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Mimmo Franzinelli – Le stragi nazifasciste

Mimmo Franzinelli
Le stragi nazifasciste
La penetrazione tedesca in Italia, dall’estate del 1943, trasforma il territorio nazionale in uno dei fronti principali della guerra tra esercito del Reich ed eserciti anglo-americani. Le popolazioni dei territori invasi si trovano esattamente “tra due fuochi” (T. Baris, Tra due fuochi. Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav, Roma-Bari, Laterza, 2003), finendo coinvolte, quali vittime “collaterali”, in questa nuova modalità ed espressione della guerra totale. A ciò si aggiunge, fin dal luglio del 1943 – quando l’alleanza tra Italia e Germania è ancora pienamente in vigore – l’esplicitazione della violenza, nelle sue forme più brutali, da parte dei tedeschi, che si rendono responsabili di stragi ed eccidi di “inermi”. Nei 20 mesi in cui si sviluppa la lotta resistenziale, gli occupanti tedeschi, spesso assistiti attivamente dai collaborazionisti fascisti – i quali non esitano, in numerose occasioni, a rendersi protagonisti in modo autonomo dell’esercizio della brutalità –, infieriscono nei confronti della popolazione, dei partigiani, dei soldati disarmati, delle minoranze religiose, degli ex prigionieri di guerra in mani italiane.
Le ragioni della violenza sono le più varie; le vittime, secondo l’analisi dettagliata che ha prodotto l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia – al quale si rimanda – sono più di 23.000 in circa 5.550 episodi, compresi nell’arco cronologico che va dal luglio 1943 al maggio 1945. L’Atlante è il prodotto di una ricerca voluta dall’ANPI e dall’INSMLI (Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia) e finanziata dal governo della Repubblica Federale Tedesca. È stato reso disponibile online il 7 aprile 2016.
Al di là degli episodi noti – Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto-Monte Sole etc. – quello delle stragi naziste e fasciste risulta un fenomeno diffuso e capillare sul territorio nazionale. I reparti responsabili appartengono sia alle forze armate regolari del Reich (la Wehrmacht), sia alle SS, sia alle formazioni della RSI.
Oltre agli eccidi in Italia, rientrano nel fenomeno delle stragi, le violenze ai danni dei militari italiani all’estero, avvenute soprattutto nella fase immediatamente post-armistiziale, e quelle che hanno come vittime gli internati in Germania e nell’Europa orientale.
Tutti gli episodi di violenza, che avrebbero dovuto, nell’immediato dopoguerra, essere indagati dall’autorità giudiziaria al fine di giungere all’individuazione di presunti responsabili da sottoporre a processo, sono stati illecitamente tenuti nascosti, con i fascicoli d’indagine occultati nei locali della procura generale militare, a Roma. Tali fascicoli, rinvenuti nel 1994, rappresentano uno dei più imponenti e gravi occultamenti avvenuti nella storia dell’Italia repubblicana. Le cause del loro nascondimento sono state oggetto di indagini da parte di una commissione interna alla magistratura militare e di una commissione parlamentare d’inchiesta, nonché di approfondite analisi da parte della storiografia. Secondo le teorie più accreditate1, condivise peraltro dal Consiglio della magistratura militare (1999), dalla II Commissione Giustizia della Camera dei deputati (2001) e da parte della Commissione Parlamentare d’Inchiesta (quest’ultima ha concluso i suoi lavori, nel 2006, in modo non univoco, con una relazione di maggioranza e una di minoranza), tali cause fanno riferimento a sostanziali ragioni politiche: nel mondo diviso della guerra fredda, inchieste e processi a criminali nazisti avrebbero “disturbato” una Repubblica Federale Tedesca in fase di ricostruzione materiale e politica, nonché baluardo del mondo occidentale. Inoltre, richieste italiane relative a criminali tedeschi avrebbero rinnovato le istanze di paesi terzi – Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia, Urss, Etiopia, Libia – relative a criminali italiani, mai sottoposti a giudizio, né all’estero né in Italia, per gli eccidi e le violenze commessi nei territori d’occupazione dal 1935-36 al 1943 (e oltre, per ciò che riguarda i militi della RSI).
Dopo il 1994, e soprattutto dall’inizio degli anni 2000 presso la Procura Militare di La Spezia, sono state finalmente portate avanti le indagini e celebrati i processi – con gli imputati regolarmente contumaci – relativi ad alcuni degli eccidi più gravi avvenuti nell’Italia centro-settentrionale (le sentenze sono disponibili qui: http://www.straginazifasciste.it/?page_id=137). Nel 2013, presso il Tribunale Militare di Roma, è giunto a sentenza anche il procedimento relativo alla strage di Cefalonia. Molti altri casi, però, non sono mai stati indagati, finendo frettolosamente archiviati, di nuovo, tra la metà e la fine degli anni Novanta del secolo scorso (I. Insolvibile, Archiviazione “definitiva”. La sorte dei fascicoli esteri dopo il rinvenimento dell’armadio della vergogna, “Giornale di storia contemporanea”, XVIII (2 n.s.), 1, 2015).
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1 Mimmo Franzinelli, Le stragi nascoste. L’armadio della vergogna: impunità e rimozione dei crimini di guerra nazifascisti 1943-2001. Mondadori, Milano, 2003; Michele Battini, Peccati di memoria. La mancata Norimberga italiana, Laterza, Roma-Bari 2003; Filippo Focardi, Criminali di guerra in libertà. Un accordo segreto tra Italia e Germania, Carocci, Roma 2008; Alessandro Borri. Visioni contrapposte. L’istituzione e i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, I.S.R.Pt, Pistoia, 2010; Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (a cura di), Le stragi nazifasciste del 1943-1945. Memoria, responsabilità e riparazione, Carocci, Roma 2013

Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

Oradour sur Glane, la Marzabotto francese

Oradour sur Glane, luogo di un atroce massacro, è una delle più tremende testimonianze degli orrori della seconda guerra mondiale.

Oradour sur Glane si trova a venti chilometri a nord-ovest di Limoges, nella regione Limousin, dipartimento Haute-Vienne. Seicentoquarantadue furono le vittime del massacro operato da SS tedesche, uomini, donne e bambini: tra di loro anche una famiglia di contadini italiani, composta di sette persone

La strage fu operata da un distaccamento del 1° battaglione del 4° reggimento dei Panzergrenadier Der Führer, appartenente alla Panzedivision Das Reich delle Waffen-SS. È il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco, il 10 giugno 1944, assai simile a quello di Marzabotto in Italia o di Distomo in Grecia.

Con lo sbarco degli Alleati in Normandia, il 6 giugno 1944, i partigiani del Limousin intensificano le operazioni di sabotaggio e di disturbo per ostacolare i movimenti delle truppe tedesche.

Il 10 giugno, la 2a SS Panzerdivision Das Reich (15.000 uomini a bordo di 1.400 mezzi di trasporto, tra cui 209 carri armati, al comando del generale SS Lammerding, arriva a Limoges.

A una ventina di chilometri da Limoges, Oradour, in questa prima metà del XX secolo, é un villaggio di mercato. Il sabato, molti abitanti di Limoges vengono a fare le loro provviste, utilizzando il tram che collega Oradour alla città in circa mezz’ora.

Nel 1936, nel territorio del comune di Oradour si contavano 1574 abitanti, di cui 330 risiedevano nel borgo. Politicamente il comune era schierato chiaramente a sinistra, con una predominanza del partito socialista, soprattutto dopo le elezioni del 1935 in cui i partiti di destra avevano perso la loro rappresentanza in Consiglio comunale. I parlamentari eletti nell’Haute-Vienne, tutti socialisti, avevano votato all’unanimità i pieni poteri al maresciallo Pétain, il 10 luglio 1940, ad eccezione di Léon Roche, eletto nella circoscrizione che comprende Oradour.

Dal 1939 al 1944, la popolazione di Oradour era aumentata per l’arrivo di rifugiati, arrivati prima in tre ondate successive, poi in modo costante. All’inizio del 1939 erano arrivati dei repubblicani spagnoli, sconfitti dal franchismo, anarchici, comunisti e socialisti, di cui 22 erano ancora presenti alla fine del 1943. Nel settembre 1939 era stata la volta delle popolazioni evacuate dall’Alsazia, che fuggivano dalla guerra, ma non tanto bene accolte, la maggior parte avevano preso la via del ritorno nell’estate del 1940. La terza ondata era costituita da un‘ottantina di persone espulse dalla Lorena, che non nutrivano alcuna speranza di tornare ai loro paesi. Infine, a partire dalla sconfitta della Francia, arrivano, poco a poco, dei rifugiati provenienti dal Nord, dal Pas-de-Calais, da Montpellier e da Avignone, degli ebrei provenienti dalla regione parigina, dalla Meurthe-et-Mosella o da Bayonne. Nel giugno 1944, Oradour conta un migliaio di abitanti, essenzialmente in seguito a questo afflusso di rifugiati.

