvirato insurrezionale che era un organismo di partito non unitario per spingere e far sì che la liberazione della città non fosse soltanto opera delle truppe alleate ma essenzialmente frutto dell’intervento combattivo delle forze della Resistenza, partigiani, GAP e anche le SAP.

La direzione del partito decise allora di mandarmi a Firenze perché ero l’unico dei membri della Direzione che conosceva questa regione, perché avevo fatto dei viaggi, perché conoscevo tutti i compagni, non soltanto i funzionari ma decine e decine di dirigenti locali, sia militari, sia politici. Compito mio era dirigere questi ultimi mesi di lavoro, dare spinta alla lotta partigiana e preparare a Firenze la liberazione popolare, la liberazione della città con le forze popolari; cioè dare un’impostazione vera di partecipazione della Resistenza all’insurrezione, alla liberazione della città. In fondo il fronte centrale per i tedeschi e anche il fronte principale dopo Roma è Firenze, una grande città, ed era una città che aveva un funzione nazionale, poteva essere un segnale per tutte le altre città.

Arrivai a Firenze verso il 10 di giugno e presi subito i contatti coni compagni. Non avevo bisogno di pratica perché conoscevo tutti, stabilii i contatti attraverso Gaiani, per il lavoro militare, e con Saccenti, Montelatici, Barbieri, Rossi, Fabiani, Mazzoni che già avevo conosciuto, e altri compagni come Bitossi, che abbiamo mandato poi un pò a Pisa. La mia casa illegale era a Porta Romana, a casa del Prof. Bettarini, e sono rimasto lì fino al 20 di agosto.

A contatto con questi compagni partecipavo, alle riunioni della Segreteria, del Comitato Federale, e avevo contatti personali coni dirigenti del CNL, i dirigenti militari. Come membro della Direzione, come membro del Comando Generale delle Brigate Garibaldi e come partito svolgevo un lavoro di direzione, di contatto e di lavoro collettivo in tutti questi settori. Il triumvirato insurrezionale era formato da Roncagli, da Gaiani e Rossi; Rossi che era stato a Bologna verso il mese di giugno, tornò in Toscana perché si prevedeva che la città cadesse e essendo il compagno più qualificato e più noto secondo noi era bene che si trovasse nella sua città.

Venendo al momento della liberazione si deve dire che tutti gli ultimi quindici giorni erano già di preparazione; anche se l’avanzata era lenta, si pensava che ormai si fosse vicini alla battaglia, alla liberazione.

Dopo le retate del giugno i GAP li avevamo mandati in montagna, infatti quando si liberò la Città i GAP quasi non esistevano a Firenze, se non per qualche gruppo isolato.

Diamo dato disposizione di unificare le tre Brigate che esistevano in montagna nella Divisione Arno, che poi diventò la Divisione Potente, proprio per avere un comando unico per stabilire uno spostamento verso la città, con l’ordine di avvicinarsi, cioè di non lasciarsi passare davanti gli alleati, ma di ritirarsi verso Firenze, formando il fronte fra Alleati e Tedeschi, perché se venivano sorpassati dagli Alleati, sarebbero stati disarmati e non avrebbero potuto partecipare alla liberazione. Quindi demmo disposizioni di avvicinare le Brigate verso Firenze e, mancando i GAP, per avere un punto di forza, abbiamo deciso che una Brigata mandasse 200 o 220 partigiani a Firenze. Questi arrivarono a Firenze verso la fine di luglio, e vennero sistemati in case diroccate in periferia dove le donne gli portavano da mangiare. Rimasero nascosti più di dieci giorni, fino all’11 di agosto, perché erano proprio nella città. Le altre brigate erano vicine.

Quando i tedeschi, per motivi bellici, decisero di isolare il rione Oltrarno dalla città di Firenze — mi pare il giorno 2 agosto — io rimasi staccato dalla maggioranza dei compagni dirigenti del lavoro politico e militare di Firenze, perciò presi contatti con i dirigenti politici e militari del rione, ricordo ancora il comp. Cesare Dami, Frizzi, Molli, Bonistalli ed altri, con i quali coordinai quale doveva essere la nostra azione in quei giorni caldi e come fare agire le squadre di azione per garantire il successo dell’insurrezione popolare.

