Archivio mensile:aprile 2018

Pietro Gori – Vieni o maggio ti aspettan le genti

image
Pietro Gori
Vieni o maggio ti aspettan le genti
Vieni o Maggio t’aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori
dolce Pasqua del lavoratori
vieni e splendi alla gloria del sol
Squilli un inno di alate speranze
al gran verde che il frutto matura
e la vasta ideal fioritura
In cui freme Il lucente avvenir
Disertate falangi dl schiavi
dai cantieri da l’arse officine
via dai campi su da le marine
tregua tregua all’eterno sudor
Innalziamo le mani incallite
e sian fascio dl forze fecondo
noi vogliamo redimere il mondo
dal tiranni de l’ozio e de l’or
giovinezza dolori ideali
primavere dal fascino arcano
verde maggio del genere umano
date al petti il coraggio e la fé
Date fiori ai ribelli caduti
collo squardo rivolto all’aurora
al gagliardo che lotta e lavora
al veggente poeta che muor
Annunci

Yehuda Amichai – Dopo Auschwitz

Yehuda Amichai
Dopo Auschwitz

Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.
Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo.
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

Paul Celan – Fuga di morte

Paul Celan

Fuga di morte

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Dylan Thomas – E la morte non avrà più dominio

Dylan Thomas

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;
E la morte non avrà più dominio.

Bertold Brecht – Lode del dubbio

Bertold Brecht
Lode del dubbio

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.
*
Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
miche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le, si poté contare.
*
Fù così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell’infinito mare.
*
Oh bello lo scuoter del capo
mi verità incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!
*
Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!
*
Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com’era difficile accorgersi
Che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno un uomo nel libro
del sapere lo scrisse.
*
Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza
e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove espe­rienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.
Intronato dagli ordini, passato alla visita
D’idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie un libro redatto
da Iddio in persona,
erudito impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
*
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l’uomo che costruisce la casa
dove non lui dovrà abitare.
Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo che la
propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.
Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se oc­corre,
tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi è sconfinata. Gli argomenti
li odono con l’orecchio della spia.
*
Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione.
Le teste le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.
Sotto l’ascia dell’assassino
*
Si chiedono se anch’egli non sia un uomo.
Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.
La loro attività consiste nell’oscillare.
il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.
Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
*
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliarsi ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta,
ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.
*
Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

lsiafran, l’incredibile storia della Resistenza censurata

 

23/4/2018

Tratto da L’Espresso

 

25 APRILE

 

lsiafran, l’incredibile storia della Resistenza censurata

Acronimo di Italiani Slavi Francesi, è l’unica brigata internazionale della guerra di liberazione comandata da uno straniero. Attacca colonne SS e caserme fasciste ma fa ombra ai badogliani monarchici e imbarazza gli stessi comunisti. Così viene cancellata dalla memoria. La riscoprono oggi un libro e un documentario

DI ROBERTO DI CARO 23 aprile 2018

clip_image002

La colonna SS scende in Alta Langa dal passo della Bossola verso Dogliani, alle spalle un rosario di cascine date alle fiamme: in testa è l’auto nera degli ufficiali, al comando il tenente Buker noto massacratore, poi un camion stipato di uomini in piedi, una cinquantina di civili presi come ostaggi e destinati alla fucilazione o alla deportazione, a seguire i soldati armati, parte in bici sequestrate per far posto agli ostaggi, parte nel camion di coda. È il 6 settembre 1944, un mese prima dei "23 giorni della città di Alba" di cui tra le polemiche scriverà Beppe Fenoglio.

Lungo il percorso delle SS, all’altezza del piccolo comune di Bonvicino, in una frazione in collina sono acquartierati i partigiani garibaldini dell’Islafran. Il nome è l’acronimo di italiani slavi francesi. La comanda Eugenio Stipcevié detto "Genio", rastrellato in Dalmazia due anni prima, fuggito dal carcere di Fossano in un’evasione di massa dopo l’8 settembre ’43, rifugiato in Langa dove il parroco di Murazzano don Giovanni Dadone lo ha messo in contatto con Daniel Fauquier, maquis comunista francese del Luberon anche lui evaso: sarà il suo vice quando di lì a tre mesi, dopo aver militato con i partigiani badogliani della brigata Mauri, se ne staccheranno e insieme a jugoslavi, una ventina di italiani, una dozzina di russi e altri da Svizzera, Cecoslovacchia, Olanda, Belgio, Spagna, daranno vita all’Islafran, dapprima distaccamento della 480 brigata Garibaldi, poi Gruppo Arditi, infine 2120 Brigata Maruffi.

