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Strage di Colle del Turchino

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Strage di Colle del Turchino

Colle del Turchino, sull’Appennino Ligure, durante l’occupazione tedesca dell’Italia fu caratterizzato da un’intensa attività partigiana e, proprio per questo, il passo omonimo venne scelto dai nazisti quale luogo di fucilazioni esemplari di prigionieri.

Qui, il 19 maggio 1944 vennero fucilati 59 prigionieri politici per rappresaglia all’attentato gappista avvenuto al cinema Odeon di Genova, dove erano rimasti uccisi quattro marinai tedeschi, andando ben oltre il rapporto 10 a 1 previsto dal bando Kesselring per vendicare l’uccisione di anche un solo soldato del Reich.

La maggior parte delle vittime, molte sotto i vent’anni, erano state prelevate dal carcere genovese di Marassi. 17 di queste erano partigiani catturati durante il rastrellamento della Benedicta, avvenuto in aprile.

Le modalità di fucilazione, come già per la strage alle Fosse Ardeatine, furono particolarmente crudeli. I prigionieri venivano fatti salire a gruppi di sei su delle passerelle di legno disposte su una grande fossa in modo che ognuno, prima di subire la stessa sorte, potesse vedere i cadaveri dei suoi compagni.

Strage di Civitella

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Strage di Civitella

Civitella, Val di Chiana – Arezzo.
Presso il circolo ricreativo del paese, dei partigiani uccidono in uno scontro a fuoco 3 soldati tedeschi. Il comando locale nazista lancia un ultimatum alla popolazione affinché si facciano i nomi dei responsabili, ma non ottiene alcun risultato.

Il mattino del 29 giugno 1944 reparti della divisione Hermann Goring e gruppi di repubblichini circondano il paese di Civitella e le vicine frazioni di Cornia e San Pancrazio e danno inizio ad una feroce rappresaglia, in cui vengono uccise a bruciapelo tutte le persone incontrate, e gli edifici dati alle fiamme.
La furia non risparmia nemmeno gli anziani ricoverati in una casa di riposo e i fedeli riuniti a messa dove, i nazifascisti, aprono il fuoco uccidendo anche il parroco.

Il tragico bilancio della strage è di 189 morti.

In seguito al processo relativo alla strage di Civitella, il 21 ottobre 2008, la Corte di Cassazione ha imposto alla Germania il risarcimento ai familiari delle vittime, in quanto crimine compiuto da soldati dell’esercito tedesco in servizio.

Strage di Cavriglia

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Strage di Cavriglia
Alla fine del mese di giugno del 1944 vengono concentrate nella provincia di Arezzo varie unità dell’esercito tedesco per far fronte all’avanzata degli angloamericani e contrastare, con l’aiuto di fascisti locali, le azioni di sabotaggio di bande di partigiani.

Il 29 giugno, grazie all’interrogatorio di un prigioniero, gli occupanti ottengono i nomi di alcuni resistenti nativi del territorio e il 4 luglio danno inizio alla rappresaglia.
Reparti tedeschi della divisione Hermann Goring agiscono nei comuni di Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto, Massa, San Martino in Pianfranzese, Le Matole, rastrellando e uccidendo 191 civili maschi fra i 14 e gli 85 anni e dando alle fiamme i paesi

Strage delle Fosse Ardeatine

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Strage delle
Fosse Ardeatine

Roma, presso le antiche cave di via Ardeatina il 24 marzo 1944 si consuma l’eccidio di 335 civili e militari italiani per mano nazista.

Ad organizzare ed eseguire la strage sono l’ufficiale delle SS Herbert Kappler all’epoca anche comandante della polizia tedesca a Roma, il capitano Erich Priebke e Albert Kesselring.

L’eccidio matura come rappresaglia per vendicare 33 militari tedeschi morti in un’azione partigiana a via Rasella il 23 marzo. I tedeschi, dietro ordine diretto di Hitler, applicano alla lettera il principio di fucilare 10 ostaggi italiani per ogni tedesco ucciso. Vengono per errore inseriti 5 nomi in più alla lista.

