La III Brigata Garibaldi – La Tragedia di Emilio Rubera

La III Brigata in Bosnia

La Tragedia

di Emilio Rubera

Premessa

Dopo una breve sosta di riposo presso Moikovac, reduce della battaglia di Pii Magica (Lijeva Rijeka), la IV Brigata «Venezia» (1/84) riceve l’ordine di portarsi di nuovo ad Andrijevica per sospetti preparativi di disturbo di bande musulmane appoggiate da reparti tedeschi con direttiva di marcia: Kosovo, Passo del Ciakor, Murina, Andrijevica. Andrijevica rappresenta quel punto strategico dal quale si controlla l’incrocio delle strade provenienti dal Kosovo (Pec), da Podgorica e da Berane.

Per gli effettivi del 1/84, dopo breve soggiorno a Berane, rientrare ad Andrijevica, villaggio raggiunto per la prima volta nella lontana estate 1941, era come un ritorno nella seconda casa.

Nel novembre’43, non ricordo in quali giorni per aver smarrito i miei appunti, il Comando di Divisione informò che bande musulmane avevano raggiunto notte tempo Murina appoggiate da truppe tedesche, in numero non considerevole per la verità. L’ordine fu di fronteggiare e respingere con decisione gli eventuali attacchi. Personalmente non ero presente; per ordine del Magg. Lionello Albertina fui comandato di raggiungere Pljevlja, sede del Comando di Divisione, per la consegna di alcuni documenti ritenuti riservatissimi.

Seppi qualche giorno dopo che l’azione al di là dello Jerina Glava, montagna a forma di piramide a sud di Andrijevica, era andata bene e che le bande musulmane furono messe in fuga dopo un’azione decisa e ben studiata dal nostro ottimo Comandante di battaglione. Fu infatti una sortita leggera priva di serie conseguenze.

L’inverno 1943/44 era alle porte e si presentava molto rigido. Tutto faceva pensare che l’avremmo trascorso in Montenegro. Ciò per vari motivi che non sto a menzionare per amore di brevità. Nel frattempo il battaglione veniva dislocato, a Berane, al di là del Lim, a ridosso di un leggero promontorio brullo in difesa di questa cittadina da passibili pressioni nemiche da est.

Verso la Bosnia

I primi di gennaio 1944 fui chiamato a rapporto dal nuovo Comandante di Brigata, Magg. degli Alpini Spirito Reyneri. Ricevetti l’ordine di portarmi a Bijelo Polje, località montenegrina a nord-ovest di Berane, da raggiungere in breve tempo. Seppi così, forse per primo, che la III Brigata «Garibaldi» si doveva preparare a lasciare il Montenegro. Così fu, andando incontro ad una vera tragedia.

Non sappiamo quanto sia stato voluto o imposto dal nuovo alleato questo trasferimento. Non è una illazione, ma il destino della III Brigata, per considerazioni attendibilissime, risultò essere stato deciso al Comando del II Korpus. Circolarono allora varie motivazioni, quali: il Montenegro, regione poverissima, non aveva di che sfamare la popolazione civile, quindi dovevano essere alleggerite le presenze. Ciò poteva essere vero ed accettabile fino a quando non venimmo a conoscenza che la I Brigata si trasferiva a Berane.

L’incertezza divenne certezza quando fummo informati che l’attacco a Ustipraca doveva essere portato congiuntamente con la I Brigata musulmana diretta a sud, guarda caso proprio in Montenegro.

Altra voce messa in circolazione, non sappiamo quanto con artificio e captata da «radio fante» con leggerezza, fu quella che la III Brigata doveva raggiungere, a tappe forzate, l’Istria ove disordini antitaliani avevano creato una grave situazione politico-militare entro i confini della nostra patria. Questa versione o meglio questo falso, nella confusione dei «si dice» si tramutò, lì per lì, in un formidabile impulso tanto da indurrei più a mettercela tutta. Fu una «beffa» utile, ma per poco. La tragedia era ormai cominciata proprio nel mezzo di un inverno rigidissimo. Il vero crudele e spietato nostro nemico unitamente al tifo esantematico.

