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Delvisio Deli – Lager Brunnenthal "Arburge"

Delvisio Deli
Lager Brunnenthal "Arburge"
1 settembre 1944

I
Sorge il canto mio come l’Aurora,
Che spunta Febo alle nostre colline.
Lo stesso il canto mio si ristora,
Perché ve bevve l’acque cristalline.
Pronto lo ritrovo a qualunq’ora,
Come si gioca con dama e pedine.
Con la mossa pronta al suo dovello,
Come l’alpino è adatto al suo fardello.
II
È quasi un anno e non mi sembra bello,
Tirar fuori questa mia Musa,
Perché l’ho messa dentro ad un castello,
Come ‘na monachella l’ho rinchiusa.
Chiedo perdono su di questo e quello,
Per primo uso io la mia scusa.
Se manca su di me tale cultura,
Che non adotto la giusta misura.
III
Son prigioniero chiuso dentro le mura,
E là meno una vita tribolata.
Ma su di questo non uso paura,
La musa è la mia vecchia fidanzata.
Voglio mettermi ancora con premura
A far sentire la voce tanto amata.
Come quando io ero ventenne,
Poi grigio-verde la mia vita venne.
IV
Lontano sono io da ogni parente,
Non vedo notizia paesana,
Nemmeno un sacco per dar gusto al dente,
Per mangiare un po’ di roba sana.
Ma dentro il cuore mio tutto è presente,
Un desiderio d’amor sempre brama.
Quello d’aver salute fino in fondo,
Al ciclo operativo furibondo.
V
0 Dio del ciel proteggi tutto il mondo,
Dona la pace, ché l’è molto attesa.
A questi capi fai saldare il conto,
Che han fatto la guerra per pretesa.
Contro di loro è tutto il mondo,
Vonno tenere ancor la guerra accesa.
Per dominare i popoli latini,
Così ne pensa Hitler e Mussolini.
VI
Ma tutti i giorni vengono i cugini,
Buttando giù le dette caramelle.
Sono convinti ancor questi assassini,
Benché sanno lasciarci, si, la pelle.
Stanno per consegnare i confini,
Restando tutti con le parolelle.
Sono convinti ancor della vittoria
E la campana già gli sona gloria.
VII
Tutto ne verrà scritto sulla storia,
Ciò che fa questo popolo brutale.
Resterà inciso nella memoria
E per me resterà vecchio rivale.
Se salvo resterò su questa boria,
Per ritornar nella casa natale,
farò preghiera di ringraziamento
A Iddio supremo su nel firmamento.
VIII
Mi richiudo di nuovo a ‘sto commento,
Seguitando or la vita tribolata.
Ma la prego in ogni momento,
la Divina Madre Immacolata.
Ché un giorno finirà questo tormento,
Questa vita mia sia liberata.
Così posso tornare a casa mia,
Ringraziando la Vergine Maria.

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Delvisio Deli – Lager Brunnenthal "Arburge"

Delvisio Deli
Lager Brunnenthal "Arburge"
1 settembre 1944

I
Sorge il canto mio come l’Aurora,
Che spunta Febo alle nostre colline.
Lo stesso il canto mio si ristora,
Perché ve bevve l’acque cristalline.
Pronto lo ritrovo a qualunq’ora,
Come si gioca con dama e pedine.
Con la mossa pronta al suo dovello,
Come l’alpino è adatto al suo fardello.
II
È quasi un anno e non mi sembra bello,
Tirar fuori questa mia Musa,
Perché l’ho messa dentro ad un castello,
Come ‘na monachella l’ho rinchiusa.
Chiedo perdono su di questo e quello,
Per primo uso io la mia scusa.
Se manca su di me tale cultura,
Che non adotto la giusta misura.
III
Son prigioniero chiuso dentro le mura,
E là meno una vita tribolata.
Ma su di questo non uso paura,
La musa è la mia vecchia fidanzata.
Voglio mettermi ancora con premura
A far sentire la voce tanto amata.
Come quando io ero ventenne,
Poi grigio-verde la mia vita venne.
IV
Lontano sono io da ogni parente,
Non vedo notizia paesana,
Nemmeno un sacco per dar gusto al dente,
Per mangiare un po’ di roba sana.
Ma dentro il cuore mio tutto è presente,
Un desiderio d’amor sempre brama.
Quello d’aver salute fino in fondo,
Al ciclo operativo furibondo.
V
0 Dio del ciel proteggi tutto il mondo,
Dona la pace, ché l’è molto attesa.
A questi capi fai saldare il conto,
Che han fatto la guerra per pretesa.
Contro di loro è tutto il mondo,
Vonno tenere ancor la guerra accesa.
Per dominare i popoli latini,
Così ne pensa Hitler e Mussolini.
VI
Ma tutti i giorni vengono i cugini,
Buttando giù le dette caramelle.
Sono convinti ancor questi assassini,
Benché sanno lasciarci, si, la pelle.
Stanno per consegnare i confini,
Restando tutti con le parolelle.
Sono convinti ancor della vittoria
E la campana già gli sona gloria.
VII
Tutto ne verrà scritto sulla storia,
Ciò che fa questo popolo brutale.
Resterà inciso nella memoria
E per me resterà vecchio rivale.
Se salvo resterò su questa boria,
Per ritornar nella casa natale,
farò preghiera di ringraziamento
A Iddio supremo su nel firmamento.
VIII
Mi richiudo di nuovo a ‘sto commento,
Seguitando or la vita tribolata.
Ma la prego in ogni momento,
la Divina Madre Immacolata.
Ché un giorno finirà questo tormento,
Questa vita mia sia liberata.
Così posso tornare a casa mia,
Ringraziando la Vergine Maria.