L’esecuzione, che avviene con un colpo alla nuca, è di proporzioni enormi tanto che gli stessi comandi nazisti la rendono pubblica, insieme all’azione partigiana, solo a cose fatte e dopo aver fatto saltare le cave con delle mine per rendere più difficoltoso il ritrovamento dei corpi.

Le vittime, prelevate dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, sono per lo più partigiani e antifascisti o presunti tali, militari, ebrei, ma non mancano detenuti comuni.

I tedeschi hanno così anche infranto il patto con gli Alleati di considerare Roma ‘città aperta’, in modo da evitare coinvolgimenti della popolazione civile. Infatti gli angloamericani entreranno nella capitale una volta ritirati i tedeschi.

Strage di Boves

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Strage di Boves

Dopo la strage avvenuta il 19 settembre 1943, dove vennero uccise 32 persone – uno dei primi episodi di rappresaglia nazista contro la popolazione civile in risposta alle azioni dei gruppi partigiani -, si ha a Boves (Cuneo) una seconda feroce rappresaglia, che ha inizio il 31 dicembre e che si concluderà solo il 3 gennaio 1944.

Le forze dell’esercito tedesco impiegate sono numerose e dopo un saccheggio capillare vengono distrutte, praticamente sventrandole, oltre 500 case e uccisi 157 giovani.

Canzone partigiana:

Non ti ricordi il 31 dicembre,

quella colonna di camion per Boves

che trasportavano migliaia di tedeschi,

contro sol cento di noi partigian.

Che trasportavano migliaia di tedeschi,

contro sol cento di noi partigian.

E da San Giacomo e poi la Rivoira

Castellare, Madonna dei Boschi

la s’infuriava la grande battaglia

contro i tedeschi, i fascisti e i traditor.

La s’infuriava la grande battaglia

contro i tedeschi, i fascisti e i traditor.

Dopo tre giorni di lotta accanita

tra vasti incendi e vittime borghesi

non son riusciti con la loro barbaria

noi partigiani poterci scacciar.

Non son riusciti con la loro barbaria

noi partigiani poterci scacciar.

Povere mamme che han perso i lor figli

povere spose che han perso i mariti

povera Boves ch’è tutta distrutta

sotto quei colpi del vile invasor.

Povera Boves ch’è tutta distrutta

sotto quei colpi del vile invasor.

Strage di Acerra

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Strage di Acerra

È la strage nazista di maggior violenza avvenuta in Campania, che ha visto l’uccisione di 110 civili.

In seguito al ferimento di un maresciallo tedesco, addetto alla requisizione ai civili di automezzi, viene incendiato l’intero paese di Acerra (Napoli). A chi tenta di uscire dalle case si spara contro.

Come in praticamente tutte le rappresaglie nazifasciste in Italia, la maggior parte delle vittime sono donne, bambini e anziani.

Ilaria Lonigro – Strage di Sant’Anna

12 Agosto 1944 La strage di Sant’Anna

di Ilaria Lonigro

La tragedia del 1944 non terminò quel 12 agosto, quando i nazisti trucidarono 560 tra uomini, donne e bambini. Ma continuò per oltre un mese in alcune grotte in cui i superstiti rimasero nascosti: "Avevamo paura che i tedeschi tornassero e completassero la strage"

“Eravamo degli zombie. Abbiamo vissuto nascosti nelle grotte, senza parlare, senza uscire, se non di notte. Il nostro terrore era che tornassero e completassero la strage”. Tutti sanno cosa accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944, quando furono trucidati 560 tra uomini, donne e bambini. Ma il dopo, fatto di morti da seppellire e morti viventi che si lanciavano nella fossa con i propri cari, fu la prosecuzione dell’incubo. Quaranta giorni chiusi in una grotta, con il terrore che i mostri fossero ancora lì fuori. Lo racconta a ilfattoquotidiano.it Enio Mancini, 6 anni all’epoca, sopravvissuto al massacro grazie a un SS che sparò in aria. La sua fu una storia “fortunata”: suo padre, tornato dal bosco dove era nascosto con gli altri uomini del paese per sfuggire a quella che inizialmente sembrava solo una retata, trovò tutta la famiglia ancora in vita. “Il 15 di agosto mio padre radunò i parenti e alcuni amici, in tutto 23 persone. Ci portò a nasconderci in una grotta in fondo al paese. Aveva paura che tornassero i tedeschi per finire il lavoro. Quando la sera il vento di tramontana scendeva, portava l’odore acre della carne bruciata. Per me è l’odore della morte, è la morte. Non si sapeva quel che succedeva, si sentivano solo i rumori delle cannonate. Si usciva solo la sera, quando si faceva un fuoco per cucinare patate e fagioli”.