Quel 6 settembre, quando senza avvisaglie compare in lontananza sulla strada la colonna SS tedesca, il terreno è perfetto per un’imboscata. Ma bisogna decidere al volo, questione di minuti. Come fermarla? Dispongono di un mortaio, ma l’hanno recuperato da poco, neppure l’hanno ancora provato, e se il colpo finisse un metro più in là del dovuto ucciderebbe gli ostaggi. Tirano. Mira impeccabile o fortuna o entrambe,

il proiettile centra il cofano del primo camion, in un baleno tutti gli ostaggi si dileguano, le SS vengono falciate dai mitra o fuggono, gli ufficiali eliminati, presa una borsa di documenti che forniranno al Comando di Brigata informazioni tattiche di rilievo e prove di crimini commessi da Buker e i suoi. Il mattino seguente, recuperate dai contadini della zona le biciclette e la benzina rimasta nei serbatoi, rovesciati dai partigiani i camion in una scarpata, dell’agguato non c’è più traccia.

IA BRIGATA SCOMPARSA

Bici e camion non saranno le sole cose a sparire. A venire cancellata dalla memoria, per un deplorevole incrocio di opposti opportunismi e calcoli politici di piccolo cabotaggio, è stata fin dall’immediato dopoguerra l’intera avventura dell’Islafran. Solo ora un libro, Islafran. Storia di una formazione partigiana internazionale nelle Langhe di Ezio Zubbini, e un documentario di Maurizio Bongioanni tratto dal libro e con lo stesso titolo, ne ricostruiscono l’intera storia.

«Unica brigata internazionale della Resistenza italiana con un comandante non italiano, sul modello di quelle della guerra civile spagnola», spiega Zubbini, «l’Islafran arriverà a contare 120 combattenti, parteciperà alla difesa di Alba nella fase finale dei "23 giorni", condurrà incursioni con le tattiche della guerriglia e combattimenti lunghi un giorno intero, farà saltare vari ponti con esplosivo al plastico, assalterà il presidio tedesco di Dogliani, resisterà ai rastrellamenti condotti con duemila uomini e mezzi corazzati da tedeschi e truppe di Salò, combatterà fino alla liberazione di Torino il 27 aprile del ’45. Eppure, con l’eccezione di qualche pagina nel volume di trent’anni fa di Mario Giovava Guerriglia e mondo contadino, i garibaldini nelle Langhe 1943-1945, e brevi cenni in Langa partigiana di Diana Carminati Masera, di tutte le storie della Resistenza che ho consultato in nessuna si fa menzione dell’Islafran se non in una frase, un rigo appena».

NON ERA UNA REPUBBLICA

La incredibile e triste storia di questa rimozione della memoria s’intreccia con quella della sua non prevedibile riscoperta dopo settant’anni di ignavia. Ezio Zubbini, l’autore della ricerca, è personaggio scomodo in una città come Alba dall’imperitura anima democristiana che si perpetua sotto qualsivoglia giunta, di centrodestra o di centrosinistra. Professore di storia e filosofia al liceo cittadino fino alla pensione, marxista libertario allegramente inossidabile alle disillusioni della storia e della filosofia politica, invitato a convegni sulla gloriosa "repubblica partigiana di Alba" è andato a ricordare che «in quei 23 giorni il locale Chi non proclama nessuna repubblica, l’unica l’autorità è il badogliano maggiore degli alpini Enrico Martini "Mauri", sul municipio sventola il tricolore con lo stemma sabaudo, resta in carica persino il commissario prefettizio della Repubblica di Salò».

