Archivi Blog

Giulio Stocchi, In tempo di guerra

Giulio Stocchi,
In tempo di guerra

Sentinella, a che punto è la notte?
L’alba sta per venire
ma la notte non è ancora terminata.
Non stancatevi. Tornate. Domandate
Isaia

Se questo resta com’è
siete perduti.
Il vostro amico è il cambiamento,
Il vostro compagno di lotta
il dissidio
B. Brecht

E vedendo il fumo del suo incendio,
guarderanno da lontano per paura del suo tormento, e diranno:
-Ahi, ahi Babilonia, città eccelsa, città
forte! in un attimo, ecco, è caduta su te la tua
condanna
Apocalisse, 18, 9, 10
Annunci

Giulio Stocchi A futura memoria

Giulio Stocchi

A futura memoria
…dove camminavano i morti
e fatti di cartone erano i vivi
Ezra Pound
– I –
Noi che sapevamo e stringendoci
nelle spalle dicemmo: "figurarsi!"
senza voler credere alla pazzia
e continuammo ognuno i propri affari
intenti fino al crepuscolo del giorno
e distrattamente leggendo ogni mattina
le notizie dell’orrore a venire
come cosa che non ci riguardasse
alla stregua di una catastrofe
remota sulle mappe dell’Africa
o della scomparsa di rettili alati
e che dalle statistiche tuttavia
venivamo esattamente informati
dell’aumento percentuale del tasso
del profitto nell’industria di guerra
e pensammo: "cose troppo complicate:
ci basta combinare pranzo e cena"
e preferimmo intanto nei segni astrali
decifrare il destino e la scommessa
e che mentre si moltiplicavano
gli indizi e la voce da più parti
metteva in guardia eravamo occupati
a disquisire se le dive usassero
o meno indossare le mutande e anzi
infastiditi corremmo a chiuderci
le orecchie con cuffie e con canzoni
ma fummo i primi a consolarsi quando
compiaciuti dei muscoli esibiti
ci sentimmo sicuri col più forte
e che solo borbottammo: "affari loro"
vedendo bombe e missili cadere
su altri come noi con braccia e gambe
e tranquilli dell’alba e del tramonto
tornammo ad affollarci per le strade
e continuammo a camminare in tondo
camminare in tondo camminare in tondo
finché poi non vi fu più nulla

Michele Morstabilini – La Vita degli I.M.I.

Michele Morstabilini
La Vita degli I.M.I.
(Prigionieri dei lager tedeschi)

Pace Pace hai aperto la via
Per tornare sul suolo d’Italia
E ci togli da questa canaglia
che per tanto tempo ci ha fatto soffrì
Il
O Tedeschi di razza dannata
gente infame crudele senza cuore
vendicasti l’Italia il valore
col martirio di noi prigionieri
III
In otto giorni ci deste un sol pane
con rancio rifiuto dei cani
voi siete stati con noi disumani
e per voi l’odio eterno sarà
IV
Duecento russi in una sol volta
tutti legati al palo maledetto
la baionetta puntata sul petto
e chi si muove ucciso sarà
V
Palo magico crudele e maledetto
con le mani dietro legate
con le punte dei piedi sollevati
per tre ore durava il martirio
VI
Finalmente è finita la guerra
la pace da lungi è tornata
siamo giunti all’Italiana terra
e abbiamo finito il nostro soffrir.

Tratto da
clip_image002

Michele Morstabilini – Barbarie tedesche

Michele Morstabilini
Barbarie tedesche
(canzone tango sul motivo della Ferriera)

I
Quando il fascismo venne a cascare
L’íntiera Italia sentì d’odiar
Il tedesco invasor
Che bieco nel furor
Usò rapine, barbarítà,
Contro l’Umanità
II
Di noi soldati, questo infettivo germe
Vuote lasciò le strade e le caserme:
di padri, mamme e di fanciulli cari
Vuote lasciò campagne e casolari,
e con quest’onda di popolo Italiano
gremì ogni parte del suol germano.
III
Poi in vasti campi si concentrò
il grande afflusso qui non tardò
ad esser derubato,
deriso e calpestato:
sotto la frusta dei domator
quanti morirono allor
IV
Un gran numero furono torturati,
altri morti dal gas, altri affamati,
Atri cacciati in crateri di fiamme
ove perirono pure bambini e mamme, e i
e in altri mille aspettò i domatori
stroncarono vite umane, spezzaron cuori.
V
Questi supplizi si eseguì
per mesi ed anni, mappoi finirono
tanto che il satanico germe
fu reso nullo inerme.
Dalla man giusta che in lui posò
L’eroico líberator
VI
E noi scampati, nella nuova esistenza
dobbiamo amare; aver riconoscenza
verso gloriosi popoli alleati
che da tanti perígli ci anno salvati
ciò che vale il conforto e la speranza
di un lucente avvenire di fratellanza.
VII
Quando in Italia si tornerà
sicuramente non si vedrà
di gente rivestiti
i casolari e i liti
come in quel tempo che li spogliò
il tedesco invasor.
VIII
Vi sarà mamme che mai più pace avranno
altre tremanti il figlio abbracceranno
bimbi che la sua madre ogni un contorna diranno:
Mamma, Papà quando ritorna?
Hai víl tedesco, germe degenerato,
odío perenne a te ti sarà serbato!

