Gaime Pintor – Le estreme convulsioni

Gaime Pintor

Le estreme convulsioni

… Le giornate che seguirono l’8 settembre furono le più gravi che l’Italia abbia attraversato da quando esiste come paese unito. Caduto Mussolini, Badoglio non aveva voluto andare oltre a rompere l’alleanza nazista per timore di sviluppi che non a­vrebbe saputo dominare. I suoi seguaci rappresen­tavano allora le terribili conseguenze di un gesto così temerario. Torino e Milano distrutte, l’Italia del Nord invasa, un ritorno di elementi fascisti con pro­gramma vendicativo. Per evitare questi mali il go­verno aveva obbligato gli italiani a reprimere il lo­ro primo slancio rivoluzionario e trasformato quel­la che sarebbe stata una sincera esplosione di po­polo in una ambigua manovra diplomatica. 1 capi militari avevano avuto quaranta giorni di tempo per predisporre la resistenza e ancora cinque gior­ni dopo la conclusione dell’armistizio per dare gli ultimi ritocchi alla loro sapiente opera. E questo e­ra il risultato di tante precauzioni.- Torino e Milano veramente distrutte, non dai bombardamenti te­deschi ma da quelli alleati, l’Italia occupata dai te­deschi non fino alla valle del Po ma fino al Mezzo­giorno, Mussolini liberato, i fascisti al potere

In una guerra che aveva visto la tragedia della Po­lonia, il crollo della Francia e della Jugoslavia, nes­suno spettacolo fu più tragico del disfacimento della compagine italiana.

Delle forze armate, la sola marina esegui ordini precisi e raggiunse in gran parte i porti alleati; l’a­viazione praticamente non esisteva più; l’esercito entrò nel caos. In tre giorni la resistenza organizza­ta fu soffocata quasi dovunque. Roma, intorno a cui Badoglio aveva concentrato cinque divisioni, si arrese a due divisioni tedesche, abbandonata al­l’arbitrio dei comandanti militari, senza un re­sponsabile politico, senza una voce che la sostenes­se, la città visse tre giorni di angoscia e di entusia­smo, ma la volontà di resistere della popolazione non servì contro gli intrighi dei generali. Nelle altre, città manifestazione d’inettitudine, viltà, aperti tradimenti dei capi sabotarono la resistenza. L’ar­mata dei Balcani, forte di quasi trenta divisioni, si sfasciò come un frutto marcio: immense colonne di fuggiaschi raggiunsero la costa sotto la protezione dei patrioti jugoslavi i quali si limitarono a toglier loro armi e vestiario. Tutte le strade d’Italia si copri­rono di sbandati che portarono da un capo all’altro della penisola l’immagine vivente dell’umiliazione e della sconfitta.

Le responsabilità dirette di questi avvenimenti, le ragioni dei singoli episodi saranno discusse ancora per molto tempo. Certo il re e i capi militari ne por­tano il peso maggiore: la loro viltà e la loro inetti­tudine sono costati all’Italia quasi quanto i delitti dei fascisti. Certo un intervento più generoso, so­prattutto più fiducioso, degli alleati avrebbe modi­ficato notevolmente la situazione: Roma, per e­sempio, si poteva tenere ed evitare così il senso del­la catastrofe totale. Ma le responsabilità storiche che confluiscono in questa crisi di pochi giorni su­perano il gruppetto di uomini che si trovavano momentaneamente in primo piano; e la lezione diret­ta che noi possiamo trarne, oltre a un generico sde­gno, è la certezza del fallimento della classe diri­gente italiana. questo fatto, mascherato per anni dietro ogni sorta di equilibrismi, oggi scoperto e e­vidente come una piaga incurabile.

1 soldati che nel settembre scorso traversavano l’I­talia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra e di fatiche. Erano un popolo vinto, ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa. il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiu­stizia in cui erano vissuti. Ma coloro che per anni li avevano comandati e diretti, i profittatori e i com­plici del fascismo, gli ufficiali abituati a servire e a farsi servire ma incapaci di assumere una respon­sabilità, non erano solo dei vinti, erano un popolo di morti: La caduta dell’impalcatura statale scopri le miserie che ci affliggevano, scoprì che il fascismo non era stato una parentesi, ma una grave malat­tia e aveva intaccato quasi dappertutto le fibre del­la nazione. Poteva scomparire in modo pacifico e i suoi postumi potevano essere curati. le giornate di settembre esclusero questa possibilità e gettarono il paese nelle estreme convulsioni. Tornò il terrore sulle città italiane, appoggiato all’agonizzante po­tenza hitleriana, e il fantomatico Duce di Verona cancellò il Duce dell’autoambulanza, restituì alla reazione la sua maschera tragica. Ormai l’Italia u­scirà da questa crisi attraverso una prova durissi­mo. la distruzione delle sue città, la deportazione dei suoi giovani, le sofferenze, la fame. Questa pro­va può essere principio di un risorgimento softan­to se si ha il coraggio di accettarla come impulso a una rigenerazione totale; se ci si persuade che un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una ve­ra rivoluzione.

Giaime Pintor, da «Il Sangue D’Europa»;

Einaudi, Torino, 1975

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Articolo tratto dal Settimanale “Il Manifesto 1995

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