La presenza tedesca nella regione ha avuto inizio nel 1942, quando i tedeschi hanno invaso la zona libera della Francia, e, nella primavera del 1944, l’occupazione non sembra essere opprimente.

Non c’erano partigiani a Oradour-sur-Glane o negli immediati dintorni, come risulta dalle testimonianze unanimi degli abitanti, suffragate dai rapporti dell’amministrazione di Vichy e dai principali capi della Resistenza della regione. Oradour-sur-Glane non figura sui documenti dei partigiani ritrovati dalla Gestapo a Limoges. I partigiani più vicini alla località erano quelli dei monti di Bloud. Costituita da sei compagnie di FTP, questa era la più potente formazione di resistenza dell’ Haute-Vienne, dopo quella del comunista George Guingomin, ad est di Limoges. Due di queste compagnie, a circa otto chilometri da Oradour, erano dislocate nei boschi dei comuni vicini. Ad ovest, alla stessa distanza, vi erano altre formazioni di partigiani FTP. Al ritorno da Saint Junien, un paese a tredici chilometri a sud ovest di Oradour, Albert Morablou, fotografo clandestino dei movimenti uniti della Resistenza (MUR) di Limoges, venne arrestato e ucciso a Oradour.

L’esistenza di questi gruppi era nota agli abitanti di Oradour, alcuni dei quali era dei fiancheggiatori dei partigiani, che potevano essere mobilizzati in caso di necessità.

Alla fine di maggio 1944, l’Oberkommando della Wehrmacht (OKW) nota una «forte crescita dell’attività dei movimenti di resistenza nel sud della Francia, particolarmente nelle regioni di Clermont Ferrand e di Limoges e l’annuncio di numerosi reclutamenti nell’esercito segreto». Ciò è confermato dalla relazione del prefetto regionale di Limoges, che nota la moltiplicazione delle azioni della Resistenza: 593 in marzo, 682 in aprile e 1098 in maggio

L’8 e il 9 giugno, in scontri tra partigiani e soldati tedeschi, il comandante Helmut Kämpfe, responsabile di numerosi soprusi, viene catturato e ucciso insieme ad un altro ufficiale, il tenente Karl Gerlach.

La divisione SS Das Reich

All’inizio del 1944, dopo aver subito pesanti perdite sul fronte orientale, la 2a divisione blindata SS Das Reich viene trasferita nella regione di Montauban per essere riformata in previsione di uno sbarco alleato in qualche zona del fronte occidentale. É formata da 18.000 uomini, con l’appoggio di blindati leggeri e carri armati. I suoi membri sono impregnati di ideologia nazional-socialista: hanno combattuto sul fronte orientale, si considera un’unità militare d’elite e a già partecipato ad azioni antipartigiane.

All’indomani dello sbarco in Normandia, la divisione riceve l’ordine di posizionarsi nella regione tra Tulle e Limoges per contrastare i partigiani che, dopo l’annuncio dello sbarco alleato, hanno intensificato le azioni di sabotaggio e di disturbo delle guarnigioni tedesche.

La lotta antipartigiana è regolata da ordini emessi, dopo l’intervento personale di Hitler; sono conosciuti come “ordinanza di Speerle”, dal nome del maresciallo aggiunto all’alto comando dell’Ovest. Stabiliscono che la truppa é tenuta a ribattere immediatamente agli atti terroristici, rispondendo al fuoco e, se dei civili innocenti sono coinvolti, la responsabilità ricade esclusivamente sui terroristi. Le zone devono essere circondate, tutti gli abitanti, qualunque essi siano, devono essere arrestati; le abitazioni che hanno dato rifugio ai partigiani devono essere incendiate. L’ordinanza prosegue precisando che «verrà punito il comandante che mancando di fermezza e di risolutezza mette in pericolo la sicurezza delle truppe che sono ai suoi ordini e l’autorità dell’esercito tedesco». Questa volontà di inasprire la repressione contro la Resistenza è condivisa dal maresciallo Wilhelm Keitel, che dà l’ordine, nel marzo del 1944, di fucilare i partigiani catturati con armi alla mano e di non consegnarli ai tribunali.

Tra l’inizio di maggio e il 9 giugno 1944, la divisione, e in modo particolare il reggimento Der Führer, effettua, in base alle direttive del controspionaggio, numerose missioni alla ricerca di basi e di depositi dei partigiani, ed operazioni di risposta ad azioni della Resistenza. Nel corso di queste operazioni, circa sessanta partigiani sono uccisi e venti inviati nei campi di concentramento; un centinaio di civili vengono uccisi in varie circostanze e un migliaio deportati in Germania. Più di cento abitazioni sono incendiate.

L’8 giugno 1944, due reggimenti dei Panzergrenadier accerchiano la regione di Limoges per preparare il posizionamento della divisione nel settore, per far cessare le azioni partigiane. Il 1o battaglione del 4o reggimento Der Führer, agli ordini del comandante Adolf Diekmann, è impegnato nei pressi di Saint Junien, a 12 chilometri da Oradour. Per far venir meno il sostegno della popolazione ai partigiani e far diminuire la loro attività per timore di rappresaglie, le SS preparano un’azione mirante a produrre terrore. I motivi della scelta della località di Oradour per questa azione sono oscuri e controversi, per la scomparsa dei testimoni e la mancanza di documenti.

Verso le ore 13,30 del 10 giugno 1944, due colonne lasciano Saint Junien; la più importante delle due è composta da 8 camion, due blindati cingolati e un motociclista di collegamento. Prendono la direzione di Oradour sur Glane. É comandata dal Sturmbaunführer Adolf Diekmann, che si mette alla testa del convoglio a bordo di un blindato. Tre squadre della 3a compagnia, alle quali si aggiungono le squadre comando della compagnia e del battaglione, per un totale di cento uomini muniti di armi leggere – fucili, granate, mitragliatrici, fucili lanciafiamme e lanciagranate – oltre ad una squadra di mitragliatrici pesanti, si dirigono verso Oradour. Al momento della partenza, il comandante della 1a squadra, Heinz Barth, dichiara: «i mette male; vedremo quello che sono capaci di fare gli Alsaziani».

Un chilometro prima del villaggio, la colonna si ferma per la suddivisione dei compiti tra ufficiali e sottoufficiali. Un primo gruppo, composto tra i cinque e gli otto veicoli, entra nel borgo da est, passando sul ponte del Glane, verso le ore 13,45, secondo la testimonianza di Clément Boussodier, che assiste al passaggio dei camion. Questo spiegamento di forze non suscita alcun panico, ne apprensione particolare: benché il farmacista ed altri commercianti abbassino le saracinesche, il parrucchiere si reca ad acquistare del tabacco, mentre un suo aiutante si occupa di un cliente. Diversi abitanti del borgo, che praticamente non avevano mai visto di tedeschi, osservano l’arrivo delle SS con curiosità. Altri invece si danno alla fuga o cercano di nascondersi.

Il comandante Adolf Diekmann, insediato in municipio, convoca il dottor Desourteaux, presidente della speciale delegazione designata dal regime di Vichy, che fa le veci del sindaco: gli ordina di far riunire la popolazione nella piazza del mercato. Un banditore, attraversa le vie del borgo, avvertendo gli abitanti e le persone di passaggio, numerose in ragione di una distribuzione di carne e di tabacco. Le SS costringono gli abitanti della periferia a recarsi in centro. Il rastrellamento è sistematico ed interessa anche le quattro scuole comunali, 191 bambini, due maestri e tre maestre. Benché sia sabato pomeriggio, i bambini sono invitati a recarsi a scuola con la motivazione di una visita medica. Nel giro di un’ora, tutti gli scolari e gli insegnanti sono riuniti nelle scuole. Coloro che tentano di fuggire o che non possono muoversi sono immediatamente ammazzati.

Verso le 14,45 un Waffen-SS alsaziano traduce agli uomini riuniti nel piazzale l’ordine del comandante Diekmann: le SS hanno sentito parlare di un nascondiglio di armi e munizioni a Oradour; chiedono a coloro che posseggono un’arma di fare un passo in avanti. Minaccia di incendiare tutte le case per far saltare il deposito clandestino. Di fronte a nessuna reazione, l’ufficiale chiede al sindaco di scegliere trenta ostaggi, ma questi risponde di non poter soddisfare la richiesta: assicura che gli abitanti non sono a conoscenza di un tale deposito di armi e garantisce per loro. Secondo un sopravvissuto, Robert Hébras, di anni diciotto, dopo un va e vieni in municipio del comandante e del sindaco, quest’ultimo conferma il suo rifiuto e si offre come ostaggio, e all’occorrenza, lo stesso faranno i suoi più stretti familiari. A questa proposta, l’ufficiale ride e lancia accuse. Verso le ore 15, le donne e i bambini vengono condotti in chiesa tra scene strazianti. L’interprete ripete la richiesta di denuncia: «Mentre noi facciamo delle perquisizioni, vi raduniamo nei fienili. Se conoscete qualcuno di questi depositi, siete pregati di indicarceli». Dopo un’ora di attesa, gli uomini vennero condotti in diversi locali occupati dalle SS.

