Sergio Civinini e Ottavio Cecchi Sciopero alle dieci *

 

 

 

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Scarpe rotte

E pur bisogna andar…..

 

 

Racconti del premio Prato

1951 – 1954

 

 

Sergio Civinini e Ottavio Cecchi

Sciopero alle dieci *

 

* Premio Letterario Prato 1954.

Racconto vincitore del primo premio.

 

Per tornare a casa, Tiberio e Giovanni percorrevano la strada che costeggia la curva del fiume dalla parte delle colline. Era una strada diritta e scendeva dalla fabbrica fra alberi e case. Nei tempi passati, gruppi di biciclette la percorrevano la mattina e la sera. Ma questo accadeva nei tempi passati. Allora c’era quasi sempre gente al di là dell’altra spalletta, dove sorgevano i palazzi piú antichi della città, e i renaioli scavavano la sabbia gialla come l’acqua. Ora sul fiume c’erano soltanto delle barche. Era marzo e l’inverno stava per finire, ma il freddo era nella terra umida e negli alberi in fila sugli argini, verdi appena e come rattrappiti sotto un gelo recente; era nell’ombra dei tetti, nelle finestre chiuse e nelle facciate non ancora asciugate da una giornata di sole; ed era nei dorsi lontani delle colline lavate dalla pioggia. Ora la città si spengeva presto e nell’ultima luce viveva con gli ultimi passi; alle sette era buio, un buio senza voci, che, se mai, si riempiva di echi e di lontani rimbombi.

Tiberio e Giovanni si fermarono sul ponte e appoggiarono le biciclette al marciapiede. Respiravano dopo una giornata di lavoro. Il cielo, dalla parte della corrente, era bianco e distante: pareva che la foce fosse li, oltre le torri e i campanili.

« Quand’ero ragazzo, era già primavera », disse Giovanni. Tiberio accese una sigaretta e gettò il fiammifero nel fiume. « Anche le stagioni sono cambiate ».

Ripresero le biciclette e finirono d’attraversare il ponte per raggiungere le vie del centro, dove i caffè e i negozi avevano le vetrine tinte d’azzurro. Alla canna del telaio ognuno aveva una borsa. Nella piazza della cattedrale c’era gente e animazione, ma tutto — passi, voci e rumori — restava come al di là di un muro invisibile. Voltarono in una strada stretta fra una duplice fila di alti palazzi, e Tiberio si. fermò. Staccò la sua borsa dalla canna e porse all’amico la bicicletta. La strada era in silenzio, si udirono i passi di lui che si allontanava. Poi dallo sporto di una bottega venne un accordo di pianoforte. Era un battere sui tasti, un tentare come di chi cerchi un motivo e provi e riprovi senza trovarlo. Veniva da una bottega dai vetri coperti da doppie tende gialle e azzurre sovrapposte. Dall’angolo, aguzzando la vista, Giovanni scorse nella vetrina una fila di clarini appoggiati l’uno all’altro come canne d’organo; alle pareti pendevano chitarre e violini. Quando Tiberio entrò, una striscia di luce si spinse fino sul muro di fronte, e un colpo sordo di campanello si aggiunse agli accordi dei pianoforte, che tacquero d’improvviso. In fondo alla strada, un chiarore freddo e un rincorrersi di piccole luci azzurre lasciavano indovinare la piazza del palazzo comunale. La notte era scesa quasi di colpo: il lungo tratto di cielo sopra i tetti era già pieno di stelle.

Sulla porta ricomparve Tiberio insieme con un uomo piccolo e calvo, che gli strinse la mano. Giovanni si avvicinò con le biciclette e poco dopo tutt’e due attraversarono la piazza del palazzo comunale. L’aria fredda tagliava le giunture delle mani, ma dava un senso di riposo alla testa. In dieci minuti attraversarono la città.

Quando giunsero nella grande piazza alberata di fronte alle mura basse e massicce della fortezza, dovettero frenare: c’era gente, qualche automobile ferma e biciclette. Sotto gli alberi passavano incolonnati grigi autocarri con file di soldati seduti sotto i tendoni. I camion avevano dietro la

cabina con la mitraglia alzata verso il cielo. Nell’oscurità quasi si indovinavano i volti dei soldati seduti col fucile in mezzo alle ginocchia. L’autocolonna pareva non facesse rumorebordipassava lentamente davanti alla gente ferma ai bordi della piazza. Giovanni guardò negli occhi Tiberio senza dir nulla.