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Treblinka – Lager tedeschi

Treblinka

1

Costituzione: 3 luglio 1942
Ubicazione: a nord-est di Varsavia

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Nell’ansa del fiume Bug, a tre chilometri dal villaggio di Treblinka, i nazisti istituirono nel 1941 un «campo di lavoro» (Arbeitslager) riservato a tedeschi e polacchi, elementi sospetti o ribelli al regime, che era preferibile tenere "al sicuro" ed adibire a lavori utili ai fini della guerra in atto. Questo campo fu denominato Treblinka I. Era un campo duro, non dissimile per disciplina da altri analoghi, nel quale ben pochi resistettero alla fatica, alla denutrizione, alle sevizie ed al clima. Ma non fu nulla a confronto con Treblinka II, l’agglomerato adeguatamente attrezzato per lo scopo specifico di tradurre in atto la «soluzione finale» cioè il genocidio degli ebrei.
I lavori di ampliamento furono iniziati nel maggio 1942. Furono costruite le baracche, gli uffici, gli alloggiamenti per i reparti di sorveglianza, le cucine, i depositi, laboratori d’ogni genere, perfino un finto ospedale (Lazaret) con tanto di croce rossa sul tetto. E furono installate, tanto per cominciare, tre camere a gas, che si presentavano come docce, con le pareti piastrellate, ma dai cui tubi, invece dell’acqua, doveva uscire solo il gas di scappamento dei motori diesel, sostituito poi col biossido di carbonio ed infine col famigerato Zyklon B. Non bastando i primi impianti, ne furono aggiunti ben altri dieci, in modo da poter effettuare giornalmente alcune migliaia di «trattamenti speciali» (Sonderbehandlungen) di uomini, donne, bambini che i convogli provenienti da Polonia, Germania, Francia, Olanda, Jugoslavia, Belgio, Grecia e Russia scaricavano giornalmente sulla rampa dello scalo ferroviario che immetteva direttamente nel recinto del Lager. C’era perfino una finta stazione le cui porte si aprivano su quella che fu battezzata come la «strada verso il cielo» (Himmelstrasse).
Prima di avviarsi, ovviamente nudi, verso quello che sembrava un normale bagno di disinfezione, tutti venivano rasati affinché i capelli potessero essere recuperati ai fini industriali. Interi treni riportavano poi nel Terzo Reich vestiti, scarpe, protesi, occhiali, carrozzine per bambini, valigie. Denaro e gioielli finivano, oltre che nelle tasche dei guardiani, nelle casse centrali delle SS per costituire un tesoro del quale ancora non si conosce l’entità né la destinazione finale.
Originariamente i cadaveri venivano interrati in fosse comuni, poi bruciati su enormi graticole. Secondo accertamenti, a Treblinka furono soppressi almeno 900.000 ebrei. Non si sa quanti altri, specialmente prigionieri di guerra russi, furono uccisi, senza alcuna registrazione, prima ancora che essi entrassero nel campo.
Anche a Treblinka un animoso comitato clandestino di resistenti organizzò un’insurrezione ed una fuga. Il 2 agosto 1943 circa 600 prigionieri riuscirono a sopraffare una parte della guarnigione, e, dopo aver incendiato varie baracche, riuscirono ad aprirsi un varco attraverso le barriere di filo spinato, i campi minati ed i fossati anticarro. Moltissimi, quasi tutti, furono ripresi e fucilati. Solo una quarantina riuscì a fuggire alla spietata caccia delle SS ed a raggiungere le formazioni partigiane che operavano nella zona. Dopo di che, nell’autunno dello stesso anno, le SS decisero di chiudere il campo e di sgombrare i deportati ancora in vita verso altri Lager, distruggendo tutto col fuoco e con la dinamite.
Di Treblinka, oltre al ricordo dello scempio che vi fu commesso, non rimane più nulla. Un monumento simboleggiato da una foresta di pietre tombali ricorda i borghi, i villaggi, le città, i paesi dai quali provenivano le vittime di questo sinistro e terribile luogo di violenza e di morte.

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ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

Stutthof – I Lager tedeschi

Stutthof

1

Costituzione: 2 settembre 1939
Ubicazione: a circa 30 km da Danzica

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Dopo l’aggressione e l’invasione della Polonia, i nazisti fecero costruire a 250 detenuti polacchi, nelle vicinanze del villaggio polacco di Sztutowo, questo campo originariamente previsto solo come campo di lavoro. Poi, con l’evolversi degli eventi, anche Stutthof divenne un vero e proprio luogo di massacri indiscriminati, dotato di adeguate attrezzature.
Le camere a gas avevano una capacità di 150 persone alla volta, ma per fare le cose alla svelta migliaia di individui furono assassinati a colpi di mitraglia prima della loro immissione nel Lager.
Nei primi tempi la maggior parte dei deportati erano polacchi, civili, marinai e militari sbandati rastrellati nella zona. In seguito affluirono a Stutthof anche lettoni, lituani norvegesi, belgi, russi, ungheresi e zingari.
I deportati lavoravano soprattutto in una ventina di comandi esterni, nei quali la disciplina e le condizioni di sopravvivenza erano particolarmente dure. Essi erano adibiti ad operazioni di sterro e di sistemazione del territorio, alla costruzione di aeroporti e di installazioni militari d’ogni genere appaltate dall’Organizzazione Todt, ma lavoravano anche in officine meccaniche e laboratori di prodotti chimici d’interesse bellico. Nelle vicinanze del campo sorgeva anche uno stabilimento dell’AEG al quale erano assegnate soprattutto le donne ebree.
Le condizioni igieniche e di vita erano tali che nel 1944 un’epidemia di tifo costò la vita a più di 5.000 deportati.
Il Lager di Stutthof fu mantenuto in funzione fino all’ultimo momento quando, sotto l’incalzare dell’avanzata delle armate russe, fu evacuato il 25 gennaio 1945. Più di 25.000 deportati furono avviati, a piedi, a marce forzate, nel pieno dell’inverno, verso altre destinazioni, dove giunsero alcune centinaia di larve umane stravolte dalla fatica e dalla paura.
Nei cinque anni della sua esistenza sono stati immatricolati a Stutthof più di 127.000 prigionieri, uomini e donne ( gli italiani identificati con certezza sono finora 24). I morti registrati furono 85.000. Ma non si è mai saputo quanti prigionieri di guerra russi e polacchi e quanti ebrei, una volta giunti in quel campo, furono immediatamente uccisi, senza alcuna formalità di registrazione. Quando le truppe russe entrarono in Stutthof, vi trovarono solo alcuni moribondi e montagne di cadaveri.