La notte del 3-4 agosto per i cittadini del rione Oltrarno è stata una lunga notte di violenza e di terrore. La retroguardia delle truppe tedesche — unità corazzate S.S. –piene di rabbia per la ritirata, e di alcool ingoiato con il saccheggio dei bar e delle case private, crearono un clima di terrore con sparatorie e tentativi di sfondare i portoni delle case per completare la loro opera di saccheggio. Ricordo che nella casa del Prof. Bettarini si erano concentrate una decina di persone, in maggioranza donne e bambini; erano terrorizzate e cercavano aiuto e conforto. Per fortuna la porta della casa, robusta e ben sbarrata, non cedette ai colpi dei tedeschi e tutto si risolse bene. In quel momento io già pensavo di allontanarmi dalla casa attraverso i giardini di Boboli — una finestra della casa del Prof. Bettarini dava sui giardini — dove erano concentrate diverse squadre di azione in attesa di ordini. Verso le 4.30 o le 5 del mattino, le

truppe tedesche già si era ritirata oltre il fiume Arno, mi sentirono i boati dei ponti sull’Arno distrutti dai tedeschi in ritirata. Non è male ricordare che il tentativo dei partigianí di rendere innocue le mine piazzate dai tedeschi per salvare i ponti non riuscì per la forte vigilanza delle troppe ed in questo tentativo ci furono morti e feriti tra i partigiani.

In quel momento, alcune squadre di sappistí, per decisione del comando della prima zona erano già passate all’azione, avevano preso contatti con le retroguardie tedesche e svolgevano le prime azioni di molestia verso i tedeschi in ritirata e snidavano gruppi di franchi tiratori appostati sui tetti delle case, nei pressi dell’Arno.

Alle sei del mattino la casa del fascio di Porta Romana, occupata dai partigiani era diventata la sede del Comando I” Zona S.A.P. — piano terreno — e della Sezione dei P.C.I. di Porta Romana — primo piano —. Due bandiere una tricolore l’altra rossa sventolavano dal balcone, simbolo della liberazione popolare del rione.

Dopo circa mezz’ora fece capolino a Porta Romana una pattuglia di uomini armati delle forze alleate, la quale visto il movimento popolare che esisteva nella piazza, compresero che i tedeschi si erano ritirati e si allontanarono senza dire parola. Solo verso le otto, otto e trenta arrivarono le truppe alleate, diversi automezzi carichi di truppa, ma anche molti giornalisti, fotoreporters e cine-operatori, ed alcuni carri armati che si fermarono a Porta Romana.

Come è comprensibile, in un attimo, Porta Romana si riempì di popolo, di cittadini, i quali esprimevano la loro gioia per la definitiva liberazione della città, liberati anche dal timore di un possibile ritorno dei tedeschi. In quel momento, io, memore del comizio volante che avevo fatto con il compagno Roveda a Piazza del Duomo di Milano il 26 luglio 1943, decisi di salire su un carro armato per rivolgermi alla popolazione. Subito si fece silenzio, ed io potei salutare a nome del CLN la liberazione della città, invitai la popolazione a stringersi attorno ai partigiani che combattevano, a essere vigilante contro i nemici e portare avanti la lotta per la liberazione totale di Firenze e dell’Italia. La chiacchierata durò pochi minuti, perché, con gli applausi, l’ufficiale del carro armato si accorse che io tenevo un comizio, mi prese per le gambe trascinandomi giù dal carro armato, minacciando di arrestarmi.

Ricordo che quando scesi dal carro armato, un signore, credo il Prof. Furno — si avvicinò chiedendomi chi mi aveva autorizzato a parlare a nome del C.L.N., di cui lui faceva parte, senza avermi mai visto, gli risposi che doveva ringraziarmi se avevo parlato anche del C.L.N. e non solo del Partito Comunista, del quale ero uno dei dirigenti.