Quello che sto raccontando vuol essere a tutti gli effetti un diario rigorosamente veritiero di fatti gravi ed indescrivibili, ritratti da un obiettivo umano a disposizione di un operatore interessatissimo alla vita degli oltre mille soldati, ora mille garibaldini, condannati all’abbrutimento ed alla morte.

Mi si domanderà: quale fu lo stato d’animo di questi uomini? Quando si è abbrutiti, esistendo un ferreo patto di fraternità fra soldati, sottufficiali ed ufficiali, si rafforza la fiducia e la solidarietà. Viene spontaneo ed umano stringere i denti nella speranza di un destino meno crudele. Basta leggere il racconto di Sotgiu dal titolo: «Da Berane a Berane» (Quaderni di Camicia Rossa 1990), per capire l’assunto. Gioco psicologico apparentemente nebuloso, ma veritiero.

Ho detto che era iniziata la tragedia. Infatti, lasciata Bijelo Polje, fummo costretti ad ammettere amaramente che il problema vettovagliamento era diventato o stava per diventare irrisolvibile.

Pochi chilometri dopo Bijelo Polje io e il Ten. medico Ricci fummo chiamati a prendere una drastica decisione nei riguardi di un nostro caro collega, il S.Ten. Corrado Sarlo, preso da fortissima febbre e restio ad abbandonare la Brigata.

Per il bene di quest’ottimo ufficiale, fummo costretti a perdere lì per lì l’amicizia per salvarlo da morte certa. Il tempo ci ha dato ragione e ci ha restituito l’amicizia.

La marcia sulla neve proseguiva. I pochi muli rimasti, i più morti di fame e di stenti, fornirono quel poco di carne rimasta attaccata agli ossi.

Per meglio capire: eravamo oltre mille uomini circondati, notte e giorno, da mille insidie: la neve alta anche due metri, il percorso quasi sempre in alta montagna, salvo gli attraversamenti notturni a valle, Il vitto secondo la buona sorte: qualche patata, orzo ed avena, poca farina di granturco.

La stanchezza, la sporcizia e la mancanza di nutrimento preparano ineluttabilmente il terreno alle malattie.

Il Ten. medico Ricci, con la bravura che lo distingueva e le poche medicine inadatte, si rese insuperabile.

A Foca, appoggiato al muro di un palazzo, fummo costretti ad abbandonare il caro S.Ten. Piero Malentacchi colpito da grave infezione di tifo esantematico. Con le lacrime agli occhi, ricordo, strinsi la mano al giovane ufficiale non senza prima avergli consegnato la sua pistola d’ordinanza con il colpo in canna. Ciò per autodifesa dalle belve umane locali che si sarebbero scagliate su di lui senza pietà per depredarlo.

Ci fu detto, molto tempo dopo, che si era sparato alla tempia.

Piero, perdonaci! la Brigata, braccata dai tedeschi, non si poteva fermare. L’ordine ricevuto era stato tassativo: raggiungere, nel più breve tempo possibile, il Comando del III Korpus dell’Eplj, comandato dal generale Kosta Nady.

Il primo obiettivo in quei giorni, primo di una lunga serie di combattimenti di breve durata, ma rapidi ed a sorpresa e, spesso, di contrattacco, era lo sfondamento di Ustipraca, centrale elettrica presidiata dai tedeschi.

A deprimere il nostro stato d’animo fu soprattutto la mancanza di sole. Fu un inverno a perenne cielo coperto con nubi nere, da neve più che da pioggia, quindi freddo intenso sotto lo zero.

La lunga colonna in fila indiana, con muli e cavalli carichi di armi, munizioni e poche vettovaglie di scorta, lasciava dietro di sé un unico sentiero battutissimo. La marcia forzatamente lenta era faticosissima. Al silenzio dei monti innevati si univa il silenzio greve di oltre mille uomini mandati allo sbaraglio. Mille cuori che pulsavano con ritmi diversi, alcuni con maggiore frequenza per generare forza a quegli esseri che di umano cominciavano ad avere ben poco.

