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Luigi Vanzan – Il perdono

Il perdono di Luigi Vanzan

Fuggito da Roma nel settembre del ’43, raggiunsi il mio paese, Galzignano, dove trovai conforto e pace. Ma la mia vita fu interrotta un brutto mattino quando le SS tedesche occuparono la disabitata Villa Barbariga. Mi rifugiai a Padova, pensando che una città fosse phi sicura. Illuso! Padova mi fu fatale e venni arrestato e portato a Palazzo Giusti. Qui per diverse notti dovetti subire duri interrogatori. Durante i primi fui forte e riuscii a rispondere a tono dichiarandomi sempre innocente. Poi i pugni, le bastonate alla testa, le scosse elettriche mi ridussero all’impotenza. Una notte fui ricondotto nella mia cella fuori conoscenza. Non so quanto tempo rimasi in queste condizioni. Mi svegliai sentendomi toccare, aprii gli occhi e vidi uno sconosciuto che mi osservava. lo non potevo parlare, capii solo che era un medico. Dopo qualche ora fui portato in un’altra stanza dove trovai il professar Giovanni Apolloni, il professar Giovanni Ponti, il professor Adolfo Zamboni, il professor Francesco De Vivo e altri ancora che mi rincuorarono. Pili di tutto mi sollevò il trovare il mio anziano professore don Apolloni. Il 25 aprile uscimmo da quella triste dimora tutti assieme, liberi. Seppur fisicamente menomato per il trattamento subito, sono felice di poter ora testimoniare, scegliendo il perdono per tutti anziché la vendetta.

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Egidio Meneghetti – La canzone della «nave»

Egidio Meneghetti
La canzone della «nave»

Questa canzone, sullaria del «Ponte di Bassano », era
cantata alla sera e alla mattina, al primo risveglio, dai detenuti che occupavano le celle della cosiddetta « nave ».

Nave, tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
*
Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
*
Fame, torture, scariche,
sibili di staffili,
non ci faranno vili:
viva la libertà!

Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali,
e un popolo d’eguali
nasce alla libertà.

 

Il maggiore Carità sequestrò a Gino Cerchio questa canzone e s’infuriò per la terza strofa che testimoniava i maltrattamenti e le torture. Minacciò rappresaglie. Il giorno dopo la terza strofa fu cosi sostituita:

 

Baci, carezze trepide,
nobili cortesie,
non ci faranno spie,
tenero Carità!

Giordano Campagnolo – Il lardo di Rumor

Il lardo di Rumor Giordano Campagnolo

. Gennaio 1945. Gli arresti e le deportazioni con il rigore Invernale erano aumentati. I partigiani, specie coloro che svolgevano il pericoloso lavoro di città, erano esposti più di ogni altro a tale evenienza. Il 9 gennaio fece l’ingresso nel salone di Palazzo Giusti l’avvocato Giacomo Rumor, equipaggiato come noi non avevamo mai visto nessuno. Egli infatti, saggiamente, prevedendo il suo arresto, si era preparato scarponi, paltò pesante, sciarpa e un bel sacchetto di cibarie, tra cui un bel pezzo di lardo. Nel gran salone una trentina di affamati occhieggiarono il sacchetto, ma solo uno (una canaglia!) ebbe il coraggio o la sfrontatezza di avvicinarsi e trafugare iI pezzo di lardo, che oi spartì con i colleghi vicentini. Nel frattempo Rumor veniva interrogato e regolarmente bastonato dagli sgherri di Carità. Rientrando nel salone pesto e dolorante, con gli occhi che gli uscivano dalle orbite, riuscì chiaro a tutti che la pestata era stata molto severa, e l’autore del furto ne fu profondamente scosso. Dopo un certo tempo, Rumor, per lenire un po’ il dolore, apri Il sacchetto e, scoperto il furto, se ne lamentò con Faccio e Gallo che stavano ancora pulendosi la bocca dal lardo mangiato. E Gallo, con quel suo inimitabile sorriso mefistofe1ico, forbendosi accuratamente le labbra e i baffetti alla Menjou, gli espresse la propria indignazione con le parole acconce che solo lui in quel momento sapeva adoperare: «Cosa vuole, avvocato, questi comunisti! ~ Inutile aggiungere che l’autore del furto, col tempo, si confessò all’avvocato Rumor, che appunto per questo diventò uno dei suoi più cari amici.