L’odore della carne bruciata
Solo la zia Doralice Mancini mancava all’appello. La andarono a cercare, abitava al borgo ai Franchi. “Lì ho visto la carneficina – racconta Enio, ora 77enne – Corpi dilaniati, deformi. Il sangue raggrumato aveva attirato sciami di mosche, i cadaveri erano neri. Quando ci si avvicinava le mosche se ne andavano e poi ritornavano, il rumore degli sciami… La sensazione che mi è rimasta nel tempo però è l’odore acre, nauseabondo di carne bruciata, di uomini e bestie rimaste nelle stalle, un odore che ha pervaso la vallata per giorni e giorni”. La piazza della chiesa era irriconoscibile. La sera prima gli sfollati avevano messo su un mercato, ceste di frutta e verdura allineate sui muretti e di una vacca squartata e appesa ai platani. Da una parte, cadaveri ammassati, resi irriconoscibili dal fuoco, appiccato con le panche trafugate in chiesa. Su tutto, il silenzio, interrotto solo dai latrati degli uomini che, usciti dai boschi, scoprivano cosa era successo.

“I miei amichetti non sono stati più trovati”
Ne conoscevano di nascondigli, i bambini di Sant’Anna. Come Velio e Wilma Bartolucci, 7 anni, cuginetti. Erano loro i migliori amici di Enio. La sera prima avevano giocato insieme a nascondino e a uno-libera-tutti, lì, nella piazza della chiesa. Sperare che si fossero solo nascosti, quel giorno, non servì a niente. Nella casa di Wilma, ai Franchi, il piccolo Enio si affacciò. Vide dei piccoli resti umani bruciare sul letto, sotto una trave in fiamme. “Forse era Wilma” ricorda oggi. I suoi amici non sono mai stati riconosciuti. E davanti alla chiesa lui non ha più giocato. “Se nel 1943 eravamo 43 ragazzi nella scuola del paese, nel 1945, alla riapertura, eravamo in 12. Del famoso girotondo di bambini della fotografia, rimase viva una sola bambina, Leopolda Bartolucci”. Quel giorno Enio si fermò solo poche ore in paese. Il tempo di rendersi conto cosa fosse successo. Di essere abbracciato da un uomo che lo chiamava col nome del suo bambino morto.

La vita “di prima” spazzata dai ricordi
Della vita di prima, scandita dall’Ave Maria all’alba e dal Credo quando il sole si buttava in mare, non restava più niente. Saltarono tutte le regole, le credenze. Si ruppe la fede. Sant’Anna, protettrice delle mamme, quel giorno aveva pensato solo a se stessa. La sua statua rimase illesa mentre tutto andava a fuoco. Un egoismo che alcuni superstiti non le hanno mai perdonato. Un tempo, detto l’Ave Maria, l’acqua delle sorgenti non si poteva bere: si credeva vi finissero gli spiriti maligni; adesso era intoccabile perché infestata dai cadaveri. “C’era pochissima acqua buona e la mamma non voleva che la sprecassimo. Lavarci era sciupare l’acqua”.

Di tutto, Enio ricorda soprattutto la sporcizia. “La mancanza di igiene era opprimente. Eravamo in una condizione pietosa. Pieni di insetti, di pulci, di pidocchi”. Così, terrorizzati, sporchi, affamati, rimasero in silenzio nella grotta, come bestie, uscendo solo di notte. Fino a che non videro tornar su i soldati. “Fu la paura, il terrore. Gli adulti si raccomandavano a noi bambini che si stesse zitti, di non farci sentire. Poi qualcuno avvicinandosi si è accorto che non erano tedeschi. Tra cui mio padre, che veniva dalla guerra, pertanto conosceva perfettamente le divise. ‘Sono americani, sono americani!’ gridarono gli adulti. E allora siamo usciti tutti dalla grotta. Era il 21 o 20 settembre del 1944. Circa 40 giorni dopo la strage. ‘Aiuto! Aiuto!’ urlavamo”.

