Nello Bernini

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I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

bandierarossa

NELLO BERNINI

Nello Bernini è nato a Firenze il 19 giugno 1916. A lavorato dal 1935 al 1944 come operaio metallurgico nelle officine Caproni a Milano, Piaggio a Pontedera e Galileo a Firenze. Si iscrive al PCI già nel 1935 a Milano,trasferitosi lavora nel comitato di lotta delle Officine Galileo e poi nel comitato cittadino del PCI. Viene poi incaricato di organizzare le squadre SAP nella città di Firenze.

E’ nel comitato della zona industriale che organizza lo sciopero del marzo ’44 e durante la lotta per la liberazione di Firenze è responsabile politico delle forze dell’Oltrarno. dopo la liberazione ha svolto attività politica e sindacale. Fa parte del direttivo provinciale dell’Anpi dalla sua costituzione.

La mia famiglia è una vecchia famiglia antifascista, chi ci conosce ci ha conosciuto sempre come antifascisti. Ci sono anni e anni di galera a testimoniarlo. E l’educazione in casa è sempre stata un’educazione di classe, come concezione ideologica; è sempre stato uno spirito antifascista.

Io son nato il 19 giugno del 1916. Diventai presto un operaio delle Officine Galileo. Nel 1935 sono andato all’officina Caproni a Milano ed è lì che ho preso i primi contatti in officina con la Resistenza e, praticamente, il 1935 è l’anno in cui io mi sono iscritto al partito comunista. Di lì andai alle officine Piaggio e poi passai al VII Centro automobilistico alla Fortezza da Basso, e dalla Fortezza passai alla Galileo. Ho fatto tutta la mia Resistenza, e contemporaneamente ho studiato. Ho preso il diploma di geometra e mi sono dedicato alla mia nuova professione.

Ma la mia attività in piena lotta è stata alla Galileo, dove sono entrato, credo, nel ’37, proprio prima della guerra.

lo avevo già alcuni contatti all’esterno, ad esempio con Gino Tagliaferri. Gino mi disse: « Guarda, lì alla Galileo c’è un dirigente che sembra sia molto vicino a noi, cerca di prendere contatto ». E il compagno Musco il primo contatto di partito l’ebbe con me. Con un pretesto quaIunque andai a trovarlo e gli dissi che c’era modo di lavorare dentro l’officina Galileo. Poi dentro la Galileo i contatti con diversi compagni si moltiplicarono, anche se io non ricordo più nemmeno i nomi. Un giorno, dopo il 25 Luglio, il capo del personale mi telefonò, io non lo conoscevo nemmeno, e mi disse: « Guardi, decida lei: vengono ad arrestarlo ». Io scappai.

Prima di allora, nel marzo del ’43, organizzammo lo sciopero. Il comitato cittadino aveva deciso vari scioperi, della Galileo, al Pignone, alle Ferrovie. Soltanto alle Ferrovie non riuscì, perché c’erano dei compagni troppo impauriti.

La nostra organizzazione era semplice: ci si divideva i compiti. Ognuno di noi andò a delle centralino elettriche, fece saltare delle valvole e si bloccò tutto lo stabilimento. Poi ci riunirono i tedeschi col fucile, e io avevo una gran paura perché ero un « esponente ». Un certo Bacci, quando s’era alla mensa e io facevo un pisolino, mi faceva sempre rizzare in piedi perché si doveva aspettare alle una il bollettino militare. Si doveva star tutti in piedi, e lui mi diceva « riga diritto, riga diritto, perché te sei lì ». Io rispondevo: « se mi dici così vuol dire che non sai proprio nulla di me, perché sennò non mi diresti così ».

Così dopo quello sciopero, ci riunirono tutti nella sala macchine e i tedeschi cominciarono a chiedere cosa si voleva. C’era anche il prefetto, Manganiello, che poi fu ammazzato e il comandante dei tedeschi della piazza.

In seguito alle nostre agitazioni, migliorava qualche cosa, ma poco e noi preparavamo tutte le rivendicazioni che diffondevamo tra gli operai per metterli in movimento.