Tratto da

*

Ritorno A Palazzo Giusti

Testimonianze Dei Prigionieri Di Carità A Padova (1944-45)

A Cura Di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Valentino Filato – Dal Grappa a Palazzo Giusti

Dal Grappa a Palazzo Giusti di Valentino Filato

La mia memoria cerca di ricordare quando, 25 anni fa, giovane, forte, entusiasta, puro, desideroso di combattere per la giustizia e la libertà, ero trasportato a vivere il momento, l’ora e il giorno tra compagni di lotta dei quali non conoscevo il passato, né mi interessava conoscerlo; erano con me, dividevano con me ed io con loro paure, sacrifici ed ansie. Il nostro nome, fosse vero o di battaglia, serviva solo per distinguerci alla voce, non era nelle carte e tanto meno nei documenti che, se c’erano, erano falsi. Ognuno di noi, oggi, ricorda l’altro per episodi di vita vissuta assieme, intensamente e per particolari attitudini che ci distinguevano. «Tutti per uno, uno per tutti» era il motto nei principali atti della guerriglia partigiana. La memoria era l’archivio di massima e ordinario dei comandanti e dei gregari, e pochi erano gli appunti, compilati per essere distrutti subito dopo. Il tempo non aveva importanza: passava. La necessità di una lotta era profondamente sentita, gli ideali erano nello spirito, la prudenza era la nostra forza. Ecco perché, oggi, la storia partigiana, che in ogni scritto, trova la sua ragione di essere in episodi di sacrifici umani, tali e tanti che da soli bastano ad illuminare di viva ed indiscussa luce la Resistenza italiana. Ecco perché è difficile a noi contemporanei fare la storia della Resistenza e pio ci si vanta di obiettività, meno, in genere, rendiamo servizio alla verità storica, anche per la passione di parte e la fantasia di singoli. Sono stato un partigiano di fede, un buon combattente italiano, resto uno dei pochi fortunati protagonisti della Resistenza armata sul Grappa, conclusa con l’eroico episodio, tragico, del grande rastrellamento dell’autunno 1944. Ho vissuto fin dall’inizio, intensamente, quella patte della storia della Resistenza; oggi cerco nel ricordo e mi fermo al pensiero che tutto possa essere stato solo azione di leggenda. La verità sulla guerriglia del Grappa trova la sua giusta espressione nel sacrificio dei suoi martiri e dei suoi eroi, in quel barbaro rastrellamento nazifascista. I pochi appunti rimasti nelle mani diversamente interessate, fra tutti quelli persi o distrutti nelle varie circostanze di quella lotta segreta, non sono sufficienti a completare quella pagina luminosa della storia partigiana. Nella memoria, i sentimenti ed i luoghi, confusi nella forma e nel tempo, restano raccolti per il rispetto di quei martiri che ci guardano e attendono. Gli alberi, soli, lungo i viali luminosi della città di Bassano, segnati profondamente attorno ai loro tronchi dal filo del telefono che servi da cappio, i monumenti ed i cippi, coperti di nomi, che coronano la pedemontana del massiccio, testimoniano una sublime, incancellabile verità.
Il 26 settembre del ’44 scendevo dal massiccio del Grappa, dopo i sei giorni di resistenza al tremendo e feroce rastrellamento nazifascista. La brigata « Italia Libera – Val Brenta » di Campo Croce era distrutta, il comandante Giorgi era stato ucciso in combattimento. Mi reggevo sulle stampelle, gravemente ferito, seguito da uno sparuto nucleo di partigiani stanchi ed affamati. Il 27 mi incontravo con il professar Girardi di Borso ed il giorno successivo con il professor Mantovani dell’Ospedale civile di Crespano. Riprendevo i collegamenti con il CLNR di Padova (Meneghetti) e con il CLN di Bassano. Rifiutavo un sicuro rifugio a Venezia, rinunciavo alla garanzia di una tessera della Todt e con volontà rinnovata, spinto da maggior spirito di sacrificio, continuavo sulla giusta strada indicata dai nostri martiri. Trovavo rifugio in qualche casa amica nella pianura bassanese e il 3 ottobre raggiungevo la sponda destra del Brenta ospite di una casa colonica isolata.