« Ne ho contati cinquanta », disse qualcuno. « Passano i da due giorni ».

Tiberio e Giovanni si fecero posto fra la gente e attraversarono la piazza andando incontro ai camion. Dovevano essere gli ultimi: la truppa, seduta sulle panche, si comportava con minor disciplina.

« Che cosa cantano? », chiese Tiberio.

Giovanni si strinse nelle spalle.

Presto furono in vista del quartiere: vi giunsero che la Nina era alta nel cielo. Dopo il ponte sul fiume, e poi sulla via di casa, avevano incontrato di nuovo i camion tedeschi. Procedevano con i fanali spenti, notturni in quella dolcezza di campi e di facciate di case tagliate in due dalla luna. Dalla campagna veniva un sentore d’umido e di foglie verdi, quasi un odore d’alba. Passò l’ultimo tram coi finestrini azzurri e il fanale ridotto a un piccolo rettangolo; alla cantonata scampanellò e riprese la corsa verso la città. 1,a strada vecchia rimase vuota in quel chiarore.

Il casamento pareva una fetta di luna: piú alto di tutte le case che aveva intorno, era snello e, di notte, quasi bello a vedersi nel biancore delle nude facciate. Le case che aveva d’intorno erano antiche abitazioni di contadini scacciati dai campi invasi dalla città che avanzava in lunghe propaggini. Sorgeva sulla strada vecchia, ma dai suoi ultimi piani si dominava anche la nuova, tracciata nel vivo di una campagna che andava ormai riempiendosi di case. Dai muri della strada vecchia, invece, spuntavano le viti, e fra le rotaie del tram, dove la terra sembrava quella dei campi, crescevano le gramigne e le ortiche. Da quegli ultimi piani, la gente aveva visto passare la colonna dei camion e qualcuno era rimasto alle finestre. Giovanni non poté fare a meno di pensare a quando, in quella stagione, anni prima, le facciate s’illuminavano alla fine dell’inverno, e la gente si parlava da casa a casa. Allora, cominciava la vita nella strada. Quando si annunciava la primavera, sulla soglia del portone venivano le donne con le sedie. Le ragazze poi si sposavano e ci tornavano coi bambini in braccio e il viso mutato. Erano sere tranquille che duravano da marzo a settembre, fino ai primi giorni dell’autunno. Se uno dei vecchi moriva, la sedia restava per un altro. Quella soglia conosceva la vita di ognuno: di Tiberio e di Anna Maria, di Giovanni e di Doriana, di Oreste che faceva il gelato cantando la Vergine degli angeli, delle donne e degli uomini, di tutti. Sulla soglia, d’estate, si sapeva se in una di quelle case era nato un bambino, o se qualcuno stava per sposarsi o per morire_

Di certo anche questa sarebbe stata una bella notte, che nessuno avrebbe goduto.

« C’è gente alle finestre », disse Giovanni a Tiberio con una certa allegria.

Ma quando misero piede a terra, li raggiunse la voce di Anna Maria: « Stamane hanno bombardato Genova. Tremavano i vetri ».

Dalla facciata dirimpetto, di sotto una persiana, rispose un’altra voce di donna: « C’è la luna stasera. Suonerà l’allarme ».

Poi Anna Maria disse: « Sono tornati ».

Si udí lo scatto della persiana. Tiberio prese la bicicletta per il carter e con la canna in spalla entrò nel portone. Giovanni si era soffermato sulla soglia e guardava in alto: aveva nella mente un cartello in tre lingue inchiodato su un palo della strada nuova: « Genova 225 miglia ».

« Duecentoventicinque miglia », pensò. « Quanti chilometri sono duecentoventicinque miglia? Si sentiva anche dalla fabbrica: sono uscito sul piazzale e tremava la terra raggiunse Tiberio per le scale.

Nell’atrio, c’era una lanterna e dopo ogni rampa di scale n’incontrava una lampada racchiusa in una gabbietta metallica. Gli scalini erano consumati, e nella pietra c’era l’impronta delle generazioni che si erano succedute nel casamento. Quando Giovanni era piccolo, le scale erano come ora e anche sulle pareti vi erano le stesse scrostature di un tempo.