“Quando gli americani mi dettero il cioccolato per me fu la vera Liberazione”
Una corsa a perdifiato giù per il pendio scosceso, per raggiungere quei quattro o cinque soldati che, increduli, si erano fermati ad aspettare quegli uomini di Neanderthal che uscivano dalla grotta. “Erano la prima pattuglia americana venuta per capire quello che era successo. Tra loro c’era un nero. Io mi sono spaventato da morire. Urlavo, piangevo, andavo a nascondermi dietro le gonne delle donne. E quel soldato sorrideva, aveva capito, mi dette una cosa: la cioccolata. Così gli americani hanno conquistato la mia simpatia. A McBride, l’autore del libro Miracolo a Sant’Anna, avevo raccontato questo episodio. E allora lui ha visto il bambino che lecca il soldato di cioccolata. Quel giorno fu per me la vera Liberazione”.

Tratto dal

ilfattoquotidiano

Strage di Bellona

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Strage di Bellona
Casertano, Comune di Bellona. I tedeschi in ritirata, con lo scopo di ostacolare l’avanzata alleata, fanno saltare diverse abitazioni. Un giovane bellonese, accorso in difesa della sorella, il 16 ottobre 1943 uccide con una bomba a mano un soldato della Wehrmacht.
Il giorno seguente il paese viene circondato da soldati tedeschi e da una compagnia delle SS che proseguono al rastrellamento degli uomini per rappresaglia.

Vengono così prelevati e fatti salire su autocarri 54 uomini, di cui sei sacerdoti , per portarli – dicono -al lavoro coatto. Ma, poco fuori dall’abitato i prigionieri vengono fatti entrare in una cava di tufo e fucilati.

Sul luogo della strage, oggi chiamato Cava dei Martiri, a guerra conclusa è stata eretta una stele commemorativa riportante due epigrafi, una del Comune dl Bellona l’altra di Benedetto Croce:

Anche in questa piccola terra
sorge una delle innumerevoli stele
che in ogni parte d’Europa
segneranno nei secoli il grido
dell’offesa umanità
contro una gente creduta amica
nell’epoca del civile avanzamento e nella quale orrenda si è discoperta
armata di tecnica moderna
la Belva primeva.