Un colpo basso alla retorica resistenziale albese scolpita nella pietra del bel monumento di Mastroianni, che riporta l’incipit del libro di Fenoglio: "Alba la presero in duemila il lo ottobre". «Sì, peccato che il seguito della frase fosse: "e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944"», sorride Zubbini, «e che quando il libro uscì, nel ‘52, più veritiero di tante enfatiche riscritture, anche "l’Unità" lo abbia attaccato come "un brutto capitolo della letteratura della Resistenza"». Focolai di democrazia repubblicana in zona ci sono eccome, in quei mesi frenetici di guerra civile, non certo ad Alba ma nelle "zone libere" della bassa Langa, dove a governare sono le formazioni garibaldine: che tra agosto e settembre ’44 danno vita in una decina di comuni a giunte popolari elette a suffragio universale, maschile e, per la prima volta nella storia d’Italia, anche femminile.

Oltre alla vis polemica e alla passione dello storico per la verità documentale ancorché dissacrante, testimoniata da un ricco apparato di note e citazioni dalla precedente storiografia e da fonti mai consultate prima, altra è stata la vera molla e l’occasione della riscoperta dell’Islafran. Ed è una questione privata, una vicenda tutta familiare.

DI PADRE IN FIGLIO

«Ma tu sei il figlio di Antonio?» E’il 2oo9 quando Ezio Zubbini riceve la telefonata. «Sono Piero Fagiolo. "Piero" era il mio nome da partigiano. Ho combattuto con tuo padre, nell’Islafran. Sono io che nel settembre del ’44 l’ho portato a Novello dal suo amico "Genio" Stipcevié: si conoscevano da ragazzi, a Zara dove tutti e due erano nati, quando tuo padre di cognome faceva ancora Zubeich, prima che il regime lo obbligasse a italianizzarlo per poter insegnare ad Alba…» Zubbini figlio il passato partigiano del padre l’aveva appreso da lui solo a spizzichi e bocconi. Antonio, nell’Islafran ufficiale addetto ai collegamenti, nome di battaglia "Barbetta" per l’aria da professore di liceo qual era e poi "Sipe" come la bomba a mano, ne parlava poco e malvolentieri, con un’aria melanconica, come se qualcosa gli rovinasse il ricordo.

Cos’era successo di così traumatico da spingerlo a rimuovere un’esperienza del genere? Vista con sospetto l’Islafran persino tra i garibaldini, tanto che a guerra in corso "Piero" Fagiolo è invitato a lasciarla «perché comandata da stranieri e per unirsi con degli italiani», alla Liberazione la brigata internazionale viene subito sciolta. Stipcevié il suo comandante, dapprima festeggiato come liberatore, viene poi ingiustamente accusato di furto e accompagnato al confine jugoslavo; dopo lo scisma di Tito sarà incarcerato per un anno come stalinista. Il suo vice Daniel Fauquier e gli altri maquis rientrano subito in patria. Fuori gioco i vertici della brigata, nessuno può più certificare l’appartenenza e la militanza partigiana degli altri: Antonio Zubbini viene accusato di aver prestato giuramento alla Repubblica di Salò, poi scagionato, certo, ma quando presenta domanda per essere riconosciuto come partigiano, dal ministero gli rispondono che i termini sono scaduti. Lo status e gli anni di buonuscita come combattente per la libertà gli verranno certificati solo nel 1976: con l’aiuto del figlio Ezio, cui mostrerà finalmente per la prima volta la sua vecchia tessera della brigata.

Senza peraltro raccontargli più di tanto. Dovranno passare altri tre decenni prima che Piero Fagiolo, in tre anni di assidue frequentazioni con Zubbini figlio, riempia le prime lacune. E dia il via alle ricerche che hanno condotto al libro e al film.

PRETI, SUORE E GIOCHI D’AZZARDO

Bene i ricordi, le fonti dirette, le testimonianze degli ultimi superstiti. Ma per scrivere servono le prove. Le carte. Zubbini figlio le scova infine dove dovevano essere, ma dove nessuno le aveva mai cercate, nemmeno Giovava per il suo citato saggio sui garibaldini nelle Langhe: all’Istituto storico della Resistenza di Torino. «Due grossi faldoni», racconta, «che erano stati consegnati da Stipcevié presumibilmente al Cln, e che da allora non erano stati mai neppure aperti».