Il 23 febbraio’44 fu raggiunto il villaggio di Sahavoéi, facendo tappa subito dopo a Cekerle. Per ripararci da quel freddo polare che di notte si faceva ovviamente più aggressivo, trovavamo ricovero solamente nei tradizionali teli da tenda mimetizzati secondo i colori di ben altri paralleli o meglio di stagioni calde. Era rituale la scelta del posto, possibilmente sotto vento, spalamento della neve per quel tanto che bastava per un quattro teli e per quattro persone. Riscaldamento interno a fiato.

Il 24 febbraio mattina, di buon’ora partenza per raggiungere il villaggio di Berko-neMarcia durissima per la durezza del percorso sempre su neve e terreno impervio non battuto. Questa prima tappa vede morire il 20 per cento circa dei quadrupedi. Munizioni ed armi pesanti passarono così dal dorso del mulo alle spalle del soldato già carico della sua dotazione.

Cominciarono a verificarsi i primi casi di tifo petecchiale. Berane era relativamente lontana e nei giorni 25, 26 e 27 febbraio ’44 molti militari ed un ufficiale poterono lasciare la Brigata per cercare ricovero ed assistenza in quella cittadina nel nostro Ospedale da campo. Di loro non abbiamo saputo più nulla.

Lentamente, ma con determinazione potemmo lasciare alle nostre spalle i villaggi di Vanne e Kossare con sosta il 27 a Vinica. Colpo di grazia ad altri quadrupedi rimasti a terra per sfinimento. I comandanti di battaglione, costantemente chiamati a rapporto, non nascosero mai la gravità della situazione.

Gli uomini non erano solo stanchi, ma demoralizzati, sporchi e pieni di pidocchi. Oltre a ciò, eravamo nella impossibilità di offrire di tanto in tanto una minestra calda per sopperire alla drastica perdita di calorie e conseguente debilitazione del fisico. Ma non c’era tempo per pensare a queste cose sia pur indispensabili e vitali. La situazione era diventata il crucc dei giovani comandanti di battaglione che notavano di giorno in giorno la decimazione delle forze fisiche proprio in un momento in cui di forze ne necessitavano il triplo per poter affrontare, da un momento all’altro, i furiosi attacchi di sorpresa da parte dei tedeschi e dei loro alleati che sapevano dove e quando c’era la presenza di un reparto della «Garibaldi». La Divisione italiana da loro più odiata sia per motivi politici, sia per motivi militari per le perdite subite in quella guerra di guerriglia che, secondo loro, noi non avremmo mai saputo fare mal sopportando quelle condizioni di estremo disagio.

Il 28 febbraio si lascia Vinica per Rijeka, il 29 si raggiunge Celelié e Borie. A Borie la Brigata si ferma per sfinimento. L’ordine è di riposarsi fino al 3 marzo. Rapporto dei Comandanti di battaglione per relazionare il Comandante di Brigata sullo stato di salute dei soldati. Il termometro della nostra esistenza era ormai vicino allo zero. Il domani della III Brigata «Garibaldi» già appariva offuscato per lo stato morale e fisico di quegli uomini generosi. Lasciata Rijeka, a denti stretti ci trovammo a scalare il massiccio del Deznica, montagna a nord di Pljevlja.

Consuntivo: molti soldati senza scarpe, senza cappotto, senza maglie. Oggetti personali venduti per fame da coloro che avevano perduto la testa. Tutto questo per un tozzo di pane di granturco, qualche patata e un po’ di visir» (formaggio acido). La zona non offriva altro. fame, è sfinimento, è il massimo dell’abbrutimento. E la morte!

Il 4 marzo si lascia Borie per Lukovei. La situazione impone un riposo fino al 7 marzo per recuperare il recuperabile in energie. L’8 marzo riparte quella che può essere definita «la carovana di uomini abbrutiti» pronti a tutto. Feroci come iene.

