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Genevieve Taggard – (USA) Ai veterani della Brigata Abramo Lincoln

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Genevieve Taggard
(USA)
Ai veterani della Brigata Abramo Lincoln

Dite pure di loro
che non conoscevano lo spagnolo
i primi giorni, e nulla dell’arte della guerra
i primi giorni
come sparare, come attaccare, come ritirarsi,
come uccidere, come andare incontro alla morte
i primi giorni.
Dite pure che conservarono l’aria azzurra
brontolando e lamentandosi,
secche parole e volti aspri. Dite pure
ch’erano giovani;
gli sparuti nella trincea, i morti sul pendio d’olivi
tutti giovani. E i magri, i malati e gli sbranati,
ciechi, negli ospedali, tutti giovani.
Dite pure di loro ch’erano giovani, molte cose non le
[conoscevano,
erano uomini come gli altri. Dite tutto; è vero. Dite
[pure ora
che quando il personaggio eminente, l’importante, il
[benestante, il vecchio,
erano occupati a disputare e a vendere,
tradire, tacere nell’omertà, spaccare il capello in quattro,
scrivere brutti articoli, firmare su cattivi giornali,
mandare conti falsi,
corrompere, ricattare,
piagnucolare, opprimere, strangolare, — essi
seppero e agirono
compresero e morirono.

0, se non morirono, tornarono e trovarono una pace
Che non è non è pace. Dite pure di loro
che non sono piú giovani, non hanno più appreso
le furbizie, gli espedienti della pace, di questa pace, i
[trucchi della paura;
e dite pure che ciò che sapevano, tuttora sanno.
E ciò che osarono, osano tuttora.

Tristan Tzara (Romania) Spagna 1936

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Tristan Tzara
(Romania)
Spagna 1936

giovinezza dei passi nella cenere
il sole svela la tua sordità mattutina
quando il serpente vuole coltivare
le creste tannate di pelle e di latte
nelle lente fonderie di cristallo
*
il grido armato dell’inverno trafigge
la forza virile degli uccelli
*
piangete donne se ne avete cuore
i marinai proteggeranno il vostro pianto
*
ma dietro le linee di ferraglia
una schiarita di candido vino
la cui parola fluida soppesa il ritorno
dei corvi pesanti nelle brocche del mondo
la crudeltà delle funi
recate da mani nutrienti
e l’aria infaticabile inchiodata
alle campane con i trampoli dei morti
alti nel guizzo delle lampade
*
piangete donne se ne avete cuore
proteggeranno le vostre debolezze i marinai
*
c’è un paese attraccato al mare
è l’oro, sospeso alle taverne dì pesci
i sacchi gonfi di morte le arance
fanno scoppiare le strade laterali
i quadranti degli orologi ove il riso
delle donne è carnale e le più pure notti
precipitano nel pozzo dei capelli
il sole a fianco sul bilanciere
delle medaglie
*
ridete donne se ne avete cuore
giocano i marinaia chi muore vince
*
rossa è la terra di questo paese
ma gli uomini son della sostanza del ferro
visto dal vento scelto tra le foglie morte
il loro passato sigillato alle ali
corre per le vie sibila la morte
tra le fessure sciarpe di pioggia
da tutti i flauti da tutti gli sbagli
salgono a gregge i canti
come la morte nel sangue
di chi si è identificato per sempre nella notte
dopo aver ammesso la propria solitudine
*
piangete donne introvabili strade
i marinai con voi piangeranno
*
poiché cadono i lucchetti delle prue
la vita brilla davanti sopra i contrafforti
di pietre calcinate ed è la vita
che increspa le porte coni denti
vicino alle connessure della morte
che giace riconoscendo a fatica
la sua terribile fonte
*
fuggite donne verso sofferenze nuove
i marinai proteggeranno i neonati
*
e la vita che brilla davanti
il suo sguardo lotta con le scie delle foreste
quando il mare passa al largo delle braccia
che lo tengono avvinto come il suo avvenire
fondato nel fosforo l’erba intrecciata
dì dolci incrostazioni la sua luce infantile
la sua lingua mista di radici
ai grumi di ferro materassi materassi
ìl suo dolore stride sul vetro del fiume
cielo frastagliato pieno dì sonnolente amiche
terra battuta mai sottomessa
fervori tra moltitudini antiche e la fraternità
dei miti inappagati degli uomini rogo delle risate di domani