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ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

 

Sobibor – Lager tedeschi

Sobibor
Costituzione: marzo 1942

Ubicazione: a nord-est di Lublino

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La data esatta della costituzione di questo campo non è certa, ma si sa che esso entrò in funzione il 16 maggio 1942 ospitando i primi convogli di ebrei. Questo campo fu eretto con lo scopo precipuo di sterminare gli ebrei rastrellati in Polonia e, più tardi, in Austria, Francia, Olanda e Cecoslovacchia. Fu costruito a regola d’arte da quell’Einsatzgruppe Reinhard che aveva già dato prova di capacità e di competenza in simili imprese.
Il campo era suddiviso in tre sezioni, una delle quali adibita a laboratori (calzoleria, sartoria, panificio ecc.) che producevano quanto era richiesto dalla guarnigione di sorveglianza, in gran parte formata da elementi ucraini aderenti al nazismo. Un’altra comprendeva i baraccamenti, un’altra ancora le installazioni del massacro: il magazzino nel quale avveniva il taglio dei capelli, la camera a gas vera e propria, il crematorio.
A Sobibor furono soppresse almeno 250.000 persone, principalmente ebrei. Ma questo numero è certamente inferiore alla realtà, dato che molto spesso interi convogli passavano alla gassatura, così come avvenne nell’agosto 1943 quando di un gruppo di 600 ufficiali russi che entrarono nel campo ne sopravvissero solo 80. Tutti gli altri furono immediatamente soppressi ed i loro resti bruciati.
Il 14 ottobre 1943 trecento deportati, guidati da un ufficiale russo, Alexandrei Petchorski, s’impossessarono delle armi delle guardie, dopo averle sopraffatte, ed evasero dal campo. Una gran parte fu ripresa durante la fuga, ma una quarantina riuscì a mettersi in salvo, raggiungendo le unità partigiane che operavano nella zona. Questi furono i testimoni dei misfatti di Sobibor.
Dopo la rivolta il campo fu sgombrato e distrutto dalle stesse SS. Oramai non resta più nulla di quello che fu uno dei più efficienti impianti di soppressione collettiva.
Nel bosco dove, una volta, venivano bruciati i cadaveri che il crematorio non riusciva a smaltire, un grande tumulo di ceneri umane e di terra intrisa di sangue ricorda l’efferatezza di quel luogo ed il martirio delle vittime.

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ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

Nella Mascagni – Per anni ho avuto l’incubo delle torture in quelle celle

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Testimonianze

La testimonianza di Nella Mascagni, ex deportata nel Lager

Per anni ho avuto l’incubo delle torture in quelle celle

Quelle esperienze non si dimenticano, rivivono incessantemente in noi in ogni particolare, addirittura in ogni sfumatura. Si è ucciso, ma non si è ucciso sistematicamente al campo di Bolzano. Era un campo di passaggio, la merce umana era destinata a centri di scientifica criminalità ben più perfezionati nelle tecniche di utilizzazione del corpo umano, vivo o morto. Ma la fame più nera era fame anche qui, le torture a coloro che erano ritenuti più pericolosi o in grado di far conoscere notizie preziose per i nazisti, anche qui erano torture, efferate, indicibili.

Mi viene a mente una poesia che Mario Tobino ha dedicato all’eroico Mario Pasi, giunto all’impiccagione, forse già morto per le feroci torture, il 10 marzo 1945 a Belluno: «Lo impiccarono -, dice Tobino, – dopo sevizie che non ho piacere si sappiano».

Erano le sevizie che avevano fatto scrivere a Pasi, in un pezzo di carta che si conserva, «Compagni mandatemi del veleno, non resisto più». Anch’io non ho piacere che si sappiano quelle sevizie, non voglio ripeterle. Io sono stata solo picchiata, tante volte. Ma ricordo i compagni e le compagne delle celle che tornavano da interrogatori al corpo d’armata sfiniti, tumefatti, incapaci di aprire bocca, persino di gemere.

E ricordo la paura infinita, incontrollabile, paralizzante, troppo favorevolmente alimentata dallo stato di prostrazione totale, nient’altro che la conseguenza della fame. Una paura che si esaltava di una terribile componente psicologica: la imprevedibilità di quel che poteva avvenire, delle reazioni dei nostri aguzzini, capaci di divertirsi con le trovate estemporanee, le più impensate. Come non ricordare l’inventiva del maggiore Schiffer, capo della Gestapo, pronto a offrire una sigaretta, a fare un, complimento, a pestare dl botte, a ordinare la tortura? Come non avere davanti agli occhi il biondo alto Stimpfl, SS aggregato alla Gestapo, la cui ferocia ben è ricordata dal nostro caro Luigi Emer, il comandante "Avio"? Impossibile far uscire di mente i due criminali Otto e Mischa, i quali agivano come padroni di vita e di morte sui confinati nel blocco delle celle. Rientravano di notte in preda agli effetti allucinanti dell’alcool, e per tutti noi erano incubi indicibili; poteva toccare ad ognuno di conoscere la loro violenza che si affidava al massiccio bastone o al nerbo di bue;

Erano giovanissimi, Otto e Mischa, esseri asociali reclutati da precoci esperienze di perversione. Agivano di loro prevalente iniziativa, o erano facile strumento in mano di volontà più raffinatamente perverse? Come rispondere a domande di questo tipo, che allora, nello stato di angoscia in cui ci trovavamo, neppure ci si dava il caso di porre.