Amburgo, 16/6/45
Tratto da

Giulio Stocchi A lungo discussero

Giulio Stocchi

A lungo discussero

A lungo discussero il pro e il contro,

lamentando tutti il disordine che era grande,

la minaccia che li sovrastava. E infine, vennero

a una decisione, gli abitanti delle città

Presero ad erigere dovunque strumenti di morte,

e si vide gente mite invocare sangue, e

nelle piazze si levavano i supplizi, e

alla loro paura diedero il nome di giustizia

Dunque, ciò che volevano bandire, la guerra,

impose le sue leggi, il suo passo spietato

Merce divennero, e numeri, nella conta

ormai dilagante che li inghiottiva, lividi

riflessi di uno specchio muto, affondando,

trascinati loro malgrado nel gorgo:

e il resto, puoi chiederlo al vento

Violetta Parra Grazie alla vita




Violetta Parra

Grazie alla vita
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell’alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l’uomo che amo.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l’ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l’abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell’anima di chi sto amando.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.
*
Grazie alla vita che mi ha dato tanto

Trilussa – Natale di guera

 

Trilussa

Natale di guera

Ammalapena che s’è fatto giorno

la prima luce è entrata ne la stalla

e er Bambinello s’è guardando intorno.

*

– che freddo, mamma mia! Chi m’arripara?

che freddo, mamma mia! Chi m’arriscalla?

– Fijo, la legna è diventata rara

e costa troppo cara pe’ compralla…

*

– E l’asinello mio dov’è finito?

– Trasporta la mitraja

sur campo de battaja: è requisito.

– Er bove? – puro quello fu mannato ar macello

*

– Ma li Re Maggi arriveno?

– E’ impossibbile perchè nun c’è la stella che li guida;

la stella nun vô uscì: poco se fida

pe’ paura de quarche diriggibile…

*

– Er Bambinello ha chiesto:

– Indove stanno tutti li campagnoli che l’antr’anno

portaveno la robba ne la grotta?

*

Nun c’è neppuro un sacco de la polenta,

nemmanco una frocella de ricotta…

– Fijo, li campagnoli stanno in guerra,

tutti ar campo e combatteno.

*

La mano che seminava er grano

e che serviva pe’ vangà la terra

addesso viè addoprata unicamente

per ammazzà la gente…

*

Guarda, laggiù, li lampi de li bombardamenti!

Li senti, Dio ce scampi, li quattrocentoventi

che spaccano li campi?

*

– Ner di’ così la Madre der Signore

s’è stretta er fijo ar core

e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.

*

Una lagrima amara per chi nasce,

una lagrima dòrce per chi more…

Trilussa Il testamento di un albero





Trilussa
Il testamento di un albero
Un Albero di un bosco
chiamò gli uccelli e fece testamento:
– Lascio i fiori al mare,
lascio le foglie al vento,
i frutti al sole e poi
tutti i semi a voi.
A voi, poveri uccelli,
perché mi cantavate le canzoni
nella bella stagione.
E voglio che gli sterpi,
quando saranno secchi,
facciano il fuoco per i poverelli.
Però vi avviso che sul mio tronco
c’è un ramo che dev’essere ricordato
alla bontà degli uomini e di Dio.
Perché quel ramo, semplice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
il giorno che sostenne un uomo onesto
quando ci si impiccò.

Dylan Thomas – La morte non avrà più dominio

Dylan Thomas

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.

I morti nudi saranno una cosa

Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;

Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,

Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;

Benché impazziscano saranno sani di mente,

Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,

Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;

E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.

Sotto i meandri del mare

Giacendo a lungo non moriranno nel vento;

Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,

Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;

Si spaccherà la fede in quelle mani

E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;

Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;

E la morte non avrà più dominio.


E la morte non avrà più dominio.

Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,

Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;

Dove un fiore spuntò non potrà un fiore

Mai più sfidare i colpi della pioggia;

Ma benché pazzi e morti stecchiti,

Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;

Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà;

E la morte non avrà più dominio.

Nelly Sachs Coro dei superstiti

 

27 GENNAIO

Nelly Sachs
Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.

Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –

Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.