La prigione di Zenica – Giuseppe Lancisi

La prigione di Zenica

di Giuseppe Lancisi

Sarajevo, 26 marzo 1944. Dopo la cattura avvenuta il 20 marzo ad opera degli ustascia nei fatti d’arme di Rogatica – giorno tragico per la III Brigata della Divisione «Garibaldi» -ed una lunga marcia in condizioni di estremo disagio, entrammo in città la sera del 25 marzo. Mi ricordo che i tedeschi ci fecero camminare nel centro cittadino come per metterci in mostra.

La strada era molto frequentata, con sfarzo di illuminazione pubblica e negozi con la merce bene in vista, compresi quelli di generi alimentari! E pensare che noi ci eravamo dimenticati del pane bianco e del sale dall’ottobre precedente.

La popolazione ai bordi della strada ci osservava ed alcuni ci insultavano perché eravamo partigiani, ma la maggior parte ci incoraggiava con parole in lingua italiana. Intanto dalle finestre ci incrociavano offese e apprezzamenti con qualche lancio di pezzi di pane o focaccine e qualche mela. Nel raccogliere alcuni di quei doni caduti vicino, vi fu chi assaggiò la punta della baionetta delle solerti guardie.

La mattina successiva nevicava a rari fiocchi e non era molto freddo. Avevamo dormito, la notte, sul pavimento in cemento di una caserma e fummo radunati poi, verso le sei, in un piazzale antistante. Dopo la partenza ci dissero che dovevamo andare alla stazione. Io aiutavo il partigiano Giovanni Ulivi di Firenze, molto più provato di me e divenuto quasi completamente sordo.

Ad un passaggio a livello trovammo le sbarre chiuse ed in attesa che esse si aprissero si avvicinarono alcuni bambini che andavano a scuola. Una bambina di prima o seconda elementare, ci guardò con tanta consapevolezza e comprensione vedendo come eravamo ridotti.

Essa scrutò le prime file, guardò di eludere la sorveglianza degli aguzzini tedeschi, aprì la sua cartella di scuola, tirò fuori la colazione e la donò al mio compagno di sventura, giudicandolo il più bisognoso.

Ulivi, commosso, non riuscì a ringraziarla, tanto fu rapida la congegna, poi divise l’inatteso dono con me. Tante volte ci siamo ricordati di quella piccola benefattrice bosniaca.

E adesso per la crudele guerra che ha distrutto Sarajevo, soffro per lei e per tutta la Jugoslavia che considero la mia seconda patria. Se fosse ancora viva avrebbe circa 57 anni. Chissà se anche lei ricorda quel nobile infantile gesto!

Fummo quindi caricati su carri bestiame, senza viveri nè bevande per una destinazione ignota. La velocità non era forte e lo stesso binario ci condusse all’ingresso del terribile carcere di Zenica a notte inoltrata.

Era una vecchia prigione austroungarica, ora trasformata ad uso scuola e laboratori artigiani. Qualcuno dai vagoni fu scaricato già morto e trasportato avvolto nel telo da tenda. Nella stessa notte vi furono altri morti. La prigione consisteva in grandi cameroni, mura robuste e gabbie di ferro collegate tra loro col solo passaggio di un paio di metri lungo i muri.

La metà dei prigionieri in poche settimane venne seppellita in fosse comuni intorno al carcere. Oltre agli stenti, la causa di tanti morti in quel carcere – come anche nel resto della III Brigata alla quale appartenevamo – era dovuta al tifo petecchiale. Quasi al termine dell’epidemia morì, tra gli ultimi, il Cap. Federico Amadei, bolognese, ed a lui fu riservata una rudimentale cassa funebre.

La sorveglianza del carcere era affidata alle guardie tedesche. C’era pure un gruppo di mongoli: si diceva che fossero stati catturati al fronte russo e poi diventati volontari dei tedeschi. Altro aguzzino era un collaborazionista dalmata, tale Nikola, catturato poi dai partigiani. Coloro che sopravvissero in quel carcere fino a maggio-giugno 1944 furono un po’ meno isolati dal mondo.

Mediante un partigiano di Tito, falsa guardia carceraria, si avevano notizie sugli eventi bellici e politici dell’Italia. A giugno si conobbero i nomi dei ministri italiani componenti il Primo Governo di Ivanoe Bonomi. Il prigioniero italiano Paolo Bufalini, arrivato con me in

quel carcere, conosceva abbastanza bene le attività e la rappresentatività di gran parte di loro, essendo stato a suo tempo condannato dal tribunale fascista ed avendo scontato il confino politico.