Certo la criminalità non si esauriva nei due bestiali guardiani del blocco celle. E sufficiente che io ricordi un episodio tra i tanti che mi si affollano nella mente: l’incontro sconvolgente che feci con Tea Palman di Trecchiana, in provincia di Belluno. Io ero stata trasferita nella sua cella il giorno dopo che Tea era rientrata al campo dopo alcuni giorni di permanenza nei sotterranei del corpo d’armata: lunghi interrogatori e torture l’avevano ridotta in condizioni disperate; il suo corpo era stato martoriato dalle percosse. Feci del mio meglio per alleviare, più con il conforto che con altro, le sue sofferenze. Divenimmo amiche, ci confidammo le nostre esperienze di lotta.

E come non ricordare le tristi condizioni di Quintino Corradini. Era stato ferito in uno scontro a fuoco a Molina di Fiemme. Soffriva indicibilmente per una gamba rotta. Era riuscito a fasciarla alla meglio. Null’altro era possibile per Quintino. Mi adoperai per giorni e giorni a sorreggerlo nei brevi periodi quotidiani di uscita all’aria aperta, ad aiutarlo come mi era possibile. "Fagioli" -  questo il suo nome di battaglia – denuncia ancor oggi i segni di quelle ferite che si dovevano rimarginare solo per la giovane età.

Avevo saputo che nel blocco celle qualche tempo prima del mio arrivo erano state uccise con getti d’acqua gelata (in pieno inverno) e con sevizie d’ogni genere madre e figlia ebree, di nome Voghera. Il giorno di Pasqua veniva finito con fredda ferocia un giovane friulano, Bortolo Pissuti, a cui Egidio Meneghetti doveva dedicare versi commossi: «No voi morir, no voi morir», aveva implorato per tre giorni Bortolo, «tri giorni l’à ciamado la so mama». Così ricorda il compagno dl campo Meneghetti, che la notte di Pasqua rammenta di aver udito «un sigo stofegado in rantolar» . «L’è Pasqua. De matina. E lu l’è en tera longo, tirado, duro come el giasso, ocio sbarado nella facia nera, nuda la pansa, co la carne in basso ingrumà de sangue rosegà. Nela pace de Pasqua tase tuti. Imobili, e nela cela nera tase el pianto del Bortolo Pissuti».

Così, Egidio Meneghetti, che mi ha voluto bene come una figlia, al quale sono rimasta unita ed affezionata come ad un padre.

Ricordo Dal Fabbro e Gilardi, sottoposti a torture che ancora una volta non voglio dire perché non ho piacere che si sappiano, Ada Buffulini, sempre calma, con tutti prodiga di cure; colui che doveva essere mio suocero che stava per essere ucciso perché nella indicibile confusione degli ultimi tempi era stato scambiato per l’uomo che doveva divenire a guerra finita mio marito. Ed ancora Senio Visentin, tanto forte di carattere, che avevo conosciuto, così volitivo nel comportamento di resistente; don Daniele Longhi, sereno al punto di saper pronunciare un pacato e rassicurante discorso da buon pastore il giorno in cui ci fecero ammassare dinanzi al blocco con le mitragliatrici puntate, e noi aspettavamo, senza più connettere, il momento fatale.

Ed "Avio": nel corso di un’azione in Val di Fiemme era stato gravemente ferito, catturato, torturato. Avevano infierito nelle piaghe aperte del suo corpo, che doveva conservare la dura impronta della menomazione. Enrico Pedrotti, l’indimenticabile "Marco", composto e dignitoso, senza mai un cedimento. Longon non l’ho conosciuto. Sono entrata in campo dopo la sua uccisione, avvenuta il 31 dicembre 1944 nelle celle della Gestapo al corpo d’armata; e ancora Mario Leoni, Aldo Pantozzi, l’avvocato Loew.

Le mie impressioni, i miei ricordi sono carichi di tensione. L’angoscia e il terrore, che ho patito al campo, al blocco celle, sono stati duri, lancinanti. Questi ricordi si devono far conoscere soprattutto alle giovani generazioni. Non si deve dimenticare.

Non sono controllata e distaccata come Ada Buffulini. Per anni ho avuto incubi notturni di SS, di facce feroci della Gestapo, di maggiori Schiffer che bastonavano mentre le segretarie indifferenti fumavano. Non è stato possibile. Quando la mia mente va all’una o all’altra cella da me abitata, sento l’incubo indicibile del tre metri per uno e mezzo, quanto approssimativamente era la loro paurosa ristrettezza. Non potersi muovere, rimanere per ore e ore, di giorno, di notte, costretta in uno squallido giaciglio, col pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere il giorno dopo, da un momento all’altro, con l’angoscia per le sofferenze di mia madre, di mio padre. Nel 1944 mi avevano presa e rinchiusa nelle carceri di Trento: ero stata certo male, avevo avuto paura, ma non ho conosciuto, nemmeno lontanamente, il clima allucinante del blocco celle.