Pieri Stefanutti – La strage di Avasinis

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2 maggio 1945 La strage di Avasinis:
Un massacro a guerra finita
di PIERI STEFANUTTI
Una delle tanti stragi rimaste impunite e chiuse nell’«Armadio della vergogna».
Uno degli episodi più dolorosi della seconda guerra mondiale in Friuli ebbe luogo ad Avasinis, piccola frazione del comune di Trasaghis: il 2 maggio 1945, mentre Udine e tanti altri paesi friulani festeggiavano già la Liberazione, con un drammatico “colpo di coda”, elementi nazifascisti penetrarono in paese e compirono una strage indiscriminata, di cui fecero le spese 51 persone, tra le quali numerose le donne, i vecchi e i bambini. Il fatto veniva alla fine della lunga occupazione cosacca, cominciata nell’ottobre del ’44 quando, per debellare il movimento partigiano che in zona aveva avuto una particolare diffusione, migliaia di cosacchi del Don erano stati mandati a presidiare i paesi, in qualche caso anche costringendo la popolazione civile ad un duro e totale sfollamento.
Nella primavera del ’45, dopo sette mesi, quando le sorti della guerra stavano volgendo a favore degli alleati, si assistette all’avanzata delle forze angloamericane e, contemporaneamente, al riorganizzarsi delle formazioni partigiane e all’inizio della ritirata di tedeschi e cosacchi.La ritirata dei cosacchi nella zona fu soprattutto la conseguenza di un massiccio bombardamento alleato sul paese di Alesso (26 aprile) che provocò diverse decine di vittime tra gli occupanti e la partenza della maggior parte dei cosacchi in lunghe carovane dirette in Austria. Nei giorni successivi i cosacchi rimasti nei paesi vennero fatti prigionieri dalle formazioni partigiane (era rimasto ad operare in zona soprattutto il Btg. “Friuli” delle formazioni “Osoppo”) e concentrati ad Avasinis.
Nella mattinata del 1° maggio transitò nella zona una imponente colonna nazista, integrata da formazioni cosacche, proveniente dallo Spilimberghese. Nel corso del tragitto i nazisti uccisero alcuni partigiani: Gino Bianchi “Ero”, ad Avasinis (fatto segno in lontananza da colpi d’arma da fuoco), Provino Tomat “Fiume” ad Alesso (freddato, assieme a una ragazza che si trovava a passare nelle vicinanze, probabilmente in reazione all’uccisione di un graduato tedesco) e Oddone Stroili “Tobruk” a Cavazzo (che, individuato da un delatore, venne catturato, obbligato a portare sulle spalle un carico di munizioni e quindi ucciso). Fecero anche prigionieri diversi civili, mettendoli alla testa della colonna, per scongiurare attacchi e ritorsioni e conducendoli sino a Tolmezzo.
Durante il pomeriggio di quella giornata un’altra squadra, probabilmente appartenente al Btg. “Karstjäger” delle “Waffen SS”, arrivò a Trasaghis, forse per individuare una più sicura via di ritirata o, più probabilmente, per eliminare la minaccia partigiana e garantirsi un ripiegamento senza ostacoli. La formazione attivò sin da subito delle postazioni con mortai su un colle davanti al paese di Avasinis, effettuando anche delle perlustrazioni fin nelle vicinanze del paese e preparando un’azione di accerchiamento delle postazioni partigiane (elementi tutti che portano a pensare ad una lucida preparazione dell’attacco). Nella prima mattinata del giorno successivo, i nazifascisti, divisi in diverse squadre, diedero l’assalto ad Avasinis. Invano, per un breve periodo, le formazioni partigiane presenti in loco tentarono di contrastarla: dovettero ritirarsi dopo aver perso un partigiano, colpito mortalmente da schegge di mortaio e a seguito dell’azione di accerchiamento compiuta dagli attaccanti. La squadra nazista (una formazione composta, oltre che da tedeschi, da altoatesini, istriani e probabilmente anche friulani) penetrò in paese e diede attuazione ad una strage indiscriminata.
La cronaca di quei terribili momenti traspare dalle parole del Parroco di Avasinis, don Francesco Zossi, testimone diretto della strage ed egli stesso gravemente ferito dai colpi sparatigli contro dalle SS:
«scene di orrore e di morte

Tratto da
Patria Indipendente

Giovanni Baldini – La strage dei minatori di Niccioleta

La strage dei minatori di Niccioleta

di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nei comuni di Castelnuovo di Val di Cecina (PI), Massa Marittima (GR).

La miniera di Niccioleta fu da subito un importante luogo d’appoggio per i partigiani della zona. Successivamente all’armistizio dell’otto settembre 1943 rifornì i ribelli di carburante, di esplosivi, altri materiali essenziali ed ebbe ruolo di officina per riparare le armi.
Da quando in zona cominciò ad operare la 23° Brigata Garibaldi (vedi
Frassine
) l’attività dei minatori in appoggio ai partigiani intensificò ancora.

I tedeschi di stanza a Massa Marittima controllavano spesso Niccioleta, la tattica della terra bruciata imponeva di monitorare da vicino le risorse della miniera in modo da poterle distruggere non appena il fronte si fosse avvicinato troppo. Ma i minatori avevano occultato macchinari, attrezzature, esplosivi e viveri.

Il 3 giugno 1944 un distaccamento di partigiani comandati da Vincenzo Checcucci entrò in Niccioleta. L’euforia degli abitanti di Niccioleta, che leggevano questo fatto come un’avvisaglia della prossima fine della guerra indusse a due leggerezze: da una parte fu deciso che i fascisti del paese non erano particolarmente pericolosi e li si obbligò soltanto a una sorta di arresti domiciliari, dall’altra una delle liste per i turni di guardia al materiale salvato dalle razzie dei tedeschi fu lasciata in vista nei locali della miniera. Le conseguenze furono tragiche.
La guardia ai pochi fascisti di Niccioleta venne montata efficacemente, ma alcune delle loro mogli riuscirono ad aggirarla e ad avvertire il comando fascista che era al Pian di Mucini, a tre chilometri dal paese.

