Archivio mensile:novembre 2015

Bruno Fanciullacci

La Loro vita per la nostra Libertà

Bruno Fanciullacci

Nato a Pieve di Nievole (Pistoia) il 13 novembre 1919, caduto a Firenze il 15 luglio 1944, operaio, proclamato nel 1944 Eroe nazionale dal Comando generale delle Brigate Garibaldi, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Socialisti conosciuti, i Fanciullacci, boicottati per le loro idee anche nel lavoro di artigiani, dovettero trasferirsi nel 1934 da Pieve di Nievole a Firenze. Nel capoluogo toscano il giovane Bruno, che aveva trovato lavoro prima come garzone e poi in un albergo, entrò presto in contatto con un gruppo clandestino. Qualche anno di attività antifascista e quindi l’arresto, nel luglio del 1938 e, l’anno dopo, la condanna a sette anni di reclusione per associazione sovversiva. In carcere Fanciullacci entra in contatto con l’apparato clandestino comunista, allora presente in ogni penitenziario italiano, e quando viene scarcerato trova lavoro a Firenze come operaio alla Fiat. Pochi mesi di calma e, all’armistizio, il giovane è tra i primi organizzatori della lotta armata e dei Gap a Firenze. I sabotaggi si accompagnano alle azioni temerarie contro collaborazionisti, spie, gerarchi fascisti, ufficiali nazisti sino a quando, è il 26 aprile del 1944, Bruno cade nelle mani della famigerata banda Carità. Durante gli interrogatori a Villa Triste non si piega; non parla neanche quando un ufficiale fascista, dopo averlo ripetutamente colpito a pugnalate, lo lascia a terra in una pozza di sangue, convinto di averlo castrato. Il gappista ferito, dato ormai per spacciato, viene affidato ai "Fratelli della Misericordia", che lo trasportano all’ospedale di Santa Maria Nuova. Curato, Fanciullacci si riprende lentamente. Dopo una settimana quattro gappisti fanno irruzione nel nosocomio, neutralizzano le guardie e si portano via il loro compagno ferito. La convalescenza dura a lungo, con continui spostamenti da una casa sicura all’altra, sino a che Bruno torna in azione. Il mattino del 9 luglio 1944 il colpo più clamoroso: vestiti da fascisti e da tedeschi Fanciullacci, Elio Chianesi ed altri dieci gappisti si presentano al carcere femminile di Santa Verdiana e se ne vanno portandosi via diciassette giovani antifasciste, che stavano per essere deportate o fucilate. La rabbia dei fascisti è incontenibile e comincia una caccia accanita a Fanciullacci e ai suoi. Dopo una settimana il gappista cade nella rete: in piazza Santa Croce viene riconosciuto e arrestato. Ricomincia il calvario a Villa Triste. Fanciullacci teme di non reggere e, ammanettato com’è, si butta da una finestra del secondo piano; ha il capo fratturato, non sopravviverebbe, ma i fascisti, che temono possa ancora sfuggirgli, infieriscono sul suo corpo a fucilate. A fanciullacci hanno dedicato una via i Comuni di Firenze e di Pontassieve(FI).

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Bruno Conti

La Loro vita per la nostra Libertà

Bruno Conti

Nato nel 1911 a Carrara (Massa Carrara), caduto a Casamozza (Corsica) il 12 settembre 1943, ufficiale, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Comandante di batteria da 75/27 del II Gruppo del 35° Reggimento di artiglieria da campagna della Divisione "Friuli", di stanza in Corsica, era al comando, a Casamozza, di una batteria che fu improvvisamente attaccata dai tedeschi. Bruno Conti resistette sino alla morte, come ricorda la motivazione della Medaglia al valore: "Comandante di batteria in caposaldo, attaccato di sorpresa dai tedeschi fino allora alleati, veniva mortalmente ferito in combattimento. Benché conscio della sua fine, incurante dello strazio della carne piagata, per tre ore continuava serenamente ad impartire ordini e ad incitare i propri artiglieri per la resistenza e per la lotta ravvicinata contro il nemico giunto a contatto dei pezzi; ricusando ogni cura allontanava da sé, per farli partecipi della difesa della batteria, coloro che lo assistevano. All’unico soldato che aveva tenuto vicino, dava ordine, mentre il nemico raggiungeva i pezzi, di allontanarsi affinché non cadesse prigioniero e chiudeva la sua esistenza terrena esprimendo la sua soddisfazione per il comportamento dei suoi uomini. Fulgido esempio di eroismo, di completa dedizione al dovere e di elette virtù di soldato".