In quella stessa mattinata il Comando Alleato prese contatti con il Comando della I° Zona SAP, e con i dirigenti politici del rione, per avere informazioni sulla situazione militare e politica, dove si trovavano i tedeschi, come avrebbero potuto sistemare i loro servizi e infine ci fecero osservare che a Firenze il calore della popolazione verso di loro era piuttosto contenuto, lamentarono il fatto che sulle mura della città ci fossero molte scritte inneggianti alla Armata Rossa, all’Unione Sovietica e pochine rivolte agli Alleati che combattevano sul nostro suolo, e conclusero affermando che l’atmosfera di Firenze non assomigliava a quella che avevano incontrato a Napoli, Roma ed in altre città dell’Italia meridionale.

Gli rispondemmo che in Toscana, per la sua tradizione democratica e socialista, per la forza del movimento operaio e popolare, la coscienza dei lavoratori era più elevata di quella dei lavoratori poveri del mezzogiorno; inoltre in Toscana, in quei dieci mesi, si era sviluppato un forte movimento partigiano, i lavoratori da mesi conducevano, con le loro forze, una lotta accanita contro i tedeschi occupanti ed i fascisti, e quindi era maturata la coscienza della loro funzione nazionale, come gli artefici della nuova Italia che doveva sorgere dal fascismo. Le scritte sui muri dimostravano solo la maturità politica dei cittadini di Firenze.

Nel pomeriggio incominciarono ad arrivare a Porta Romana i partigiani della divisione « Arno », un migliaio di uomini. Vennero accolti da una festosa manifestazione popolare di solidarietà e di affetto da parte della popolazione, manifestazione che terminò a Porta Romana con un comizio che tenni io, di saluto, di ringraziamento per le battaglie che avevano combattute e per quelle da combattere, di unità e di disciplina con la popolazione tutta.

L’arrivo delle truppe alleate nel rione d’Oltrarno creò una serie di difficoltà, una mole di problemi politici e militari ai partigiani, alle forze democratiche nel loro insieme inimmaginabili. Infatti fin dal primo giorno del suo arrivo il Comando Alleato emanò una serie di disposizioni che limitavano la libertà democratica dei partigiani e dei cittadini tutti. Sancivano, con le loro disposizioni, il divieto di qualsiasi manifestazione popolare, la circolazione per le strade di uomini armati, ogni manifestazione di violenza contro altri cittadini — i fascisti — e incominciava la caccia ai fazzoletti rossi, mentre i tedeschi sparavano dal tetti ed erano trincerati a poche centinaia di metri.

Dal carattere antipopolare e antidemocratico di queste disposizioni se ne ebbe la dimostrazione il giorno dopo -5 agosto — quando due compagne — la sorella dell’eroe Fanciullacci ed un’altra — vennero arrestate dalle truppe alleate perché avevano rapato una ausiliaria fascista. Una delegazione di donne, capeggiata dalla comp. Ermini, si recava dal Comando Alleato per chiedere la liberazione delle due patriote, richiesta che veniva respinta. Le compagne risposero che se la loro richiesta non veniva accolta entro la giornata, in serata, migliaia di donne si sarebbero radunate di fronte al Comando, per ottenere, ad ogni costo, la liberazione delle due donne.

Della cosa si interessò anche il compagno Potente, comandante della Divisione partigiana « Arno », il quale mise in guardia il Comando Alleato dal prendere misure repressive, perché i patrioti fiorentini non avevano intenzione di subire rappresaglie da nessuna parte, ché la libertà se l’erano conquistata con la loro lotta, e dal sottovalutare la minaccia delle donne d’Oltrarno. In questo caso prevalse, tra gli Alleati, il buon senso e le due compagne vennero liberate dopo poche ore.

Questo fatto, le voci che circolavano tra i partigiani -radio fante funzionava — sulla volontà del Comando Alleato di sciogliere i distaccamenti partigiani, e di chiedere la consegna delle armi, avevano surriscaldato gli animi dei partigiani e creato una situazione pesante, critica per il movimento democratico. Il giorno dopo, la fine di tensione

tra partigiani ed alleati subì ancora una nuova stretta. Verso le ore 12 il Comandante Gracco della Brigata Sinigaglia schierò tutti gli uomini con il mitra e fucili in spalla, con fazzoletto rosso al collo, con le bandiere rosse in testa ed al canto di inni rivoluzionari, attraversava il rione popolare per portare i partigiani alla mensa per il pasto.