Verso le ore 15,40 arriva un tram da Limoges con tre impiegati a bordo: viene fermato poco prima del ponte sul Glane e gli viene impedito ogni movimento con una zeppa sotto le ruote. Uno degli impiegati scende dal tram mentre stanno transitando un gruppo di uomini rastrellati nei casolari circostanti il borgo, controllati da alcuni soldati. Viene immediatamente ucciso e il suo corpo viene gettato nel fiume. Gli altri due, portati davanti ad un ufficiale; gli vengono controllati i documenti e viene ordinato loro di risalire sul tram e tornare a Limoges.

Il massacro

180 tra uomini e giovani al di sopra dei quattordici anni, a gruppi di 30, vengono condotti in sei luoghi di esecuzione. Le mitragliatrici si scatenano verso le ore 16. I corpi vengono poi ricoperti di fieno, di paglia e di fascine a cui viene appiccato il fuoco. Nel gruppo di cui faceva parte il sindaco, sei riescono a fuggire, uno viene subito freddato da una sentinella. I cinque fuggitivi sono gli unici sopravvissuti alla strage.

Le SS che non che non partecipano al macello, quattro o cinque di ogni plotone, attraversano il villaggio dedicandosi a ruberie: gioielli, soldi, vestiti, biciclette, animali. Dopo i furti, le case vengono sistematicamente incendiate. Alcuni abitanti che si erano nascosti sfuggendo al rastrellamento, scoperti durante le ruberie o nel tentativo di scappare dai loro rifugi a causa degli incendi, vengono massacrati. Sentendo i colpi di arma da fuoco, alcuni genitori residenti in periferia, preoccupati per i bambini che non erano ancora ritornati da scuola, si recano nel centro di Oradour, dove vengono uccisi.

Tra le 350 donne rinchiuse nella chiesa, solo Marguerite Rouffanche, di 47 anni, riesce a scappare. La sua testimonianza è unica, ma è suffragata anche dalle deposizioni di alcune SS durante il processo svoltosi a Bordeaux nel dopoguerra. Feritasi durante la fuga, viene ricoverata in ospedale, dove racconta tutto ciò che ha visto e vissuto a un membro della Resistenza, Pierre Poitevin. Il 13 giugno, anche il prefetto di Limoges raccoglie la sua testimonianza e redige un documento: il testo viene ripreso in una nota del 13 luglio del segretario di Stato alla difesa, inviata alla Commissione d’Armistizio franco tedesco di Wiesbaden.

Dopo 18 ore dal massacro, un ingegnere, Jean Pallier, arrivò in camion in vista di Oradour. Viene fermato con i suoi compagni di viaggio a 300 metri dall’ingresso del villaggio. Viene poi raggiunto dai passeggeri del tram arrivato da Limoges con alcuni abitanti di Oradour. Tentando di raggiungere il borgo attraverso i campi, Jean Pallier constata che la località é completamente circondata da un cordone di truppe armate. Un gruppo di una quindicina di persone viene arrestata verso le ore 20 e, dopo diversi controlli d’identità, rilasciati con l’ordine di allontanarsi dal villaggio. Un sottoufficiale, che parla correttamente il francese, dichiara ai componenti del piccolo gruppo: «Potete ritenervi fortunati».

Il massacro é terminato.

Ad eccezione di una squadra di guardia, le SS lasciano Oradour tra le 21 e le 22,30. Le SS passarono la notte nella casa Dupic, nella quale saranno trovate più di centinaia di bottiglie di vino invecchiato e di champagne, svuotate di recente.

L’11, poi il 12 giugno, gruppi di SS ritornano a Oradour per seppellire i cadaveri e per rendere impossibile l’identificazione, pratica usuale sul fronte orientale. Jean Pallier è stato una delle prime persone ad entrare a Oradour: «Tutti gli edifici, compresa la chiesa, le scuole, il municipio, la posta, la casa dove abitava la mia famiglia, non erano che delle rovine fumanti».

Nella serata dell’11 giugno o nella giornata del 12, il sottoprefetto di Rochechonart, arrivò ad Oradour: «Non ho trovato che dei resti fumanti e mi son reso conto che non erano necessari soccorsi immediati». Il 13 il prefetto regionale di Limoges ottiene l’autorizzazione delle autorità tedesche di recarsi ad Oradour, insieme al vescovo. Nel rapporto che invia il 15 giugno a Vichy, benché il prefetto riprenda la versione delle SS secondo a quale l’operazione era seguita alla cattura di un ufficiale, tiene a «sottolineare che il villaggio di Oradour sur Glane era uno dei comuni più tranquilli del dipartimento e che i suoi abitanti, laboriosi e tranquilli, erano conosciuti per la loro moderazione».

Il numero delle vittime fu 642, ma solo 52 corpi furono identificati. Tra i morti, si contarono 393 persone domiciliate, o rifugiate a Oradour, 167 abitanti di villaggi e frazioni del comune, 93 residenti a Limoges, 25 persone residenti nell’Haute-Vienne e 18 di altri dipartimenti. Le vittime comprendevano quaranta cittadini della Lorena, sette o otto dell’Alsazia, tre polacchi e una famiglia italiana di contadini, composta da sette persone.

Le 635 vittime, suddivise per ètà, erano: 25 di ètà inferiore ai cinque anni, 145 tra 5 e 14 anni, 193 giovani maschi e uomini, tra cui il curato del paese di 70 anni e i suoi due vicari, 240 giovani femmine o donne maggiori sei 14 anni.

Una trentina di abitanti sopravvissero alla strage. Circa quarantacinque persone, tra cui 12 passeggeri del tram di Limoges, arrivati dopo la fine del massacro, sono sfuggite in diversi modi alle SS.

In seguito a questo massacro, lo Stato francese decise di costruire un nuovo borgo, con una pianta simile al vecchio, mantenendo le rovine del vecchio villaggio a testimonianza dell’orrore.

Dal 1946, le rovine del Villaggio Martire sono classificate Monumento storico. Nel 1999 è stato inaugurato il Centro della Memoria.

Il trauma causato da questo dramma, la scomparsa di una generazione, la vicinanza delle rovine, hanno reso difficile la «rinascita» che è iniziata solamente agli inizi degli anni ’60 con la nascita di piccole aziende e botteghe artigianali. Oggi Oradour sur Glane è un centro attivo che conta 2200 abitanti con i suoi commerci, le sue attività industriali e le sue numerose associazioni.

Tratto dal

Sito ANPI di Lissone

Giustizia & Impunità

IlFattoQuotidiano.it / Giustizia & Impunità

Stragi naziste, da Marzabotto a Cefalonia: 8 ex militari sono ergastolani, ma la Germania non esegue le condanne

Giustizia & Impunità

Sono 57 gli ergastoli decisi dai tribunali militari italiani tra il 2003 al 2013 per gli eccidi più sanguinosi dell’occupazione delle SS e della Wehrmacht. Ma col passare degli anni i condannati sono rimasti solo 8. Tuttavia Berlino non concede l’estradizione né ritiene ammissibile l’esecuzione della pena

Hanno partecipato alle più sanguinose stragi in nome del nazismo. Si sono nascosti e confusi per decenni nella nuova Europa del tempo di pace. Le loro colpe sono rimaste chiuse per anni in quell’armadio della vergogna scoperto negli uffici del tribunale militare di Roma. Ma, dopo lunghe inchieste e processi faticosi, le loro condanne all’ergastolo non sono mai state eseguite: non hanno mai fatto un giorno di galera né in Italia né in Germania né in Austria. Da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema, da Padule di Fucecchio a Cefalonia: sono 57 gli ergastoli decisi dai tribunali militari italiani tra il 2003 e il 2013 nei confronti di ex criminali di guerra identificati in gran parte durante le indagini del procuratore Marco De Paolis. Ora, per ragioni anagrafiche, quella lista di condannati che non hanno mai espiato la pena, si assottiglia sempre di più: sono rimasti in 8, tutti ultranovantenni e tutti a piede libero. De Paolis denuncia la mancata esecuzione delle sentenze da anni. Lo fece anche in un’intervista al fatto.it. A seconda dei casi, l’estradizione non è stata concessa, né è stata ritenuta ammissibile l’esecuzione della pena in Germania. E in certi casi l’intervento del ministero degli Esteri è stato tutto tranne che energico.

L’elenco dei condannati è stato letto ieri nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario militare dal procuratore generale della Corte d’appello, Antonio Sabino. Wilhelm Karl Stark, 96 anni, Alfred Luhmann, 92, e Helmut Odenwald, 97, tutti ex militari della Wehrmacht, inquadrati nella famigerata Divisione Corazzata ‘Hermann Goering’, sono stati condannati per alcune delle stragi compiute nella primavera del ’44 sull’Appennino tosco-emiliano. In particolare, l’eccidio compiuto a Monchio e in altre località del modenese, dove furono trucidate circa 150 persone, e la strage di Vallucciole (Arezzo): oltre 100 gli uomini, donne e bambini uccisi per rappresaglia. Odenwald è stato ritenuto responsabile anche della strage di Monte Morello in cui persero la vita sette cittadini di Sesto Fiorentino, rastrellati dai nazisti in una chiesa vicina, durante una messa, e poi fucilati. Per i tre ergastolani è stata inoltrata la richiesta di esecuzione della pena in Germania, ma non risulta pervenuta risposta.