Antonio Cei

La Loro vita per la nostra Libertà

Antonio Cei

Nato a Viareggio (Lucca) nel 1915, caduto a Cefalonia il 22 settembre 1943, funzionario delle Dogane, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Ispettore alle Dogane di Genova, nel 1940 era stato mobilitato e inviato prima in Albania e poi in Grecia. Al momento dell’armistizio era tenente del 17° Reggimento Fanteria della Divisione "Acqui" e fu tra i primi, a Cefalonia, ad opporsi ai tedeschi con il fuoco del suo plotone mortai. La motivazione della Medaglia al valore ricorda che Antonio Cei, "… durante duri combattimenti trascinava i suoi soldati ad una titanica lotta, destando l’incontenibile ammirazione dei superiori e dei gregari per la sua fredda audacia che gli consentì, sotto il furioso spezzonamento e mitragliamento degli stukas, di caricare da solo, in un sol tempo, i suoi due mortai. Divenuto l’anima della lotta e della resistenza, comandante dell’unico reparto organico ancora in armi, trovò il coraggio di opporsi, con un nucleo di eroi, alla potenza nemica che lo annientò". Ad Antonio Cei hanno intitolato strade i Comuni di Genova e di Pisa.

Strage di Monchio, Susano e Costrignano

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Strage di Monchio, Susano e Costrignano

Appennino modenese.

Questi borghi oggi fanno parte del comune di Palagano ma, durante la guerra, facevano parte del comune di Montefiorino.

Nei primi giorni di marzo del 1944 si erano avuti in queste zone diversi scontri fra partigiani e soldati nazifascisti, conclusisi con la morte di circa una decina di fascisti e un ufficiale nazista.

I tedeschi decidono quindi di intervenire in modo massiccio, con una imponente rappresaglia per ostacolare il diffondersi del partigianato, e inviano nella zona un reparto di paracadutisti della divisione corazzata Hermann Goring, sotto il comando del capitano Kurt Cristian von Loeben, e reparti della G.N.R. di Modena.

Questi il 18 marzo circondano la valle all’alba e danno inizio al cannoneggiamento delle frazioni di Monchio, Susano e Costrignano. A causa dei bombardamenti agli abitanti è resa praticamente impossibile la fuga.

Alle cannonate fa seguito la rappresaglia con i mezzi corrazzati, i quali entrano nei borghi dando inizio a un vero e proprio massacro. Vengono risparmiati inizialmente, per essere poi fucilati nel pomeriggio a Monchio, solo alcuni uomini necessari al trasporto del frutto delle razzie.

Alla fine di quello che viene definito uno sterminio a tutti gli effetti, si conteranno 139 civili morti.

Strage di Lippa

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Strage di Lippa

Lippa di Elsane (all’epoca Provincia di Fiume).

Dopo l’Armistizio i territori di Fiume, dell’Istria e della Venezia Giulia vengono annessi al Terzo Reich.

A Trieste viene allestito presso la Risiera di San Sabba un vero e proprio lager utilizzato sia per il transito dei prigionieri verso i lager dell’Europa centro-settentrionale, che per la detenzione e l’eliminazione dei detenuti soprattutto prigionieri politici.

La strada che collega Fiume a Trieste è dunque strategica per i collegamenti dell’esercito tedesco e per le deportazioni, e per questo motivo viene presa di mira dai partigiani locali che vi assaltano i convogli in transito.Le milizie fasciste, che operano in stretta collaborazione con i tedeschi, decidono così di porre sotto stretto controllo gli abitanti del vicino paese di Lipa, vicino al presidio di Rupa dove sono stanziati.

Per reazione, il 30 aprile 1944, un gruppo di partigiani attacca il presidio. Durante l’attacco un milite riesce a fuggire e a raggiungere una colonna tedesca in transito sulla strada di collegamento. Poco dopo una granata colpisce il convoglio uccidendo alcuni soldati nazisti.

La reazione è immediata e alla fine si conteranno 269 vittime civili.

I tedeschi chiamano rinforzi e si dirigono verso il villaggio di Lipa, che viene circondato.

Nelle case sono rimasti quasi solamente donne, bambini e anziani, e contro di essi di sfoga la violenza nazista. In un paio d’ore infatti verranno in gran parte bruciati vivi, dopo essere stati rinchiusi in una abitazione che, successivamente, verrà fatta saltare con della dinamite per nascondere il massacro

