Marisa Musu

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MARISA MUSU

Medaglia d’Argento al Valor Militare

Gappista

Chi è Marisa Musu?

Io ho vissuto il fascismo da bambina e da adolescente, sono arrivata alla guerra partigiana che non avevo ancora diciotto anni. E chiaro che ho vissuto il fascismo in modo differente da chi era più grande di me. Di quello ricordo essenzialmente la mancanza di libertà, anche se questo può sembrare una contraddizione, visto che io la libertà non l’avevo conosciuta, per cui non sapevo che. cosa potesse significare. Però sono cresciuta in una famiglia antifascista militante per cui ricordo che all’età di circa sei anni, mia madre, che già lavorava clandestinamente contro il fascismo, mi diceva che se fossero arrivati a casa i poliziotti io avrei dovuto rispondere che ero piccola e che non sapevo nulla. Pensate a una bambina che cresce con l’idea che una parte della verità non si può dire e quindi sviluppa un modo di essere e di comportarsi innaturale. Per esempio, i nomi delle persone che venivano a casa erano nomi che io dovevo dimenticare. Da bambina e da ragazza frequentai tutte le classi: le elementari, il ginnasio inferiore, il ginnasio superiore; allora non c’era la scuola media; frequentai il liceo senza essere iscritta né all’ Opera nazionale fascista, né, poi, alla Gilda, e allora era quasi un dovere per gli scolari essere iscritti a queste organizzazioni; ricordo che mia madre, avendo saputo che il canale attraverso il quale si era iscritti d’ufficio a queste organizzazioni, era l’educazione fisica mi fece presentare un certificato medico con il quale si dichiarava che soffrivo di un principio d’ernia e che non potevo fare attività fisica. In virtù di questo piccolo stratagemma evitai l’iscrizione automatica alle organizzazioni giovanili fasciste, evitai le adunate, il sabato fascista, i balilla, le piccole italiane…

I miei genitori, erano dei sardi anarchici, decisero che avrei dovuto scegliere io, se diventare cattolica, nel momento in cui avrei raggiunto la maggiore età. Se pensate infine, che i Patti Lateranensi lasciavano la possibilità dell’esonero per cui io ero anche esonerata dalle ore di religione, capirete come la mia diversità durante quel periodo fosse quasi totale.

Devo dire però che, pur sentendomi diversa, avevo un sacco di amici, il che vuol dire che non nutrivo nessuna forma di disprezzo per i miei compagni di classe, per i ragazzi e le ragazze che erano fascisti, e questo penso anche in ragione della mia educazione familiare e della mia cultura antifascista; io non disprezzavo la gente, né quelli che avevano la tessera del Pnf, semmai disprezzavo i gerarchi e le autorità fasciste. In una classe, poi, non ci sono gerarchi, e allora il mio atteggiamento nei confronti degli altri ragazzi era aperto al dialogo, pensavo cioè di doverli convincere a passare all’antifascismo.

Avevo idealmente diviso la classe in due, a seconda di chi forse avrei potuto convincere e di chi invece non si sarebbe mai fatto convincere. È chiaro, che nel comunicare ai miei compagni, queste mie convinzioni ci mettevo la massima prudenza, bastava infatti una spiata per passare dei guai.

Che cos’era la violenza fascista?

C’è stata una prima fase del fascismo violento di cui ho sentito solo raccontare: l’olio di ricino, le manganellate, gli assalti alle camere del lavoro, le persecuzioni politiche ecc. Nel periodo della mia adolescenza, che coincide con quello della mia presa di coscienza, la violenza non si vedeva e non si sentiva; era un fascismo trionfante; c’erano comunque gli arresti degli intellettuali, dei comunisti, di quelli di Giustizia e libertà, degli antifascisti in genere, c’erano i tribunali speciali. Tutto questo non appariva, colpiva una minoranza e quindi non incideva nella vita della maggioranza delle persone. La violenza è diventata di nuovo visibile dopo l’otto settembre. È molto difficile descriverla, quella violenza, perché era allo stato diffuso. Bastava scendere in strada per vedere ceffi armati di mitra che pattugliavano le strade pronti a sparare. C’erano le retate, episodi di violenza estrema. Pensate a cosa può provare una persona che si trova come un topo in gabbia: via Nazionale veniva chiusa dalle camionette da una parte e dall’altra e quelli che rimanevano dentro, giovani e meno giovani, venivano prelevati e portati via. Poi c’era via Tasso, via Romagna… mi dispiace che l’edificio della Pensione Iaccarino sia stato, demolito, doveva restare li a ricordare l’orrore.