L’ex sergente delle Ss Wilhelm Kusterer, oggi 95enne, è stato condannato definitivamente all’ergastolo per le stragi di San Terenzo e Vinca (350 vittime civili, nel territorio di Massa Carrara) e per l’eccidio di Marzabotto: furono 770 le vittime del massacro sull’appennino bolognese compiuto tra il settembre e l’ottobre del ’44, durante la “ritirata del terrore“, dalle SS della 16esima Divisione SS Reichsfuhrer. Nei confronti di Kusterer – l’anno scorso al centro di uno scandalo perché insignito di un’onorificenza in Germania per il suo “impegno sociale”, poi ritirata dopo alcuni mesi – era stato emesso il mandato di cattura europeo, ma la procura generale di Karlsruhe aveva rifiutato l’estradizione. E’ stata quindi inoltrata richiesta di esecuzione della pena in Germania, che l’autorità giudiziaria tedesca ha respinto.

Gerhard Sommer, 96 anni, è l’unico responsabile ancora in vita della strage di Sant’Anna di Stazzema (sulle montagne di Lucca), dove il 12 agosto del 1944 furono ammazzate 564 persone. Anche in questo caso c’è una richiesta di esecuzione della pena in Germania. Non risulta ancora una risposta ufficiale, ma l’esito appare scontato, tanto più che nel 2015 la procura di Amburgo ha archiviato il procedimento aperto nei suoi confronti ritenendolo non in grado di affrontare il processo.

Negata l’esecuzione della pena in Germania anche per l’ex sergente Robert Johann Riss, 96 anni, condannato all’ergastolo per la strage del Padule di Fucecchio (Pistoia), dove nell’agosto 1944 vennero trucidati 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini. Stesso esito per Hermann Langer, 98 anni, responsabile delle circa 60 vittime civili trucidate nel settembre 1944 alla Certosa di Farneta (Lucca).

Infine, la strage di Cefalonia. L’ex militare tedesco Alfred Stork, oggi 97enne, è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato sull’isola greca alla fucilazione di “almeno 117 ufficiali italiani“, nel settembre 1943. L’imputato, che si è sempre disinteressato del processo, ha rinunciato all’appello e la sentenza è diventata definitiva nell’ottobre 2014. E’ stato quindi emesso il mandato di arresto europeo ed è ancora in corso una corrispondenza con la Germania per la sua esecuzione, ma niente fa pensare che l’esito possa essere diverso dagli altri casi.

Luigi Marino – Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Chatsun: il massacro a lungo ignorato

Luigi Marino

La località russa ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi naziste: fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Durante l’occupazione tra il 1941 e il 1943 uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 cittadini

Si è svolta a Brjansk il 17 e 18 novembre scorso la XI Conferenza internazionale sul tema del rapporto tra “Il cittadino e lo Stato nella nuova realtà” sotto l’egida della Duma regionale, della locale Filiale dell’Accademia di Russia di economia nazionale e dell’Associazione “Znanie”. Due giorni di intensissimo dibattito nel quale sono intervenuti ed hanno preso la parola più di cento tra accademici, professori e docenti di varie Università ed Istituti Scientifici non solo della Federazione Russa, nonché studenti e studentesse dell’Accademia di Brjansk.

Vari i temi, di grande attualità, trattati nella discussione generale, nelle tavole rotonde e nei gruppi di lavoro: “Tradizione ed innovazione nell’amministrazione statale e locale”, “I rapporti giuridici tra il cittadino e lo Stato nella Russia attuale”, “I problemi della formazione nelle condizioni di multi-etnicità”, “Lo sviluppo delle risorse umane”, “Il capitale umano come risorsa per contrastare la corruzione”, “Il volontariato nella tutela di monumenti storici e culturali”, “Russia ed Europa: la ricerca di un effettivo dialogo nel nuovo contesto” e tanti altri di approfondimento delle diverse tematiche.

Nella seduta plenaria si è svolto l’intervento sui “Rapporti culturali attuali tra l’Italia e la Russia in occasione del 70° anniversario della fondazione dell’Associazione d’amicizia” tra i due Paesi con particolare riferimento, al di là di quelli ufficiali, ai rapporti nascenti dal “basso” per iniziativa delle Università, dei Centri scientifici e culturali, delle città italiane e russe gemellate.

Nel 1946, settanta anni fa infatti, subito dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, fu fondata in Italia da tante personalità della cultura di diverso orientamento ideologico, politico e religioso e da esponenti dei diversi partiti democratici l’Associazione per i rapporti culturali tra l’Italia e l’URSS in nome della pace, dell’amicizia e della collaborazione negli interessi comuni dei nostri popoli.

L’Associazione svolse un grande ruolo soprattutto quando ebbe ad infuriare la guerra fredda (e purtroppo se ne avvertono anche ora segnali!). Poeti, scrittori, scienziati, intellettuali collettivi ed individuali si mobilitarono in difesa della pace. Tra i tanti rappresentanti della cultura basti ricordare Renato Guttuso, Cesare Zavattini, Eduardo De Filippo, i registi De Sica e Visconti, gli scrittori Carlo Levi, Moravia e tanti ancora dei diversi campi della cultura scientifica ed umanistica.

Brjansk è una città russa della “gloria partigiana”. A un centinaio di chilometri dalla Bielorussia e dall’Ucraina, si trova non lontana da Kursk, città-eroe, ove ebbe luogo una battaglia decisiva, dal punto di vista strategico, per la vittoria contro l’armata tedesca. Ma a Brjansk, nei fitti boschi che la circondano, e nella provincia operarono per ostacolare rifornimenti e movimenti delle truppe naziste dapprima gruppi partigiani isolati, poi sempre più organizzati e coordinati. I partigiani costruirono nel più fitto della foresta di pioppi e betulle le zemljanke, i loro rifugi per più della metà sottoterra aventi come tetti tronchi di alberi ricoperti dalla tanta neve d’inverno e da foglie e da arbusti nelle altre stagioni. Solo entrando nelle zemljanke è possibile immaginare gli enormi sacrifici e sofferenze di chi scelse di combattere contro l’invasore lasciando case ed affetti.

Brjansk fu occupata dai tedeschi per ben due anni, ma la popolazione con immenso coraggio non esitò ad aiutare nel corso di tutto questo tempo chi aveva scelto la lotta partigiana. E qui l’occupante nazista usò tutta la sua ferocia per fare terra bruciata, radendo al suolo case, fabbriche, scuole, ospedali e tutto quanto vi fosse da distruggere, uccidendo ed impiccando uomini, donne, vecchi e fanciulli per rappresaglia.

Chatsun è la località ove avvenne il 25 ottobre 1941 una delle più atroci stragi compiute dall’esercito nazista. Nel 70° anniversario del mostruoso crimine di guerra qui è sorto un Museo in memoria delle decine di migliaia di vittime della selvaggia repressione e dei 1.016 abitati della regione di Brjansk rasi completamente al suolo. A Chatsun si recano ogni anno moltissimi cittadini anche di altre località della Russia a rendere omaggio ai caduti e ai coraggiosi partigiani. Per vendicarsi dell’uccisione di tre tedeschi furono fucilate sul posto 318 persone innocenti, tra cui 60 bambini. Nel periodo dell’occupazione tra il 1941 e il 1943 furono uccisi, bruciati e torturati a morte 75.274 inermi cittadini, deportati e ridotti in schiavitù 154.000 persone, i “sottouomini slavi”, furono distrutti più di mille villaggi e centri abitati esistenti nel territorio di Brjansk, che da sola ebbe 21.021 uccisi e 25.200 deportati. Questa strage immonda di Chatsun è stata per molto tempo pressoché ignorata, stanti le innumerevoli stragi nazifasciste compiute nei territori occupati dagli aggressori ed in particolare dall’esercito tedesco. Qui a Chatsun la mente è subito corsa al ricordo delle stragi nazifasciste avvenute in Italia, a quelle di S. Anna di Stazzema, di Marzabotto e a tutte quante le altre compiute in tante regioni anche del Sud.

Quella di Brjansk è gente forte, semplice ma determinata. Aiutò sino all’impossibile i fratelli partigiani inoltrandosi di notte nell’immensa foresta per recare loro cibo, medicinali, vestiario, coperte. Quanti di loro furono impiccati ed esposti come Cristi in croce dagli occupanti per terrorizzare la restante popolazione. Brjansk è stata anche, ma forse lo è ancora, terra degli starovery, dei vecchi credenti dalle rigorosissime regole di vita. I “vecchi credenti” lavorano molto seriamente, non hanno vizi, non bevono, non si corrompono. E Brjansk con la sua popolazione appare ancora così: pulita, ospitale secondo l’antica maniera russa, ordinata. Anche i rapporti tra docenti e studenti appaiono improntati a estrema semplicità e rispetto reciproco.