Testimonianze – Pilade Filippini

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Testimonianze
Pilade Filippini
lo volevo raggiungere una formazione partigiana, insieme al mio cugino nato in Francia. Così andammo al Bandino (Viale Europa) a casa di un falegname che era il punto di raggruppamento dei nuovi partigiani. Eravamo una quindicina.
Lì c’era un certo Pallanti che era un componente del C.T.L.N . col quale ci mettemmo in cammino per raggiungere Secchieta . Giunti lì sentimmo delle sparatorie e un boscaiolo ci disse che la mattina era passata una colonna di tedeschi che facevano rastrellamenti in quel­la zona e verso Monte Giovi. A quel punto decidemmo di tornare indietro. Ci dividemmo e rimanemmo in tre.
Arrivati a Candeli, ci fermò la Guardia Repubblicana Fascista . Mio cugino riuscì a scappare. Me e Pistoleri ci portarono nella caserma dei Carabinieri a Bagno a Ripoli. Passammo la notte in camera di sicu­rezza. Il giorno dopo arrivò una camionetta di tedeschi che ci portò al carcere militare della Fortezza da Basso. Lì c’erano tutti disertori e renitenti alla leva, tedeschi, inglesi, civili che erano nei campi di con­centramento e che allo sbando seguito all’8 Settembre erano fuggiti e poi riarrestati.
Dopo qualche giorno vengono da noi dei Giudici a farci l’interro­gatorio e ci accorgemmo subito che erano dalla nostra parte per­ché noi saremmo stati in difficoltà a spiegare la nostra presenza nel luogo dove fummo arrestati, ma loro si consultarono un po’ e poi ci suggerirono che io ero andato a Pontassieve per cercare qualcosa da mangiare per la mia famiglia e per il mio compagno che era a Pontassieve per veder gli effetti di un bombardamento, e che ci ritrovammo lì per caso e ci conoscevamo per ragioni di lavoro. Ci consigliarono anche di dire che noi volevamo andare in zona di operazione.
Dopo diversi giorni iniziò il processo in via dell’Agnolo al tribunale militare, dove attualmente c’è il Catasto. Alla fine il Presidente lesse la sentenza che infliggeva a me 24 anni di carcere e al mio compagno 14 per inadempienza alla chiamata militare.
lo ero molto teso e alla lettura di quella sentenza tirai un sospiro di sollievo e mi scappò quasi un sorriso perché pensai che l’avevamo scampata bella, in quanto nel mentre che eravamo in attesa di processo, fucilarono quei poveri cinque ragazzi di Vícchio renitenti alla leva che erano al carcere delle Murate.
Fui così mandato in zona di operazione che consisteva nel rípri­stinare i ponti delle ferrovie bombardati dagli americani nella zona del Pistoiese e nel Mugello. La sede del nostro Genio Militare era alla casa del popolo di Colonnata. Lì c’era un sergente che si chiamava Marino che era in collegamento con i partigiani di Monte Morello.
Una notte arrivò con altri partigiani e ci portarono con loro. Noi eravamo disarmati e dopo una mezz’ora di cammino ci attaccarono i tedeschi. Per un’ora furono scambi di colpi, finché loro desistettero e noi proseguimmo per monte Morello.
Arrivati, c’era la difficoltà di avere gli armamenti visto che eravamo un bel gruppo. A me capitò di partecipare a una azione per cercare cibo per tutti e allora andammo in una fattoria, chiedemmo al conta­dino quali erano i vitelli del padrone e ne prendemmo due rilascian­do una ricevuta del C.T.L.N. Lui ci affrittellò delle uova per mangiare e salutammo.
Quando di notte eravamo ancora nei pressi di questa colonica sulla via Bolognese a Vaglia nella proprietà Corsivi, sentimmo degli spari e lentamente ci avvicinammo e vedemmo che era un automezzo mi­litare tedesco rimasto fermo con i militari che sparavano preventivamente intorno a loro per tenere lontani eventuali partigiani in zona
Noi avevamo paura di loro ma anche loro ci temevano
Parlando con il mio comandante gli dissi che per la mancanza di armi la situazione era precaria e allora gli chiesi se potevo tornare a casa in quanto io e mio cognato avevamo, mesi addietro, seppellito in un campo una cassa con diversi fucili
Scesi a Peretola e con i fucili entra nella locale formazione
Un giorno alla fine della guerra bombardarono una casa e venne distrutta la famiglia Fattori
Poi arrivò il 1° settembre con gli ultimi morti
Nota
Il 22 marzo 1944 cinque giovani, originari di Vicchio nel Mugello, accusati di renitenza alla leva nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana e fucilati dai soldati della RSI, nei pressi della Torre di Maratona dello Stadio Giovanni Berta, oggi Stadio Artemio Franchi di Firenze: Antonio Raddi, Leandro Corona, Ottorino Quiti, Adriano Santoni e Guido Targettì.