Le porte delle loro case si aprivano sullo stesso pianerottolo. Da tempo immemorabile, Tiberio e Giovanni s’incontravano uscendo o rincasando. Essi erano nati e cresciuti lí, come quasi tutta la gente del posto. Spesso, i vecchi abitanti del casamento s’intendevano a cenni, perché le cose che dicevano nascevano tutte da un’antica vita in comune, da fatti che tutti sapevano, fossero pure accaduti cinquant’anni prima, e dietro un nome c’era sempre una storia, una vita intera. Per le scale e sui pianerottoli erano passate ragazze in abito da sposa e donne in lutto, uomini in tuta e ragazzi infagottati in abiti militari. E tutti si conoscevano e si chiamavano per nome.

Anna Maria era sulla porta. Tiberio entrò in casa tenendo la bicicletta sotto il braccio: l’appoggiò al muro nel vano della finestra e aspettò, prima di chiudere, che anche Giovanni fosse entrato in casa sua. Piú tardi, quando Giovanni bussò, Tiberio stava per finire la cena. Anna Maria andò ad aprire. In tutto il casamento non si udiva un rumore.

«Tibe’», disse Giovanni entrando, « non ho sigarette ».

Anna, Maria rispose per prima: « Se fossi indovina… », lasciò lí la frase, perché Giovanni sorrideva e aveva già capito

« Una sigaretta? », disse Tiberio alzandosi da tavola e frugandosi nelle tasche.

Ma Anna Maria passò le dita sulla mensola dei camino e ne prese due. « Qua, te l’accendo », disse al marito mentre porgeva l’altra sigaretta a Giovanni. « Stasera siete tornati cosí tardi».

Giovanni si sedette e soffiò una boccata di fumo. Tiberio girò la sigaretta sull’orlo del piatto, guardando la cenere che diventava scura via via che si bagnava.

Poi Giovanni disse: « Mi hanno detto di Oreste, in casa. Dice che ha rincorso la moglie per strada. Ha bevuto tanto, nella sua vita. Ti ricordi quella volta che fece giuramento in piazza? Quando muoio, né preti né canti: dietro, ci voglio tutti i bevitori, e nella bara m’hanno a mettere un fiasco di vino’. Disse proprio cosí, ricordi? ».

Tiberio sorrise. Anna Maria, che era intorno alla tavola e sparecchiava, restò a guardare il marito senza dir nulla. Pareva, dall’espressione assente del viso, che pensasse a qualcosa. Allora Tiberio le passò rapido una mano davanti agli occhi. « A che cosa pensi? », le chiese nascondendo un’ombra di sorriso che voleva dire: « Sí, ho capito bene, lo so: ma non possiamo far nulla, né tu né io; arriva un momento che ci si trova in ballo e allora bisogna ballare. Cercheremo di restar vivi, per vedere che cosa accadrà. quando tutto sarà passato… ».

Anna Maria rispose: «A nulla, non pensavo a nulla. Volevo dire che Gino è partito. Non si sa dove sia andato, non lo ha detto a nessuno. E’ venuto Annibale a dire a tutti di pensare alla sua famiglia. E’ stato lui a raccomandarsi cosí prima di partire ».

« E’ già partito? », domandò Tiberio.

Anna Maria lo guardò. « Perché, lo sapevi? ».

« Sapevo che forse se ne sarebbe dovuto andare, ma non ora ».

« Oggi sono venuti due a cercarlo, mentre lui era fuori. Erano due che non si erano mai visti da queste parti », disse Anna Maria.

«Due chi? », chiese Giovanni.

Anna Maria si volse. « Non lo so. Due in borghese, con I’impermiabile e il cappello. Hanno detto di essere amici di Gino: che avevano fatto il militare insieme con lui e che lo volevano salutare. Quando Gino è tornato, la moglie glieli ha descritti: uno cosí e cosí, basso, bruno e coi baffetti; e uno alto con una cicatrice qui, sul mento. Gino non li conosceva ed è partito ».

Nella casa e fuori c’era un gran silenzio.

« Tra poco è l’ora del coprifuoco », disse Giovanni. « Vado a vedere se trovo un paio di sigarette. Oggi, in fabbrica, ho fumato la camomilla. Che schifo! ».