Nel programma culturale per i partecipanti alla Conferenza era inserita la visita, nel villaggio di Ovstug, alla casa-museo del famoso poeta e diplomatico Fedor Ivanovic Tjutcev, che visse anche a Torino. Il 28 novembre di quest’anno si sono compiuti 150 anni dalla sua più nota, ma anche la più breve delle poesie da lui scritte, che Tommaso Landolfi ha così voluto tradurre:

“La Russia non si intende con il senno

Né la misuri col comune metro

La Russia è fatta a modo suo

In essa si può credere soltanto”.

C’è sempre qualcosa della Russia che a noi occidentali sfugge alla comprensione e resta inspiegabile. E a Mosca di ritorno da Brjansk, nell’Aleksandrovskij sad, nel rendere omaggio al Milite Ignoto, uno dei 25 milioni di sovietici che persero la vita nella Grande Guerra Patriottica, ci si accorge che l’obelisco in granito grigio finlandese, a pochi metri dalle mura del Cremlino, eretto nel 1914 in onore dei Romanov, ma che dopo la Rivoluzione d’Ottobre fu dedicato ai pensatori socialisti ed ai combattenti per la liberazione delle classi lavoratrici ha subito l’oltraggio della storia con la cancellazione di tutti i nomi dei grandi rivoluzionari del passato. Fu il primo monumento del nuovo Stato socialista e recava in ordine i nomi di K. Marx, F. Engels, Liebknecht, Lassalle, Bebel, T. Campanella, J. Meslier, Winstnley, T. Moro, Saint-Simon, Vaillant, Fourier, J. Jaurès, Proudhon, Bakunin, Cernisevskij, Lavrov, Michajlovskij, Plechanov.

Non si sarebbe avuto il secondo assalto al cielo con l’Ottobre del 1917 senza il loro pensiero rivoluzionario.

Nel 2013, nel 400° anniversario della dinastia Romanov, a differenza della Francia che non ha mai dimenticato il 14 luglio, la Russia ha voluto inspiegabilmente cancellare forse la più bella testimonianza della propria Rivoluzione, che è stata la grande speranza di tanta parte dell’umanità.

Luigi Marino, del Comitato nazionale dell’ANPI

Srebrenica, 21 anni fa il massacro

clip_image002Srebrenica, 21 anni fa il massacro

11 LUGLIO 2016 | di Paolo Rastelli e Silvia Morosi | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

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(AP Photo/Amel Emric)

L’11 luglio 2016 ricorre il 21esimo anniversario del genocidio di Srebrenica, una delle pagine più nere della storia recente dell’Europa. Nell’estate del 1995 le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale Ratko Mladic irruppero nella cittadina, assediata da tre anni, e in pochi giorni massacrarono più di 8 mila persone – 8.372 bosgnacchi (bosniaci di religione e/o di cultura musulmana) – per lo più uomini e ragazzi. All’interno di un preciso disegno di pulizia etnica. Oltre agli abitanti, a Srebrenica c’erano anche i profughi che durante la guerra si erano a loro volta rifugiati, scacciati dalle città e dai villaggi vicini, in quella che le Nazioni Unite avevano dichiarato “zona protetta”. In tutto 40.000 persone (La fotostoria del massacro). Scrivono in una nota i responsabili del Comitato Per la pace nei Balcani:

Un tessuto sociale e politico lacerato e non ancora ricucito. Molte delle ferite sono tuttora aperte, e l’intera Bosnia Erzegovina vive una drammatica situazione economica. Auspichiamo che questo anniversario sia un’occasione per riflettere affinché si capisca come da atti così feroci non possa scaturire niente di buono per nessuno, nemmeno per chi li commette, nemmeno per i “vincitori”. Auspichiamo inoltre che da queste riflessioni venga un monito al nostro presente, ancora violentemente sfigurato da guerre, terrorismi, sopraffazioni e razzismi di ogni tipo, ormai dentro la nostra Europa e la nostra Italia. Possiamo e dobbiamo venir fuori da questo circolo vizioso. Il genocidio di Srebrenica parla direttamente a noi, Europa del commercio d’armi e dei valori traditi.

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(Ansa)

Il giorno precedente la caduta, il 10 luglio, a causa dei bombardamenti, circa diecimila musulmani, per lo più donne, vecchi e bambini, cercarono rifugio a Potocari, nella base dei caschi blu olandesi, mentre circa 15 mila uomini si incamminarono attraverso i boschi in direzione di Tuzla, sotto il controllo delle forze governative. Alcuni erano civili, altri militari, dei quali solo un terzo armati. La Nato cominciò a bombardare i carri armati serbi che avanzavano verso la città, ma dopo che i serbi minacciarono di attaccare i soldati dell’Onu olandesi, i bombardamenti cessarono.

Non fu uno scontro tra due civiltà convinte che la propria salvezza consisteva nello sconfiggere l’altra. No, è stata una guerra nella quale, noi bosniaci, eravamo stati condannati a morte in anticipo, scrive Emir Suljagić in “Cartolina dalla fossa”, toccante testimonianza sulla vita a Srebrenica. Emir fu l’unico maschio della famiglia a sopravvivere.

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Ratko Mladic e il generale dei caschi blu olandesi Ton Karremans, il 12 luglio, dopo l’eccidio (Ap)

Settant’anni dopo la conclusione del processo di Norimberga ai gerarchi nazisti, a marzo 2016 anche l’eccidio di Srebrenica ha un suo responsabile. Radovan Karadzic, ex psichiatra divenuto nel corso della guerra della ex Jugoslavia (1992-1995) leader dei serbi di Bosnia, è stato riconosciuto colpevole del reato di genocidio e condannato a scontare una pena di 40 anni di carcere dallo speciale tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite. A questi reati si aggiunge quello di “presa di ostaggi” relativo al sequestro di 284 caschi blu dell’Onu usati come scudi umani a fronte dei bombardamenti della Nato. Insieme a lui giudicati colpevoli di “impresa criminale congiunta” anche Momcilo Krajisnik, Biljana Plavsic, Nikola Koljevic e Mladic.

Sono ancora qui perché Mladic si sentiva come Dio: aveva potere di vita e di morte su tutti. Per lui ero un essere insignificante, un insetto che avrebbe potuto schiacciare in qualunque momento come fece con altri mille e mille ragazzi. Ero così affamato che la mia personalità si era trasformata, da timido ero diventato aggressivo, incattivito. Ci lanciavamo sui pacchi paracadutati dall’Onu sbranandoci come lupi che sentono l’odore del sangue. Mio zio fu ucciso da una pallottola in fronte in una di queste risse: l’assassino non venne mai punito, c’era solo la legge del più forte, scrive ancora Suljagić.

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(Reuters)

L’11 luglio Mladic entrò in una Srebrenica deserta, ma verso sera nella vicina Potocari c’erano già 20-25 mila rifugiati. Alcune migliaia riuscirono a entrare nel recinto della base olandese, altri si accamparono fuori. Il 12 luglio i suoi cominciarono a dividere gli uomini, tra i 15 e i 65 anni, da donne, bambini e anziani. Gli uomini vennero uccisi sul posto o portati in varie strutture nell’area di Bratunac. Oltre 23 mila donne, bambini piccoli e anziani vennero invece deportati con dei pullman e camion verso Tuzla entro la sera del 13 luglio. Quello stesso giorno i caschi blu olandesi costrinsero i rifugiati a lasciare la base consegnandoli praticamente nelle mani dei carnefici. Un tribunale dell’Aja, a cui si erano rivolti i parenti delle vittime, ha ritenuto nel 2014 l’Olanda “civilmente responsabile” per la morte di quegli uomini in Bosnia durante la guerra nella ex Jugoslavia.

Lo Stato olandese è responsabile per le perdite subite dai parenti degli uomini deportati dai serbo-bosniaci dal compound del battaglione olandese Dutchbat a Potocari (periferia di Srebrenica, ndr) nel pomeriggio del 13 luglio 1995

Poco equipaggiati e meno numerosi, i caschi blu olandesi del battaglioneDutchbat, asserragliati nella loro base assieme a circa 5mila musulmani di Bosnia dei villaggi circostanti, soprattutto donne, non avevano opposto resistenza alla deportazione di 300 uomini che avevano cercato scampo nella protezione dei soldati con le insegne dell’Onu e si erano invece visti consegnare agli emissari di Mladic. Spiega il giudice olandese Larissa Elwin:

Il contingente olandese non avrebbe dovuto lasciar uscire quelle persone dagli edifici del suo compound. I soldati avrebbero dovuto tener conto della possibilità che quelle persone sarebbero state vittime di genocidio. Possiamo affermare con sufficiente certezza che se il contingente olandese avesse permesso a quelle persone di restare, si sarebbero salvate

La Corte de l’Aja, tuttavia, non ha dato ragione agli autori della denuncia, soprattutto madri delle vittime, sugli altri capi d’accusa. Quei caschi blu avrebbero dovuto denunciare direttamente i crimini di guerra ma lo Stato olandese non può essere ritenuto responsabile di questa omissione perché una simile denuncia non avrebbe potuto comunque comportare “un intervento militare diretto dell’Onu”. Impedendo il genocidio. Ed è, secondo il giudice, ugualmente “ragionevole” che i caschi blu non abbiano lasciato entrare nella loro base più di 5mila persone, perché non vi sarebbero state condizioni sanitarie sufficienti.