Perché ho accettato di dire nella più cruda semplicità, come si affollano nella mia mente, queste cose? Ne ho sentito una sorta di dovere morale. Ho sempre cercato di far sapere a quante più persone possibile, a quanti più giovani possibile, che cosa ci hanno dato il fascismo, il nazismo. Ho raccontato e racconto queste mie modeste, limitate ma intense esperienze perché so che come quelle di tutti coloro che hanno avuto la ventura di partecipare alla Resistenza, possono e debbono essere il supporto, la premessa, lo spunto per riflettere, per ragionare su quegli eventi; intenderne il significato, per capire le forze che allora si sono misurate, le forze della barbarie" della disumanità, del terrore scientificamente promosso, al servizio di interessi esattamente costituiti; ma di contro a queste le forze, le classi, i movimenti politici, ideali, religiosi, che hanno saputo tenere alto il senso della vita, hanno fatto proprio il concetto dell’uomo che è uguale al suo simile, che costruisce il proprio destino nella esaltazione dei valori creativi, nei valori della libertà, della cultura, della ricerca al servizio dell’umanità.

Nella Mascagni

Sachsenhausen–Lager Tedeschi

Sachsenhausen

1

Costituzione: 12 luglio 1936
Ubicazione: 35 km a nord di Berlino

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Chiamato anche "Oranienburg – Sachsenhausen", era uno dei più grandi campi di concentramento nella Germania settentrionale. Da documenti rinvenuti dopo la liberazione risulta che al 31-1-1945 erano presenti in quel Lager 56.624 deportati di ogni nazionalità.
Sono passati per quel campo, stando ai registri ufficiali, 204.537 uomini, una buona metà dei quali vi trovarono la morte per sfinimento, per sotto nutrizione, per malattia ma soprattutto perché furono assassinati dalle SS. I deportati italiani identificati sono 421.
Nel campo di Sachsenhausen venivano sperimentati i metodi più aggiornati, semplici ed economici di «liquidazione» delle «sottospecie umane» (Untermenschen) invise al regime nazista. Dal settembre al novembre 1941 18.000 prigionieri di guerra sovietici furono eliminati col colpo alla nuca. Esisteva per questo un’apposita installazione in una baracca non lontana dal campo, dove i prigionieri col pretesto di una normale misurazione della loro statura venivano invece uccisi con un colpo di pistola, sparato da un SS appostato dietro una fessura del muro, corrispondente all’attrezzatura della misurazione. Poi questo sistema fu sostituito dall’asfissia a mezzo dei gas di scarico di camion appositamente attrezzati, ma soprattutto da fucilazioni collettive sul ciglio di fosse comuni, che gli stessi morituri erano costretti a scavare.
Accanto al Lager principale un campo speciale ospitava, con qualche riguardo, ministri e personalità dei paesi invasi, mentre migliaia di deportati furono messi a disposizione delle industrie impiantate nei dintorni. La solita DEST (Deutsche Erd und Steinwerke), la DAW (Deutsche Ausrustungswerke) ma anche Heinkel, AEG, Siemens, Demag-Daimler-Benz utilizzarono la manodopera coatta fornita dal Lager.
Nel 1942 la DEST decise di costruire una grande fabbrica di materiali refrattari accanto alla quale sorse poi una fonderia, perciò altri 2.000 schiavi dovettero disboscare terreni pressoché vergini, prosciugare paludi, costruire gli edifici e poi lavorare nella fabbrica realizzata con macchinari razziati dalle SS nei territori invasi e occupati dalle armate di Hitler.
Il 20 agosto 1939 alcuni deportati, camuffati con divise polacche, furono portati e poi trucidati a Gleiwitz, in prossimità della locale trasmittente radio. Da quell’episodio, gabellato per una violazione del territorio tedesco, Hitler trasse il pretesto per scatenare la seconda guerra mondiale, aggredendo la Polonia.
Sachsenhausen funzionava anche da campo di addestramento dei reparti di SS destinati alla sorveglianza e gestione di altri Lager: una vera scuola di sadismo e di meticolosa criminalità organizzata.
Va anche ricordato che in questo Lager le SS riunirono i più famosi falsari d’Europa facendo loro stampare molti milioni di sterline e di dollari la cui perfetta imitazione venne sfruttata nei modi più rocamboleschi.
Anche a Sachsenhausen furono effettuati esperimenti e studi pseudoscientifici, utilizzando come cavie esseri umani. Si sperimentò la resistenza ai gas tossici, si verificarono gli effetti di certi veleni ad azione immediata, di sonniferi e di preparati contro il tifo petecchiale, la tubercolosi ed altre infezioni virali.
Il Lager di Sachsenhausen fu liberato il 22 aprile 1945 da reparti avanzati della 37.a armata sovietica.

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ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

Adriano Ossicini – Quando il morbo di K salvò ebrei e aiutò i partigiani

Quando il morbo di K salvò ebrei e aiutò i partigiani

La vicenda ricostruita da uno dei protagonisti, lo psichiatra Adriano Ossicini. Al morbo, inventato, la stessa iniziale di Kappler e Kesserling

Antifascismo Democrazia Memoria

Un nome inquietante per una malattia infettiva, devastante e mortale, talmente contagiosa da richiedere, per chi ne era affetto, l’isolamento in un padiglione clinico specializzato. In realtà, il morbo di K non esisteva, venne inventato dal primario e da un medico di un ospedale di Roma per nascondere ebrei e partigiani durante l’occupazione nazifascista.