Si raggiunge a fatica Foéa. In questa bella cittadina siamo costretti ad abbandonare, come detto, il povero S.Ten. Malentacchi gravemente ammalato di tifo.

Per sottrarci a un accerchiamento fummo costretti a raggiungere, celermente, Kagialuka e Golieviéi. A Golieviéi riposo fino all’1 1 marzo.

Sufficientemente riposati, ma affamati e senza forze, il 12 potemmo raggiungere in mezzo ad una tempesta di nevischio Previsaliéi. Lungo riposo per affrontare il peggio.

Ricordo che fu proprio a Previsaliéi, dopo aver ispezionato tutti i reparti del mio battaglione, che presi la decisione, dopo aver trovato sei miei sottotenenti sfiniti e sdraiati per terra in una baita, di inviare una proposta al Comandante di Brigata, Magg. Reyneri.

Il 13 marzo così scrissi: «Mi assumo la responsabilità di trovare vettovaglie per l’intera Brigata se mi viene messo a disposizione un battaglione di formazione». Risposta: «Il Ten. Rubera viene nominato viceintendente di Brigata e lascia al Cap. Buzzigoli il Comando del III battaglione. Ogni battaglione dovrà mettere immediatamente a disposizione una compagnia». L’ordine viene immediatamente eseguito ed io mi ero preso volontariamente una grave responsabilità ed una bella gatta da pelare. Il quadro che avevamo di fronte imponeva una decisione ed io non me la son sentita di tirarmi indietro.

Studiata la carta topografica, valutai unitamente ai miei subalterni, quale potesse essere il villaggio da rastrellare per incettare bovini, ovini, gallinacei, conigli, patate, formaggio, farina di granturco, carne affumicata per sfamare oltre mille uomini.

Il 14 marzo, alla testa del battaglione di formazione con circa venti muli ancora validi, dopo poche parole relative all’azione da compiere col massimo della disciplina, diedi inizio all’operazione che fu definita «un’infamia per la vita». Raggiunto il villaggio musulmano a circa 5 chilometri dalla nostra posizione di partenza, il cui nome è scomparso dalla nostra mente, diedi 15 minuti di tempo agli addetti al rastrellamento per il compito loro assegnato.

Il villaggio musulmano era difeso da pochi uomini del posto al comando di un piccolo nucleo tedesco. La nostra decisione nella manovra di accerchiamento mise in fuga il piccolo presidio. I tedeschi, dopo alcune raffiche del loro mitragliatore-pistola di dotazione personale, preferirono darsi alla fuga. Fummo fortunati se consideriamo qual era il nostro armamento: il fucile 91. Il rastrellamento riuscì perfettamente. Il più era fatto. Feci sfilare sul «ponticino» di legno la colonna e mi accodai. Nell’attraversare questa strettoia, mi venne spontanea una grave esclamazione che non sto a ripetere dopo aver notato che sotto il ponte, legato alla mangiatoia, era rimasto indisturbato un toro di vari quintali. Il primo pensiero fu quello di scendere sotto il ponte, slegare il toro e raggiungere la colonna. Nel volgere la testa indietro per accertarmi se la cosa fosse stata possibile, rimasi folgorato! Maledetta guerra, criminalità elevata e potenza. Dietro i vetri della vicina casa quattro occhi di bambini mi trasmisero una preghiera: «Abbi pietà di noi»!

Dopo aver nuovamente inveito contro il destino, attraversai il ponticino celermente per raggiungere la colonna. Nevicava abbondantemente in quel momento con visibilità ridottissima. La neve era alta circa due metri. Stanco ed esausto caddi in ginocchio e mi addormentai. Per fortuna mia fu un sonno che durò un attimo. L’altro io era rimasto all’erta. Mi sono dato due schiaffi e ripresi la via del ritorno. La colonna con le vettovaglie era già rientrata. Raggiunsi la mia baita. Il ritardo mi fece saltare la cena. Non mi toccò nemmeno una patata!