Usci chiudendo piano la porta e sulle scale incontrò Doriana: saliva reggendosi alla ringhiera per bilanciare il secchio pieno d’acqua che portava con la sinistra. Quando lei lo vide, gli disse: « Ho freddo. Mi pare ancora inverno. l’acqua, alla pompa, è gelata come di gennaio ». Posò il secchio su uno scalino e disse: « Senti che mani fredde».

« Che sangue hai », disse Giovanni. « Vieni, t’aiuto ». Prese il secchio, e salirono all’ultimo piano.

« Da domani sono di notte », disse lui col respiro affaticato quando si furono fermati davanti alla porta socchiusa di Doriana. Filtrava una striscia di luce che accendeva i capelli castani di lei e che di riflesso le illuminava il viso.

Da dentro, venne la voce della mamma: « Doriana, chi c’è? ».

« C’è Giovanni ».

Dalle persiane chiuse, fuori nella luna si sentirono suonare le sirene.

L’allarme fini a mezzanotte. Dai vani bui delle finestre dell’ultimo piano, la gente vide accendersi il cielo dove le colline finivano e si apriva la pianura attraversata dal fiume.

La notte si riempi di un brusio che cresceva a ogni scoppio lontano. Chi andò nei campi, chi rimase in casa. Il rumore degli aeroplani era un brusio alto, senza corpo: sí alzava il capo, ma nel cielo chiaro non si vedevano che stelle e bagliori. Dopo una lunga pausa (ormai il cielo si era spento e le ultime colline apparivano di nuovo scure in quel grigiore lunare) le sirene dettero il segnale del cessato allarme. Le finestre e le porte si richiusero, e dalle case non venne piú che qualche colpo di tosse.

 

La mattina era primavera, con un sole alto come non s’era mai visto fin allora. « Se smette di piovere », disse qualcuno, « verranno a bombardare ». Era domenica e la gente usci nella strada. Le finestre del casamento s’aprirono sui tetti delle basse abitazioni che sorgevano dintorno, e sui campi. Doriana e Giovanni presero la strada che correva nella campagna fra un muro e una siepe, e camminarono finché non fu quasi mezzogiorno. Avevano incontrato gli abruzzesi con le cornamuse, e Doriana canticchiò imitando quel suono nasale e spezzato: « Rosabella dimmi si, io per sposa voglio te… ». Ma non durò a lungo, perché fu percorsa da un brivido. S’accostò a Giovanni e lo prese a braccetto reggendosi a lui con tutt’e due le mani.

« Sei come una lucertola », le disse lui: « esci al sole, ma resti fredda come una lucertola ». La guardò negli occhi chiarissimi e le sorrise.

« Oggi usciamo », disse Doriana, « nel pomeriggio il sole è piú caldo ».

« Non posso, lo sai », le disse Giovanni. « Tiberio ed io andiamo dal liutaio ». Poi si fermò e le posò le mani sulle spalle. Guardandola si senti quieto, contento, pieno di fiducia. « Senti, Doriana… », le disse.

Ma lei capi. « Sí, lo so. Non ci pensare, sta’ tranquillo ». Ripresero la strada, e Giovanili disse:

« Neppure Anna Maria lo sa. Tu sai tutto, o quasi ».

E Doriana ripeté: « Sí, sta’ tranquillo, sta’ tranquillo» . Per loro, era sempre stato difficile lasciarsi, anche quando sapevano che si sarebbero rivisti di li a poche ore.

 

Poco dopo l’una il tempo cambiò: dalle colline avanza va una nuvolaglia scura che copri il cielo rimasto libero qua e là in qualche chiazza d’azzurro. La pioggia cadde all’improvviso mentre fra una nuvola e l’altra filtrava ancora un po’ di sole. La strada era vuota. Passò il tram che veniva dalla città, ma non scese nessuno. Doriana si affacciò alla finestra, e vi restò coi gomiti sul davanzale finché Tiberio e Giovanni non uscirono dal portone. Anche Anna Maria si era affacciata: vide Doriana e le fece cenno di scendere. Senza voltarsi i due uomini scomparvero ben presto in fondo alla via. Arrivarono in città in pochi minuti: sulla strada nuova bagnata di pioggia avevano volato con le biciclette. Nelle vie centrali, la gente camminava sui marciapiedi rasente ai muri. Lasciarono le biciclette nel posteggio di un cinematografo e proseguirono a piedi.