Mi incontravo con Noce (Aristide Nonis), con Pietro Marchesini e con Aquila (Toni Borsato). Prendeva vita la brigata alpina «Giovane Italia ». Il 12 ottobre il comando militare di Vicenza mi inviava, per ordini e disposizioni, il tenente Magrin e il giorno 14 Gino Cerchio con la sua staffetta Nerina (Alberta Caveggion). Il compito non si era presentato facile; incontravo gruppi di partigiani di pianura, formatisi nell’azione condotta in maniera autonoma. In qualcuno c’era già il pensiero politico. L’idea di un comando guida era visto con molta diffidenza. Alla fine convincenti proposte di riconoscimenti militari, di rifornimenti materiali e armi e di una sicura forma di assistenza riducevano i più agguerriti a seguirmi. Ritengo che anche il mio passato riconosciuto, la mia onesta fede manifestata, la mia decisione nella lotta siano valse a realizzare quella unione di forze. Aquila, comandante del gruppo partigiano di Cartigliano, mi era di massimo aiuto. Piero Marchesini con il suo gruppo di Marostica e Marsan con la staffetta Zaira furono miei infaticabili aiutanti. Nonis manteneva i collegamenti con i partigiani rifugiati nella campagna. Il 24 ottobre in una cava di lignite nelle colline di Pianezza mi incontravo con Schena e con il Negro, ottenevo la loro collaborazione e l’unione dei loro nuclei partigiani alla mia brigata. Il CLN di Bassano manteneva i collegamenti con me a mezzo di Dante Caffi, Cesco Finali e Giovanni Zonta. Questi mi prepararono per il 3 novembre incontri a Campese e Valstagna con i fratelli Cavalli; e con qualche difficoltà anche questi gruppi vennero ad unirsi alla mia brigata. Conobbi in questo periodo don Luigi Panarotto, parroco di Nove e magnifica figura di prete e di soldato; egli mise a disposizione della brigata, per gli incontri clandestini, la sua chiesa e la sua casa, e per la corrispondenza e la stampa la sua macchina da scrivere e quella tipogra6ca a mano, con i suoi due ottimi e giovani cappellani. Nella casa di don Luigi incontrai il comandante delle brigate nere di Nove, Manlio Rossi, il quale sapeva di avere nelle sue file molti giovani partigiani del luogo; devo riconoscere che mi è stato molto utile per la sua opera e per le sue informazioni.