La squadra partigiana nel frattempo si era ritirata, sul posto erano rimasti solamente dei partigiani di Niccioleta che avevano organizzato i suddetti turni di guardia.
Il 13 giugno oltre 300 fra soldati tedeschi e milizie fasciste accerchiarono e attaccarono il paese di Niccioleta.
Durante il rastrellamento i nazifascisti avevano radunato e immediatamente fucilato quanti erano stati riconosciuti dai fascisti locali come collaboratori dei partigiani. In questa occasione i caduti furono: Baffetti Rinaldo, Barabissi Bruno, Chigi Antimo, Sargentoni Ettore, Sargentoni Ado e Sargentoni Alizzardo.

I Sargentoni (padre e due figli) vennero uccisi perchè trovati in possesso di una pistola, che in effetti avevano requisito ad uno dei fascisti il giorno della venuta dei partigiani. Il Barabissi fu trovato in possesso di un fazzoletto rosso e il Baffetti era un antifascista noto. La storia di Antimo Chigi è più articolata: il Chigi era un repubblichino di stanza a Siena, tornava a casa spesso in divisa tedesca, per farlo in tutta tranquillità si era accordato coi partigiani che gli avevano rilasciato un lasciapassare, faceva insomma il doppio gioco. Quando i tedeschi presero gli altri per torturarli e poi ucciderli lui se ne uscì con frasi di incitamento ai tedeschi e di ingiuria verso i condannati. Il tenente tedesco allora lo fece avvicinare e lo perquisì, trovandogli il lasciapassare partigiano.

I nazifascisti scovarono la lista dei nomi di coloro che fra i minatori avrebbero partecipato alle ronde anti-tedesche nei giorni successivi. Allora radunarono tutti gli uomini del paese e dopo aver liberato il direttore della miniera, il parroco e pochi altri fecero incamminare verso nord, gli venne detto che sarebbero stati obbligati a lavorare alla distruzione della stazione geotermica di Castelnuovo e successivamente vennero fatti salire su dei camion.

A Castelnuovo

Il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien (le SS italiane, volontari che servivano direttamente nell’esercito nazista) era arrivato a Castelnuovo all’alba del 10 giugno 1944 proveniente da San Sepolcro. A Castelnuovo l’attività partigiana era stata particolarmente intensa nei giorni precedenti, nei dintorni si erano installati alcuni distaccamenti della 3° Brigata Garibaldi: il 7 i partigiani erano entrati in paese e avevano requisito le armi della Guardia Nazionale Repubblicana. I fascisti tra l’altro avevano evitato lo scontro dileguandosi per tempo, solamente uno venne preso mentre rientrava da Pisa. Alla richiesta da parte dei partigiani di identificarsi costui mostrò la tessera del fascio repubblichino, una spavalderia che gli costò la vita.
Inoltre l’arrivo delle SS italiane interruppe un’azione partigiana che mirava a sottrarre tutta la biada che i contadini erano stati costretti a mettere all’ammasso, in maniera simile a quello che quasi contemporaneamente accade anche a Monterotondo Marittimo, ma a Castelnuovo i partigiani riuscirono a ritirarsi senza essere notati.

All’arrivo in paese le SS operarono un rastrellamento che portò all’arresto di quattro giovani renitenti alla leva e che vennero instradati verso la deportazione.
La sera del giorno 13 arrivano a bordo di camion circa 120 uomini rastrellati a Niccioleta.

I minatori di Niccioleta passarono la notte nel teatro di Castelnuovo, la mattina furono divisi in tre gruppi: uno destinato alla fucilazione, uno alla deportazione e uno per essere rimandato a casa.
Al più importante dei fascisti di Niccioleta, tale Calabrò, di origini siciliane, venne data la possibilità di scegliere sei persone da salvare ma ne scelse solo due. Così il gruppo dei condannati arrivò a contare 77 persone.
La cernita per la composizione venne fatta sulla base della lista rinvenuta a Niccioleta per i turni di guardia che i minatori avevano istituito a protezione della miniera, chi era in quella lista venne ucciso. Gli altri vennero divisi per età: i giovani alla deportazione, i vecchi a casa.