Mi ricordo che ci arrivava soprattutto materiale di propaganda del partito d’azione, attraverso un tecnico che poi mi faceva fare da galoppino anche a me. Questo tecnico mi chiamava e mi diceva: « distribuisci questa roba qui ». E io, pur essendo comunista, lo facevo.

Poi, quando scappai, diventai proprio un dirigente cittadino, mi misi al lavoro clandestino. Allora avevo contatti diretti con Fabiani; poi venne fatto un comitato e in questo comitato oltre a Fabiani c’era il Settimelli « Ricciolo » di Brozzi, mi sembra che si chiamasse Ricci, poi Mazzoni. Questo comitato cittadino clandestino organizzava tutti i collegamenti. Il mio compito era di tenere in contatto il comitato militare e il comitato cittadino. Del comitato militare ricordo soprattutto Bernieri e un altro compagno di Carrara, un famoso « duro ». Poi c’era il « Francesino » e c’erano anche molti altri di cui non ricordo i nomi.

Mi ricordo anche di quando arrivò a Firenze Giuseppe Rossi, nell’agosto di quell’anno. Io credo di essere stato uno dei primi a vederlo. Era a sedere sul letto e aveva h barba lunga, tutto pelato. Io ero giovane e ho avuto una grande impressione di quest’uomo che sembrava proprio un galeotto e parlava con la voce grossa. Ci dette subito disposizioni: a me, al Barbieri, a Fosco Frizzi e all’altro mio cognato, Romeo Baracchi. Ci disse di cominciare a formare clandestinamente l’organizzazione per mandare i ragazzi sù in montagna. Io ne ho mandati tanti: compreso Potente.

Io avevo compiti di avvicinare, e poi di allenare la gente a viaggiare con le armi. Per esempio c’era un pochino di preoccupazione a viaggiare con la rivoltella: se ti trovava il tedesco ti ammazzava. Allora si faceva un appuntamento: andare tutti con le armi in piazza S. Croce. Si andava li e ognuno aveva la sua arma: per allenarli, dargli mi pochino di incoraggiamento. Perché non era facile.

Anche per l’agitazione degli operai, per le fabbriche, c’era un comitato: io e Negro, Fabiani, il Secci, Baldini, Tincolini, ed altri. Si facevano riunioni, si tenevano confatti. Mi richiamavano all’ordine perché ero, troppo audace e mi esponevo troppo.

Mi ricordo anche di uno che noi consideravamo un comunista ma che era invece del partito d’azione: un operaio, non mi ricordo più come si chiama. Veniva alle nostre riunioni, e poi andava a raccontare ogni cosa anche agli altri. Noi si faceva la riunione clandestina alla centrale del tiro della Galileo, una specie di torre. Io avevo paura che mi beccassero, ma allora ci si credeva sul serio e si rischiava.

L’organizzazione nostra era tutta a pezzettini. Io, per esempio, ero in contatto col Castaldi; il Castaldi pensava alla parte dei torni. Poi prendevo contatti col Mazzoni e il Mazzoni faceva la riunione con gli attrezzisti. Spesso e volentieri portavo io, le parole d’ordine del centro del partito.

Come comunisti, nel vero senso della parola, non eravamo molti dentro la fabbrica; però quando si parlava del centro trascinavamo molta più gente. « Il centro ha dato queste disposizioni » e allora questo centro sembrava chissà che. Ma mi ricordo anche che quando vennero i carabinieri per indurci a lavorare, io montai su un tavolo e dissi: « Non vi preoccupate perché i carabinieri non spareranno mai contro di noi ». E mi dettero retta.

Firenze era divisa in cinque parti. Io ero in contatto diretto con Francesco Leone. Lui in questo campo è stato nn maestro, perché era un ex combattente della guerra di Spagna ed era veramente un lottatore. Per ogni parte della città c’era un comandante militare e uno politico. E poi da qui si snodava tutta l’organizzazione cellulare delle Squadre d’azione patriottica.