Dentro ci sono quasi tremila veline, che lui riproduce una a una, studia per anni, incrocia con le testimonianze di Fagiolo e degli altri e con un diario pubblicato da Fauquier. Ogni aspetto della vita dell’Islafran, poi 212° Brigata Maruffi, vi è diligentemente documentato e dettagliato. Le azioni e gli spostamenti, ma anche l’amministrazione quotidiana, i conti della spesa dalla benzina ai cerotti al surrogato di caffè fino a "due quaderni e matite lire 8", le paghe di 600 lire mensili più loo di premio per le feste natalizie, le requisizioni e i certificati rilasciati per ottenerne il rimborso, da ultimo il verbale di un processo a tre dei componenti russi che, ubriachi, avevano provocato una rissa imbracciando le armi e uno di loro sparato un raffica di Sten in quel di Novello mettendo a rischio la popolazione: verranno condannati a morte, pena sospesa e revocata a condizione che non fossero stati mai più colti a bere alcolici.

Non mancano, raccontati nel libro senza compiacimento, un paio di episodi che certo non devono aver favorito la popolarità dell’Islafran tra i contadini della zona, già difficile per il radicato conservatorismo del profondo Piemonte e la diffusa diffidenza verso dei comunisti per giunta in larga parte slavi e russi. Alcuni danarosi professionisti e commercianti del paese di Murazzano erano usi a incontrarsi clandestinamente in una casa per giocare a carte d’azzardo: ai partigiani servivano soldi, quale migliore occasione che espropriare chi i quattrini già era disposto a perderli a un tavolo da gioco? Per so-vTammercato, all’esproprio era seguita la beffa, le vittime rispedite a casa in mutande perché assaggiassero anche la furia delle mogli, scena degna di una pochade. E non era neppure la prima volta.

Cinque mesi prima, quando ancora non esisteva la brigata internazionale, il primo nucleo franco-slavo di Stipcevié e Fauquier aveva compiuto la stessa azione di esproprio partigiano ai danni di ricchi contadini che avevano trasformato in bisca un granaio isolato, sempre nei pressi di Murazzano. Non tutti, in quei tempi strani e convulsi, avevano le stesse priorità, chi si giocava la pelle in guerra, chi le terre e i denari alla bisca. Roba da far irritare anche i preti. E difatti era stato proprio il parroco del paese a segnalare l’obbiettivo a quei partigiani alle prime armi. E le suore dell’ospedale a nascondere fino alla notte seguente quei comunisti espropriatori di contadini ricchi. I soldi? Spartiti tra il curato, le suore, i comunisti e il tesoriere dei badogliani della brigata Mauri.

http:Ilespresso. repubblica. itiattualita12011 8104/23/newslislafran-l-increcl ibile-storia-della-resistenza-censurata- 1.320840?ref–H EFRULLO 3/3

Ricordate quel 25 Aprile

Ricordate quel 25 Aprile

clip_image002

Giovanna Boursier

Marco Scavino

I giorni dell’insurrezione

Due cose segnano la vigilia della liberazione: il 6 aprile la riunione dei segretari dei par­titi del Cln che ritornano sulle proposte di un convegno nazionale dei Cln e di u­na consulta, l’8 il discorso di Togliatti al Consiglio nazionale del Pci, nel quale ri­propone una collaborazione con la Dc e completa, ribadendola, la linea politica elaborata a Salerno.

clip_image004

10 aprile. Longo dirama le «direttive n. 16» del Pci dell’Italia occupata, dispo­sizioni per la realizzazione dell’insur­rezione generale ormai vicinissima. Tre giorni dopo il generale americano Clark, comandante delle forze alleati in Italia, rimandare ancora. Togliatti, invece, scrive a Longo e, sottolinean­do la necessità che «l’armata naziona­le e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati…», lo invita ad attuare tutte le misure ne­cessarie per l’insurrezione nelle regio­ni settentrionali.