Giovanni Pinfetti – Ode alle penne mozze del Cattarino

Giovanni Pinfetti
Ode alle penne mozze del Cattarino
(Resistenza Jugoslavia)

Oh… Tu grande figlio d’Italia
Generoso eroe della "Libertà",
Cadesti sotto la mitraglia
Le Tue ossa or riposan là
Sulle bianche pietraie aguzze
Il Tuo sangue hai versato,
Per difender Ledenice
La Tua vita hai donato

Noi alpini, tutti quanti
diventati "Partigiani",
Combattiamo chi T’uccise
Con potenti mezzi arcani.
Se in Italia torneremo
Ti faremo un "Monumento"
Che racconti la Tua storia,
Tuo coraggio ed ardimento!
Caro alpino "Penna Mozza"
Non temere che noi tutti
Pugneremo con fermezza…
Contro i vili farabutti!
Or riposa combattente
Della "sacra Libertà"
Noi diremo alla tua gente,
Che per essa tu sei qua.
Sulle "Lande Cattarino"
Senza nome e senza croce
Non narcisi o stelle alpine
… Hai trovato la Tua "Pace".
Se un dì su questa terra
Noi dovessimo tornare,
Da borghesi, senza guerra,
Ti verremo a salutare!

Tratto da
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Delvisio Deli – Lager Brunnenthal "Arburge"

Delvisio Deli
Lager Brunnenthal "Arburge"
1 settembre 1944

I
Sorge il canto mio come l’Aurora,
Che spunta Febo alle nostre colline.
Lo stesso il canto mio si ristora,
Perché ve bevve l’acque cristalline.
Pronto lo ritrovo a qualunq’ora,
Come si gioca con dama e pedine.
Con la mossa pronta al suo dovello,
Come l’alpino è adatto al suo fardello.
II
È quasi un anno e non mi sembra bello,
Tirar fuori questa mia Musa,
Perché l’ho messa dentro ad un castello,
Come ‘na monachella l’ho rinchiusa.
Chiedo perdono su di questo e quello,
Per primo uso io la mia scusa.
Se manca su di me tale cultura,
Che non adotto la giusta misura.
III
Son prigioniero chiuso dentro le mura,
E là meno una vita tribolata.
Ma su di questo non uso paura,
La musa è la mia vecchia fidanzata.
Voglio mettermi ancora con premura
A far sentire la voce tanto amata.
Come quando io ero ventenne,
Poi grigio-verde la mia vita venne.
IV
Lontano sono io da ogni parente,
Non vedo notizia paesana,
Nemmeno un sacco per dar gusto al dente,
Per mangiare un po’ di roba sana.
Ma dentro il cuore mio tutto è presente,
Un desiderio d’amor sempre brama.
Quello d’aver salute fino in fondo,
Al ciclo operativo furibondo.
V
0 Dio del ciel proteggi tutto il mondo,
Dona la pace, ché l’è molto attesa.
A questi capi fai saldare il conto,
Che han fatto la guerra per pretesa.
Contro di loro è tutto il mondo,
Vonno tenere ancor la guerra accesa.
Per dominare i popoli latini,
Così ne pensa Hitler e Mussolini.
VI
Ma tutti i giorni vengono i cugini,
Buttando giù le dette caramelle.
Sono convinti ancor questi assassini,
Benché sanno lasciarci, si, la pelle.
Stanno per consegnare i confini,
Restando tutti con le parolelle.
Sono convinti ancor della vittoria
E la campana già gli sona gloria.
VII
Tutto ne verrà scritto sulla storia,
Ciò che fa questo popolo brutale.
Resterà inciso nella memoria
E per me resterà vecchio rivale.
Se salvo resterò su questa boria,
Per ritornar nella casa natale,
farò preghiera di ringraziamento
A Iddio supremo su nel firmamento.
VIII
Mi richiudo di nuovo a ‘sto commento,
Seguitando or la vita tribolata.
Ma la prego in ogni momento,
la Divina Madre Immacolata.
Ché un giorno finirà questo tormento,
Questa vita mia sia liberata.
Così posso tornare a casa mia,
Ringraziando la Vergine Maria.