Lo scopo non era quello di fare delle azioni particolari; lo scopo era soprattutto di allenare e formare lo spirito di questa gente. Al momento della ritirata dei tedeschi si sarebbe verificato l’intervento in massa.

Comprammo delle biciclette. Io ne comprai una perfino a Bartali e lui mi dette la bicicletta di un famoso corridore spagnolo Truepa, per 13.000 lire.

Una volta eravamo a dormire in casa di un fascista, con Bernieri, il Setti, io, il « Francesino » che si chiamava così perché era scappato dai tedeschi ed era francese. Quella notte vennero i fascisti. Andò bene perché cercavano un’altra persona e noi si stette li fermi. Dopo s’è fatto tante risate per questo fatto ma allora il letto dove eravamo tutti lì fermi, non c’era verso di fermarlo da come tremava.

Lo sciopero del marzo ’44 invece ci costò più caro perché al Pignone ne arrestarono 7 o 8 e non tutti poi tornarono a casa. Alla Galileo c’era invece una situazione particolare per lo smembramento della fabbrica. La direzione aveva deciso che chi voleva andare al nord con lo stabilimento rimaneva a lavorare, chi voleva restare veniva licenziato.

Noi pensavamo che lo sciopero, riuscisse con più facilità perché nel 1944 l’obiettivo era molto più vicino e anche la persona più tentennante era più incoraggiata a fare qualche cosa. Si vedevano addirittura certi fascisti che cercavano di avvinarsi un pochino di più al partito, perché vedevano che era vicino il momento della svolta.

Poi, al momento della liberazione, io ero di là d’Arno a occupare il mio posto nel mio settore, e lì venne Paolone, cioè Roasio. Roasio mi disse: « si è deciso, devi andare sù a prendere la formazione e portarla qua ». Io ci andai. La formazione venne portata a Villa Cora: partita la mattina, la sera tardi, a buio, era già arrivata. Non c’erano ancora gli Americani, non c’erano ancora gli alleati e quando si scese giù la gente ci accolse come dei liberaiori. Ma noi avevamo molta paura perché era ancora una posizione molto difficile. Poi, nel riprendere il mio posto in città, fui preso dai tedeschi.

Avevo un appuntamento a Porta Romana, e li venni arrestato dai tedeschi che erano dei ragazzini. Mi presero insieme ad altri: tutti gli uomini che vedevano circolare li prendevano. Ci portarono alla Lepre. Alla Lepre facevamo le buche per mettere le batterie dell’artiglieria, ma era tutto un trucco per far credere all’aviazione inglese che li ci fossero le postazioni.

Io scappai di nuovo. Ma i compagni non avevano fiducia: vedendomi scappare pensarono che mi avessero mandato via per seguirmi. Mi ci vollero un paio di giorni per convincerli e riuscire a ritornare al mio posto, con tutta l’organizzazione di Oltrarno. Il nuovo comando fu stabibilito al Bobolino. Quello vecchio era in via S. Agostino, ma venne l’ordine di sgomberare. Allora si prese quello che si poteva pigliare e si andò in Bobolino. Lungo la strada era pieno di militari tedeschi seduti per terra. Io avevo il sacco che era pieno di bombe, bastava un niente per farci scoprire.

Al Bobolino si impiantò un centro di organizzazione, di appostamenti, per vedere i movimenti dei tedeschi.

E poi si aspettava: si aspettava la liberazione. Un piano di resistenza vero e proprio a Firenze non si è mai avuto. Chiacchiere molte, ma piani non se n’è mai avuti. C’era un compagno, Dami, poi diventato deputato, che aveva fatto tutto un piano: sembrava di andare a far la guerra. Ma l’organizzazione nostra era povera, capace di assalti alle caserme, o per andare a prendere le armi, ma non in grado di attuare un vero piano di resistenza.

Poi vennero gli alleati: la V Armata si stabili nel Giardino Torrigiani. Ci volevano portar via le armi e noi non si voleva. Ma si venne a un compromesso e noi consegnammo le armi. Piano piano poi subentrarono le forze politiche e noi eravamo ormai in via di smobilitazione.

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