Così, fra il 12 e il 23 luglio una parte degli uomini e ragazzi che si erano avviati verso Tuzla attraverso i boschi vennero uccisi in imboscate, decimati dai bombardamenti, si arresero e furono fatti prigionieri in varie località. Si stima che nel pomeriggio del 13 luglio oltre sei mila musulmani vennero fatti prigionieri. Le prime esecuzioni di massa cominciarono nel pomeriggio del 13 con la fucilazione di 150 musulmani a Cerska, e si conclusero il 16 luglio, quando cominciarono gli scavi delle fosse comuni. Un mese e mezzo dopo, militari e poliziotti serbo-bosniaci, per occultare le prove del massacro, riesumarono e riseppellirono i corpi delle vittime in altre località.

E oggi? Sì, proprio l’11 luglio del 2016, migliaia di persone si sono recate al cimitero-memoriale di Potocari, per partecipare alla commemorazione, guidata dal capo della comunità islamica bosniaca. Accanto alle 6.377 vittime finora sepolte, sono stati inumati i resti di altre 127 vittime esumate dalle fosse comuni e identificate nel corso dell’ultimo anno grazie al dna. Solo 11 scheletri sono completi.

Tratto dal

Corriere della Sera

12 Luglio 2016

Stragi nazifasciste, altre vittime escono dall’“Armadio della vergogna”

Stragi nazifasciste, altre vittime escono dall’“Armadio della vergogna”

Una pubblicazione edita da un comune del Viterbese riporta alla luce alcune atrocità commesse durante l’occupazione. E adesso l’intenzione è di ricostruire tutti i crimini avvenuti nella Tuscia. Grazie all’archivio scoperto dal giornalista dell’Espresso Franco Giustolisi

di Paolo Fantauzzi

La traslazione delle salme delle vittime della strage nazista di Sant’Anna di Stazzema Sevizie, occhi e unghie strappati, sepolture a testa in giù per far affiorare i piedi fuori dal terreno e mettere in guardia i passanti, bombe a mano lanciate nei rifugi antiaerei, uccisioni a sangue freddo a colpi di pugnale. Non conosceva limiti, il campionario di atrocità perpetrate dai soldati tedeschi nei confronti della popolazione civile durante l’occupazione. E l’area del Viterbese non ha fatto eccezione, nei tormentati mesi che vanno dall’estate 1943 alla liberazione angloamericana del giugno successivo, essendo una zona strategica a ridosso di quel Monte Soratte dove il feldmaresciallo Albert Kesselring stabilì il suo quartier generale dopo lo sbarco degli Alleati a Salerno.

Stragi nazifasciste, lo Stato ha protetto i responsabili per fare affari con la Germania  

Il silenzio sui responsabili calò per motivi di opportunità politica. Nelle carte della commissione parlamentare che indagò sui massacri, e messe online dalla Camera il 16 febbraio scorso, la verità sui quindicimila civili italiani massacrati tra il 1943 e il 1945

Barbarie compiute il più delle volte soltanto per “brutale malvagità”, come riportano le relazioni stilate all’epoca dai carabinieri alla voce “causa sintetica del fatto”. E proprio “Per brutale malvagità” è il titolo del libello, pubblicato dal comune di Canepina, con cui il giornalista Beniamino Mechelli ha ricostruito alcuni di questi efferati omicidi.
Un altro tassello di memoria portato alla luce grazie all’
“Armadio della vergogna” , l’archivio sui crimini nazifascisti in Italia scoperto nel 1994 in uno scantinato della Procura militare dal giornalista dell’“Espresso” Franco Giustolisi .
Fra i 695 fascicoli, occultati per mezzo secolo per
non guastare i rapporti diplomatici con la Germania ovest, c’è infatti il 195/B/96 che contiene le notizie di reato riguardanti il Viterbese durante l’occupazione tedesca. Non proprio poca cosa: una trentina di comuni della provincia (grosso modo la metà) contarono almeno un civile ucciso e nel complesso le vittime furono una settantina.
Ma nessuno ha mai pagato: nell’impossibilità di risalire ai responsabili, tutti i casi sono stati archiviati. Fatti di sangue noti solo in minima parte, almeno per ora: l’intenzione, tramite un progetto che coinvolga l’università della Tuscia, è di ricostruire e approfondire paese per paese tutti i crimini avvenuti.

Restituendo la doverosa memoria a quelle vicende “minori” e dimenticate quasi del tutto, malgrado la loro efferatezza. Come l’assassinio a Civitella d’Agliano di Amelio Del Medico e di suo padre Anatolio, rispettivamente di 20 e 51 anni. A loro, scrivevano i carabinieri della compagnia di Montefiascone nel loro rapporto al comando regionale, “furono strappati gli occhi e le unghie dei piedi, quindi addossati a un muro vennero uccisi con una raffica di mitragliatrice. Vennero poi sotterrati con la testa in basso e i piedi affioranti dal terreno”: oltraggio finale e al tempo stesso monito per i passanti.
Oppure, a Canepina, gli omicidi di Mariano Paparozzi e Giove Benedetti, avvenuti a poche ore dalla liberazione e probabilmente ammazzati da due soldati della Wehrmacht allo sbando durante la ritirata: uno a colpi di pugnale, per essersi trovato nei paraggi di una grotta in cui era stato appena ritrovato un milite tedesco morto; l’altro da una raffica di mitragliatrice dopo essere andato a medicare una ragazza rimasta ferita da un bombardamento angloamericano.
C’è poi la strage di Blera, che costò la vita a sei civili e un carabiniere: tutti uccisi con raffiche di mitra e bombe a mano nel rifugio antiaereo in cui si erano nascosti per sfuggire a un rastrellamento. Fino al vergognoso eccidio di Sutri, compiuto nel novembre ’43 dalle SS, che fucilarono 17 avieri sardi in una cava. Motivo: volevano imbarcarsi a Civitavecchia per tornare a casa dopo l’armistizio e rifiutavano di arruolarsi nella Repubblica sociale, lo stato ­fantoccio costituito da Benito Mussolini sotto tutela germanica. Il più giovane aveva 19 anni, il più “anziano” 26.

Tratto da

Stragi nascoste

Le Scie

(Mondadori)

Il ricordo della scuola di Gorla distrutta a Milano

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Il ricordo della scuola di Gorla distrutta a Milano

Il 20 ottobre dei 1944, una tragedia immane colpì Miano. La città ‘da tempo, veniva sottoposta a durissimi bombardamenti aerei da parte di grosse formazioni angloamericane. Quel giorno fu terribile. una formazione di quaranta quadrimotori USA (le cosiddette "fortezze volanti), scaricarono sulla verticale di Gorla (che allora si trovava fuori dalla cerchia cittadina) un micidiale carico di bombe. La mattinata era tersa e pulita e le bombe, invece che una vicina stazione ferroviaria, pieno la scuola elementare" Francesco Crispi" affollata di bambini. Fu una strage terribile e infame perché le aule erano piene. Altre bombe colpirono un`altra scuola nella zona di Precotto, provocando tre vittime. In totale i morti furono 635 e non tutti identificati. Alla scuola di Gorla i bambini massacrati furono circa duecento e con loro trovarono la morte la direttrice, quattordici maestri, una assistente sanitaria e quattro bidelli. 0ccorsero tre giorni per recuperare tutti i piccoli corpi e l’intera città, stanca, umiliata dalla guerra e mezza distrutta, partecipò all’opera di rimozione delle macerie. Quelle macerie furono poi trasportate in una località chiamata Monte Stella, una collinetta ancora oggi ai proprio posto, costruita con un milione di quintali di macerie delle case distrutte in città dalle bombe. Ogni anno, a Gorla davanti ai monumento e alla cripta che ricordano i piccoli morti della scuola, ci svolgono, il 20 ottobre, cerimonie e manifestazioni uffi­ciali e private.

Anche quest’anno è stato così. Nelle giornate precedenti e successive all’anniversario, è possibile visitare la cripta sotto il monumento dove si conservano i resti di tutti i bambini caduti.

Ecco come Achille Rastelli, autore dei libro Bombe sulla città, racconta il bombardamento sulla scuola di Gorla e delle grandi industrie milanesi.