A decenni di distanza quel nosocomio, il Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina proprio di fronte al ghetto capitolino, ha ricevuto il titolo di “Casa di Vita”. La vicenda è stata ricordata da uno dei protagonisti, lo psichiatra Adriano Ossicini, 96 anni, combattente della Resistenza, già senatore, e nel libro di Pietro Borromeo, figlio di Giovanni, allora primario della struttura, riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” nel memoriale Shoah Yad Vashem. Nel documentato volume pubblicato da Fermento nel 2007 (una recensione è disponibile sul sito dell’ANPI http://www.anpi.it/libri/123/il-giusto-che-invento-il-morbo-di-k) si ricostruiscono i fatti. (http://www.lastampa.it/2016/06/21/multimedia/italia/il-dottor-ossicini-cos-ho-salvato-gli-ebrei-durante-le-persecuzioni-irWI1r2T921jmTEm25tB2K/pagina.html)

Siamo nell’ottobre 1943. Le SS hanno deportato verso i campi di sterminio le famiglie ebraiche residenti nel ghetto. Alcune persone sono riuscite a scampare alla razzia e vengono nascoste al Fatebenefratelli dove lavorano Borromeo e il giovane medico Ossicini. Si temono però le delazioni: in cambio di denaro, le spie sono disposte a segnalare alle SS i nomi dei conventi e degli ospedali che danno rifugio a ebrei e partigiani. Così aiutati dal Priore dell’Ordine ospedaliero, il polacco Fra’ Maurizio Bialek, il primario e il suo assistente inventano il morbo di K, prendendo anche in giro i tedeschi con l’attribuire alla malattia la lettera K, la stessa iniziale dell’ufficiale Herbert Kappler e del generale Albert Kesserling. Sistemano i finti malati, un centinaio, in un reparto e negli scantinati approntano una radio trasmittente per comunicare con i partigiani laziali. Inoltre, Borromeo e Ossicini procurano documenti falsi ai perseguitati che, dichiarati morti per il morbo, vengono poi nascosti in altre strutture cittadine. Le SS si presentano al Fatebenefratelli, ma le cartelle cliniche con la descrizione della malattia sono talmente perfette che per la paura si astengono dal fare irruzione. Nel dopoguerra, il prof. Giovanni Borromeo verrà insignito di Medaglia d’Argento al Valor Militare per i meriti nella Resistenza. L’attività partigiana costò ad Adriano Ossicini la prigione e le violenze di nazisti e fascisti. Oggi rievoca l’occupazione con un motto: «Bisogna cercare di essere dalla parte giusta, sempre».

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Patria Indipendente

Lager Tedeschi – Neuengamme

Neuengamme

 

Costituzione: 19 dicembre 1938
Ubicazione: 30 km a sud-est di Amburgo

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Il Lager di Neuengamme, situato nella Germania settentrionale nei pressi della città di Amburgo, venne aperto con il 13 dicembre 1938 con l’arrivo di un trasporto di 100 deportati provenienti da Sachsenhausen di cui Neuengamme inizialmente fu un comando esterno.

Dopo l’occupazione della Polonia, Himmler voleva avere a disposizione un Lager capace di accogliere 40.000 polacchi e così nella vecchia fabbrica di mattoni cominciarono affluire trasporti di piccola entità, 200 – 250 persone, tutte destinate a produrre mattoni. La materia prima, l’argilla veniva estratta da una cava che si trovava già dentro il recinto del Lager.

Nel marzo del 1940, quello che inizialmente era essenzialmente un Lager dove si producevano mattoni e si costruivano i Blocchi in mattoni destinati ad ospitare nuovi e numerosi deportati, si trasformò in un Lager terrificante dove il terrore divenne di casa.

Prima di proseguire la storia di questo Lager occorre ricordare che la produzione di mattoni, come quella di pietrame vario che avveniva nelle cave Mauthausen, Flossenbürg, Natzweiler e Gross Rosen, tutte gestite dalla DESt , società delle SS, che acquistò la mattonaia di Neuengamme con i suoi 50 ettari di terreno, venne incrementata non appena Himmler ebbe sentore dei grandi progetti in discussione tra Speer e Hitler il quale voleva meravigliare il mondo con il rifacimento in termini colossali delle due città tedesche Norimberga e Berlino per poi espandere tale rifacimento ad altre città.

Himmler si propose così come fornitore di pietre e mattoni (non solo) con la DESt che avendo la possibilità di sfruttare il lavoro gratuito dei deportati, avrebbe anche contribuito a rimpinguare le casse delle SS.

Per Amburgo si prospettava dal progetto dell’architetto Gutschow la sistemazione della città e delle sue sponde sull’Elba in chiave moderna. Quindi, non solo il Lager era funzionale a questo progetto che prevedeva la produzione di milioni e milioni di pezzi di mattoni all’anno, ma serviva anche con il lavoro dei suoi deportati per la costruzione di un canale che dall’Elba consentisse di trasportare il materiale ad Amburgo che dista circa quaranta chilometri da Neuengamme.

Inizialmente i trasporti verso questo Lager contavano poche centinaia di persone e, se non erro, la custodia del Lager era affidata alla polizia. Successivamente, nel 1940, cominciarono ad affluire trasporti consistenti. Esempio: 3000 persone da Sachsenhausen, 500 da Buchenwald, ecc. Si trattava per lo più di polacchi e, con l’arrivo di questi deportati ebbero inizio i lavori per la costruzione della grande mattonaia (Klinkerwerke).

Ormai nel Lager il terrore era instaurato e radicato ed il Lager continuò senza sosta ad accogliere deportati che i trasporti dagli altri Lager e laGestapo di Amburgo e delle città vicine inviavano.

Alla fine del 1940 contava già 5.000 deportati (430 erano morti negli ultimi mesi); a fine 1941 i deportati erano saliti a quasi seimila, esclusi i 1000 prigionieri sovietici ed i 43 loro ufficiali arrivati in ottobre; a fine 1942 il numero era salito a 13.400( ed i morti furono quasi 4.000). A fine 1943 la forza del Lager arrivò a 25.700 deportati e a fine 1944 il Lager conta 48.800 deportati, di cui circa 10.000 donne ed i morti quell’anno superarono le 8.000 unità.