La bottega del liutaio aveva la saracinesca calata a metà, dalla porta aperta giungeva l’accordo di un pianoforte e a Giovanni quel suono sembrò lo stesso della sera precedente. Quando furono per varcare la soglia, sentirono la musica di un mandolino pizzicato lievemente sul motivo di Luna marinara. Tiberio buttò via la sigaretta ed entrò senza esitare seguito da Giovanni.

La stanza prendeva luce dai vetri opachi di un lucernario sul quale scorreva la pioggia; alle pareti, che restavano in penombra, oltre i banconi, c’erano scaffali alti fino al soffitto pieni di strumenti musicali d’ogni genere gettati lí alla rinfusa. Giovanni fu colpito dalla quantità e dalla varietà degli strumenti: clarini, trombe, sassofoni, violini, contrabbassi, chitarre, fisarmoniche, e, di tutte le fogge, di tutti i colori, di metallo bianco e di ottone lucido come l’oro. Un uomo con la spolverini grigia e i capelli bianchi stava seduto davanti alla tastiera di un grande pianoforte. Egli ora rimasto indifferente quando erano entrati i due uomini. Non volse la testa di un millimetro, e le sue mani continuarono a percorrere la tastiera. Piú tardi, Giovanni vide che l’uomo aveva un paio di occhiali neri e da come teneva alta la testa capi che era cieco.

Il liutaio era un ometto simpatico, calvo, e aveva una faccia che pareva sempre pronta al sorriso. Aveva posato il mandolino con due corde slegate, si era alzato in piedi e da dietro il banco aveva stretto la mano a Tiberio. Poi ricominciò a suonare sulle tre corde. « Se smetto », disse, « Rossi non entra ».

Giovanni si scosse la pioggia dall’impermeabile, e insieme con Tiberio sedette dietro un bancone nell’angolo piú oscuro, della stanza. L’accordo del pianoforte e il suono basso del mandolino tacquero quando di sotto la saracinesca spuntò la testa di Rossi. Egli attraversò la stanza e, accennando un saluto al liutaio, andò diritto verso i due uomini. Si sedette anche, poi prese un clarino e guardandolo ne provò i tasti con le dita. « Allora? », disse.

« Aspettavamo te ».

« Abbiamo pensato che lo sciopero andrebbe bene per domattina alle dieci »

Ci fu una lunga pausa, poi Rossi chiese: « Che ne dite?,>’ « Io dico che va bene », disse Tiberio guardando Giovanni.

Il liutaio stava fermo sull’ingresso e l’accordatore cieco ricominciò a cercare sui tasti.

« Tre ore vi bastano perché la voce corra per tutta la fabbrica? ».

« Sono piú che sufficienti », disse Tiberio. « I compagni sono stati avvisati dall’altro giorno. Lo sciopero riuscirà ».

Rossi era soprappensiero e guardava il clarino con occhi distratti. « E’ importante che lo sciopero

riesca ».

L’accordatore finalmente provò un motivo sulla tastiera, e la musica copri il rumore della pioggia che batteva sui vetri del lucernario.

Per primo usci Rossi. Poco dopo anche Tiberio e Giovanni furono in strada e attraversarono la piazza del palazzo comunale. Pioveva a sprazzi ora, e il cielo era quasi sereno. Entrarono in un caffè e vi si trattennero una mezz’ora. Quando smise di piovere andarono al posteggio, e poi pedalarono piano verso casa. Giovanni si sentiva allegro e, coi nervi distesi.

« Avrà vinto la Juventus, oggi? », disse. Scherzava come se quella fosse una domenica dei tempi passati. La faccia di Tiberio si apri in un sorriso. Ora che era spiovuto, la campagna si stendeva verde e fresca. Tramontava. Non era freddo, e in fondo al cielo senza piú nuvole apparivano le colline.

 

Fu Anna Maria a dire a Giovanni che Doriana si era sentita male. « Non dev’essere niente di grave. Era qui con me; l’avevo chiamata per non star sola tutto il pomeriggio. Avevamo deciso di andar fuori a fare due passi, quando è stata presa dal tremito. Non è la prima volta che le accade, povera figliola ».