Iniziava subito cosi intensa l’attività di propaganda a mezzo di volantini e di manifesti stampati la notte nella tipografia di don Luigi. Il movimento partigiano nella zona faceva nuovamente sentire in forma organica la sua presenza, continue le piccole azioni di disturbo. I comandi militari nazifascisti dimostravano una certa agitazione e riprendevano in pieno la loro attività antipartigiana e, con questa, purtroppo, i primi arresti. Fu una sorpresa per il tenente Perillo e il capitano Zilio risentire che Villa (mi credevano morto sul Grappa) era ancora contro di loro, al comando della nuova brigata. In quel periodo avevo la fortuna dalla mia parte. Ricordo che la sera del 15 dicembre mi incontravo con alcuni partigiani a Marchesana in casa di Elio Baggio per concordare un’azione di sabotaggio. All’una circa lasciavo la casa con gli altri e poco dopo capitava una squadra di fascisti e arrestava il Baggio. Un altro giorno del mese di gennaio del 1945, verso le 10, da Nove, lungo una strada di campagna, mi portavo sulla strada statale Bassano-Vicenza e incrociavo Piero Marchesini in compagnia di un borghese in bicicletta. Marchesini mi vedeva e non mi salutava; era scortato in stato d’arresto da un fascista di Perillo. In quella circostanza ero proprio diretto da lui per un incontro di lavoro. Purtroppo gli arresti creavano difficoltà al mio lavoro rivolto a portare nella migliore efficienza la formazione per le azioni di guerriglia che si prevedevano in forze all’inizio del 1945. Attraverso la missione Rocco chiedevo lanci di armi e munizioni e sollecitavo un bombardamento a Villa Ca’ Dolfin di Rosà dove agiva, con barbare torture sui nostri partigiani, un reparto di SS tedesche. Il bombardamento avveniva e i risultati relativi costringevano i tedeschi a modificare la loro sistemazione. Nel contempo tentavo, con piani che si sono sempre dimostrati difficili e alla fine impossibili, di catturare il tenente Perillo, ottima pedina per scambio con prigionieri. Intanto le prigioni fasciste continuavano a riempirsi di partigiani. La nostra lotta purtroppo era impari; non era possibile muoversi come sarebbe stato necessario. Il 6 gennaio, verso l’una di notte, mi incontravo con Masaccio, comandante della brigata «Martiri del Grappa» nella casa del colonnello Crestani a Bassano del Grappa. Si concordavano assieme azioni di sabotaggio e si definiva la zona di competenza delle due brigate: la « Giovane Italia» operava da Bassano su tutta la sponda destra del Brenta. A Bassano operava un gruppo di partigiani unitariamente ad operai delle Smalterie Venete, circa una ventina di unità male armate. Vivevano nelle loro famiglie; erano molto utili per informazioni, collegamenti e assistenza varia. A Cartigliano sul Brenta al comando di Aquila era una’ quarantina di partigiani discretamente armati e attivi. A Marostica c’era circa una ventina di partigiani, guidati dal tenente Piero Marchesini, modestamente armati, abitanti in zona collinare alle pendici dell’altipiano d’Asiago: buona attività. Il Negro guidava un gruppo più nutrito di partigiani sulla zona montana di Rubbio e di Valrovina; molti di essi erano mascherati nel lavoro con la Todt; discretamente armati, vivendo lontani dalle loro famiglie. Rappresentavano una forza di circa