Ricordo quel momento, perché mi trovavo con il comandante Potente alla mensa in attesa dei partigiani. Ricordo la faccia rossa di rabbia di Potente nel vedere la Brigata così schierata, si avvicinò al comandante Gracco e gli disse, con calma: « caro Gracco, anch’io voglio bene alla bandiera rossa, proprio per questo non la uso per atti che possono danneggiare la nostra causa, e apparire come atti provocatori, e creare motivi di incidenti con gli alleati ». Il comandante Potente in quei giorni aveva l’incarico di trattare con il Comando Alleato per fare ritirare le disposizioni ingiuste verso i partigiani, quando a poche centinaia di metri si trovavano le truppe tedesche e di fronte ai partigiani fiorentini incombeva ancora il compito di combattere per liberare la loro città.

Il pomeriggio di quel giorno venne completamente utilizzato per una serie di riunioni con i partigiani, con le S.A.P., con i patrioti per convincerli che in quel momento erano inutili e dannosi gli atti di forza; se fossero stati necessari, si sarebbero presi la responsabilità i comandanti che li avevano comandati in quei lunghi mesi di lotta contro í tedeschi ed i fascisti; che bisognava avere fiducia negli uomini incaricati di discutere con il Comando Alleato sulla utilizzazione delle forze partigiane, che la nostra posizione era chiara, volevamo continuare a combattere, che non avremmo mai ceduto le armi, che ci eravamo conquistate durante i lunghi mesi di lotta in montagna; che l’obbiettivo del movimento partigiano era di lottare contro gli stranieri che occupavano il nostro paese fino alla loro cacciata da Firenze, dall’Italia, fino alla completa liberazione del nostro paese.

La discussione si svolse con un ampio dibattito; le tesi contrarie non erano poche: « Quando nel settembre decidemmo di andare in montagna per combattere i fascisti, non abbiamo atteso gli ordini e nemmeno chiesto il parere degli alleati; noi siamo italiani, combattiamo la nostra

guerra, che non è solo la guerra contro l’imperialismo tedesco ma anche contro il fascismo e le forze reazionarie del nostro paese, perché vogliamo costruire un’Italia nuova e democratica; non accettiamo ordini da forze estranee non italiane, anche se alleate, a casa nostra decidiamo noi della nostra sorte e non aspettiamo ordini, né da Londra né dall’America; le armi sono nostre, non le cederemo mai, vengano a prendersele se le vogliono », e numerosi altri argomenti di questo tenore che non era facile controbattere.

Infine prevalse il buon senso, la fiducia nei propri dirigenti, e ci volle tutto il prestigio militare del compagno Potente ed il rispetto verso il partito comunista che io in quel momento rappresentavo, per convincerli a muntenere la calma, a non compiere atti che potessero compromettere i rapporti tra di noi e gli Alleati, e essere sfruttati dal Comando Alleato per atti di forza.

I giorni 5-6-7 agosto furono quindi giorni di forte preoccupazione per i dirigenti del movimento partigiano e del Partito Comunista. Per la prima volta si presentavano di fronte a noi in modo acuto i profondi contrasti che dividevano il comando delle forze alleate dai dirigenti del movimento partigiano e democratico del nostro paese. Per gli alleati l’interesse era semplice, sconfiggere i tedeschi, avere una retrovia calma e docile ai loro voleri, poco importava se alla direzione delle amministrazioni locali veniva posto un ex-fascista oppure un democratico; per noi invece si trattava del futuro del nostro paese, sconfiggere le forze conservatrici e fasciste era decisivo se si volevano creare le condizioni per la rinascita in senso democratico del nostro paese.

In quei giorni la preoccupazione era, come avrebbero reagito gli alleati di fronte alla energica posizione dei partigiani? Prevalse infine il buon senso, anche gli Alleati pensarono quale sarebbe stata la reazione nel paese e nel mondo di fronte ad uno scontro armato tra i partigiani e le truppe delle forze alleate, mentre i tedeschi erano attestati a poche centinaia di metri al centro della città. Inoltre gli alleati in quel momento non dimostravano nessuna fretta nel prendere contatto con le truppe tedesche, ed i partigiani potevano servire per questo obbiettivo militare limitato.