La trovò a letto, sollevata sui cuscini. Era pallida e i suoi capelli di un bel castano erano divisi sulla fronte e raccolti dietro la nuca. Pettinata cosí, sembrava molto magra, piú di quanto in realtà non fosse. Nella camera, l’ultima luce della sera entrava dalle persiane aperte. Lei fece un cenno alla madre perché la lasciasse sola con Giovanni che si era seduto sul letto. « Ora sto meglio », disse. « Ma c’è stato un momento che ho creduto di morire. E’ andato tutto bene?».

« Sí », disse Giovanni ripetendo le sue parole. « E’ andato tutto bene». Aveva acceso una sigaretta e guardava le nude pareti della stanza, il letto che era sempre stato di Doriana fin da quando era bambina, l’armadio e il baule. « Resterò con te fino a tardi », disse.

Ben presto fu buio nella stanza; allora Giovanni si alzò e abbassò le persiane, poi chiuse gli scuri. Aveva acceso la lampadina, che avvolse in un fazzoletto celeste per smorzarne la luce. Lo commuoveva fare queste piccole cose per Doriana. Disse: «Mi comporto come se fossi tuo marito ». E il volto di lei si illuminò.

La mente di Giovanni era attraversata da confusi penesieri; senti di avere profonde radici nella vita quotidiana del quartiere, anche ora che c’era la guerra e le cose non erano piú belle come una volta. Ne gioí come se avesse fatto una scoperta. La casa di Doriana era piccola, ma nella sua c’era posto per una camera matrimoniale, una di quelle belle camere con i mobili bassi e gli specchi grandi come aveva sempre desiderato lei.

« E’ tanto che non vedo le finestre del casamento illuminate la sera quando torno da lavorare. Ci siamo tutti nascosti dietro queste vecchie mura. Quanto durerà ancora ?».

« Che strani pensieri hai, Nanni », disse Doriana e gli carezzò un braccio. « E’ tardi. È meglio che tu dorma qualche ora prima di andare in fabbrica. Domani non devi essere stanco. Ci sono i tedeschi e non sarà uno scherzo quando fermerete le macchine ».

 

Ma Giovanni non riuscí a prender sonno. Sotto le coltri, aveva abbracciato il cuscino come era solito fare, e dietro la porta udiva le sue sorelle che si muovevano in cucina preparandogli la colazione. Alle dieci e mezzo, senza far rumore, andò a sciacquarsi la faccia. Su una sedia, c’era la tuta pulita. Dalla credenza prese un lapis e scrisse due righe sul libretto dei conti della spesa, che lasciò aperto sul tavolino. « Non state in pensiero se alle sette non torno ».

Fuori era buio: per quella notte, la luna aveva fatto, il suo giro; si scorgeva soltanto un chiarore dietro i tetti delle ultime abitazioni. Sulla strada che portava alla fabbrica costeggiando il fiume, incontrò alcuni compagni di lavoro. L’ingresso principale era rischiarato da una luce azzurra, dietro i cancelli aperti le guardie sorvegliavano chi entrava. Piú avanti, dove cominciava il grande piazzale sterrato, Giovanni vide le sentinelle tedesche. Camminavano sui marciapiedi col fucile in spalla, e sotto la vernice scura dei grandi finestroni si indovinava la luce intensa dei reparti. Nel buio del piazzale, gli operai passavano a gruppi, si udivano i loro passi quando il rumore delle macchine non era troppo forte.

Poi Giovanni entrò; quasi tutte le macchine si erano fermate, gli uomini pulivano i banchi e portavano via la tornitura. Ci furono pochi minuti di sosta, Appena trillarono i campanelli, lui mise in moto la fresa, e anche le altre macchine ripresero a lavorare. ,

Le ore trascorsero lente. Di tanto in tanto Giovanni dava un’occhiata all’orologio sulla cabina del caporeparto. Verso le quattro del mattino, cambiò i ferri della fresa e iniziò una nuova passata. Alla mola, aveva aspettato Giorgio, si erano parlati senza dare nell’occhio. « Ho avvisato Alberto. Alle dieci fermiamo le macchine ».