Perché si diventa partigiani? Perché sei diventata gappista?

Ognuno ha le sue ragioni. Per me non è stato altro che la continuazione del tutto naturale di un’attività di lotta antifascista che già svolgevo da due anni nelle file del Partito comunista a Roma. Nel cercare una mia collocazione nella lotta antifascista, mi è sembrato naturale per il mio carattere, scegliere la strada della lotta partigiana armata. Credo di aver capito una cosa, e cioè che pur non essendo coraggiosa, di alcune cose non ho paura: ad esempio un arma che spara, non mi ha mai fatto paura. E vale anche adesso. Io vado spesso in Palestina e li si spara ogni giorno, pochi mesi fa ho visto un ragazzo di 16 anni morire in una sparatoria, è stato orribile, ma comunque alle armi sono abituata. Mi è sempre piaciuto di più fare che non parlare e l’idea di fare con un’arma in mano mi sembrava allora il massimo del poter fare.

Io odio la violenza: la nostra violenza, che violenza è stata, era molto semplicemente e fin dal primo momento, l’unica arma per far cessare la violenza ben maggiore dei nazisti e dei repubblichini; se volevamo interrompere e stroncare quella violenza non c’era altra soluzione. Ricordo il manifesto, che credo sia della rivoluzione dei garofani in Portogallo, dei fiori sui fucili: questo non era possibile con nazisti e repubblichini, i loro mitra sparavano e ammazzavano. Bisognava, nel più breve tempo possibile, farli smettere.

Dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine non aveste il timore di provocare, con le vostre azioni, altre rappresaglie?

Ovviamente, io condividevo l’opinione di tutto il movimento partigiano, e cioè che non dovevamo farci intimorire dalla minaccia delle rappresaglie che erano l’unico strumento utilizzato dai tedeschi per fermare la lotta partigiana. Se dopo le Fosse Ardeatine non ci fosse stata la continuazione delle azioni partigiane quei morti sarebbero morti invano. Era, giusto continuare la lotta, anche per rispetto di quei morti e anche a rischio di rappresaglie. Fin dall’inizio i nazisti e i repubblichini hanno usato la rappresaglia perché pensavano fosse uno strumento per creare terra bruciata intorno ai partigiani, e invece contro di loro si ritorse l’odio della popolazione. Il calcolo che fecero i tedeschi si rivelò sbagliato. La gente, dalla portiera al tranviere, dallo spazzino alla monaca, capiva benissimo chi erano gli aguzzini. Io, per esempio, sono stata salvata da una rete di persone che sicuramente non hanno mai avuto la patente di resistenti, che forse non si sono ritenuti neanche loro stessi dei resistenti o dei partigiani ma che, in tanti e in funzioni e ruoli diversi, hanno fatto di tutto, rischiando la loro vita, per salvare la mia. Questo dimostra che la strategia della rappresaglia era assolutamente perdente.

Si dice: «Metà Roma nascondeva l’altra metà» C’era veramente questa solidarietà del popolo romano?