L’azione su Ustipraéa

Quella relativamente scarsa rifocillazione aveva preparato gli animi per il difficilissimo appuntamento di Ustipraéa. Il 16 marzo, dopo una lunghissima marcia e aver preso tutte le precauzioni per non far sapere della nostra presenza, raggiungemmo la zona di Ustikolina e Penavi: località di pernottamento. Eravamo nei pressi di Ustipraéa. Quali ricordi?! Da quella posizione si domina un’ampia vallata. Fu durante questa sosta, verso le 23 di una notte tetra che l’ululato di un lupo nello squarcio improvviso di un profondo silenzio scosse gli animi di tutti noi. Per fortuna non siamo stati mai cultori di presagi! Ma quella lugubre ed inattesa rottura del silenzio, in una notte buia da smarrimento, ad ognuno di noi presagì qualcosa. Radio fante trasmise subito: «Peggio di così!»

Il 17 marzo alle 4 del mattino fu raggiunto il villaggio di Butkovici. Durante il riposo il battaglione del Ten. Nunzio Giuffrida dovette affrontare un durissimo attacco, per fortuna senza perdite, da parte di reparti musulmani. Fu proprio quel giorno che vennero a mancare all’appuntamento il Ten. Magnani, il Cappellano militare ed alcuni uomini.

Il 18 marzo, raggiunta Gorazde, ci preparammo ad affrontare l’attraversamento dello stretto di Ustipraéa presidiato dai tedeschi.

Alle una del 19, con un attacco rapido da sud, la III Brigata «Garibaldi» sfondava su Ustipraéa da sola, dopo aver aspettato per circa un’ora l’arrivo da nord della I Brigata musulmana dell’Eplj.

I tedeschi, ricevuti i rinforzi, causa il lungo tempo occorrente per il transito di una colonna in fila indiana, poterono catturare il Ten. Sobrero ed un centinaio di suoi effettivi. Gli uomini della Brigata erano riusciti a passare e portarsi a nord in zona Dub con sosta forzata a Dumanici, in alta montagna in mezzo alla neve e con una temperatura di -152. Era l’alba del 20 marzo 1944.

Sconfitti per mancanza di forze

Alle sei del mattino del 20 marzo, il secondo scaglione della III Brigata viene attaccato a sorpresa da preponderanti forze ustascia. Gli uomini della III Brigata non ebbero ne il tempo ne la forza per reagire. Solo il Ten. Barbieri. intendente della Brigata potè estrarre la pistola, ma venne preceduto da una raffica di mitra. E moriva per dissanguamento poco dopo. Riescono a sottrarsi alla cattura il Ten. Reca – da poco nominato Viceintendente di Brigata – il Ten. medico Ricci. il Ten. dei CC Birtúni. il Commissario politico Branko, solo perché trovavansi presso il Comando di Brigata per conoscere quali fossero le condizioni di salute del Magg. Reyneri. Gli ustascia tentarono di raggiungere il Comando, ma l’atteggiamento risoluto degli ufficiali suindicati stroncarono ogni cattiva intenzione. Alle ore cinque dello stesso giorno, per fortuna, il primo scaglione della Brigata, formato dal II e IV battaglione, aveva ricevuto l’ordine di partenza. Ciò per precauzione. La Brigata si era dimezzata, ma esisteva ancora.

Il Ten. Rubera, il Ten. medico Ricci e due portaordini, scampati per puro caso alla cattura, si portarono in un bosco vicino per prendere fiato e spiare le mosse del nemico. Verso le ore 10 del 20, un lungo serpente nero si articolava sulla neve. Erano uomini armati. Ci domandammo: saranno quelli della Brigata musulmana o è una colonna tedesca?

Prendemmo le precauzioni del caso ed aspettammo che si avvicinassero. Era la I musulmana. Subito ci presentammo al Comandante per chiedere aiuto per liberare lo scaglione fatto da poco prigioniero. La risposta fu negativa. Anzi ci fu drasticamente detto: «Ci dispiace ma siamo in grave ritardo!»