La fresa continuava il suo lavoro regolarmente, e Giovanni andò al gabinetto per fumare una sigaretta. Vi erano altri operai che fumavano. Si affacciò un tedesco, ma non disse nulla. Gli operai uscirono uno alla volta, e Giovanni restò solo. Pensava a Doriana e vide il cielo a poco a poco sbiancarsi sopra la fabbrica.

Alle sette il turno di giorno iniziò il lavoro. Nel reparto le luci erano ancora accese perché dai finestroni aperti entrava appena un chiarore color di cenere.

« Anche oggi piove », disse Giorgio. « Fritz non è arrivato? ».

« C’è ancora quell’altro. Guarda che faccia ha », disse Giovanni. « Stanotte non ha dormito ».

« Perché, dorme qualche volta? », disse Corrado. « Che tedesco è? ».

« E’ un austriaco. Non ti è mai capitato di vederlo dormire, la notte? ».

« A me no, mai! ».

« Viene e dice sottovoce che vuol tornare a Vienna e che è stufo della guerra. Poi ti domanda se non accadrà nulla e se può andare a dormire. Se gli dici: Vattene a dormire, che vuoi che succeda?,, lui si distende là e dorme tutta la notte ».

« Ma che tedesco è? ».

« E’ austriaco. E’ un’altra cosa ».

« Perché stanotte non ha dormito? ».

« Non lo so. Forse non aveva sonno », disse Giovami sorridendo. « Pareva un leone in gabbia. Ha camminato su e giú tutta la notte ed è stato chiamato due volte al telefono ».

Fritz arrivò alle sette in punto col camion che portava altri soldati. Entrarono tutti nella fabbrica e invece dei fucili avevano le pistole mitragliatrici. Fritz era il nome che gli avevano messo gli operai: nessuno sapeva come veramente si chiamasse. Era un tipo alto, con una faccia ove si muovevano due occhi bianchi e vuoti come quelli dello statue. A volte si sedeva in mezzo al reparto sotto il grande orologio e scriveva. Chi aveva visto le sue lettere raccontava che lui aveva una calligrafia differente da quella comune, tutta segni intrecciati e svolazzi. Qualcuno poi disse che Fritz scriveva in gotico. Quella mattina entrò nel reparto, dette un’occhiata all’orologio, e con voce aspra disse: « Lavorare! ».

Tiberio era già al tornio, alle spalle di Giovanni. In mezzo al frastuono gli gridò che Doriana stava meglio e che l’aveva trovata sul portone quando era uscito di casa. Giovanni fece cenno col capo come per dire che aveva capito e che lo ringraziava.

Fritz non si sedette a scrivere come tante volte aveva fatto. Camminava sotto il muro dalla parte dei finestroni e. si soffermava alle macchine. Dall’interno della cabina, il caporeparto gli fece un cenno di saluto, e lui rispose alzando la testa. A lungo non si udí che il rumore delle macchine. All’estremità del reparto, presso l’ingresso, si muoveva una guardia. Era ormai giorno pieno: oltre i finestroni, il sole appariva e scompariva via via che le nubi bianche passavano nel cielo. L’orologio scattava di minuto in minuto con un moto impercettibile delle lancette. Erano quasi le nove, quando il caporeparto usci dalla cabina e si fermò davanti alla macchina di Giovanni. « Tu hai lavorato di notte », disse.

Tiberio, Giorgio e Corrado alzarono il capo; altri occhi guardarono verso la macchina di Giovanni.

« Sono al posto di Alberto ».

Fritz si avvicinò. Il caporeparto si guardò attorno e con gesti interrogativi chiese ad altri perché non avessero lasciato, la fabbrica dopo il turno di notte. Alcuni risposero qualcosa che si perdette nel rumore. Fu in quel momento che Fritz corse alla porta perché la guardia era entrata insieme con quattro fascisti in divisa. Si fermarono a guardare, passarono fra le macchine e uscirono dalla parte opposta. Il caporeparto scrisse qualcosa su un taccuino, poi rientrò nella cabina.

Tiberio disse a Giovanni: « Passa la voce ancora una volta: quando l’orologio segna le dieci, fermate le macchine».

Fritz, che era uscito col gruppo dei fascisti in divisa, ricomparve sulla porta e ricominciò a camminare sotto il muro dalla parte dei finestroni.