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Al febbraio 1944 era in evidenza presso il comando della 15′ Air Force un rapporto della RAF Britanni­ca che descriveva gli stabilimenti milanesi e vi erano, appunto, informazioni che li davano in piena attività: venne quindi de­ciso di effettuare una missione il giorno venerdì 20 ottobre 1944.

La missione fu avviata senza molti problemi e furono incaricati gli aerei di tre grup­pi, dislocati nelle basi pugliesi. Decollaro­no 38 B24 del 461° Group diretti sulla Isotta Fraschini, 29 B24 del 484" Group sull’Alfa Romeo e 36 B24 del 451 Group con obiettivo la Breda di Sesto San Gio­vanni: in totale 103 aerei con rotta su Mi­lano per il maggior bombardamento sulla zona dopo gli attacchi dell’agosto 1943. Gli aerei del 461 e del 484° arrivarono sui bersagli assegnati ed eseguirono rego­larmente il bombardamento, salvo alcune bombe che caddero fuori bersaglio, verso est, su numerose case d’abitazione della zona della Fiera di Milano e provocando numerose vittime civili, l’attacco del 451 ebbe una storia del tutto diversa.

La formazione d’attacco di questo gruppo era abbastanza classica: i 35 aerei (avreb­bero dovuto essere 36, ma uno era torna­to alla base per noie meccaniche) procede­vano in due ondate, la prima di 18 aerei la seconda di 17. Ognuna era composta di tre –box- di sei aerei. in fila per due, e dis­posti a punta di freccia. Erano decollati al­le 7.58 e le bombe della prima ondata vennero sganciate alle 11 .27. vedremo poi come.

Gli aerei procedevano senza scorta di cac­cia e, dei resto, non ce n’era bisogno: la reazione contraerea era prevista nulla –come in effetti fu – e non apparvero aerei nemici, gli aerei tedeschi. già dall’agosto – settembre precedente, erano stati tutti riti­rati in Germania e i caccia italiani della ANR (Aviazione Nazionale Repubblica­na) erano troppo pochi per impensierire gli aviatori statunitensi. 1 bombardieri, che procedevano a 160 miglia orarie, portava­no ciascuno 10 bombe da 500 libbre GP (Genera] Purpose) e il tempo di caduta dalla quota di sgancio (22.000 piedi, cioè 6.700 metri circa) era calcolato in 240 se­condi.

Gli aerei si presentarono dopo una naviga­zione regolare e in formazione stretta sul­l’IP (Initio- Point), un elemento rilevante del terreno a circa 4 km a ovest del bersaglio, dal quale iniziare la corsa d’attacco) e assunsero rotta verso la Breda. ma a que­sto punto tutto cominciò ad andare stor­to. Le bombe del "group leader—, aereo di testa della —box— centrale della prima ondata. vennero sganciate poco dopo l’IP per un corto circuito dell’inter­ruttore di lancio. Il "deptity leader­” sull’aereo a fianco non sganciò, ma tutti gli altri aerei della `’box", insie­me a quelli della "box- più alta, lo fecero e le bombe caddero sparpa­gliate sulle campagne circostanti: solo la "box” bassa arrivò a sgancia­re le bombe sul bersaglio, o vicino. perché molte caddero sullo stabili­mento Pirelli, contiguo a quello della Breda, provocando decine di morti.

La seconda ondata d’attacco era ri­masta distanziata dalla prima perché si era attardata dopo HP senza ap­parente motivo: assunta la rotta d’attacco, questa risultò soggetta ad una deriva di 15 gradi sulla destra. Quando il "leader- della formazio­ne s’accorse dell’errore, la corsa era ormai troppo corta e non c’era la possibilità di eseguire un altro giro sull’IP e ripercorrere la rotta d’at­tacco. Tutti gli aerei della seconda ondata, vista la situazione e per li­berarsi subito del carico, sganciaro­no le bombe immediatamente a sudest del bersaglio e presero la rot­ta del ritorno.

Il colonnello Stefonowicz del 49° Wing, da cui dipendeva il 451° Group, nella sua relazione criticò ampiamente l’operato del gruppo, dichiarando che la missione fu un fallimento totale per scarsa capacità di giudizio e scadente lavoro di squadra. È da notare che le critiche del colonnello non riguardavano lo sgancio delle bombe subito dopo la presa d’atto di non poter raggiungere il bersaglio: era una prassi cor­rente non riportare le bombe alla base. anche se molte volte gli aerei si liberavano del carico quando or­mai erano sul Mare Adriatico; que­sta volta non fu così. ma, del resto, le bombe erano cadute sul territorio controllato dal nemico.

Una missione "riparatoria" fu ordi­nata per i giorni successivi, ma a causa delle cattive condizioni atmo­sferiche fu annullata e non se ne parlò più. Il cattivo tempo ostacolò i voli di ricognizione che venivano effettuati dopo ogni missione per controllare gli effetti delle bombe, ma solo il 5 novembre 1944 fu pos­sibile avere un rapporto fotografico valido. Fu rilevato appunto che quasi tutte le bombe erano finite fuori bersaglio. in particolare sulle case dei quartieri milanesi di Gorla e Precotto, con una certa insoddi­sfazione dei risultati e il bombarda­mento venne quindi archiviato come una missione malriuscita. Non risulta nessuna eco da parte, degli statunitensi di quanto era successo a terra dove erano avvenute tragedie inimmaginabili.

In quel periodo Milano. come il re­sto dell’Italia settentrionale. cercava di superare alla meglio gli ultimi mesi di una tragica guerra: il cibo era scarso, mancava la legna sia per il riscaldamento sia per le riparazio­ni delle case danneggiate dai bom­bardamenti. In città vi erano parec­chie persone che erano profughe o sbandate o rimaste isolate dai loro paesi che si trovavano al di là del fronte, la linea Gotica. Molti residenti, che l’anno precedente erano sfollati ai propri paesi dell’Emilia o dell’Italia centrale. erano tornati in città per allontanarsi dalla guerra. altri cittadini erano andati in paesi della Brianza. del Piemonte o del Veneto ed esitavano a tornare.

Il conflitto, infatti, si presentava ogni giorno con numerosi allarmi per gli aerei che traversavano il cie­lo della Lombardia. Infatti, non ap­pena i servizi d’avvistamento segna­lavano velivoli nemici che arrivava­no sulla regione, veniva suonato il "piccolo allarme". Se poi gli aerei

dirigevano verso un preciso bersa­glio. nella zona di questo veniva suonato il "grande allarme". In quel momento tutti i cittadini avrebbero però dovuto essere già nei rifugi, raggiunti fin dal momen­to del "piccolo allarme".

Raggiungere il rifugio, però, non era una cosa semplice: chi aveva un negozio doveva chiuderlo, chi si trovava negli appartamenti doveva preparare tutto il necessario (cibo, acqua. coperte). i malati dovevano essere portati a braccia nei rifugi. Fare tutto ciò anche due o tre volte al giorno era. insomma. una gran scccaiura. considerando poi che da molte settimane gli aerei alleati non bombardavano Milano. Era invalsa quindi la pessima abitudine, da par­te di molti cittadini. di ignorare il ..piccolo allarme’ e proseguire tran­quillamente la propria attività.

Quella mattina il "piccolo allarme’^. come risulta dai documenti della Prefettura, suonò alle 11.14, quan­do i bombardieri erano arrivati da poco nel cielo della Lombardia, e quello grande alle 11,24, le bombe vennero sganciate alle 11,27 e co­minciarono a cadere al suolo alle 11.29. Già da questi tempi risulta, in ogni caso, una certa ristrettezza per porsi in salvo: solo 15 minuti, quando avrebbero dovuto essere circa il doppio, sono pochi per la­sciare tutto quello che si sta facendo e correre in rifugio, soprattutto se ci sono difficoltà logistiche, per una scuola con centinaia di alunni, poi, è un’impresa praticamente impossi­bile.

A Gorla si trovava la scuola elemen­tare Francesco Crispi che accoglieva i bambini di questo quartiere, abita­to prevalentemente da operai, arti­giani e impiegati. Molti alunni erano di famiglie che li avevano fatti ri­entrare dallo sfollamento, perché la ,gente diceva che, tanto, ormai, «la guerra era finita». La scuola funzio­nava con doppio turno per la pre­senza di molti bambini nel quartie­re e, quella mattina, tersa e lumino­sa. erano presenti in poco più di 200. Gli alunni che abitavano nelle case del quartiere Crespi-Morbio, considerati più bisognosi, andavano a scuola nel pomeriggio e usufrui­vano della refezione, per cui all’ora dell’attacco non erano a scuola. Po­chi erano assenti perché a casa ma­lati o perché. vista la bella giornata, avevano deciso di bigiane.

Al momento del `’piccolo allarme" quasi tutte le maestre cominciarono a preparare gli scolari per scendere nel rifugio, altre cercarono di infor­marsi prima per sapere se si trattasse del "grande allarme" e, magari, il primo non l’avevano sentito.