Tratto da

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R. Finzi – Un canto inedito della Divina Commedia

Prima guerra mondiale

R. Finzi
Un canto inedito della Divina Commedia

Io vidi ed anco il sangue mi s’abbica
di gente una gran turba in quel girone
sozza d’ogni sozzura nova e antica
*
Chiesi a Virgilio: O Duca, esce persone
che si sconciati hanno cuore e budella,
per qual mai colpa sono in questo agone?
*
Ed egli a me, con ischietta favella:
d’ogni uman fallo, Dante, vedrai pena
pria che tu giunga in fondo a questa cella;
*
vedrai predon, falsari ed altra oscena
compagnia, traditori e barattieri
e violenti nella calda arena;
*
ma quanti ora tu vedi son più neri
di colpa che qual altro cittadino
di questa valle ove non è chi speri.
*
Qui piange suoi misfatti lo strozzino,
qui si strappa suoi visceri colui
che su nel mondo li strappò al vicino.
*
Subitamente vidi e certo fui
che giustizia divina facea strazio
qual si conviene a questi spirti bui.
*
Scorsi uno d’essi, che pareva sazio
d’ogni dolor, ficcar le dieci dita
nel ventre aperto come sacco al dazio,
*
ed a forza allargar quella ferita
e le budella rivoltar col gesto
del doganier che contrabbando addita.
*
Ed uno spírto di costui più mesto
il proprio cuore aveva portato a’ denti
e si il mordeva d’ogni intorno lesto.
*
Un terzo ancor, che gli occhi aveva ardenti
d’infame rabbia, con aguzzo sasso
faceva a brani i visceri pendenti.
*
Terribil vista! Io spinsi allora il passo,
ma Virgilio esortommi con amari accenti:
Osserva il nuovo contrappasso:
*
Costoro al mondo non ebbero altari
d’amor fraterno, e pane a’ lor fratelli
vendettero per oro a peso pari.
*
Luogo è lassù non cinto di castelli
ma di rete metallica, che ospizia
molti latini ed angeli son con elli,
*
Cazzenovo s’appella e la malizia
che qui in eterno pagherà lo scotto
là dentro visse e compì sua tristizia.
*
Tacque il Maestro, ed uno ch’aveva rotto
tutto il torace, fegato e budella
strappossí in ira di Virgilio al motto,

gridando con orribile favella:
Agli affamati ogni crosta conviene
e misi in borsa orioli, gemme anella!
*
Ed io gli dissi: Queste vostre pene,
strozzini abbietti, sono giusto scherno
al color del peccato che vi tiene

così sconciati in vostro duolo eterno.

Nota
Tratto da “Poesie dal fronte”
Oltre a dirigere il giornale del campo di internamento di Katzenau, ‘La Baracca il professor R. Finti teneva corsi di letteratura italiana per i prigionieri. Dotato di un certo senso dell’ironia, fondamentale per salvarsi nei momenti più difficili della vita – adattò la Divina Commedia alla situazione che vivevano i deportati all’interno lager, scrivendone un canto "aggiuntivo".
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Giuseppe Ungaretti – Vanità

Giuseppe Ungaretti

Vanità

D’improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell’immensità

L’uomo
s’è curvato
sull’acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un’ombra
cullata
e piano franta
in riflessi insenati
tremanti
di cielo

Vallone il 19 agosto 1917

Giuseppe Ungaretti – IN MEMORIA

Giuseppe Ungaretti

IN MEMORIA

Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perchè non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa
Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera
E forse io solo
so ancora
che visse
Locvizza, il 30 settembre 1916