Potemmo assistere di lì a poco ad un vero carosello di «cicogne» tedesche che a bassa quota cercavano di distruggere quella colonna con raffiche di mitraglia e bombe a mano. Questi minuscoli apparecchi che tanto disturbo avevano apportato oltre che perdite di vite umane, dovettero abbandonare per il nutrito fuoco di fucileria che i partigiani seppero fare tutti insieme. A Dumanici era tornata la calma e potemmo constatare il danno subito. Seppelliti sotto poca terra due caduti, recuperato un po’ di materiale, soprattutto medicinali, ci incamminammo per raggiungere il primo scaglione. La notte, ormai prossima, ci consigliò di riposare in una baita trovata sul nostro percorso.

Quella sosta poteva essere salutare per noi scampati alla cattura e, certamente, alla fucilazione. Tolti gli scarponi resi rigidi dal ghiaccio, speravamo in una notte tranquilla anche se intirizziti dal freddo. Non fu così. Due ore dopo la sosta, ricordo che il partigiano che ci faceva da guida, sdraiato vicino a me, si premurò di darmi la sveglia con le seguenti parole: «Druge porucnik treba da idem, nije dobra situacija» (Compagno tenente, dobbiamo andare, la situazione non è buona). Gli scarponi li avevo levati in un attimo, ma rimetterli fu veramente doloroso. Provare per credere a mettere ai piedi due blocchi di ghiaccio, cioè cuoio reso duro dal freddo con temperature sotto lo zero.

Riprendemmo la marcia sempre al buio ed a passo da bersagliere dietro quella guida che ancor oggi ci domandiamo come facesse a vedere dove metteva i piedi. Noi dietro, così, fra una buca e l’altra, tra un sasso e l’altro, barcollando e commentando che una simile fatica avrebbe finito per stroncarci completamente. Ce la mettemmo tutta.

Ecco l’alba e nel Socolac Romaniski (così si chiama la zona) regnava il silenzio assoluto. Silenzio da triste presagio! Sarà stata la stanchezza, sarà stata la demoralizzazione che cercava di imporsi a tutti i costi, in verità è che vedevamo nero. Non avevamo sbagliato. Verso le ore 7 si alzarono al cielo tristi fragori di un combattimento rabbioso, proprio all’ultimo sangue. Raffiche di mitra e scoppi di bombe a mano si susseguirono ad un ritmo perverso per circa un’ora. Poi di nuovo silenzio.

Mi avvicinai a Ricci, ricordo, e dissi: «Giorgio, al III Korpus arriveremo in due».

Fummo presi da una forza indescrivibile, non ci eravamo accorti che avevamo superato il passo da bersagliere, tanta era la frenesia di sapere cosa era successo, di portare il nostro contributo, la nostra esperienza. Giunti sul posto del presunto combattimento, su terreno collinare, non scorgemmo segni di vita. Pregai Ricci di attendermi e da solo volli perlustrare la zona per accertarmi cosa era rimasto del primo scaglione.

Vicino ad un vecchio mulino, un corpo esanime era stato abbandonato senza sepoltura. Non presentava gravi ferite, non aveva perduto sangue. Avvicinatomi lentamente potei constatare che era stato colpito alla fronte da una pallottola. Era il caro S.Ten. Italo Laminasi. Rimasi lì pochi secondi nel ricordo di quel giovane intelligentissimo, colto e sempre sorridente. Non potei far nulla per la sepoltura di lui. Il momento era parte, nello spartito della nostra esistenza, di una inconcepibile tragedia. Italo addio!

Dovetti salire e scendere due colline per accertarmi che il II e IV battaglione erano anche loro prigionieri degli ustascia che in forze si erano portati sul posto durante la notte.