Alle dieci la macchina di Tiberio si fermò. Giovanni udí il rumore del tornio che si spegneva e con un dito alzò la leva al commutatore della fresa. Anche il rumore della sua macchina si spense. I tòrni di Giorgio e di Corrado cominciarono a girare a vuoto e a fischiare come sirene.

Poi il reparto si fece silenzioso. Non si udiva né un rumore né un passo né una voce. Fritz guardò il caporeparto che era uscito dalla cabina, poi di corsa usci togliendosi la pistola mitragliatrice dalla spalla. Ricomparve insieme con due del gruppetto in divisa. Gridò: « Lavorare ». Ma non ebbe risposta i due in divisa e la guardia passarono fra le macchine: gli operai erano fermi e guardavano chi il pezzo rimasto da finire, chi lontano, chi il cielo oltre i finestroni. Una guardia corse a telefonare. I fascisti fecero eco -A Fritz: « Lavorate o uscite! ».

Dai finestroni s’udirono passi di molti tedeschi in corsa. SI sparpagliarono nei reparti, corsero fra le macchine; e poi s’udí anche un rumore di camion, lo sbattere delle bandelle, e i tonfi dei tacchi sulla terra del piazzale.

Nessuno rispose. Allora Tiberio si mosse, attraversò il reparto e s’avviò alla porta. Giovanni vide che lui usciva e lo segui; si mossero Giorgio e Corrado, poi gli altri, e tutti, in silenzio, uscirono sul piazzale pieno di tedeschi. Ai cancelli c’era uno sbarramento di pistole mitragliatrici puntate contro di loro. Tiberio senza voltare il capo vide che dai capannoni uscivano altri operai in fila. Camminarono verso i cancelli. Alla testa di tutti era Tiberio. Le canne delle pistole mitragliatrici erano a due passi da lui. Camminò ancora e fu nella strada. Dietro venivano gli altri.

La sera, Tiberio s’incontrò con Anna Maria all’angolo della strada che, a lato del casamento, incominciava a perdersi nella campagna. Insieme con lei venne Doriana. La moglie di Gino mandò a dire che i due sconosciuti in borghese erano tornati. Doriana era ancora piú pallida, ma aveva gli occhi asciutti e lo sguardo chiaro. Quando Tiberlo era tornato, gli aveva chiesto perché Giovanni non c’era. Tiberio le aveva raccontato che subito fuori della fabbrica gli operai si erano sparpagliati e lo aveva perso di vista. Lei aveva capito e allora Tiberio le disse che alcuni operai del suo reparto erano stati presi dai tedeschi e portati via con i camion.

La voce dello sciopero era corsa nel quartiere. Si faceva il nome di Tiberio: c’era chi diceva che era stato ucciso sui cancelli della fabbrica. Doriana gli disse che aveva sempre saputo tutto e che non si era illusa. « Ieri, quando ero a letto non pensavo ad altro. Sapevo che sarebbe successo qulcosa ». Poi tolse una mano datla tasca del soprabito leggero che indossava e gli porse una rivoltella: era quella che Giovanni le aveva dato, per custodirla, il giorno dell’arrivo dei tedeschi. Tiberio la prese e la mise nella tasca dei pantaloni. Anna Maria gli aveva procurato un’altra bicicletta perché quella di Tiberio era rimasta in fabbrica « E’ di Gino », gli disse. « Me l’ha data l’Ada. Digli che lei sta bene, e anche le bambine ».

Poi Tiberio era partito. Era una notte senza luna, con un vento carico di pioggia. Con la bicicletta, quasi non conoscesse altra strada, prese la via della fabbrica. Ma al ponte non prosegui. Voltò a destra, scese giú-verso la fonderia vecchia e rallentò quando fu davanti alla casa di Corrado. La porta a vetri era aperta sulla strada. C’era gente. Uno lo vide e lo chiamò. « Hanno preso Corrado », gli disse.

« Lo so. Anche Giovanni hanno preso. Anche Giorgio ».

Pedalò fino alla città, l’attraversò in quell’ora vuota che preannunciava il coprifuoco e raggiunse la periferia opposta. La casa di Giorgio era chiusa e le luci spente. Allora piegò a sinistra, ritrovò la strada della fabbrica, passò nel buio davanti ai cancelli e s’inoltrò nella campagna.

 

 

Edizioni Avanti!

1955

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