Testimonianze – Gabriella Di Tante

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Testimonianze
Gabriella Di Tante
Ho fatto tre anni di scuola sotto il regime fascista, vestita come le altre da piccola italiana`, poi la scuola chiuse al passaggio della guerra perché venne occupata da sfollati di Livorno che erano vitti­me di un tremendo bombardamento.
Avevo 10 anni, ma il passaggio della guerra me lo ricordo benissi­mo perché fu un mese di terrore. C’era un continuo cannoneggiare e la gente fu sfollata diverse volte, prima verso Quaracchi e Petriolo, poi anche a Peretola. Gente che si spostava continuamente con mez­zi rudimentali di allora e si portava le cose più necessarie, le materas­se, qualcosa da mangiare, un po’cli risparmi, l’oro. Poi mi ricordo che in alcune case c’erano delle stanze vuote che venivano murate con dentro le cose come la macchina da cucire, il corredo della ragazza, qualche oggetto prezioso della famiglia. Mi ricordo che noi si aveva accanto la Nella, l’ostetrica di Brozzi. Lei aveva una di queste stanze e anche noi si portò tutta questa roba e anche in tante altre case face­vano così; poi si andò tutti a Peretola.
Mi ricordo il terrore dei rastrellamenti dei tedeschi: i miei cugini erano tutti militari di leva ma anche mio padre, che era già vecchio per fare il militare, era terrorizzato e ogni volta, prima di uscire di casa, anche per andare a prendere una boccata d’aria, era agosto e faceva caldo, ci facevano andare noi sulla porta per vedere se passavano i tedeschi e se c’erano loro scappavano nei campi. C’erano anche dei segnali, se per esempio si chiamava a voce alta "ALDA" voleva dire che c’erano i tedeschi. Poi quando ci fu lo sfollamento per andare a Peretola , gli uomini furono costretti a uscire tutti allo scoperto. Mi ricordo che mio padre mi mise sopra un barroccio con delle mate­rasse, e mi disse, siccome ero macilenta: "Se si avvicinano i tedeschi mi raccomando tossisci, fai finta di essere tisica", perché i tedeschi avevano paura della tisi perché all’epoca si moriva.
Altro terrore era per le bombe che si sentivano fischiare e poi ca­scavano.
Un’altra cosa che ricordo bene è il ritiro delle truppe tedesche. Era­vamo a Peretola, passavano su due file molto rade, armati di mitra che guardavano in alto se c’erano persone che gli potevano sparare. Noi zitti col fiato sospeso e si diceva: "finirà la guerra!" perché Firen­ze fu liberata I’11 Agosto, e noi il 1° Settembre; la maggior parte dei morti fu in questo periodo e noi si era arrabbiatissimi, si diceva: "Ma cosa ci vuole agli alleati a venire a liberare anche noi!"

Anonimo – Dalle belle città

Canti Partigiani
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5 Agosto 1944 La brigata Sinigaglia entra a Firenze
Anonimo
Dalle belle città

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l’aride montagne,
cercando libertà tra rupe e rupe,
contro la schiavitù del suol tradito.

Lasciammo case, scuole ed officine,
mutammo in caserme le vecchie cascine,
armammo le mani di bombe e mitraglia,
temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.

Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.
ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell’avvenir.

Di giustizia è la nostra disciplina,
libertà è l’idea che ci avvicina,
rosso sangue è il color della bandiera,
partigian della folta e ardente schiera.

Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate.
sentimmo l’ardor per la grande riscossa,
sentimmo l’amor per la patria nostra.

Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell’avvenir.
ma quella legge che ci accompagna
sarà la fede dell’avvenir.

Anonimo – Figli dell’officina

Anonimo

Figli dell’officina

Figli dell’officina

o figli della terra,

già l’ora s’avvicina

della più giusta guerra,

*

la guerra proletaria,

guerra senza frontiere,

innalzeremo al vento

bandiere rosse e nere,

*

Avanti, siam ribelli,

fieri vendicator

un mondo di fratelli

di pace e di lavor.

*

Dai monti e dalle valli

giù giù scendiamo in fretta,

con queste man dai calli

noi la farem vendetta;

*

del popolo gli arditi,

noi siamo i fior più puri,

fiori non appassiti

dal lezzo dei tuguri

*.

Avanti, siam ribelli…

*

Noi salutiam la morte,

bella vendicatrice,

noi schiuderem le porte

a un’era più felice;

*

ai morti ci stringiamo

e senza impallidire

per l’anarchia pugnamo;

o vincere o morire,

*

Avanti, siam ribelli..,

Pablo Neruda – I dittatori

Pablo Neruda

I dittatori

È rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme da cocco le tombe sono piene
di ossa demolite, di ammutoliti rantoli.
Il delicato satrapo conversa
tra coppe, colletti e cordoni d’oro.
Il piccolo palazzo luccica come un orologio
e le felpate e rapide risate
attraversano a volte i corridoi
e si riuniscono alle voci morte
e alle bocche azzurre sotterrate di fresco.
Il dolore è celato, simile ad una pianta
il cui seme cade senza tregua sul suolo
e fa crescere al buio le grandi foglie cieche.
L’odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo, nell’acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e silenzio