Mi avvicinai alla colonna il più possibile gridando, forse fu un’ingenuità, il mio nome. Lo feci per far sapere ai miei soldati che c’ero anch’io e che non li avrei abbandonati. In quei momenti si gioca tutto per tutto. Gridai con tutto il fiato che mi era rimasto per prepararli a quella che doveva essere, come fu, una impensabile sorpresa.

Tornato indietro trovai Ricci che parlava con un ufficiale partigiano, Cap. Mielic, comandante dell’Odred (presidio) del posto. Chiesi a Mielic quale sarebbe stato il percorso della colonna che avevo visto marciare lentamente verso di noi. Egli mi spiegò che erano diretti al passo per scendere poi su Rogatica. Allora gli dissi subito con quel po’ di serbo croato imparato alla meglio: «Compagno Capitano, bisogna fare qualcosa». Al che egli rispose: «Tu sei scemo» – Risposi risentito: «Non sono scemo, facciamo subito qualcosa».

Fu così che invocata la calma, un pugno di uomini decisi a tutto, presi dalla disperazione, liberarono circa 500 uomini e 10 ufficiali. Meraviglioso il comportamento del Ten. medico Ricci. Altrettanto meravigliosi sono stati i garibaldini che alle mie sollecitazioni di decisa rivolta, misero in ginocchio gli ustascia. Il risultato registrò una decina di ustascia morti e tre fatti prigionieri. Alcuni riuscirono a scappare. Essi poterono raccontare a Rogatica l’accaduto e fu così che l’indomani 15 ufficiali italiani del II scaglione furono passati per le armi. Per me è stato un rimorso che è durato molti anni. Dopo quell’azione il III° Korpus poteva essere raggiunto in numero ancora dignitoso anche se sfiniti, ammalati, affamati, sarebbe meglio dire abbrutiti. Da Viceintendente lasciai la colonna dopo essermi congratulato con tutti e mi recai dal Gen. Kosta Nady. Il Comando di quel Corpo d’Armata dell’Eplj era ubicato appena fuori Vlasenica in una casetta in legno sufficientemente accogliente. Il Generale si presentò da vero signore mettendomi subito a mio agio. Mi presentò, ricordo, il suo Stato Maggiore composto in gran numero da professori universitari. Ricordo che i portaordini erano tutti delle bellissime drugarice (compagne).

Al pranzo ove fui invitato esposi la situazione della Brigata senza peli sulla lingua. Dichiarai che erano in arrivo circa 500 soldati in apparenza essere umani. Uomini che da qualche mese non mangiavano, pieni di pidocchi, stremati dalla fatica, molti febbricitanti.

Il Gen. Kosta Nady mi dimostrò tangibilmente di aver capito la situazione e, soprattutto, il senso profondo del mio accoramento e della mia preoccupazione. Dopo la mia esposizione, chiamò con voce risoluta il suo aiutante e diede ordine di far alloggiare la Brigata «Garibaldi» nel vicino villaggio di Bratunac e di far trovare all’arrivo un rancio caldo formato da spezzatino di pecora e patate. Una gavetta piena per ciascuno, gridò. Lo ringraziai felice e con le lacrime agli occhi. Dopo aver mangiato insieme al Generale un bel piatto di spaghetti dolci, ricevuto in regalo un pacchetto di sigarette Woorbin di fabbricazione inglese, lasciai quella degnissima persona per essere presente all’arrivo dello scaglione ed alla distribuzione del rancio. Fatto il mio dovere fino in fondo, mi ritirai in una baita per riposare. Appena sdraiato un brivido mi percorse la schiena. Bruciavo per una febbre altissima. Avevo il tifo esantematico con 41,6 di temperatura. Fui caricato su una «kola» (carro agricolo trainato da buoi) e portato poco lontano in una specie di lazzeretto.

Avevo dato il la alla fine tragica della III Brigata «Garibaldi», ma la tragedia doveva continuare per qualche altro mese fino cioè alla VII offensiva tedesca. Fra morti in combattimento e di tifo, verso la fine di maggio, potè calare definitivamente il sipario su di un migliaio di martiri che vollero credere nella rinascita della loro patria.

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