16 aprile. A Gargnano sul Lago di Garda, si tiene l’ultima riunione del consiglio dei ministri della Rs. Mussolini comu­nica di voler trasferire a Milano il suo governo.

18 aprile. Sciopero generale preinsurre­zionale. Seconda battaglia di Alba. Mussolini arriva a Milano e, scortato dalle SS e da parte dei suoi ministri, si stabilisce nel palazzo della prefettura.

21 aprile. Viene liberata Bologna, dove i partigiani combattono già da un paio di giorni. Il 23 insorge Genova. Le for­ze della resistenza attaccano quelle nazifasciste catturando 6 mila tede­schi.

Gli anglo-americani attraversano il Po.

24 aprile. Insorge Cuneo.

A Dongo le brigate nere compiono an­cora un feroce rastrellamento e ucci­dono 4 partigiani. Un quinto viene cat­turato e barbaramente trucidato.

La registrazione cronologica degli av­venimenti si fa difficile. I piani nazisti prevedevano un ripiegamento ordina­to dei reparti verso il Brennero, dopo una sistematica distruzione di ponti, strade, viadotti, centrali elettriche e impianti industriali. L’insurrezione po­polare, chiudendo ai tedeschi ogni possibile via di fuga, accelera invece i tempi della resa totale.

Crollano, uno dopo l’altro, tutti i centri ancora occupati, e i nazifascisti sfoga­no il rancore e l’odio per la sconfitta in estremi atti di brutale violenza: nel corso degli ultimi avvenimenti i morti si contano a centinaia e spesso le iner­mi popolazioni sono ancora vittime di disperate e inutili rappresaglie come a Grugliasco, a Collegno e in diverse lo­calità del Friuli.

Si conclude così quell’insurrezione na­zionale divampata sull’Appennino To­sco-emiliano il 20 aprile e che, con­temporaneamente all’avanzare degli alleati dalla linea gotica lungo la pia­nura del Po, pensava il paese non solo liberato ma avviato verso un nuovo governo.

25 aprile. Il Clnai impartisce l’ordine di insurrezione generale. Vengono isti­tuiti comandi regionali e provinciali dei Cln, tribunali di guerra e viene sta­bilita la pena di morte per i gerarchi fascisti. Si creano consigli di gestione delle aziende.

I tedeschi abbandonano Milano dove è proclamato lo sciopero generale. Nella sede arcivescovile della città, per iniziativa del cardinale Schuster, alcuni capi del Clnai [Cadorna, Lombardi, Marazza, Arpesani e Pertini] incontrano Mussolini per chiedergli la resa incon­dizionata di tutti i fascisti e i militi del­la Rsi, concedendogli due ore per la ri­sposta. In serata il duce fugge verso Como, si ferma a Menaggio da dove la mattina successiva ripartirà con la co­lonna di nazisti in fuga.

26 aprile. Genova è libera. A Torino la popolazione insorge insieme alla stra­grande maggioranza degli operai, che già presidiano in armi le fabbriche. Viene liberata anche Alba. Il 27 i parti­giani ottengono la resa del presidio di Cumiana e occupano i sobborghi del­la città della Fiat: si combatte dura­mente, ma il giorno dopo la città è completamente libera [gli alleati arri­veranno il 3 maggio].

Lo stesso giorno, prevenendo i piani di occupazione francese, le formazioni partigiane liberano Aosta.

A Musso, vicino a Dongo [Co], i partigiani individuano la colonna su cui si trova Mussolini che cerca di scappare in Svizzera travestito da tedesco. Cat­turato e processato insieme ad altri gerarchi fascisti, il 28 è giustiziato in­sieme all’amante Claretta Petacci, che non voleva abbandonarlo. Il giorno successivo i loro corpi, insieme a quelli di altri fascisti fucilati nella piazza di Dongo, vengono appesi a piazzale Lo­reto, a Milano, la stessa piazza dove i fascisti, qualche tempo prima, aveva­no esposto i corpi di 15 prigionieri po­litici fucilati.

27 aprile. A sera i fascisti firmano la resa a Padova, ma i tedeschi non cedono fino alla mattina del 28.

28 aprile. All’alba insorge anche Venezia:

i partigiani occupano la stagione e molti edifici pubblici, mentre i tede­schi tengono la zona portuale e Me­stre, dove si combatte ancora fino alla mattina successiva, quando la città è completamente libera.

29 aprile. Le truppe alleate e i reparti re­golari italiani entrano a Milano.

I partigiani occupano Cuneo.

Una colonna tedesca comandata dal generale Schlemmer, che si ritira dal cuneese, arrivata a Grugliasco, alla pe­riferia di Torino, assale un piccolo pre­sidio delle Sap: dopo ignobili torture, 59 partigiani e 7 civili vengono fucilati. Nonostante i combattimenti continui­no, al quartier generale alleato di Ca­serta viene firmato l’armistizio per la resa totale delle truppe tedesche in I­talia, che entrerà in vigore alle 14.00 del 2 maggio.

30 aprile. Il Clnai comunica l’esecuzione della condanna a morte di Mussolini, «conclusione necessaria di una fase storica… premessa della rinascita e della ricostruzione». I partigiani della VII Alpini, ottenuta la resa della guar­nigione tedesca, entrano a Belluno e a Schio; le formazioni friulane liberano Udine, mentre i partigiani jugoslavi entrano a Trieste e vi istituiscono una loro amministrazione.

Suicidio di Hitler.

1 maggio. Tutta l’Italia settentrionale è libera.

2 maggio. Berlino si arrende all’Armata Rossa.

Mentre la Germania depone le armi, in tutta Europa si intensificano colloqui e contatti non solo per discutere la si­tuazione politica generale, ma anche per risolvere la questione urgente del­la smobilitazione dei partigiani, delle provvidenze predisposte a loro favore e del ruolo dei Cln, che dalla liberazio­ne funzionano come organi di gover­no provvisorio.

Il ministro dei tesoro Soleri promuove il «prestito della liberazione»: con l’e­missione di buoni del tesoro a scaden­za quinquennale e ad un tasso del 5%. Si raccoglieranno 106 miliardi di lire.

5 maggio. I rappresentanti del Clnai arri­vano a Roma di mattina per incontra­re Bonomi. Le richieste del Clnai per la formazione del nuovo governo, deli­neate precedentemente a Milano, si possono riassumere in cinque punti [Piscitelli]:

· 1. epurazione estesa dal campo poli­tico a quello economico;

· 2. chiarificazione, in senso democra­tico, dei rapporti fra i prefetti e i comi­tati di liberazione regionali e provin­ciali;

· 3. impostazione di un’opera di rico­struzione economica sopportata, na­turalmente, dall’insieme della popola­zione del paese ma, in modo particola­re, da coloro che hanno tratto maggio­ri benefici economici da dieci anni di politica autarchica, nonché dalla colla­borazione coi fascisti e coi tedeschi;

· 4. impostazione in linea di principio -salvo la diversità dei vari punti di vista che dovranno essere armonizzati at­traverso la discussione – del problema della riforma agraria;

· 5. politica estera che rifugga da ogni nazionalismo non solo fascista ma an­che prefascista e che significhi collabo­razione democratica con tutti i paesi.

7 maggio. Mentre è annunciata la con­clusione della guerra in Europa, si svolge una riunione congiunta tra C­cln e Clnai. Valiani conclude che è finito il periodo di transizione Bonomi: «è il momento di ricostruire lo stato o si ritornerà al 1921-22».

8 maggio. La ratifica della resa della Germania a Berlino segna la fine della seconda guerra mondiale in Europa.

In Italia, alla fine del conflitto, il reddito me­dio pro-capite è inferiore a quello del 1861: £ 1585. Rispetto all’anteguerra la produzione industriale è ridotta al 25 percento, nel nord gli stabilimenti indu­striali sono distrutti per il 20 percento, nel sud per il 90 percento. La produzio­ne agricola è scesa al 63 percento ri­spetto al 1938, cioè al livello del 1890. Tuttavia l’Italia è ancora un paese pre­minentemente agricolo: iprodotti dei campi costituiscono il 58 percentodel­l’intero prodotto interno lordo, contro il-solo 22 percento dell’industria e il 20 percento del terziario. Anche il settore dei trasporti esce distrutto dal conflitto: sono stati cancellati il 25 percento delle linee ferroviarie e il 90 percento della marina mercantile.