Alla fine di marzo del 1945 i numeri di matricola raggiunsero il numero 87.000 per gli uomini e 13.000 per le donne, ma i trasporti continuarono ad arrivare ed arrivarono pure i gruppi inviati dalla Gestapo di Amburgo per essere impiccati o fucilati dentro il Lager.

E’ stato stimato che nel Lager vennero portate durante la sua storia (1938-1945) anche 2.000 persone fra uomini e donne, per lo più membri della Resistenza attiva che furono impiccati, come i 71 membri del gruppo Baestlein- Absagen- Jacob, del quale facevano parte l’attrice Hanna Mertens e Magaret Zinke, ed anche il ramo amburghese della "Rosa Bianca" che furono impiccati dentro al Lager il 23 aprile ’45.

Il Lager di Neuengamme con i suoi 80 sottocampi divenne così il più grande Lager della Germania settentrionale: passarono dentro i suoi reticolati circa 104.000 deportati e si stima che fra i 45.000 ed i 55.000 non sopravissero.

Per tre mesi, fra il ’41 ed il ’42 tutto il Lager venne messo in quarantena perchè le impossibili condizioni igieniche avevano provocato un’epidemia di tifo petecchiale. Vennero bloccate le uscite e tutti i trasporti, da e per Neuengamme; pochissime SS partecipavano agli appelli. L’epidemia, oltre le centinaia di vittime tra i deportati, causò la morte di 477 soldati sovietici.

Sempre nei primi tempi, da Neuengamme venivano inviati continuamente deportati a Bernburg, uno dei sei centri dove si praticava l’eutanasia, per venire colà gasati.

Per chi si avvicina alla storia della deportazione ed è indotto a confrontare le situazioni dei vari Lager, Neuengamme presenta alcune particolarità che lo differenziano dagli altri Lager.

Ad esempio: si notano dei veri e propri scambi di deportati tra i vari Lager Auschwitz, Dachau, carceri della Gestapo, Stalag ed Offlag di militari russi. Neuengamme invia più volte deportati indeboliti, incapaci di lavorare (nicht mehr arbeitsfaehigen), ad esempio a Dachau scambiandoli con lo stesso numero di deportati sani ed abili al lavoro che Dachau invia, restituisce, a Neuengamme. Troviamo che fra i suoi campi "satelliti" vi sono anche Lager di 8- 2-20- 7- 15 persone solamente.

Ho voluto succintamente dare un’idea del Lager. Adesso parliamo degli italiani a Neuengamme.

Dalla tabella che classifica i deportati per nazionalità, gli italiani passati per questo Lager figurano essere 850. Mi sembra necessario dire che la tabella ci indica soltanto quelli che all’entrata nel Lager dichiarano di essere italiani e ricevono la I. Parecchi tra gli italiani dell’Istria, del Carso triestino, di Fiume, spesso partigiani nelle formazioni slovene o italo-slovene, dichiarano di essere di madrelingua slava e ricevono la J.

I primi italiani a Neuengamme, secondo i dati in possesso di un compagno francese che fa parte dell’AIN (Amicale Internationale Neuengamme), arrivarono con un trasporto proveniente da Vienna nell’ottobre 1943. Il trasporto inviato dalla Gestapo era formato da 400 deportati e comprendeva- oltre alcune decine di italiani- anche dei cecoslovacchi e degli Jugoslavi. I loro numeri di matricola erano inferiori al 25.000.

Nel luglio 1944 arrivò un altro trasporto da Vienna di 160 persone con parecchi italiani. Un altro trasporto ancora, comprendente deportati italiani, arrivò il 1° settembre 1944 da Belfort (Francia). Dei 900 deportati, 100 circa erano italiani e gli altri erano belgi e francesi. I loro numeri di matricola superavano il 42.000.

Dopo questi trasporti gli italiani arrivarono direttamente da Dachau con i trasporti del mese di ottobre e successivi.

Mentre i deportati dei primi trasporti (dei quali alla liberazione si conteranno alcuni sopravvissuti) sono decisamente dei politici che hanno partecipato alla Resistenza in Italia, in Francia e con i partigiani jugoslavi, gran parte di quelli arrivati da Dachau sono persone rastrellate dai tedeschi e dai loro alleati (brigate nere, cosacchi, spagnoli della Legione Azzura) nei paesi dell’alto Friuli e della Carnia. Dopo aver installato il terrore con fucilazioni (solo a Torlano vennero trucidate 33 persone di cui parecchi bambini), venne razziato tutto quello che era d’interesse degli invasori, poi i paesi vennero dati alle fiamme e decine e decine di persone vennero deportate.

Mi è stato fatto notare che a Neuengamme tra gli italiani mancava un gruppo politico il quale si proponesse di tenerli uniti, assisterli e confortarli. Erano isolati, ed accanto a ciò la polverizzazione di questi poveri deportati negli 80 Lager "satelliti" provocò la demoralizzazione e li rese facilmente preda della morte.

Un’altra considerazione voglio fare: esaminando i nominativi riportati nella Gazzetta ufficiale per l’indennizzo, ho notato una stretta similitudine tra i deportati di Laura e quelli di Neuengamme. Quelli di Laura dichiarano come campo di deportazione Buchenwald, molti di quelli di Neuengamme dichiarano solo Dachau. Queste dichiarazioni rendono difficile la costruzione di una storia della presenza italiana a Neuengamme, come del resto mi era stato difficilissimo ricostruire la storia degli italiani deportati a Laura.