I 77 vennero condotti poco distante, nei pressi di una centrale geotermica, dove i soffioni erano stati liberati dai tubi e producevano un rumore fortissimo. Vennero fatti entrare in una specie di piccolo anfiteatro naturale e abbattuti a raffiche di mitra.
Il gruppo dei giovani venne portato a Firenze e di lì in Germania nei campi di lavoro, a quanto risulta sono tutti tornati alle loro case alla fine della guerra.

Oltre ai minatori

Ai settantasette minatori si aggiunsero quattro partigiani provenienti da Volterra, tutti ex ufficiali dell’esercito.
Si trattava di Gianluca Spinola, romano di famiglia facoltosa e possidente della villa di Ariano nei pressi di Volterra, dei sardi Vittorio Vargiu e Francesco Piredda e infine di Franco Stucchi, fiorentino, arrestati nei giorni precedenti durante un’operazione contro i tedeschi e trasferiti al Maschio di Volterra. Nella notte fra il 13 e il 14 vennero trasferiti a Castelnuovo e nei pressi del podere Sorbo, tra le 11.00 e le 12.00 del 14 di giugno, Stucchi, Piredda e Vargiu vengono fucilati. Spinola invece, riconosciuto come capobanda, verrà più volte interrogato e poi ucciso nella caserma di Castelnuovo.

Altri tre partigiani erano destinati alla stessa fine. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno vengono prelevati dal carcere di Volterra Dino Fulceri "Mosè", Gino Benini e Dino Del Colombo, che a causa delle torture subite versano in pessime condizioni. Durante il percorso il mezzo su cui si trovano deve fermarsi per la foratura di un pneumatico. Al loro arrivo a Castelnuovo i tedeschi saranno già partiti e i prigionieri verranno di nuovo riportati nel carcere di Volterra dal quale saranno liberati circa un mese più tardi.

Considerazioni storiche

Una delle questioni su cui ci si è interrogati, anche a proposito delle motivazioni che generarono l’eccidio, è il perché a Castelnuovo siano state inviate SS di San Sepolcro, che essendo in provincia di Arezzo comportò un lungo spostamento durato pressappoco un giorno e una notte. Spostamento disagevole e movimentato, visto che durante il giorno 9 la colonna fu ripetutamente bombardata dagli alleati.
Questa scelta risulta particolarmente strana ricordando che vi erano numerosi reparti della Wehrmacht (ovvero dell’esercito regolare) che transitavano e stanziavano lungo la costa grossetana e livornese e che avrebbero raggiunto Castelnuovo in minor tempo.
L’opinione oramai consolidata degli storici è che vi fosse in atto uno scontro politico fra gli alti ufficiali delle SS e dell’esercito regolare tedesco e che le SS si volessero accreditare agli occhi dei generali come ben più efficienti nell’opera di contenimento delle bande partigiane, che all’epoca si erano fatte estremamente pericolose. In quest’ottica assume un significato sia il rastrellamento iniziale particolarmente tiepido contro Castelnuovo e
Monterotondo
per l’intenzione di fare in zona una base per azioni antipartigiane, sia l’accomunare partigiani veri e minatori sotto un’unica conta di 92 partigiani giustiziati (oltre ai 77 minatori caduti qui e ai 4 partigiani provenienti dal Maschio di Volterra ci sono da annoverare 6 caduti alla Niccioleta e altri 5 partigani caduti a Monterotondo).

Insomma: le SS erano in quella zona per compiere qualche azione antipartigiana eclatante e i fatti della miniera di Niccioleta furono un’occasione fortuita ma eccellente, poco importa che i 77 minatori stessero semplicemente difendendo il proprio lavoro.
Il tenente Blok, artefice del rastrellamento di Niccioleta, riceverà per questo un riconoscimento al valor militare dai suoi superiori.