cinquanta uomini. A Nove, a disposizione del comando di brigata, c’era una decina di partigiani decisi e idonei alle operazioni più rischiose, abituati alla guerriglia e agli scontri armati. Vivevano nascosti nelle campagne. Nella località di Campese e Valstagna, lungo la Valsugana, agiva un altro gruppo di circa venti partigiani. La brigata nella zona d’azione poteva contare inoltre su un discreto numero di collaboratori e di famiglie amiche per ogni ospitalità e assistenza. La forza armata della brigata all’inizio del 1945 poteva essere considerata di circa 120-150 partigiani; l’armamento consisteva in moschetti di vario tipo: mitra e sten, pistole e bombe a mano; scarse le munizioni per le armi in uso. Si attendeva con urgenza il lancio alleato richiesto e intanto si recuperavano armi e munizioni dove ci venivano segnalate. Alla guida di queste forze armate c’erano ottimi ufficiali di complemento delle varie armi dell’esercito e sottufficiali ben preparati. Ero sicuro, nonostante la zona fosse infestata da nazifascisti, che non saremmo stati inferiori alle altre formazioni al momento ormai vicino della lotta finale per la liberazione. In attesa di questo momento, il comando militare di Vicenza mi faceva accompagnare dal tenente Magrin presso l’ambulatorio del professar Aslam di Vicenza per un controllo delle ferite che mi provocavano forti dolori alle gambe. Questo era anche dovuto al freddo umido patito durante l’inverno; ma la primavera era vicina. Si intensificavano direttamente o a mezzo delle staffette incontri con j CLN di Padova, Vicenza e Bassano. I miei continui spostamenti nella zona di comando e gli incontri con troppa gente, necessari per l’organizzazione, mi stavano chiudendo il cerchio di libertà e di movimento.
E cosi giunse il 4 febbraio, una domenica. Da qualche giorno avevo lasciato il mio rifugio a Nove e mi ero portato a S. Gaetano di Marostica, in una povera casa colonica di collaboratori, lungo la strada Vicenza-Bassano. Radio Londra aveva comunicato la frase convenzionale del lancio alleato di materiale ed armi da me richiesto attraverso la missione Rocco. La zona destinata al recupero del materiale paracadutato era compresa nella campagna circostante Villaraspa di Mason. Le squadre partigiane addette alle segnalazioni e al recupero delle armi erano già sistemate nei dintorni. Nel pomeriggio avevo mangiato nella stalla un piatto di minestra e polenta con formaggio. Aspettavo la sera, che doveva essere quella buona per il lancio. I contadini erano a curare il bestiame o in chiesa per le funzioni. Fuori rumore di passi e, attraverso i piccoli vetri appannati e sporchi, ombre di persone che si muovevano. Improvvisamente sulla luce della porta, aperta con violenza, un uomo con cappotto e cappello alla russa e con la pistola in mano mi intimava « mani in alto ». Era seguito da altri quattro. Mi alzavo dalla panca e uno di questi si affrettava a perquisirmi. Ero in maniche di camicia e senza pistola, che, come sempre quando ero ospite, avevo nascosta in una trave del porticato esterno. · La giacca era appesa ad un chiodo e purtroppo, nelle tasche, avevo un blocchetto con delle annotazioni, sia pure convenzionali, e in tre pacchetti distinti, ottantaduemila lire ricevute due giorni prima dalla staffetta Zaira.