Quando alle 11,224 suonò la sirena per la seconda volta, i primi bambini avevano cominciato a raggiungere il rifugio. altri si trovavano anco­ra sulle scale. a quel momento gli aerei erano già in vista di tutti. pun­ti argentei dal quali si staccavano punti ancora più piccoli: erano le bombe che cominciavano a cadere sul quartiere.

A questo punto alcuni bambini. più svelti di altri, decisero di darsi alla fuga dalla scuola per raggiungere la casa. con il rischio di essere colpiti dalle bombe. ma a tutti andò bene. benché il terrore sia stato malto. Una quinta elementare, quella del maestro Modena, riuscì a scappare al completo perché si trovava al pia­no terreno.

Per tutti gli altri, il destino fu diver­so: ad un certo punto una bomba s’infilò nella tromba delle scale e scoppiò, provocando il crollo del­l’edificio, delle scale e anche del ri­fugio, facendo precipitare tutti i bambini con le maestre nel cumulo di macerie.

Anche parecchi genitori che al mo­mento del piccolo allarme erano corsi alla scuola per riprendere i propri figli, perirono nel crollo.

Appena finito il bombardamento e sollevatosi il polverone grigio e sof­focante provocato dagli scoppi, i cittadini che erano più vicini alla scuola si accorsero subito della tra­gedia e diedero l’allarme. Benché i danni in città riguardassero anche altre zone, lo sforzo mag­giore dei soccorsi fu concentra­to alla scuola elementare dove accorrevano anche padri e madri che cercavano di sapere cosa fosse successo ai loro ragazzi.

La Prefettura di Milano fu in­formata quasi subito dell’avve­nimento e provvide a dare gli ordini necessari: arrivarono ab­bastanza rapidamente i militi dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), quelli della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), i vigili del fuo­co, gli operai delle fabbriche cir­costanti (molti erano padri dei bambini), ma quasi subito fu chiara la dimensione della tragedia. Dalle macerie venivano estratti qua­si soltanto dei morti. molto attivo in quei momenti fu un giovane sa­cerdote. don Ferdinando Frattino, che con il suo deciso intervento neg1i scavi contribuì a salvare un certo numero di bambini. ma pur sempre troppo pochi: gli scolari morti furo­no 194. più tutte le maestre. la di­rettrice e il personale ausiliario. Di quello che avvenne nella scuola nei suoi ultimi momenti restano le testimonianze drammatiche e commoventi. dei bambini che a qualsiasi titolo, riuscirono a sopravvivere

Nel frattempo, un’altra scuola elementare a Precotto era stata di­strutta dalle bombe. ma qui tutti i bambini erano già nel rifugio che resistette al colpo: anche qui accor­sero i genitori che. con l’aiuto dei vigili del fuoco e di Don Carlo Por­ro, anche in questo caso un sacer­dote risolto attivo, riuscirono ad estrarli tutti vivi dalle macerie.

Molte altre zone della città erano state colpite: alla Pirelli, all’Alfa Ro­meo, all’Isotta Fraschini e alla Bre­da molti furono gli operai uccisi ln quanto si trovavano fuori dei rifugi e anche alcuni quartieri furono gra­vemente colpiti, compreso un grup­po di case popolari della fondazione "Crespi-Morbio", sempre a Gorla. dove molte furono le vittime. In to­tale i morti accertati in città furono 635, oltre a tutti i feriti e alle nu­merose case distrutte.

Alcune bombe caddero anche sullo scalo merci di Greco, avvalorando per anni ]’opinione che questo fosse il reale bersaglio dell’attacco. Altra ipotesi diffusa per anni fu di attri­buire questo massacro agli inglesi, giudicati più crudeli, mentre gli statunitensi avevano la fama di "buoni".

li regime fascista. che allora il governo attraverso il governo di Salò e la Repubblica Sociale Italiana. controllava il territorio milanese (nella misura in cui lasciavano fare i tede­schi… ) s’impadronì della, tragedia, accusando gli Alleati di aver deliberatamente attaccato le case dei civili a scopo terroristico gli uffici funebri in Duomo, nonostante le proteste di parecchi parenti delle vittime, divennero un mezzo per attaccare con la propaganda gli Alleati e fomentare l’odio dei milanesi

1 funerali. però. furono celebrati nella chiesa di Santa Teresa a Gerla. In realtà fu una tragedia ma dovuta più all’incuria e all’indifferenza di alcuni giovani aviatori. impreparati a condurre la guerra che ad una volontà precisa di attaccare dei bambini.

Poi la guerra continuò con altre tragedie: alla fine del conflitto si scoprirono altri orrori di questo lungo conflitto. 1 campi di stermi­nio nazisti e le due bombe atomi­che su Hiroshirna e Nagasaki furo­no la prova di quello che può fare l’uomo quando si orizzonta verso la follia.

In questo abisso la strage di Gorla fini per essere dimenticata da quasi tutta l’opinione pubblica. ma non potevano certo dimenticarla le per­sone — genitori. fratelli. sorelle, anici — che quella tragedia avevano subìto e sofferto personalmente.

Tratto da

Patria Indipendente

Paolo Valente – Il giovane “SS” italiano Leonhard Dallasega

Paolo Valente

Il giovane “SS” italiano Leonhard Dallasega

Non volle uccidere: lo fucilarono

È il pomeriggio di uno degli ultimi giorni di guerra, il 27 aprile 1945. Un gruppo di circa cento soldati tedeschi, guidati da un manipolo di SS, esce da Ala per dirigersi verso il Brennero. Al bivio appena fuori città si fermano e fanno cerchio intorno ad un uomo malconcio in abito talare. Un ufficiale compone in fretta e furia un plotone d’esecuzione. Tra i chiamati c’è un militare appartenente alle Waffen-SS. Il giovane sui trent’anni esce dai ranghi e dà la sua pubblica testimonianza: «Sono cattolico, non sparo ad un innocente». Un rifiuto che di lì a pochi minuti gli costerà la vita. Il prete è falcidiato dai colpi dei fucili e cade nel cratere di una granata. Subito dopo il soldato, che ha assistito impotente all’esecuzione con le mani dietro la nuca, subisce la stessa sorte del sacerdote. Un colpo di arma da fuoco lo raggiunge al volto. Cade esanime a fianco dell’altra vittima. Nei giorni successivi i cittadini di Ala coprono pietosamente i due corpi con un sottile strato di terra, finché non giungono i parrocchiani del prete a riscattarne le spoglie e finché non giunge la fine della guerra.

La salma del soldato senza nome viene traslata al cimitero di Ala.

Il sacerdote è don Domenico Mercante, da pochi anni parroco di Giazza, paese cimbro alla sommità della valle d’Illasi, tra i monti Lessini, nel Veronese. Nel tentativo di risparmiare il paese da saccheggi e distruzioni, il pastore si era mosso, quella mattina, incontro alla colonna militare. I soldati ne avevano subito approfittato per prenderlo in ostaggio, promettendogli la liberazione una volta giunti al passo Pertica, da cui si scende alla volta della valle dell’Adige. Promessa non mantenuta. A colpi di scarpone e di baionetta il religioso era stato costretto ad accompagnare il lugubre corteo fino al centro più meridionale del Trentino e qui era stata velocemente decretata la sua condanna a morte con l’accusa, per lui, di essere un collaboratore delle bande partigiane.

Per decenni il nome del soldato che lo accompagnò nella sua sorte rimase sconosciuto. Solo le ricerche del suo successore a Giazza e soprattutto di mons. Luigi Fraccari, per lungo tempo assistente dei lavoratori italiani prima nella Berlino nazista e poi in tutta la Germania orientale, hanno portato ad individuarne l’identità.

Si tratta di Leonhard Dallasega, nativo di Proves in val di Non (allora comune di Rumo e provincia di Trento). Nato nel 1913 aveva servito in Africa l’esercito italiano. Nel 1944 era stato richiamato alle armi e arruolato nella SS combattenti. Dopo un periodo di formazione nel Reich era stato destinato a Caldiero dove le SS avevano un centro di comando. Col grado di caporalmaggiore svolgeva le funzioni di messo postale e di capo cuoco.

Essendo imminente l’arrivo dell’esercito alleato che aveva ormai sfondato la “linea gotica”, le truppe tedesche si mossero in ritirata. Leonardo il giorno 26 aprile decise di abbandonare il suo reparto, inforcò la sua bicicletta di servizio e pedalò per trenta chilometri risalendo la valle d’Illasi fino a Giazza dove pernottò in un casolare. L’indomani, mentre cercava di scambiare la bici con un abito civile, incappò nel gruppo di soldati che lo prese con sé considerandolo uno sbandato.

La storia che segue è quella che già abbiamo raccontato. Al momento della fucilazione di don Domenico si rifiutò di farsi complice di quell’omicidio. Ebbe solo il tempo di dire: “Sono padre di quattro figli”. Poi stramazzò al suolo. Fu spogliato di ogni documento di riconoscimento e la sua testimonianza non sarebbe giunta a noi se alcuni cittadini di Ala non avessero potuto vedere da una certa distanza tutto l’accaduto.

Tratto da

patria indipendente