Era enorme e diffusa. Ma la cosa più importante era che ogni gesto di solidarietà non era senza rischi, metteva a repentaglio la vita delle persone, di chi compiva quei gesti, per esempio delle famiglie che nascondevano ebrei, i soldati renitenti, gli angloamericani. C’erano delle manifestazioni di solidarietà che scattavano spontaneamente e al momento giusto; c’era il vicino di casa che faceva finta di non vedere; c’era la persona che, incontrandoti per strada, faceva finta di non riconoscerti per paura di comprometterti, e tante altre manifestazioni, anche piccole, che sono state fondamentali per la nostra incolumità. Io mi sono salvata per una serie di combinazioni che danno l’idea di questa rete di gesti spontanei: le suore di Regina Coeli che non aprirono il thermos che mi veniva dall’esterno, se lo avessero fatto avrebbero scoperto che dentro c’era un messaggio; probabilmente lo sapevano, ma non lo aprirono il medico del carcere, un uomo della resistenza, che, assumendosene il rischio, diagnosticò un’appendicite acuta che io non avevo. I medici dell’ospedale in cui ero finita, e che non erano al corrente del piano della mia fuga perché avevo sbagliato il giorno in cui questa era prevista, che tuttavia non mi operarono lasciandomi la possibilità di passare una notte in ospedale e di fuggire. I poliziotti repubblichini che hanno accettato di fuggire con me pur di mettermi in salvo. Ci sono dieci, dodici persone a cui devo, ognuna per un piccolo gesto di solidarietà, la mia salvezza. A Roma, la Resistenza, in modo anche inconsapevole, l’ha fatta la grandissima maggioranza delle persone.

Cosa ricorda delle donne romane durante la Resistenza?

Quelle donne che hanno partecipato agli assalti ai forni, che hanno rischiato la vita per liberare i mariti quando erano rastrellati, io, come Gappista, non le ho frequentare durante quel periodo. Ho avuto la grande fortuna di conoscerle immediatamente dopo la liberazione di Roma. Nel ’44 ho vissuto un periodo stupendo. Io, diciottenne, che abitavo nel quartiere Prati, ero di famiglia bene, e quanto mai disorientata e inesperta, venni inviata dai dirigenti del partito comunista nelle borgate romane e lì ebbi l’occasione di conoscere, frequentare e, diciamo pure, di innamorarmi di queste donne romane straordinarie, protagoniste di vicende incredibili, donne già allora emancipatissime. Non solo governavano da sole le proprie famiglie, le proprie case, perché molti dei loro uomini non erano ancora tornati dalla prigione o dalla guerra, ma sicuramente durante quel nove mesi, quelle donne, hanno fatto cose straordinarie.

Che cosa è stata la resistenza? C’è chi sostiene sia stata una guerra civile…

Io non sono uno storico. Ho letto con grande interesse il libro di Pavone sulla guerra civile. Se devo dire come l’abbiamo vissuta noi, e con noi intendo dire i partigiani a Roma, io ti dico semplicemente che la abbíamo vissuta come una lotta di liberazione; la finalità della lotta è stata liberare la città e l’Italia dall’occupante straniero e dai suoi lacché, forse anche più feroci, che erano i repubblichini. Per noi era la lotta di liberazione da questa furia che fù il nazifascismo.

La Resistenza italiana è un fenomeno che s’inquadra nel più complesso quadro della resistenza europea. Voi vi sentivate parte di questo processo?

Per darti una risposta devo descriverti qual’era la situazione nel ’43/’44. Non c’era la televisione, la radio si sentiva ogni tanto e quando ti dico radio, mi riferisco a radio Londra, che diffondeva i suoi messaggi criptici e che era rischioso ascoltare; quindi le notizie non circolavano molto. Ad esempio sapevamo che in Jugoslavia c’era la guerra partigiana, si sapeva qualcosa della Francia perché parecchi comunisti italiani erano stati nel Maquis prima di venire in Italia; sapevamo che c’erano queste cose, ma non ne conoscevamo l’entità. Per esempio della guerriglia in Unione Sovietica, che pure è stata di grandissimo valore, non sapevamo niente. Pensavamo di essere parte di un grande movimento internazionale? Io penso che in quel momento non ne avessimo consapevolezza ma eravamo sicuri che laddove in Europa c’era l’occupazione nazista, gli uomini, le donne, il popolo intero si sarebbero ribellati. Di questo noi eravamo sicuri, perché l’oppressione nazista era una cosa che nessun popolo poteva accettare.

Oggi scrivi libri per i bambini palestinesi, cosa ti ha spinto a fare ciò, e perché proprio i palestinesi?