Durante la visita che ebbi occasione di fare in rappresentanza dell’Aned per il Congresso dell’AIN (Amicale Internationale Neuengamme) visitai il Lager che è forse l’unico ad essere rimasto com’era alla fine della guerra, eccetto alcune demolizioni effettuate dal Senato della città di Amburgo che entro il perimetro del Lager nel 1948 costruì un correzionale per minorenni che col tempo divenne un penitenziario per adulti in funzione ancor oggi.

* * *

Mi sembra infine interessante accennare al congresso dell’AIN al quale ho partecipato in rappresentanza dell’Aned.

Il tema base del congresso era la preparazione del futuro congresso del 2000 che coinciderà con il 55° anniversario della liberazione dei Lager.

I due problemi più importanti che sono stati dibattuti riguardavano da una parte la necessità di riappropriazione di tutto il Lager da parte della Gedenkstaette (Memoriale) e l’altro come fare per poter finanziare l’arrivo, per il congresso del 2000, di gruppi di sopravvissuti o loro parenti dai paesi dell’Est. Occorre a questo proposito ricordare che dei 106.000 deportati di Neuengamme 35.000 era costituito da russi e 16.000 si contavano tra i polacchi.

Per quanto riguarda la riappropriazione dell’intero comprensorio del Lager il grosso problema è costituito dal penitenziario inserito sul territorio, al centro di quello che era il Lager dividendolo così in due metà separate, ci sono state delle promesse sia del Sindaco di Amburgo che della signora Marquardt, Ministro della Cultura, che hanno promesso lo spostamento del penitenziario in altra sede ed hanno evidenziato come siano già stati stanziati i fondi allo scopo (120 miliardi!) la cui delibera dovrà venire votata tra breve dagli appositi organi consiliari.

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

Alberto Berti

I Lager Tedeschi – Ravensbrùck

Ravensbrück

Costituzione: 15 maggio 1939
Ubicazione: nelle vicinanze di Fürstenberg

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Già nel novembre 1938 una colonna di 500 uomini fu distaccata da Sachsenhausen, per erigere, nella piana di Macklenburg, circa 80 chilometri a nord di Berlino, un campo per ospitare i detenuti del disciolto campo di Lichtenburg. Doveva essere, nei primi tempi, un campo di «rieducazione» dei prigionieri politici tedeschi. Poi divenne un campo prevalentemente femminile.
Il primo contingente di 867 donne arriva a Ravensbrück già nel maggio 1939. Si tratta in gran parte di comuniste, socialdemocratiche e testimoni di Geova tedesche. Nel settembre dello stesso anno si aggiunge alla popolazione presente un trasporto di zingare con i rispettivi bambini. Poi altri trasporti di donne provengono dalla Cecoslovacchia, dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Francia, dall’Italia: insomma da tutti i paesi invasi ed occupati dalle truppe hitleriane. In breve il campo ospita 2.500 deportate il cui numero è destinato ad aumentare a 7.500, fino a raggiungere, sul finire della guerra, la mostruosa cifra di 45.000 presenze. Nel complesso, tenuto conto dei decessi e dei trasferimenti, sembra accertato che a Ravensbrück furono immatricolate 125.000 donne delle quali circa 95.000 persero la vita. Circa 1.000 furono le italiane (di cui 919 identificate). A Ravensbrück nacquero 870 bambini, ma solo pochissimi ebbero la ventura di sopravvivere. Altri bambini, entrati nel Lager con le loro madri, non resistettero agli stenti, alla denutrizione, al clima.
Il personale di sorveglianza di Ravensbrück era formato da speciali reparti femminili delle SS che si sono prodigati per rendere impossibile la vita delle deportate. La ferocia di queste aguzzine ha superato ogni immaginazione e reso ancora più penosa ed insopportabile la già grama esistenza delle loro vittime.
La vita del campo era regolata dalle esigenze del lavoro nelle fabbriche contigue al campo o addirittura inserite nel suo recinto. Si trattava di industrie produttrici di materiale bellico o comunque di prodotti destinati all’esercito. La fatica, dovuta ai ritmi di lavoro inumani, la denutrizione e i rigori del clima, contribuirono in larga misura a stroncare la vita delle più anziane, delle più deboli, delle più debilitate. Per contro un movimento di solidarietà e di resistenza clandestino si sviluppò presto fra le deportate, e cercò di aiutare in tutti i modi possibili le più esposte. Da quel movimento clandestino partivano anche istruzioni per il sabotaggio della produzione, per le azioni necessarie per proteggere i bambini, per sottrarre alla violenza delle Kapo e delle ausiliarie SS le compagne prese di mira o comunque in pericolo. Questa solidarietà, che non conobbe distinzioni di nazionalità, di religione, militanza politica o condizione di origine sociale, fu la sola ancora di salvezza alla quale fu possibile attaccarsi, per non naufragare in quel mare di violenza e di terrore nel quale i nazisti hanno tentato di far affogare le proprie vittime.
Anche a Ravensbrück furono condotti su vasta scala – data la disponibilità di materiale umano – esperimenti pseudoscientifici d’ogni genere. Sterilizzazioni, aborti, infezioni e altre malvagità furono all’ordine del giorno. Di questa infame attività, esplicata con zelo e sadismo, esiste un’ampia documentazione, basata non solo su testimonianze agghiaccianti, ma su prove inconfutabili.
La 49.a unità della 2.a armata sovietica del fronte bielorusso ha liberato Ravensbrück il 30 aprile 1945. Il campo era stato in gran parte evacuato alcuni giorni prima. Rimasero ad attendere i liberatori circa 3.000 donne, alcuni bambini e pochi uomini ammalati, intrasportabili, tutti in condizioni pietose.

Per saperne di più sulla storia del Lager e per ottenere informazioni sul Memorial (orari di visita, percorsi di accesso ecc.) consultare il sito della Fondazione Ravensbrück (testi in Italiano, inglese, francese, tedesco e anche polacco).

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti