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Gino Ricceri – Carissima madre

"Carissima madre, ancora mi trovo vivo"

Cesare, detto Gino, Ricceri racconta paura, morti, combattimenti, mamma, famiglia a Porte del Pasubio il 4 luglio 1916

Li 4-7-1916
Carissima Madre
Con molta impressione ti scrivo queste due righe per farti sapere che ancora mi trovo vivo per buona fortuna ed in ottimo stato di salute. Cara Madre vengo ad annunziarti che ieri giorno 3 dopo un gran bombardamento alle ore 11 precise abbiamo iniziato l’avanzata che dopo un breve scambio di fucilate ci anno fatti andare all’assalto non puoi credere in quel momento il mio cuore cosa mi faceva. Dunque andati all’assalto abbiamo fatto diversi prigionieri quattro mitragliatrici ed altro materiale da guerra. Cara Madre non ò potuto fare a meno di non piangere quando ò veduto quei bei giovani che come me si trovano in queste brutte condizioni più inpressione e stata quella nel vedere gran numero di feriti e anche diversi morti dove senza avvedersene a qualcuno passavamo di sopra più lamenti che facevano straziare il cuore nel vedere tante giovani vite così massacrate. Cara Madre mi sono di già visto perso perché ancora non si parla di cambio e nel medesimo tempo sono spesse volte che me la sono cavata a pulito. Come ti annunziavo in una mia antecedente che avevo avuto notizie da Riccardo e che tutto ti dicevo quanto esso mi mandava a dire ed io subito gli risposi ed attendo nuovamente da lui risposta per sapere come si trova più quando tu mi rispondi anche tu fammi sapere notizie in proposito di lui. Cara Madre credi che qua su questi altissimi monti ancora perdura la sete e la fame e per buona fortuna il giorno tre abbiamo potuto mangiare qualche scatoletta dei viveri dagli Austriaci lasciati.
Altro non mi prolungo con la speranza di tornare tra voi salvo o prima o dopo. Cesso di scrivere perché ancora non sono tornato nel mio primiero stato con queste impressioni.
Saluta tutti chi ti domanda di me saluta tanto le sorelle più ricevi i più cari ed affettuosi saluti tuo figlio Gino

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Gino Frontali–Una bomba fra due uomini

Una bomba tra due uomini

Gino Frontali racconta bombardamenti, feriti, morti, orrori a Ponte del Pissandolo (BL) il luglio 1915

Il sottotenente medico Gino Frontali descrive un bombardamento e gli effetti che provoca.

Lo scoppio era lacerante come un grido di ferocia sovrumana e dava una certa emozione a carattere viscerale. La ventata di uno di questi scoppi fu sufficiente a gettare a terra Frattari, il mio caporale di sanità mentre discorreva in piedi con me seduto.
Le prime vittime furono due portatori di filo spinato, che trasportavano a spalla il rotolo infilato sopra un paletto. Il proiettile doveva essere scoppiato fra l’uno e l’altro perché aveva asportato la parte posteriore del cranio scucchiaiandone buona parte del cervello a quello che stava davanti e la faccia, un braccio e una gamba a quello che stava  di dietro. Ambidue erano anneriti come da fuligine e agitavano i loro corpi moribondi in un viscidume vermiglio. D’allora in poi il mio lavoro subì delle recrudescenze ad ogni colpo che cadeva in pieno sulla nostra truppa naturalmente priva di ricoveri blindati. Consumavo in poche ore le mie riserve di medicatura e rimanevo un po’ stordito dalle grida dei feriti che s’affollavano impazienti davanti al posto di medicazione. Medicai anche qualche artigliere ferito leggermente da schegge di rimbalzo. Perché il medico degli artiglieri se ne stava a S. Stefano ed arrivava in automobile, chiamato per telefono, invariabilmente quando i suoi feriti erano già medicati.

Valerio Tosi e la battaglia di Riva del Garda

Valerio Tosi e la battaglia di Riva del Garda
I. B.
Classe 1928. La Brigata “Cesare Battisti”. L’assassinio dei suoi compagni di scuola. La conquista di Riva. La Liberazione e i partigiani-operai dell’officina X Fiat. Fra Italia e Norvegia, a occuparsi di reattori e acqua pesante
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Valerio Tosi di fronte alla foto della brigata “E. Impera”, dopo la liberazione di Riva. Il giovane Valerio è il ragazzo col maglione bianco
16 dicembre 2014, Valerio Tosi è a Padova per il funerale del fratello Giorgio. Pronuncia poche parole: del fratello rammentava su tutto un abbraccio – quello scambiato a liberazione di Riva e di Giorgio avvenute – improvviso, inaspettato, col mitra ancora al collo, a intralciare l’affetto di due fratelli ritrovati, sopravvissuti alla guerra.
Infanzia e adolescenza – Valerio Tosi nasce a Rimini il 5 ottobre del 1928, secondo di quattro fratelli: Giorgio (classe 1925), Gabriella e Franca.
Il padre, guardia forestale militarizzata durante la guerra, si sposta molto per lavoro, fino a giungere, con la moglie Carla Casalotti e i primi tre figli, a Riva del Garda nel 1938. Lì, pochi anni dopo, Valerio si iscrive – come suo fratello – al Maffei, dove – come scrive Giorgio Tosi nel suo Zum Tode – «i giovani del “Littorio” entrati balilla al ginnasio si trovarono presto al liceo, adolescenti e avanguardisti ma con la divisa che urticava, la mente arrovellata, l’animo turbato» (1); furono alcuni dei loro professori a «svegliare dal letargo» i ragazzi: Leonardi, Gori e Franchetti.
Al professor Gori, insegnante di lettere, «bastava una terzina di Dante ad accendere gli animi contro il tiranno, rivelando all’insegnante sgomento e felice che i suoi alunni si stavano trasformando anche per suo merito in apprendisti uomini, insofferenti al regime, pronti a ribellarsi»; Gastone Franchetti (leva 1920), invece «aveva un fisico atletico, perfetto, da statua greca. Era spavaldo e tenero, rude e generoso, incolto e irrequieto. Fascista, volontario in guerra, alpino e valoroso soldato, torna a Riva con un alone di leggenda per le sue imprese in battaglia», (2) insegna educazione fisica.
Gli studenti sono affascinati da questi loro professori, così diversi e complementari, che si conoscono e simpatizzano in breve.
Da “Figli della Montagna” a “Fiamme Verdi”: la brigata “Cesare Battisti” – Molto prima dell’armistizio, Franchetti prende una posizione netta sul regime e – sicuro ormai di poter contare sulla loro fiducia – la palesa ai suoi ragazzi, inventandosi anche i “Figli della Montagna”, un’associazione che accompagnò la «delicata trasformazione dei giovani studenti da fascisti ciechi a fascisti critici, e infine ad antifascisti» (3).

Alcuni dei compagni più stretti di Valerio e suo fratello, in quel periodo, erano Eugenio e Romana Impera, Enrico Meroni, Renato Ballardini, Giulio Poli e Luciano Baroni.
Nell’ottobre ‘43 i “Figli della Montagna” si trasformano nelle “Fiamme Verdi”-Brigata “Cesare Battisti”, vero e proprio movimento clandestino di Resistenza, Franchetti assume il nome di battaglia di “Ettore Fieramosca” e altri uomini entrano nell’organizzazione, tra cui il comunista Dante Dassatti (“Dario”) e il padre dei Tosi, Alessandro.
Si stabiliscono contatti coi gruppi partigiani lombardi e veneti, col CLN milanese; si stringono poi i nodi di una rete che – nei comuni limitrofi – collega i resistenti di Riva al movimento operaio, al PCI, al PSI, ai gruppi di GL.
L’eccidio del 28 giugno 1944 – Purtroppo però nemmeno la presenza prudente e guardinga di Dassatti riuscì a scongiurare l’infiltrarsi, nella brigata, di una spia. Fiore Lutterotti, amico di Franchetti, gli si presenta nell’aprile del ’44, asserendo di essersi arruolato nelle SS per salvarsi la vita dopo l’8 settembre (che lo aveva colto in Germania) ma di essere un amico dei “ribelli”, capace – con la sua tessera delle “teste di morto” – di farli passare dappertutto, anche armati.
Franchetti gli crede, l’inganno riesce e porta – nel giugno del ‘44 – alla cattura e alla morte di decine di persone.
La politica del gauleiter Hofer per il Trentino era stata, dopo l’armistizio, particolarmente morbida e tollerante con i civili, la contropartita però era l’obbedienza assoluta e l’assenza totale di focolai di Resistenza in un Trentino strategico, per cui passava la linea del Brennero, vitale per la Wehrmacht.

Per questo era necessario stroncare sul nascere ogni organizzazione clandestina avversa al nazi-fascismo.
All’alba del 28 giugno 1944 a Riva e nei comuni vicini, reparti della polizia di sicurezza e del battaglione Bozen, guidati dalle SS, trucidarono 11 partigiani e ne arrestarono a decine.
Vengono arrestati, tra gli altri, Gastone Franchetti e Giorgio Tosi.
Viene freddato, sorpreso e assonnato nella stanza da letto, il diciannovenne Eugenio Impera; viene torturato e ucciso nella sede della Feldgendarmerie di Riva il coetaneo Enrico Meroni. A molti altri venne riservata la stessa sorte.
Franchetti verrà torturato e infine fucilato per rappresaglia il 29 agosto del 1944 a Bolzano.
I fratelli Valerio e Giorgio Tosi sono sorpresi mentre dormono. Prelevano soltanto Giorgio (che finirà in carcere prima a Trento, poi Bolzano e Silandro), cosicché Valerio – allora sedicenne – può correre subito dopo ad avvisare le famiglie di altri due compagni, che così si mettono in salvo.
Restano pertanto, nella casa dei Tosi, soltanto le donne: la nonna Cecilia, la madre Carla e le due sorelline Franca e Gabriella; il padre era già stato incarcerato per la soffiata di un suo milite che lo accusava di reperire materiale per i partigiani.
La battaglia di Riva e la Liberazione – Tra l’autunno 1943 e il giugno 1944 le gallerie della Gardesana Occidentale erano state trasformate in un impianto di produzione bellica.
La brigata “Cesare Battisti”, distrutta con l’eccidio del giugno ’44, rinacque nel nome di uno dei suoi caduti: “Eugenio Impera”, ora brigata garibaldina guidata dal comunista “Dario”. Valerio ne è membro ed è inviato al tornio dell’officina X della Fiat, in una delle gallerie della Gardesana. Si tratta di un’officina “particolare”, gestita in pratica da operai partigiani: le macchine si inceppavano, pochissimi pezzi uscivano di lì e il boicottaggio era ben camuffato.
Riva, nei giorni convulsi dell’aprile 1945, fu liberata, occupata, nuovamente liberata.
Il 25 aprile comincia la ritirata di massa delle truppe tedesche dall’Italia, ma i nazisti difendono Riva ad oltranza; il Comando partigiano decide di sferrare l’azione decisiva nelle primo pomeriggio del 28 aprile.
I tedeschi, però, ricattano i garibaldini minacciando di scaricare le loro batterie sulla città: Dario decide che è una posta troppo alta e si ritira coi suoi alle periferie di Riva. Da Salò giungono, di rinforzo ai tedeschi, i repubblichini.
Durante la battaglia per la liberazione di Riva, Valerio Tosi si trovava in piazzetta Marocco (nel centro storico del paese) e lì vide transitare, marziali, i partigiani-operai dell’officina X Fiat, anch’essi ora agli ordini di Dario. Poco dopo, in uno scontro in via Montanara, cadeva uno di loro, Cesare Maffiodo operaio di 22 anni. Poco distante, vicino a via Fiume, cadono Alvaro Bellettati, un altro operaio di 25 anni, e Andrea Berlanda.
Le forze partigiane arretrano verso Deva, Pranzo e Tenno, da dove si può comunque sbarrare la ritirata ai tedeschi.
Intanto dalle pendici del monte Baldo avanzano gli alleati; la mattina del 30 aprile il battaglione partigiano libererà, da solo, definitivamente Riva. Un’ora dopo circa arrivano le prime pattuglie canadesi.
Valerio, assieme a Ervino Betta (il cui padre era stato ucciso dalle SS il 28 giugno ’44), deve andare a prendere il gauleiter di Riva, Kuhne, scortato incolume fino al Comando partigiano.
Ai partigiani viene concesso di restare armati in città per circa un mese, è per questo che il mitra di Valerio si mette di traverso nell’abbracciare il fratello Giorgio, che il 3 maggio aveva ottenuto il lasciapassare per uscire dal carcere di Silandro e tornare finalmente a casa.

E dopo? – Valerio si laurea in fisica a Roma, si specializza in fisica nucleare e diviene assistente di Amaldi, ma guadagna troppo poco, così tenta di lavorare nell’industria.
Si presenta alla Bombrini Parodi Delfini, il colloquio va bene, le proposte sono per ruoli dirigenziali, ma alla fine gli chiedono di avere le carte militari. Al secondo colloquio Valerio si sente dire che, data la sua qualifica di partigiano combattente nella brigata Garibaldi “Eugenio Impera”, non potrà avere il posto. Erano gli anni di Scelba.
Fortunatamente, grazie all’Euratom, Valerio può partire per la Norvegia, un po’ amareggiato – però – dato che la Patria per la cui libertà aveva combattuto non lo accettava proprio per il suo passato partigiano.
Dopo sette anni rientrerà in Italia, dove lavorerà per il CNEN (poi ENEA) per mettere in piedi il CIRENE, il reattore di concezione italiana.
Riceve la croce di guerra al valor militare.
Valerio Tosi in piazzetta Marocco, teatro di feroci scontri durante la battaglia di Riva
Nell’84 si riapre la possibilità di tornare in Norvegia, sempre con un contratto ENEA, così Valerio arriva ad Halden, a occuparsi di “acqua pesante”, che in Norvegia si produceva anche durante la guerra, quando i tedeschi tentarono di appropriarsene, fermati dai partigiani norvegesi grazie ad una mirabolante azione.
Nel frattempo incontra e sposa Unni.
Tornano spesso, però, in Italia, a Riva. L’8 luglio 2015 Valerio ha raccontato di nuovo la sua straordinaria storia sulle sponde del lago di Tenno.
Giorgio Tosi, Zum Tode – a morte, Ibisk

Nilo – Ricordi di vita trascorsa

pugno
Nilo
Ricordi di vita trascorsa.
La 79° Brigata Garibaldi

Sul piccolo destriero
A capo scoperto
S’avanza un guerriero
Un capo di certo.
Le ghette ai polpacci
Pistola pendente
Binocoli al collo
Statura imponente.
*
Lo sguardo feroce
Testin ricciolino
Sarà nostro duce
Il gran Giacomino.
*
S’ode un chiasso, un gran fragore
La fascetta tricolore
Indovino? Indovino?
Ed il piccolo:
‘La Brigata Giacomino’
Bravo! Ecco una caramella

 

Tratto da
Poesia clandestina della Resistenza – Antologia dei …

Maurizio Orrù – un Partigiano sardo in Continente

Un partigiano sardo in Continente
Maurizio Orrù
La storia di Pinuccio Tinti, di Monserrato in provincia di Cagliari, combattente della Brigata Mameli nel territorio tra il Valdarno e il Casentino
Guai a dimenticare il passato. Le associazioni antifasciste e resistenziali devono scrivere la Storia senza retorica e senza enfasi. È necessario riappropriarsi della Storia contemporanea italiana, dei suoi personaggi e dei fatti che sono entrati prepotentemente nella memoria collettiva. Partendo da questi saldi presupposti è utile e necessario ricordare attraverso la testimonianza di vita vissuta “i percorsi resistenziali” dei tanti uomini e donne che hanno contribuito in maniera significativa e determinante alla nascita della nostra democrazia. Non ci fu in Sardegna l’attività partigiana per ragioni geografiche, ma per ragioni politiche e militari. Nell’isola non ci fu l’esperienza triste e drammatica contro il nazifascismo che imperversava nel Nord Italia. Ma i sardi hanno contribuito attivamente nelle file della Resistenza italiana e all’estero. In ogni brigata partigiana c’era la presenza degli isolani. La presenza dei sardi nella Resistenza è rappresentata soprattutto dai militari che dopo l’otto settembre 1943, o perché sbandati, o perché bloccati per le oggettive difficoltà di trasporto e di comunicazione con l’isola, si trovavano ad alimentare e contribuire alla formazione delle prime bande partigiane. Molti i sardi coinvolti nelle bande partigiane. «I soldati che nel settembre scorso – scrive Giaime Pintor- traversavano l’Italia affamati e seminudi, volevano soprattutto tornare a casa, non sentire più parlare di guerra e di fatiche. Erano un popolo vinto; ma portavano dentro di sé il germe di un’oscura ripresa: il senso delle offese inflitte e subite, il disgusto per l’ingiustizia in cui erano vissuti (…)».
Molti i sardi nelle bande partigiane. A tal proposito, utile e doveroso menzionare la figura di Pinuccio Tinti (Monserrato, 8 settembre 1924, 24 agosto 2015). Facciamo un passo indietro. Pinuccio Tinti proveniva da una ricca e laboriosa famiglia contadina sarda. Anche Pinuccio fin dalla giovane età faceva l’agricoltore. All’età di diciotto anni, dopo le consuete visite mediche partiva come aviere di leva. Eravamo nel gennaio 1943. La prima destinazione militare di Pinuccio fu l’aeroporto militare di Firenze. Il periodo del servizio di leva, trascorreva, come prassi, con guardie armate ed esercitazioni. Firenze veniva bombardata dagli Alleati il 25 settembre 1943. In questa occasione ci furono un numero imprecisato di morti e di feriti.
 
Con l’armistizio avveniva un generale sbandamento, tanto che i militari restavano senza ordini e disposizioni. Questo stato d’animo d’incertezza gravava sull’intera popolazione italiana. Pinuccio Tinti, assieme ad altri commilitoni prendeva la strada delle montagne. Una fortuita coincidenza permise al gruppo dei militari di incontrare un capitano dell’Esercito di nome Rodolfo Chiosi. Questo ristretto gruppo di uomini, comandati dal Capitano Chiosi, costituiva la brigata partigiana Mameli. Col tempo la Brigata raggiungeva il numero di 240 partigiani. I compiti che perseguiva la Brigata Mameli erano molteplici: protezione e tutela della popolazione civile, riparazione dei caseggiati ed altre incombenze militari. Solo in seguito la Brigata Mameli, inquadrata nei “Volontari della Libertà”, riceveva ordini dal CLN che assegnava una precisa zona di operazioni. I vertici della Brigata erano costituiti dal Comando Brigata e dalla squadra Comando “Varo Falli” affidata a Pinuccio Tinti. La zona di competenza della “Mameli” era il vasto territorio tra il Valdarno e il Casentino, ovvero una zona caratterizzata da una imponente presenza partigiana, che il 15 agosto 1944 liberava con il supporto militare di alcuni reparti regolari inglesi il paese di Loro Ciuffenna (Arezzo). Molteplici gli episodi militari di cui furono protagonisti i partigiani della Brigata Mameli e le forze antagoniste nazifasciste. «(…) Cercavamo sempre – spiega Pinuccio Tinti – ove possibile, di non coinvolgere i civili ma, talvolta, in seguito a qualche nostra azione, ci sono state delle rappresaglie e molte persone hanno perso la vita. Bastava un semplice sospetto a scatenare la reazione dei nemici che portavano le vittime davanti a grandi alberi dove le impiccavano. (….) Sono orgoglioso della mia Brigata, perché il primo nucleo è partito, si può dire, dal nostro gruppo di otto sardi: ci siamo dati da fare in tutti i sensi e siamo sempre rimasti uniti (…)» (tratto dall’intervista rilasciata da Pinuccio Tinti in “Storia e Memoria”, Le scuole in Rete, Nuoro, 2003).
Importanti e degni della massima considerazione gli attestati che ebbe Pinuccio Tinti: “Partigiano Combattente” volontario della guerra di Liberazione, decorato con la Croce al merito di guerra e con la Medaglia di Benemerenza per i Volontari della seconda guerra mondiale. Inoltre il 27.12.1984 veniva conferita al partigiano sardo, l’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana (su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Pinuccio Tinti rientrava in Sardegna il 26 ottobre 1944 con destinazione Elmas e, in seguito, il campo d’Aviazione di Monserrato; veniva congedato nel giugno del 1947.
Nel tempo, Pinuccio Tinti non ha mai lasciato gli ideali resistenziali, infatti per anni ha ricoperto il prestigioso incarico di Presidente della Federazione degli ex Combattenti e Reduci di Pirri (Ca) e membro del Direttivo Nazionale della stessa organizzazione. Anche l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti) della Sardegna conferiva a Pinuccio Tinti la tessera onoraria. «(…) È un “testimone” importante che ci parla di coraggio, di coerenza, che ci racconta la storia di un ragazzo come noi che ha vissuto anni bui, ha avuto paura, ha tremato, ma che ha combattuto per consentirci di vivere in un mondo libero… anche se non proprio giusto con lui e con quanti hanno rischiato la vita o l’hanno persa per costruirlo (…)» (Storia Memoria”, cit.).
Maurizio Orrù, giornalista, Segretario regionale ANPPIA Sardegna

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”

“Quello studente ricercato dalla Brigata Nera ero io”
Gianfranco Pagliarulo
La scomparsa di Primo De Lazzari, “Bocia”. Partigiano a 17 anni e membro del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel. Una vita di impegno sociale, politico, culturale. Determinato e riservato, sempre testimone attivo del suo tempo. La sua lunga collaborazione con “Patria Indipendente”

Nome di battaglia “Bocia”. Leggo ora un suo capitoletto dal volume Io sono l’ultimo, lettere di partigiani italiani, a cura di Stefano Faure, Andrea Liparoto, Giacomo Papi. Quando scrive “Era metà aprile del ’45. La Brigata Nera di Mestre (XVIII Bartolomeo Asara) vuole catturare lo studente per distruggere il gruppo di ragazzi da lui organizzato mesi prima a Marcon e dintorni. Molti sanno chi è lo studente, ma nessuno parla, nessuno fornisce indicazioni ai militi”. E poi racconta di quello studente finito nella lista dei ricercati e dei suoi persecutori, successivamente processati come criminali di guerra. E ancora scrive degli amici di quello studente. E conclude: “Diciassettenne scolaro, in quell’aprile, lo studente ero io”.
Nome di battaglia “Bocia”, all’anagrafe Primo De Lazzari. Se n’è andato il 15 febbraio, qualche mese prima dei suoi novant’anni di schiena dritta, da quando scelse – allora – il senso della sua vita.
La sua biografia: nasce a Mestre (Venezia) il 23 giugno 1926, giornalista e dirigente della FGCI e dell’ANPI. Col nome di battaglia di “Bocia” era stato giovanissimo partigiano combattente nella Brigata Garibaldi “Erminio Ferretto” e organizzatore del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel.
Dopo la Liberazione De Lazzari ha fatto parte della Direzione della Federazione Giovanile Comunista Italiana e fu segretario regionale della FGCI per il Veneto. È stato Consigliere nazionale ANPI, Vicepresidente dell’ANPI Roma-Lazio e dirigente delle attività per la Memoria storica nelle scuole.
Redattore capo della rivista culturale Conoscersi, è stato uno dei redattori della rivista dell’ANPI Patria Indipendente ed ha scritto numerosi saggi sulla guerra di Liberazione in Italia e all’estero, a cominciare da quello, uscito nel 1977, sulla Resistenza cecoslovacca.
Nel 1981, De Lazzari, ha pubblicato con l’editore Teti Eugenio Curiel. Al confino e nella lotta di liberazione. Con l’editore Mursia ha stampato, nel 1996, una Storia del Fronte della Gioventù nella Resistenza.
Primo continuava a collaborare con Patria Indipendente.
Dunque il “Bocia” ci ha lasciato. In questo numero di Patria Indipendente è ospitata l’intervista ad Anna Assandri, 23 anni, presidente della sezione ANPI di Silvano d’Orba, in provincia di Alessandria. Non c’è più il combattente diciassettenne della Resistenza; c’è la ragazza piemontese che si propone un nuovo dialogo antifascista con le giovani generazioni. Un passaggio di testimone, e di testimoni del tempo. Primo – credo – ha vissuto intensamente, come tutti coloro che hanno scelto il senso della propria vita. E ha vissuto tutte le epoche del suo percorso. Dalla Seconda guerra mondiale al Medioriente in fiamme. Dalla Resistenza alla grande crisi. Del suo tempo è stato quindi testimone attivo, protagonista. Insomma, uomo a trecentosessanta gradi, con la sua specifica e irripetibile umanità. Determinata e riservata, mi è parso. Volitiva e silenziosa. Perché, pur essendo un eccellente oratore, non si perdeva mai nelle parole. Al punto – ha scritto la sua carissima Serena D’Arbela, nostra collaboratrice – che “ci ha lasciato per sempre, in silenzio, come al solito”.
E se n’è andato. Dove, dipende dai punti di vista, dalle concezioni del mondo, dal credo religioso di ciascuno. Certamente ora è in un Pantheon degli umani laico e sobrio, dove riposano i tanti come lui. Quelli che in quegli anni persero la vita sotto le bombe o le torture dei nazifascisti. Quelli che sono scomparsi nei decenni successivi per l’ineluttabile legge che ci fa finiti e provvisori. Quelli, come lui, con la schiena dritta. Il Pantheon della Repubblica democratica nata dalla Resistenza. No, no, nessuna retorica sia chiaro: solo la verità dei fatti che attestano che senza Primo, senza i partigiani, senza quella lotta armata e civile, culturale e sociale, non avremmo avuto il dono di un Paese che, nonostante tutto, si mantiene libero perché ancorato alla Costituzione.
A Primo siamo debitori. A quello che ha fatto. A quello che ha scritto. Vita e opere, si dice. È così. I suoi volumi sono – ancora – una testimonianza di vita, a cominciare da Ragazzi della Resistenza, introdotto da Massimo Rendina, e Le SS italiane, con prefazione di Arrigo Boldrini. Lì dentro come in uno specchio apparivano i giovani di quegli anni: da una parte quelli che avevano scelto di combattere per la libertà e l’eguaglianza, dall’altra coloro – italiani – che giurarono fedeltà ad Adolf Hitler. Partigiani e repubblichini. Se li legga, quei volumi, chi ancora ha la mezz’idea di mettere tutti sullo stesso piano, o chi immagina una Repubblica “terza” rispetto a fascisti e antifascisti, o chi infine pensa che tutto ciò sia “il passato” perché è sordo e cieco. Senza mai sentire, senza mai vedere il ritorno delle idee, delle organizzazioni e delle pratiche più o meno naziste e fasciste che stanno inquinando tanta parte dell’Europa.
Scriveva “Mario”, Pietro Tajetti
Qualcuno voleva impedirti
che altri uomini, altre donne, altri bambini
vivessero in un mondo diverso
fatto di lavoro, di benessere, di felicità
non so se oggi si possa dire
che tutto si sia realizzato,
ma i sogni restano
e quelli nessuno potrà toglierteli
vecchio partigiano.
Sì, Primo. I sogni restano. E nessuno potrà toglierteli, vecchio partigiano. Né a te, né ad altri. Perché i tuoi sogni, “Bocia”, i sogni di uno studente ricercato dalla Brigata Nera, sono oramai diventati i nostri sogni.
Pubblichiamo un video postato su Youtube da Maridarbi l’8 aprile 2012: l’incontro di Primo con gli studenti e le sue appassionate considerazioni. Di Primo De Lazzari avevamo già parlato con l’articolo pubblicato il 16 ottobre 2015 (questo il link: http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/profili-partigiani/primo-de-lazzari-bocia-un-ragazzo-della-resistenza/)

Carmine Nastri – Storia di un giovane partigiano taciturno

Carmine Nastri
Storia di un giovane partigiano taciturno
Giuseppe Lopresti, romano di origini calabresi: la cospirazione, la lotta clandestina, i GAP. E poi via Tasso, la tortura, fino alla morte nel massacro delle Ardeatine. Il ricordo di Claudio Pavone
Nel prezioso libro “LA MIA RESISTENZA – Memorie di una giovinezza”, edito da Donzelli nel 2015, Claudio Pavone ci rende partecipi dei suoi ricordi, delle sue riflessioni. Nelle memorie del periodo 25 luglio 1943-25 aprile 1945 di giovane militante antifascista e partigiano, emergono indimenticabili personaggi che con lui hanno condiviso scelte, dubbi, paura, carcere. Alcuni sono stati per lui guida, maestro.
Più volte ricorre nel libro il nome, il ricordo di Giuseppe Lopresti: un suo caro amico, compagno fraterno di studi e di banco, già dalle prime classi del ginnasio Tasso di Roma ed ancora allo stesso liceo. Poi, all’Università di Roma alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lui condivise momenti e difficili scelte nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quindi l’adesione alla militanza clandestina romana. Claudio Pavone definisce Giuseppe Lopresti “un giovane di straordinaria nobiltà e di finezza d’animo”. A venticinque anni fu ucciso alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 vittime della ferocia nazista. È stato insignito della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Era consapevole Giuseppe Lopresti di ciò che irrimediabilmente gli sarebbe accaduto. Ce lo rivela in poche righe, su un foglietto scritto a matita, senza data, ritrovato tra le sue carte: “Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo e a sedermici davanti: il gatto, svegliato dai miei movimenti, ha stirato svogliatamente le zampe anteriori, incominciando a fare le fusa; …forse continuerà anche dopo. Prima di arrivare alla poltrona ho battuto contro lo spigolo del tavolo, ma non ho avvertito alcun dolore. Sono certo che non durerà molto, per questo ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere per non dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere. Ma questa mia speranza non sarà soltanto follia?”. La redazione (tra i suoi componenti Claudio Pavone) del periodico Incontri, mensile politico culturale, volle pubblicare nell’ottobre 1954 quelle poche righe; nel leggerle, i tanti redattori avevano riscontrato che “il senso umano che le pervade e lo stato d’animo da cui appaiono ispirate le mettono vicino alle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.
Giuseppe Lopresti era un giovane romano di origini calabresi (il padre Antonio, colonnello medico del Regio Esercito, era nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria). L’8 settembre 1943, senza esitazione alcuna, fu tra i primi ad intraprendere la lotta per la liberazione di Roma. Operò nell’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, tra le “Brigate Matteotti”, al comando di Giuliano Vassalli, Giuseppe Gracceva. Nonostante la sua giovane età gli venne affidata ben presto la responsabilità di comando della 6ª zona di Roma che comprendeva i quartieri Appio, Esquilino e Celio. Aveva dimostrato da subito una maturità che sorprese dirigenti e capi militari del Partito Socialista cui aveva aderito. La sua zona fu una delle più organizzate ed efficienti e tutte le azioni che vi si svolsero videro Lopresti affrontare la propria parte di rischio. Lo storico Peter Tompkins ricorda Giuseppe Lopresti eroico capo zona, insieme ad altri 21 partigiani, quasi tutti romani e morti alle Fosse Ardeatine e alla Storta, che diedero con le loro azioni di informatori un considerevole contributo alle forze alleate anglo-americane nel gennaio 1944. Il 13 marzo 1944 Giuseppe Lopresti fu arrestato dalle SS tedesche a piazza Indipendenza. Era sfuggito altre volte alla cattura, anche quando aveva compiuto azioni rischiose. Rimase vittima di un falso appuntamento al quale non aveva voluto sottrarsi. Portato a via Tasso insieme al suo compagno Paolo Possamai, fu torturato e con il suo atteggiamento e silenzio riuscì a salvare la vita a questi. Il partigiano Possamai in un articolo pubblicato sull’Avanti! giovedì 24 aprile 1947, il giorno dopo la concessione a Lopresti della medaglia d’oro, così ricordò la sua salvezza ed il martirio del giovane eroe: “Entrati a via Tasso, fu torturato in una maniera bestiale. Dopo aver rivendicato a sé tutte le responsabilità cercando di scagionare gli altri, non una parola, non un lamento uscì dalle sue labbra. Si ridestò dal suo mutismo quando gli chiesero chi ero. Giurò che non c’entravo affatto con la lotta clandestina. Ero un suo compagno di Università incontrato casualmente dopo tanto tempo. E solo quando si accorse che l’avevano creduto, solo quando fu sicuro di avermi salvato la vita, rientrò nel suo silenzio”.
Da via Tasso Lopresti, sfigurato, “irriconoscibile in quell’ammasso di carne il bel viso ispirato”, fu tradotto al carcere di Regina Coeli. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, fu portato alle cave Ardeatine, luogo del martirio di 335 vittime, uccise per rappresaglia dalle belve naziste. Si concludeva così il suo lungo cammino: la lotta clandestina, la tortura di via Tasso, il terzo braccio di Regina Coeli e quindi le Fosse Ardeatine.
Eugenio Colorni – figura eccelsa di partigiano ebreo, medaglia d’oro della Resistenza, morto il 30 maggio a Roma a seguito di un agguato fascista – gli dedicò un necrologio apparso postumo il 19 agosto 1944 sull’Avanti! (Colorni ed i compagni di redazione decisero di rinviare la stampa del ricordo del partigiano Lopresti per non far apprendere ai familiari, preoccupati ed in apprensione per le sorti del congiunto, dal giornale clandestino che leggevano che Giuseppe era tra le 335 vittime dell’eccidio delle Ardeatine) iniziava con queste parole: “Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni”. Il martirio, l’eroismo, l’ardore giovanile gli valsero la medaglia d’oro che fu consegnata alla madre il 25 aprile1947, secondo anniversario della Liberazione, dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.
Motivazione della medaglia d’oro al valore militare alla memoria (Museo storico di Via Tasso – Roma)
Quel giorno un altro compagno della lotta clandestina, anche lui compagno di studi al Liceo Tasso, lo storico Ruggero Zangrandi, volle ricordare il suo amico Beppe con il seguente scritto, apparso sul giornale La Repubblica d’Italia il giorno dopo: “Quando domandai cosa era successo dei compagni, non riuscii a sapere di tutti. Di Lopresti seppi solo dopo alcuni mesi che era morto alle Ardeatine. Poi seppi il perché. Non dico che mi sorprese, perché la sorpresa non è più dei nostri anni. Mi colpì, tuttavia, la strada che aveva fatto. Lo avevo visto l’ultima volta, nella primavera del 1942, all’Università, sottotenentino in licenza esami. Parlammo un poco di politica, e capii che aveva capito da un pezzo, anche se parlava poco. Parlava sempre poco, per natura. Lo lasciai bruno, smilzo, alto ma quasi disarmato, pur nella bella divisa da ufficiale. Pensai che avrebbe camminato molto, ma che doveva armarsi. Ora mi sono detto quanto ha camminato, da quella mattina di primavera, per una strada che io avevo cominciato solo a percorrere: cospirazione, lotta clandestina, GAP. È saputo andare fino in fondo: via Tasso, la tortura, le Ardeatine. Restando sempre, io credo, oltre che taciturno, disarmato. Anche oggi, che gli danno la medaglia d’oro, Lopresti se ne sta nella povera bara, laggiù alle Fosse, scarno, disarmato – se fosse per lui – taciturno. Non è colpa sua se lo sentiamo parlare di più, dentro di noi, da due anni”.
Claudio Pavone aveva detto dell’amico Giuseppe che aveva lasciato di sé una testimonianza non affidata a scritti, ma solo allo svolgimento esemplare della sua breve esistenza. In essa è anche compresa una delicata storia d’amore con Graziella Ferrero. La signora Graziella ha oggi 93 anni. Vive a Roma nel quartiere Testaccio. Vedova, è madre di due figli e nonna di tre nipoti. Custodisce caramente i ricordi della loro gioventù tragicamente stroncata. Oggi, si fa ancora accompagnare alle Fosse Ardeatine dalla nipote di Giuseppe Lopresti, signora Stefania, e lascia ogni volta sul sarcofago numero quattro un fiore.
La storia del nostro partigiano dimora certo nei ricordi di chi lo conobbe, ma essa, così densa di eventi e di sentimenti, come le storie di tanti altri partigiani, poco conosciute, quasi anonime, ha bisogno di essere memoria e diventare patrimonio delle nuove generazioni di partigiani, consapevoli del debito di riconoscenza verso chi ha sacrificato la propria vita, con l’impegno quotidiano di rigenerarla costantemente.
Carmine Nastri, dell’ANPI di Reggio Calabria

Valido Capodarca – La preziosa testimone di un eccidio

Valido Capodarca

La preziosa testimone di un eccidio

La quercia de “Il Monte” di Castignano.

Molto spesso, a ricordare i fatti e i misfatti degli uomini, anche quando l’ultimo dei testimoni viventi è scomparso, resta un altro genere di creature, viventi anch’esse, ma non dotate di linguaggio, almeno non quello che siamo abituati a discernere con le nostre comuni facoltà intellettuali: sono gli alberi che, al contrario dell’uomo, possono tramandare anche per molti secoli la memoria di ciò che hanno visto.

Uno di questi, è una grande e maestosa quercia, radicata in contrada Monte, comune di Castignano (AP).

La pianta non raggiunge le dimensioni paradossali di alcune sue simili, essendo dotata di fusto di “soli” m. 3,52 di circonferenza, sormontato da un’interessante chioma di 20 metri di diametro; ma dove non arrivano le dimensioni, suppliscono una figura esteticamente molto apprezzabile, e soprattutto le storie, non tutte belle, ma sicuramente importanti, che essa è in grado di raccontare.

Vi si arriva agevolmente da Castignano, prendendo la strada per Ascoli Piceno. Allorché si giunge al bivio per Capradosso, la Quercia ci si para davanti, proprio in mezzo al bivio.

Proprietaria della pianta, è da sempre la famiglia Villa, residente sul luogo ma, a seguito di vari ampliamenti della sede stradale, forse oggi essa entra nella fascia di pertinenza della Provincia. A raccontarci tutto ciò che si conosce sulla storia della Quercia, è Franco Villa, 52 anni. La pianta, al di là dei tragici episodi di cui è stata testimone, è stata una presenza importante nella vita delle varie generazioni dei Villa, che l’hanno sempre considerata quasi come un membro della famiglia.

La forma del primo palco di rami è curiosa e molto caratteristica, assomigliando a un candelabro. Proprio sopra i bracci di questo candelabro, veniva in passato collocata la “fascinara”, vale a dire una catasta di fascine di legna. La collocazione in quel posto aveva la funzione di favorire l’essiccazione della legna stessa e renderla presto utilizzabile nel camino di casa.

C’era, tuttavia, una seconda ragione, recondita e inconfessata. La legna era, nei tempi passati, l’unica risorsa energetica, per riscaldarsi e per cucinare; pertanto, doveva bastare per tutto l’anno, fino a quando, cioè, non si rendeva disponibile quella proveniente dalle potature dell’anno successivo. Il fatto che la catasta fosse collocata in un posto così difficile da raggiungere, se non con l’uso di una pericolosa scala a pioli, era un incentivo a fare economia, e a far durare quanto più possibile le fascine, una volta prelevate.

Secondo quanto asseriva il nonno di Franco, Francesco Villa, combattente della Prima Guerra Mondiale, deceduto nel 1961, la pianta era già esistente, e di belle dimensioni, all’epoca della sua fanciullezza. Sommando il secolo trascorso dall’infanzia di Francesco, all’età che avrebbe potuto avere una quercia già grande, non si va lontani dal vero se le si attribuiscono due secoli di vita.

Sotto l’ombra della Quercia, un monumento commemorativo invita a tacere e riflettere. Fu proprio in quel punto che avvenne l’episodio più tragico fra tutti quelli cui la pianta dovette assistere nel corso della sua bisecolare esistenza.

Dei numerosi, tragici episodi legati alle lotte della Resistenza e alle susseguenti sanguinose rappresaglie nazifasciste, alcuni oggi vengono ampiamente e giustamente ricordati con grandiosi monumenti commemorativi e annuali cerimonie di richiamo (per ricordare qualche nome: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Boves…). Altri, la maggior parte purtroppo, sono rimasti quasi sconosciuti e, con la scomparsa degli ultimi testimoni, oggi ultrasettantenni, corrono il rischio di venire del tutto dimenticati.

Uno di questi episodi “minori”, avvenne, appunto, in località Monte, comune di Castignano.

Era il 16 giugno 1944. Proprio in quei giorni, nel corso di un’azione partigiana, era stato ucciso un soldato tedesco e, come consuetudine e prassi, sulla base degli ordini impartiti da Hitler,il comandante tedesco avrebbe dovuto uccidere dieci italiani per ogni tedesco.

Sennonché, questo comandante, di fede cattolica ed anche osservante della stessa, non ebbe cuore di eseguire gli ordini alla lettera. Effettuato il rastrellamento, e catturati i primi quattro italiani capitati a tiro, li fece condurre proprio sotto la Quercia, dove vennero fucilati.

Per tutti e quattro, è facile e triste immaginarlo, la grande chioma della Quercia, che li avvolgeva con il suo abbraccio materno, fu l’ultima immagine che i loro occhi videro, prima del buio della morte.

Due dei quattro, appartenevano alla famiglia Villa ed uno, Giuseppe, era proprio il fratello di Francesco.

Qualche anno dopo, il 18 maggio del 1950, al termine dell’annuale festa di san Gabriele dell’Addolorata, patrono del luogo, il signor Francesco, che faceva parte del comitato dei “festaroli”, si accorse che erano avanzati dei soldi con i quali egli propose, e ottenne, che venisse eretto, nello stesso punto in cui erano cadute, il monumento a ricordo delle vittime, i cui nomi e i cui volti possono essere letti e conosciuti su una parete dello stesso.

Forse già ora, a 60 anni dall’episodio, non esiste più in vita qualcuno che possa dire: “Io ho visto tutto!”.

Solo la Quercia lo dice, e siamo noi che non la sappiamo ascoltare.

Oggi, la bella Quercia gode di tutte quelle attenzioni che merita per il suo valore naturalistico e storico.

Essa viene periodicamente sottoposta a manutenzione e potature di rinvigorimento e, confessa il signor Franco, egli non incontra soverchie difficoltà, allorché ne fa richiesta, a ottenere l’interessamento del personale della competente stazione forestale, quella di Castignano, e l’intervento di ditte specializzate.

Lido Galletto – Vinca ha pagato col sangue Il suo posto nella storia

Lido Galletto
Vinca ha pagato col sangue
Il suo posto nella storia
 La “marcia della morte” di Walter Reder si inizia il 3 giugno ’44 da Forno di Lucca dove vengono passati per le armi 15 giovani renitenti alla leva; seguono la stessa sorte, sempre nello stesso giorno, 69 ostaggi uccisi sul greto del fiume Frigido. È solo l’inizio. In un crescendo di orrore, il ritiro delle truppe naziste dalla Linea Gotica semina morte: il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema (almeno 560 persone, in prevalenza donne, vecchi e bambini); il 18 agosto a Bardine di San Terenzio (53 civili al mattino e 107 nel pomeriggio, rastrellati in località Valla) e ancora fra il 24 e il 26 agosto Reder con il suo reparto arriva a Vinca. 174 i cittadini inermi trucidati. Il 24 agosto, a Vinca, organizzata dal Comune di Fivizzano, Medaglia d’Argento al V.M., si è ricordato il 60° anniversario dell’eccidio. Alla presenza di molte autorità  tra le quali il Sindaco di Fivizzano Rossetti, il sindaco di Vinca con gli assessori Colonnata, Bassi e Arcangeli e i consiglieri Marcelli e Porcelli, i sindaci di Carrara e Massa e di molti altri comuni lunigianesi – la commemorazione ufficiale è stata tenuta da Fabio Evangelisti presente anche Celso Battaglia, uno dei superstiti dell’efferata strage. Nel testo che segue Lido Galletto, il Comandante “Orti” racconta l’arrivo a Vinca nei giorni successivi alla strage.

 

Era quasi sera, quando improvvisamente Mario Ricci, preso da uno sgomento incontenibile si era precipitato verso Orti prendendogli le mani per premerle contro il suo petto sudato. Dal suo balbettio confuso, Orti non riusciva a capire. Il rude uomo con gli occhi arrossati, si esprimeva a scatti. Poi cominciò un pianto dirotto e portandosi entrambe le palme delle mani sugli occhi, si inginocchiò a terra sussultando con tutto il corpo. Raccontò che il giorno precedente era stato a Vinca e di quanto aveva visto. Poi trainò Dino sulla Tecchia, dal cui crinale ben si vedeva il calcinoso conglomerato urbano del paese di Vinca adagiato su un pianoro erboso nella valle opposta.
Si vedevano bene i muri delle case che si alzavano verso il cielo senza i tetti. Erano tanti buchi neri di una scacchiera contorta, aggrappata alla montagna, sotto le aride cime delle Alpi Apuane, che la chiudevano in un grande semicerchio. All’alba del giorno successivo Orti accompagnato dall’ Alpino Dante Corona di Gignago, decise di andare a Vinca a constatare la verità di quanto Mario Ricci aveva raccontato.
Discesero a precipizio sui crinali erbosi fino a raggiungere il fondo valle, non lontano di Monzone Alto. Il paese era ancora sul promontorio, chiuso nei muri del suo esistere. Tutte le case erano state bruciate dai nazifascisti il 25 agosto. Mancava alla nave di pietra la criniera. Il campanile che si ergeva alto, con l’arroganza del suo esistere sulla prua, non c’era più. Era stato minato e demolito nel pomeriggio del 25 agosto dai nazifascisti.
Il suo precipitare rovinoso si era abbattuto sulla chiesa e la casa parrocchiale, sbriciolandone le coperture . Poco prima dell’evento il sagrestano Veraldo Baroni era stato ucciso dai nazifascisti poco lontano dalla chiesa, dopo avergli fatto suonare per l’ultima volta le campane. I due uomini si incamminarono sul sentiero che si arrampicava dal fondo valle al paese di Vinca. Quando arrivarono il sole era già alto. Si sentiva un vociare languido, come un sospiro. Arrivò improvviso un tanfo feroce di putrefazione. La gente che incontravano balbuziava. Non parlava, le loro labbra tremavano. Dalle loro bocche uscivano solo sospiri. I loro occhi stravolti guardavano lontano nell’infinito.
Tutti i corpi dei caduti erano stati bruciati sul luogo della loro morte. Erano intrasportabili, per il loro avanzato stato di putrefazione. Cataste di legna coprivano i poveri corpi. La carne disfatta dal fuoco scivolava in piccoli rivi giù per i camminamenti, sulle rampe petrose dentro il borgo, impregnando le pietre di quell’odore insopportabile.
Le case bruciate erano rimaste con le occhiaie delle loro finestre a guardare siIenti il cielo. Lo sgomento era insopportabile. Anche l’Alpino con i suoi occhi fanciulleschi rimase allibito, pallido, immobile contro il muro di una casa semidiroccata. Non aveva più la forza di muoversi e Orti dovette scuoterlo violentemente per rianimarlo.
Poi trovarono uno spazio aperto verso la valle, dove all’ombra di un muro si sdraiarono. I loro abiti erano impregnati di sudore. Il malessere fisico che li aveva investiti si esprimeva nella sudorazione estrema dei loro corpi. Si guardavano senza parlare. Giacquero per un lungo tempo, senza avere la forza di alzarsi. Il tempo non aveva più dimensioni. Poi arrivò la sera. Il sole tramontava oltre la Rocca di Tenerano, dalla quale erano partiti all’alba.
Un sibilo di vento si elevava dalle borre profonde della montagna già immerse nell’ombra della sera, lambiva i muri delle case bruciate, penetrava nei pertugi, si arrampicava sibilando, portando il suo sgomento verso le cime taglienti delle Alpi Apuane.
(1) Mario Ricci, classe 1905, residente a Tenerano di Fivizzano, cavatore e pastore, partigiano della “Orti”. Dopo il rastrellamento delle Brigate Nere e dei soldati delle SS tedeschi, del 16°
Btg. del 13 settembre 1944 a Tenerano, passava il fronte. Nel novembre 1944 a Firenze si arruolava volontario nel Corpo di Liberazione Nazionale.
Nei combattimenti per lo sfondamento della Linea Gotica, il 3 aprile 1945 cadeva sul fronte di Bologna.
(2) Testimonianza scritta da Don Andrea Della Bianchina, Parroco di Monzone, a Mons. Carlo Boiardi, Vescovo della Diocesi di Massa Carrara e Pontremoli nel 1946 a richiesta del medesimo.
(3) Dante Corona, classe 1920, partigiano della “Orti”, si suiciderà con un colpo di fucile il 31 dicembre 1949 nella sua casa a Gignago di Fosdinovo.