I bambini andrebbero amati e salvati in tutte le parti del mondo, ma io sono convinta che da qualcuno si debba pur cominciare. Sono sempre molto diffidente quando sento chi dice «perché dovrei prendere in affidamento un bambino palestinese e non un bosniaco, o un brasiliano, o un peruviano…?». Io rispondo: prendi in affidamento chi vuoi, ma in genere chi fa questo tipo di discorsi nell’incertezza non ne prende nessuno. Il mio essere dalla parte dei bambini palestinesi vuol dire essere dalla parte di un intero popolo che ha perso la sua patria ingiustamente.

Oggi l’Europa è scossa da razzismo e intolleranza. L’avresti mai immaginato?

No, non l’avrei mai creduto che potessero riemergere i sentimenti e gli atteggiamenti più negativi. Oggi attraversiamo un periodo infelice da questo punto di vista, una parte cospicua della nostra società stenta a riconoscersi in valori come la solidarietà e il rispetto degli altri. Certo, se qualcuno prende a calci un nero non vuol dire che tutto un popolo si comporti così, però il fatto che qualcuno lo possa fare nell’indifferenza generale mi preoccupa molto.

È possibile parlare di un ritorno del fascismo?

Molte volte pensiamo che se il mostro tornasse questo avrebbe le stesse caratteristiche di quello che abbiamo conosciuto. Non è così. Se per mostro intendiamo una società che si chiude sempre di più, una società dove le regole del mercato e la legge del più forte si affermano incontrastate, una società dove gli spazi di libertà si restringono, allora ti dico che una forma di mostruosità già c’è ed è visibile. Pensa ad esempio al pluralismo e alla possibilità di dire ciò che si pensa: ecco, il principio della libertà di espressione è svuotato di contenuto e resta solo sulla carta se c’è qualcuno a cui è consentito parlare con un megafono mentre gli altri usano la sordina. Io oggi sento l’approssimarsi di qualcosa di minaccioso, ma faccio difficoltà, come tutti, a capire che cos’è. Il fascismo può tornare? No, sicuramente non torneranno le Fosse ardeatine, i campi di concentramento, e i forni crematori; ma ciò che di mostruoso avevano nazismo e fascismo può tornare, anche se in forme diverse. Se pensiamo a una società in cui la libertà va distribuendosi in misura sempre minore e in cui può godere di una serie di diritti soltanto una minoranza di cittadini; se pensiamo che a questa libertà circoscritta corrisponde una illibertà diffusa, sottile, subdola, della quale si ha meno consapevolezza, abbiamo la percezione del pericolo che corriamo. Per esempio io vorrei la libertà di avere una televisione che mi dia cultura e informazioni, che non siano tendenziose; questa libertà già oggi non ce l’ho più. Lo stesso vale per i diritti sociali: negli Stati Uniti un bambino su quattro vive in condizioni di povertà..

La libertà e la democrazia, ha scritto Terracini, si conquistano. Come si conquistano oggi e soprattutto come si difendono?

Ogni giorno, subiamo delle limitazioni alla nostra libertà, delle piccole erosioni della democrazia, e tuttavia lasciamo correre perché magari pensiamo che non siano importanti o, peggio, che non serva a nulla protestare, unirsi agli altri per far cessare un sopruso. Questi atteggiamenti oggi sono molto diffusi, ma non penso sia solo per indifferenza. Quando vedo i giovani penso che più che l’indifferenza sia forte in loro il senso di impotenza; quando sentono che nel mondo ci sono milioni di bambini che muoiono per fame come fanno ad andare a scuola, al cinema, a divertirsi senza pensare che non hanno fatto nulla per aiutarli? Per indifferenza? Per insensibilità? Io non credo. È soltanto per sfiducia in se stessi. Pensano di non poter fare nulla per cambiare una situazione che gli sembra enorme. Ecco, credo che ai giovani dobbiamo chiedere di avere più fiducia in se stessi. Per questo credo che il volontariato rappresenti una grossa potenzialità, perché contribuisce a demolire quella sfiducia. Per i giovani ci vuole fiducia, perche con quella, come diceva Mao Tze Tung, puoi smuovere le montagne.

Tu sei stata comunista, hai cioè aderito a un orizzonte ideale di trasformazione della società. Che fine ha fatto quell’orizzonte?

Innanzitutto ti premetto che io sono ancora comunista. Che fine ha fatto quell’orizzonte? Forse fatica a venir fuori, ma c’è. C’è nei giovani che fanno i cortei per le strade, perché vogliono una scuola migliore, c’è nelle ragazze che non si sentono più inferiori agli uomini; c’è negli operai e nei lavoratori che non vogliono riforme ingiuste. Questo è per me il comunismo: l’aspirazione ad un mondo più giusto. Sarò un’illusa? Può anche darsi. Sarò ottimista? Può anche darsi. Ma non credo di essere una visionaria.

È vero che la politica ha perso la capacità di interpretare i problemi reali della gente ed è vero che esiste una crisi della politica?

Il qualunquismo c’è sempre stato; c’è sempre stata la gente che ha detto che la politica non serve a niente. Voi capite bene che questa cosa non ha senso perché la politica è necessaria. Se la politica è l’arte di organizzare la vita di tanta gente, di un popolo intero, non può che esserci. Che la gente non la ami, di questo sono convinta; però credo che alla base di ciò ci sia un equivoco sul quale specula chi vuole presentarsi come il «salvatore della patria». Ritenere che la politica non serva a nulla, giova solo a chi prepotentemente «scende in campo» e dà a credere di poter risolvere, lui, da solo, i mali del mondo; «io non faccio politica» e poi fa politica, «io faccio parlare tutti», poi parla solo lui…

Che ne pensi della nuova destra italiana?

Vedo due destre: quella di Forza Italia che è una destra di parvenu, di gente poco colta e profondamente antidemocratica, come può esserlo un uomo di mercato, neanche ad altissimi livelli, come il suo leader Berlusconi, e la destra di Fini, quella ex o ancora fascista, che è più consapevole e dunque più pericolosa.

Come vedi oggi la sinistra?

Forse a sinistra abbiamo giocato male su due piani: da una parte, siamo rimasti ancorati ad alcune cose che andavano svecchiate, e, dall’altra, ci siamo innamorati in modo credulone e superficiale del «nuovo». In questo modo non abbiamo elaborato una nostra reale modernità. Ci siamo accodati ai Clinton, oppure siamo rimasti ancorati a cose un tempo validissime ma che oggi non lo sono più.

Per anni c’è stato un programma fondamentale non scritto della sinistra e cioè La Costituzione e i suoi principi fondamentali: è ancora valido? Può essere la base da cui partire per elaborare quella modernità di cui parli?

Secondo me ci siamo per troppo tempo dimenticati che alcuni valori fondamentali della Costituzione andavano rinverditi e cioè fatti entrare in una cornice di modernità. La solidarietà, la società fondata sul lavoro, le pari opportunità, l’uguaglianza… li abbiamo lasciati lì, imbalsamati, e questo li ha fatti appassire. Dovevamo fare in modo che questi valori potessero essere capiti e assimilati dalle dalle nuove generazioni.

Cosa fare? Potrei dare innanzitutto dei consigli a me stessa, come donna di sinistra, e cioè innanzitutto cercare di non usare strumenti e contenuti vecchi senza buttare a mare la memoria. Dobbiamo essere una sinistra moderna che salva le radici e smette di fare i giochi di equilibrio cedendo su ciò su cui non si deve cedere, cioè sui principi, e irrigidendosi su cose poco importanti. Se vogliamo conquistare i giovani dobbiamo convincerli che non siamo il vecchio, che abbiamo sì delle radici, ma che abbiamo la possibilità di costruire un mondo diverso da quello di oggi.

Chi è oggi Marisa Musu?

Ho sentito dire di Lucio Lombardo Radice che fosse goloso della vita, ecco, è una frase in cui mi riconosco. Mi piace andare al cinema, mi piace fare cucina bene, mi piace viaggiare, divertirmi con i miei nipotini. Le speranze? Io ho una macchina e mi basta quella, ho una televisione e non ne voglio tre… Se coincidono con le speranze della gente? Non so. Alcuni vedono film che mi annoierebbero moltissimo, altri vanno in spiagge in cui io non andrei mai, però sono convinta che le mie speranze, i miei desideri di fondo coincidono con quelli della maggioranza delle persone: io sogno di vivere in un mondo interessante, in un mondo giusto e in un mondo sereno.

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