Dal carcere c’erano spesso isolate partenze di qualche gruppetto. Oltre ancora a qualche italiano cominciavano ad arrivare come prigionieri anche rumeni e bulgari ma non fu mai raggiunto il numero della fine del precedente marzo. Il tifo aveva provveduto a ridurre il soprannumero.

Intanto si avvicinava il fronte russo e la Germania aveva bisogno di braccia da lavoro prima di destinare anche i partigiani catturati ai forni crematori.

Partimmo, sempre nei carri bestiame, diretti a Belgrado per poi raggiungere la Germania. Questa la sorte dei primi due gruppi, di cui facevo parte anch’io. Il terzo ed ultimo gruppo invece ebbe una sorte migliore: i partigiani jugoslavi fecero saltare i binari della ferrovia con un colpo di mano. Fu praticamente messa fuori combattimento tutta la scorta armata e liberati i prigionieri. Molti torneranno in montagna con i partigiani jugoslavi e con la Divisione partigiana italiana «Italia» che rientrò in patria da Trieste alla fine della guerra.

Io sono tornato in quel carcere varie volte. La prima nel 1969 insieme a mia moglie ed alla figlia dodicenne.

Fui trattato bene, ma rimasi deluso quando le autorità cittadine mi dissero che io ero, dopo ben venticinque anni, il primo visitatore della ex prigione.

Nel 1975 la tappa a Zenica fu inclusa in un pellegrinaggio organizzato da Stefano Gestro. Significativa fu la presenza di tre ex prigionieri di quel carcere e dei familiari di Caduti, come la vedova ed il figlio di Adolfo Fanfani, già attendente dell’allora Ten. Corrado Sarlo. Essi riempirono un sacchetto di terra prelevata dal presunto luogo di sepoltura del loro congiunto, a lato del carcere, per deporla nel Cimitero di Scandicci.

Chissà quale sorte sarà riservata a questa città, alla Bosnia e all’intera ex Jugoslavia? Un augurio di pace giunga da tutti i garibaldini a quei popoli che ci videro prima invasori e poi eroi del riscatto dell’onore italiano sulla loro terra, nostra seconda patria.

  1. silvia lancisi

    Era mio padre ….

    • Filippo Diamante

      Silvia buongiorno. Sono Filippo Diamante, nipote di Giuseppe Pietripaoli. Dopo una lunga ricerca, sono riuscito a ricostruire i fatti d’arme che hanno coinvolto mio nonno.Anche lui risulta arrestato in Bosnia il 20 marzo del 44 a Rogatica ed inviato nel campo di smistamento di Belgrado, come specificato nel commovente racconto di tuo padre. Probabilmente mio nonno ha fatto parte del gruppo di Giuseppe Lancisi perchè proveniente dalla divisione “Garibaldi”, fu arrestato e dai documenti della Croce Rossa Internazionale, risulta internato nel Dulag 172, proveniente appunto da Rogatica. Il due giugno mi verrà consegnata la medaglia alla memoria, e ne vorrei sapere di più. Ti ringrazio se potessi aiutarmi in questa ricostruzione, perchè i militari furono successivamente inviati nei lagher in Germania, ma non ho notizia del posto preciso.
      Ti saluto con speranza mista a commozione. Filippo Diamante.

    • Filippo diamante

      Silvia buongiorno. Sono Filippo Diamante, nipote di Giuseppe Pietripaoli. Dopo una lunga ricerca, sono riuscito a ricostruire i fatti d’arme che hanno coinvolto mio nonno.Anche lui risulta arrestato in Bosnia il 20 marzo del 44 a Rogatica ed inviato nel campo di smistamento di Belgrado, come specificato nel commovente racconto di tuo padre. Probabilmente mio nonno ha fatto parte del gruppo di Giuseppe Lancisi perchè proveniente dalla divisione “Garibaldi”, fu arrestato e dai documenti della Croce Rossa Internazionale, risulta internato nel Dulag 172, proveniente appunto da Rogatica. Il due giugno mi verrà consegnata la medaglia alla memoria, e ne vorrei sapere di più. Ti ringrazio se potessi aiutarmi in questa ricostruzione, perchè i militari furono successivamente inviati nei lagher in Germania, ma non ho notizia del posto preciso.
      Ti saluto con speranza mista a commozione. Filippo Diamante.

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