Ivano Artioli – La scuola di Cesare

La scuola di Cesare

Quando mi diedi garzone andai, accompagnato da un familiare s’intende, in una certa
osteria sulla via Emilia, dopo Forlimpopoli, prima della salita di Brisighella, dove si fermavano i fattori al ritorno dal mercato. Entrò un uomo e chiese di me (sistema insolito,
comunque…), mi vide così magro e disse: «Robusto e basso o magro e alto è lo stesso».
Sul biroccino che portava alla sua azienda spiegò che avrei vissuto come i suoi figli (che studiavano, invece) e avrei avuto una camera da solo. C’erano più di cento tornature
a “larga” da coltivare ma non dovevo preoccuparmi, per me ci sarebbero state sei mucche da latte e quattro buoi da tiro. Dovevo alzarmi alle tre e lavorare con scrupolo, per il resto della giornata poca roba, l’importante era la stalla.
Però!… Però!… Però dovevo andar d’accordo con Cesare, suo padre, vecchio, ma il vero padrone e da rispettare, sempre! Non bisognava dirgli signor Cesare, non voleva, e
rispetto, sempre!
È da allora che so che quelli che dicono che le mucche sono stupide sono stupidi loro. Dopo il primo mese presero ad aspettarmi e avevano capito come mi organizzavo,
prima pulivo una posta, poi un’altra, poi un’altra e loro, che stavano sdraiate fino all’ultimo, quando era il momento di alzarsi non avevo nemmeno bisogno di chiamarle, facevano da sole.
Fare il garzone non mi piacque subito, lo devo dire, non per gli animali, noooh, soprattutto i vitelli che ti guardano con gli occhi fissi e se vedono che sei giovane anche tu, cercano amicizia, addirittura c’erano di quelli che volevano che gli dessi una botta con la mano sulla pelle, stavo a lavoragli vicino e si spostavano apposta. Non per gli animali, ma per la puzza. Dovevo togliere la paglia sporca e la lettiera, caricarla sulla carriola, portarla
nel letamaio, mettere quella nuova, dare da mangiare e da bere. Mi ci voleva un’ora per posta, certo a passo lento e a lavoro curato.
Cesare nell’inverno prese ad alzarsi alla mia ora e a venire nella stalla. Si portava una sedia e si metteva vicino alla porta. Basso, magro, tutto bianco, mi facevano soggezione i
suoi occhi chiari, acquosi, che mi guardavano dritto dritto. Pensai venisse lì perché in casa c’era freddo, noi eravamo sotto le colline e c’era un gelo e una neve, invece dopo
qualche mattina volle sapere il fatto del prete. Volle che gli raccontassi quella storia che disse famosa (Ah! Ecco! Suo figlio era venuto a prendermi apposta). Insomma, la maestra si era presentata a casa mia dopo che avevo terminato la sesta con ottimi voti: «Signora, vostro figlio è intelligente, fatelo continuare, sa mantenere gli impegni mandatelo a
scuola a Forlì». «Grazie, voi ci volete bene, ma già al quindici ho la credenza vuota, e, credetemi, arrivare al trenta ce ne vuole».
Allora intervenne don Gino, in pubblico disse che si era interessato e mi offriva di andare in seminario, una grande occasione.
«Don Gino vi ringrazio – ci avevo pensato da lunedì a sabato – ma non me la sento». «Guarda che è un affare», aggiunse. «Un affare?… Mah!», ribadii.
«Come?», offeso. «Non per voi don Gino, non per voi… Ma io studio per cinque anni e poi vi devo dare tutta la vita, bell’affare, don Gino».
Cesare prese a farmela raccontare ogni settimana. Si divertiva. Gli piaceva la chiusura che ripeteva parlando tra sé: «Bell’affare don Gino, bell’affare». Io mi allargavo, aggiungevo particolari, inventavo, si capisce.
Quando compii sedici anni, l’età per lui giusta, mi portò un giornale, un foglio spiegazzato e consumato che dovevo leggergli a voce alta e in gran segreto. Era scritto in piccolo e c’erano parole difficili che non capivo, internazionale, repubblica, repubblicani, cosa volevano dire? Chi le aveva inventate?
Lui ascoltava attentissimo. Lui conosceva Mussolini, eh! Che chiamava I Mussolini, il socialista e il fascista. Era anche andato ai comizi di Andrea Costa e aveva letto Mazzini, ma chi erano? E poi il giornale si chiama così perché esce tutti i giorni, invece Cesare lo cambiava ogni due mesi e anche di più, tanto che alla fine lo sapevo tutto a memoria.
Dopo che avevo letto mi dava una sigaretta che prendeva da un pacchetto che faceva comperare solo per me, da fumare lontano dal pagliaio e dal fienile. La cosa andò avanti. Mi fece leggere e rileggere anche gli articoli della Costituzione della Repubblica romana, che commentava. Intanto crescevo, m’irrobustivo, mi comperai un vestito intero per l’inverno e cercavo le ragazze, con la gratifica della grande trebbiatura del ’38 presi addirittura una bicicletta Legnano sport, nuova di zecca, mica usata come gli altri
miei amici garzoni.
«Portami a Rimini, ti faccio guidare la cavallina – avevo diciotto anni – prima che sia troppo tardi», e si riferiva ai discorsi dei suoi nipoti che andavano alle adunate del Fascio
(io ero dispensato per motivi di lavoro) e dicevano che oramai saremo entrati in guerra e che la Germania vinceva dappertutto.
Partimmo alle sei di mattina, “Tloch, tloch,tloch…. La cavallina andava al trotto aveva deciso lei, io tenevo le redini molli, e Cesare si abbandonava al dondolio del calesse e al ritmo degli zoccoli “tloch, tloch, tloch…”. Per la via Emilia c’eravamo solo noi. Attraversammo la piana gialla di grano maturo; solo più in là, sulla nostra destra, il
terreno prendeva a ondulare e c’erano peschi, viti, meli e le strade s’infilavano tra alberi alti e salivano fino a San Marino. Arrivati, ci fermammo in uno stabilimento a fare bagni di sole, con la sabbia che era già calda nei piedi. Io nuotai persino.
Poi mi portò a pranzo in un ristorante che sapeva lui, ci sedemmo uno di fronte all’altro, lui con il suo abito chiaro e io con pantaloni e camicia ordinari.
Scegliemmo pesce prezioso, ma il cameriere precisò che non potevo stare lì, lì non ci stavano quelli vestiti come me. Cesare lasciò parlare e poi disse che non gliene fregava un bel nulla.
Arrivò il padrone che fu sgarbato e duro perché i suoi clienti erano gente per bene, come si
poteva vedere alle pareti che avevano le fotografie del Duce a cavallo, in piazza, di corsa, in aeroplano, sul moscone, in nave… Io dovevo andare con quegli altri uguali a me, all’osteria, quel ristorante lì era quello preferito di Donna Rachele, lo sapevamo o no? Quello era il ristorante della famiglia del Duce, lo sapevamo o no?
Stavo già per alzarmi quando Cesare fece scivolare, non so quante lire, in mano al padrone che subito cambiò modo di fare, un po’ s’inchinò e per maggiore riservatezza (ma era per evitare che gli altri ci vedessero) fece portare un separé e restammo chiusi in un angolo.
Mangiammo pesci buonissimi accompagnati da un vino che si chiamava Verdicchio. Cesare parlò e rise molto: «Ah… Ah… Puttane!… Tutte puttane come Mussolini che
da socialista è diventato fascista… I soldi, i soldi fanno le puttane!… Puttana il pastore puttane le pecore… Ah… Ah… Ah…».
Con l’8 settembre feci parte dell’8ªGaribaldi che combatté su nelle colline di Forlì, poi della 28ª GAP. Non ero un partigiano adatto per la battaglia, preferivo il lavoro politico
e quei giornali che avevo letto mi servirono per i comizi del dopoguerra. Cesare non camminava già più e non mi venne a sentire, mai! (mori nel ’47). So che si tenne sempre informato, che parlava di me con passione e che il due giugno, quando vinse la Repubblica, scappò con la cavallina fino a Forlimpopoli e fece una terribile mangiata di ranocchi
Tratto da
Patria Indipendente