32

Don Aldo Mei

.sacrificio - Copia

Don Aldo Mei – Italia

Anche in questo momento sono passati ad insultarmi —

«Dimitte illis — nesciunt quid faciunt ». Signore che

venga il Vostro regno! Mi si tratta come traditore —

assassino. no. Non mi pare di aver voluto male a nessuno

ripeto a nessuno

Aldo Mei

Di anni 32 – sacerdote – nato a Ruota (Lucca) il 5 marzo 1912 -. Vicario Foraneo del Vicariato di Monsagrati (Lucca) – aiuta renitenti alla leva e perseguitati politici – dà ai partigiani assistenza religiosa _ Arrestato il 2 agosto 1944 nella Chiesa di Flano, a opera di tedeschi, subito dopo la celebrazione della Messa – tradotto a Lucca con altri trenta catturati in rastrellamento – rinchiuso con essi nella « Pia Casa » di Lucca -. Processato dal Comando tedesco di Lucca, sotto l’imputazione di avere nascosto nella propria abitazione un giovane ebreo -.

Fucilato alle ore 22 del 4 agosto 1944,

da plotone tedesco, fuori Porta Elisa di Lucca.

4 agosto 1944

Babbo e Mamma,

state tranquilli — sono sereno in quest’ora solenne. In coscienza non ho commesso delitti. Solamente ho amato come mi è stato possibile. Condanna a morte — 1°’ per aver protetto e nascosto un giovane di cui volevo salva l’anima. 2° per avere amministrato i sacramenti ai partigiani, e cioè aver fatto il prete. Il terzo motivo non è nobile come i precedenti — aver nascosto la radio.

Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio io che non ho voluto vivere che per l’amore! « Deus Charitas est » e Dio non muore. Non muore l’Amore! Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono. Ho già sofferto un poco per loro…E’ l’ora del grande perdono di Dio! Desidero avere misericordia; per questo abbraccio l’intero mondo rovinato dal peccato — in uno spirituale abbraccio di misericordia. Che il Signore accetti il sacrificio di questa piccola insignificante vita in riparazione di tanti peccati — e per la santificazione dei sacerdoti.

Oh! la santificazione dei sacerdoti. Oggi stesso avrei dovuto celebrare Messa per questa intenzione — invece di offrire Gesú — offro me a Lui, perché faccia tutti santi i suoi . ministri, tutti . apostoli di carità — e il Mio pensiero va anche ai confratelli del Vicariato, che non ho edificato

e aiutato come avrei dovuto. Gliene domando umilmente perdono. Mi ricordino tutti al Signore. Sia dato a ciascuno un’offerta di 75 lire per una applicazione di S. Messa a sufiragio della povera anima mia.

Almeno 100 Messe che siano celebrate per riparare eventuali omissioni e manchevolezze e a sufiragio dell’anima mia.

A Basilio — Beppe e loro mogli e figli carissimi — alla Nonna e Argia — alla zia Annina, Carolina, Livia, Giorgina — Dante, Silvio, Annunziato ecc., e a tutti i parenti — a tutti i conoscenti, a tutti i Ruotesi, cosa dirò? Quello che ho ripetutamente detto ai miei figli di adozione, i Fianesi. Conservatevi tutti nella grazia del Signore Gesú Cristo — perché questo solamente conta quando ci si trova davanti al maestoso passo della morte — e così tutti vogliamo rivederci e starcene indissolubilmente congiunti nella gioia vera e perfetta della unione eterna con Dio in cielo.

Non piú carta — all’infuori di questa busta — e anche la luce sta per venir meno. Domani festa della Madonna potrò vederne il volto materno? Sono indegno di tanta fortuna. Anime buone pregate voi tutte perché mi sia concessa presto — prestissimo tanta fortuna!