Arrivati ad un accordo con il comando alleato sulla utilizzazione dei partigiani nella guerra contro i tedeschi, purché le loro azioni venissero coordinate con il comando, tutti gli altri problemi come il rifornimento in generi alimentari, delle munizioni, procurarci alcune mitragliatrici pesanti, furono facilmente risolti. I partigiani da quel momento vennero utilizzati per stabilire una linea di fronte sulla riva dell’Amo, per snidare i franchi tiratori che molestavano i movimenti delle truppe, per impedire azioni di infiltrazione da parte dei tedeschi.

E proprio in una di queste azioni, che il comandante Potente, mentre ispezionava le linee, venne colpito da una granata e, dopo poche ore di agonia moriva. Fu una grande perdita per il movimento partigiano fiorentino.

Il giorno 11 agosto iniziava la battaglia decisiva per scacciare definitivamente le truppe tedesche dalla città di Firenze, battaglia condotta esclusivamente dalle forze partigiane e S.A.P. e dai gruppi di patrioti che si organizzarono in quelle ultime giornate di lotta decisiva.

In questa battaglia, almeno nelle prime ore, l’urto principale venne sostenuto dai 200 partigiani della divisione « Arno » che da dieci giorni si trovavano nascosti in città, in case diroccate, in attesa di ordini.

La decisione di concentrare in città, per lo scontro decisivo, un numeroso gruppo di partigiani venne deciso dal Triumvirato Insurrezionale, proprio per avere a disposizione un gruppo di uomini decisi, preparati e ben armati — relativamente alle S.A.P. — per il momento decisivo. Come ho già detto, il comando della Divisione « Arno » aveva predisposto lo spostamento dalle montagne in città di questi uomini, che si infiltravano a piccoli gruppi, passavano l’Arno durante la notte e venivano accasermati in case diroccate, non abitate, alla periferia della città. Quando questa decisione venne presa, nessuno di noi pensava che la permanenza dei partigiani in città si sarebbe prolungata per una decina di giorni, giorni lunghi, pieni di preoccupazione per il timore che questi partigiani venissero scoperti ed attaccati dalle armate tedesche; inoltre bisognava pensare al loro rifornimento, cibo, acqua, medicinali, igiene ecc. in condizioni di coprifuoco. Ebbene questo compito rischioso e difficile, venne eseguito in maggior parte dalle nostre donne, dai Gruppi di Difesa della Donna, che si muovevano in tutte le ore del giorno e come salvacondotto avevano un bracciale della Croce Rossa, o una veste da infermiera.

Bisognava averle vissute, quelle ore, per provare ancora ora dopo molti anni un ricordo commosso. Quella mattina dell’11 agosto, nelle prime ore del mattino, accompagnato dal compagno Tagliaferri, riuscii ad attraversare l’Arno con una barchetta, ed arrivare in tempo per vedere tutta Firenze festosa al passaggio di quell’imponente gruppo di partigiani che occupavano la città. L’impressione provata dalla popolazione era immensa, perché tutti si aspettavano di vedere arrivare per prima quella potente armata degli Alleati che, da 8 giorni, si era attestata oltre l’Amo, e mai di vedere 200 partigiani, figli del popolo fiorentino, presenti in città per combattere l’invasore ed i fascisti.

La lotta per la liberazione di Firenze fu lunga e sanguinosa; i tedeschi opponevano una resistenza feroce, indietreggiavano lentamente cercando di colpire la città, di lasciare numerosi segni della loro civiltà, resistenza facilitata anche per l’atteggiamento passivo delle forze alleate nei primi giorni di lotta. La lotta per la liberazione di Firenze durò circa un mese, i tedeschi prima si attestarono sull’Arno, poi alla stazione centrale e sulla linea ferroviaria, poi sul Mugnone, infine fuori città. In questa battaglia numerose furono le perdite subite dai partigiani e dai patrioti, finché i tedeschi non furono allontanati dalla città. Firenze, tra le grandi città, fu certamente quella dove la guerra durò più a lungo, e più numerose furono le vittime tra la popolazione.

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