Giuseppe Bartoli – A CRESPINO

Giuseppe Bartoli

A CRESPINO
Vennero i giorni della primavera 

La terra si coprì d’allegria 
cantò tutti i colori del cielo 
andò a piangere sui seminati 
Nell’antica valle del Lamone 
fiorì il natale sacro dei ciliegi 
e le spighe in curva preghiera 
baciarono il rosso dei papaveri 
I campi non furono più tristi 
quando sopra sbocciarono gentili 
le rose selvatiche del maggio 
Nessuno parlava di morte 
fra le spine dei rossi lamponi 
Ma la morte era in ogni pietra 
nel filo dell’erbe e delle foglie 
La morte vagava lungo il fiume 
negli occhi delle bestie inquiete 
nel taglio affilato della scure 
E venne il giorno del martirio 
sull’inerme cuore contadino 
sulle mani rotte dal lavoro 
sulla vanga ancora impastata 
di buona terra e sacro sudore 
Quando i barbari furono pronti 
tacque il mormorio dell’acque 
e una nube scura salì al cielo 
a nascondere la rosa del sole 
Le mani strinsero altre mani 
Le parole e un pianto disperato 
narraron sogni e favole smarrite 
e negli occhi grandi delle madri 
si posò il bacio dei figli 
E l’ultimo pensiero andò lontano 
ai fuochi spenti alla terra arata 
all’oro reciso delle spighe 
e ai giorni senza più domani 
ai canti che si spegnevano 
a loro che salivano il Calvario 
e a noi, a noi, che siamo rimasti 
a cogliere i frutti d’una stagione 
nata da vittime innocenti 
Era l’intera valle delle Scalelle 
e dei castagni sacri a Campana 
che consumava l’ultima ora 
Non li chiamavano per nome 
per non spaccare la cesta dell’odio 
Un cenno, una spinta, un urlo 
e la morte li coglieva sul petto 
unendo il gemito di chi andava 
all’angoscia di chi attendeva 
Il campo diventò bara immensa 
nel tiepido meriggio estivo 
Noch ein! Noch ein! Noch ein! 
Ancora uno! Ancora uno! Ancora uno! 
E un colpo dopo l’altro 
rompeva il grido della carne viva 
e il sangue si fondeva in grumi 
nel rosario dei ceppi delle mani 
nella coppa umida della terra 
Quando il silenzio raccolse dai pendii 
l’ultimo colpo e l’ultimo grido 
– lontano - 
oltre la malinconia dei roveti 
un requiem di coralli accesi 
si scaldava al lume delle case 
e noi,, noi, quelli ancora vivi 
attendevamo un “nuovo” mattino

P.S. Questa poesia intende ricordare l’eccidio di 42 inermi contadini vittime della barbaria nazista a Crespino sul Lamone – Luglio 1944.

Giuseppe Ungaretti – Non gridate più

Giuseppe Ungaretti
Non gridate più
 
Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.
Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.

Sergio Boscardin – Per l’uomo nuovo

Sergio Boscardin

Per l’uomo nuovo

Ovunque voi siate,
fratelli, amici,
in cielo o in tetra solitari
tra gJi uomini,
lasciate ch’io soffra con voi,
ch‘io pensi a voi
e pianga
nellanima mia e senta
cos[ piangere la vostra.
*
Lasciate ch’io sorrida
e veda
un’alba luminosa di speranze
sul vostro volto,
come intendo vederla in me.
*
Lasciatemi ascoltare
le vostre voci
così diverse e umane
come io pure sono uomo
e ascolto
la mia parlarvi oltre il linguaggio
che ci rende stranieri
e mortali.
*
Lasciate ch’io vi raggiunga
e ascolti in voi
la parola buona o l’angosciosa,
le speranze tradite
o la fede nell’Uomo
che fu ancora in noi tutti
incoronato
di terribili spine,
trafitto e straziato in ogni luogo
dove vi fu l’odio
e la tenebra.
lo e voi,
noi tutti, infine, oggi
come ieri
e più ancora domani,
guardiamo all’Uomo
ospite ignorato e avvinto
alla terra gemente e insanguinata,
risollevato dagli orrori
vivente in un germe
di speranze e ideali,
rigenerato
per ciò che in lui ha ucciso
lantica legge,
perché sia fatta libera la via
al divenire.
*
Fratelli, amici,
ascoltate la voce che in noi
parla sommessa
nel frastuono d’oggi
come in una tragica, furibonda
guerra di ieri;
ascoltate la voce che ci dona
la gioia bella
di sentire le nostre calde mani
in una ferma stretta,
i nostri occhi aperti
e chiari
guardarsi l’un l’altro e dire:
*
Ciò che tu vuoi
amico
io lo voglio
Per l’uomo nuovo
e non è menzogna d’una voce
anonima,
ma è chiarezza di pensieri
purità di cuori
benignità d’opere umane;
non v‘è più Germania
o Francia
od Inghilterra o Russia:
vi è soltanto l’Uomo
per l’uomo,
ed è in lui uno spirito grande
che risorge
dalle macerie della legge
fino alla gloria
che ci rende amici nell’amore,
non più servi dell’odio.
*
Ovunque voi siate
fratelli, amici,
lasciate ch’io vi parli
e la voce
dell ‘Uomo nuovo vi giunga
nelle sfere sublimi
dove il vostro dolore è sacro
pane di vita al Cosmo,
o sulla terra
dov’esso traccia come aratro al sole
i nuovi solchi
e non si volge al passato.
*
Questo io vi dico
e non sono più io che parlo,
bensì è lUomo in me.