Anche in questo momento sono passati ad insultarmi — «Dimitte illis — nesciunt quid faciunt ». Signore che venga il Vostro regno! Mi si tratta come traditore — assassino. no. Non mi pare di aver voluto male a nessuno — ripeto a nessuno — mai — che se per caso avessi fatto a qualcuno qualche cosa di male — io qui dalla mia prigione — in ginocchio davanti al Signore — ne domando umilmente perdono. Al Sacerdote che mi avviò al Seminario D. Ugo Sorbi il mio saluto di arrivederci al cielo. Ai carissimi Superiori del Seminario, specialmente a Mons. Malfatti e al Padre Spirituale D. Giannotti — l’invito che mi assistano nel punto piú decisivo della mia esistenza — la morte — mentre prego il Signore a ricompensarli centuplicatamente come sa far Lui.

Arturo Cappettini ( Giuseppe)

 

clip_image002

È destino dei popoli che il loro cammino

verso la libertà e la giustizia sociale sia

segnato dal sangue dei suoi martiri,

forse perché questo cammino non sia smarrito,

ma chi muore per una causa giusta, vive sempre

nel cuore di chi per questa causa si batte.”

 

Arturo Cappettini (Giuseppe)

Di anni 43 – commerciante – nato a Zeme Lomellina (Pavia) il 17 marzo 1900 -. Mili­tante comunista, perseguitato come antifascista e ricercato ad ogni occasione di visita di gerarca fascista – costretto ad espatriare in Svizzera e Francia – dopo l’8 settembre ’43 si unisce alla 3° Brigata Garibaldi G.A.P. – procura viveri ed approvvigionamenti ai parti­giani di montagna, fa del proprio negozio un deposito di stampa clandestina e di ma­teriale bellico -. Catturato il iq dicembre 1943 nella casa della madre a Mortara, dove si era recato per procurare rifornimenti a partigiani della zona – mentre il fratello ed i compagni trasportano il materiale bellico dal negozio di Milano, vengono sorpresi, su delazione, da elementi della polizia – sulla base di questo nuovo capo d’accusa, viene trasferito da Mortara al 60 raggio delle carceri di San Vittore in Milano – torturato da elementi delle S.S. tedesche — Fucilato il 31 dicembre1943 al Poligono di Tiro della Gagnola in Milano, con Gaetano Andreoli e Cesare Poli.

Cara mamma,

quando riceverai questa, io non ci sarò più, il piombo nemico mi avrà già freddato, perciò mi raccomando a te i miei cari figlioli, baciali tanto per me, come pure Tilde ed istruiscili finché siano buoni patrioti come lo fui io e che facciano di tutto per vendicarmi. Caramente bacio tutti per l’ultima volta, addio evviva l’Italia evviva l’idea comune.

Vostro

Arturo

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Carletto Besana – Scoiattolo

sacrificio - Copia

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Carletto Besana (Scoiattolo)

Di anni 24 – operaio tessile – nato a Barzanò (Como) 31 luglio 1920 -. Dopo 1’8 settembre ’43 svolge intensa attività di collegamento e rifornimenti fra la Brianza e la Valsassina (Lecco) – ferito e ricercato, è costretto a rimanere nascosto -. Il 12 ottobre 1944, accorso a Biandino (Valsassina) alla notizia del ferimento del fratello Guerino, mentre veglia in una grotta la salma del fratello già ucciso da S.S. italiane,, viene catturato anch’egli dalle stesse S.S. di stanza ad Oggiono – tradotto a Casargo (Lecco) – sevi­ziato -. Processato il 13 ottobre 1944 a Casargo, da tribunale militare tedesco e fascista -. Fucilato alle ore 15 del 15 ottobre 1944 al cimitero di Introbio (Lecco), da S.S. italiane, con Benedetto Bocchiola, Antonio Cendali, Franco Guarnieri, Andrea Ronchi e Benito Rubini.

Cara mamma,

fatevi coraggio quando riceverete la notizia della nostra morte, ho ricevuto i Sacramenti e muoio in pace col Signore. Mamma non pensate al fratello Guerino perché l’ho assistito io alla sua morte.

Arrivederci in Paradiso. Figlio Carlo. Ciao.

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952