La somma era stata assegnata alla brigata dal CLN, comando provinciale militare di Vicenza. Per fortuna, nell’eccitazione per avermi trovato e preso senza fatica, la giacca era passata inosservata. Nell’attesa mi avevano fatto sedere su una sedia con il petto appoggiato alla spalliera e le braccia penzoloni legate lungo le gambe della sedia. Erano arrivati da Vicenza in bicicletta ed erano preoccupati perché uno di loro era in ritardo e dovevano aspettarlo. Intanto il comandante della pattuglia cominciava a farmi delle domande e a darmi qualche violento schiaffo quando insistevo di non chiamarmi Villa ma Filato, di non essere partigiano e di trovarmi in quella casa di passaggio. Verso le sedici arrivava l’altro ciclista; allora, requisita per me una bicicletta ai contadini, si usciva sulla strada; mi legavano con una corda un polso al manubrio, mentre una donna, impietosita, usciva di corsa portandomi la giacca che io desideravo restasse appesa a quel chiodo. Naturalmente la giacca veniva subito controllata: il suo contenuto mi dimostrava non solo un bandito ma anche un rapinatore. Verso le diciassette il nostro gruppo si fermava in un bar in piazza a Sandrigo per bere qualcosa di caldo e un tè veniva offerto anche a me. Da questo momento iniziava per me una fase critica: li avevo sentiti dire che conveniva passare dietro il cimitero. Qualcuno aveva guardato con desiderio i miei scarponi e poi avevano recuperato tutti quei soldi. Un tremendo pensiero: questi mi ammazzano! Si riprendeva il viaggio; ero ben controllato. Avevo tanta paura: aspettavo sempre e speravo di non raggiungere mai quella zona, dove avrebbero potuto spararmi alle spalle durante il movimento. Non potevo scappare: mi sarei buttato contro un autocarro molto lento che venisse in senso contrario, e intanto pedalavo. Verso le diciotto si giungeva alla periferia di Vicenza; il cimitero non lo vidi mai. Venivo condotto, attraverso un cancello, nel cortile di una casa (la casa Penile), dove c’erano giovani in divisa della repubblica di Salò. Mi conducevano poi in un ufficio dove c’era un ufficiale in divisa di tenente. Sorpresa enorme per entrambi: era il tenente Bianchi della polizia ferroviaria di Firenze. Con lui mi ero incontrato tutti i giorni, per compiti in collaborazione alla difesa della stazione ferroviaria di Firenze, dal 25 luglio fino all’8 settembre del 1943, periodo in cui, ufficiale degli alpini, ero comandato a presidiare il complesso ferroviario con venticinque alpini. Molti ricordi e, forse, la sua indole onesta lo portavano a trattarmi bene ed a stringermi la mano. Venivo sistemato in una stanza confortevole, dove conoscevo Rizzoli. Ma successivamente mi accompagnavano in una villa vicina dove c’era l’ufficio politico del tenente Usai. Erano tutti piuttosto euforici e si limitarono a fare una distinta degli oggetti trovatimi addosso. Nella confusione riuscivo a togliere un foglietto che mi interessava e che infilavo lungo la caviglia nello scarpone e che poi in gabinetto facevo sparire. Ero così in qualche modo più. tranquillo. La prima notte passava senza note degne di rilievo. Solo nel pomeriggio del lunedì, dalla finestra che guardava la strada attraverso un giardino, vedevo scendere da una Lancia Ardea grigia il tenente Perillo e il capitano degli alpini Zilio; li conoscevo bene per averli sempre combattuti. Mi rendevo conto che erano venuti per vedermi. I due erano responsabili, con i tedeschi, del criminoso rastrellamento del Grappa e di azioni repressive nella zona di Bassano. Da quel momento vedevo la mia situazione cambiare. Mi conducevano ben scortato all’ufficio politico, dove i due ufficiali e il tenente Usai mi attendevano. Un breve interrogatorio, molte minacce. Venivo rimandato alla caserma, dove mi rinchiudevano solo in una umida cantina. La notte non riuscivo a dormire; il carceriere, un toscano, ogni tanto veniva a tenermi compagnia, chiacchierando attraverso la feritoia della porta. Al pomeriggio del martedì, condotto nuovamente all’ufficio politico, mi trovavo di fronte ad un vero tribunale: due colonnelli della SS tedesca, ancora Perillo e Zilio, Carità, Usai e due dattilografe. I due ufficiali tedeschi erano venuti per accusarmi di aver richiesto il bombardamento di Villa Ca’ Dolfin ‘ di Rosà, dove erano le carceri tedesche, e dell’uccisione di due loro collaboratori, mentre Zilio e Perillo erano venuti per riconoscermi. Zilio mi ordinava di scoprirmi il basso ventre e le gambe, e con una matita come indice, rilevava le sette cicatrici delle ferite da arma da fuoco subite sul Grappa, che dovevano confermare che io ero Villa, comandante di formazione partigiana sul Grappa e a Bassano. Carità non mi rivolgeva mai la parola e si limitava ad osservarmi attentamente. In tutto il tempo ho negato di aver richiesto il bombardamento ed ho potuto dimostrate che quando erano stati uccisi i due collaboratori tedeschi sul Brenta, nell’agosto del 1944, io ero ancora sul massiccio del Grippa. Rimanevo zitto quando Zilio declinava le mie generalità dopo avermi chiamato Villa. Conclusione: Perillo mi condannava a morte, stabilendo che sarei stato fucilato il mattino successivo, e che uguale sorte avrebbero subito i miei genitori. Ricordo che con ira dicevo a Perillo che io avevo scelto quella strada, mi era toccato il rovescio della medaglia, ma che nessun male fosse fatto ai miei genitori, che non c’entravano. Mi rivestivo e, sempre ben scortato, ritornavo nella cella in cantina. Notte tremenda; il carceriere mi portò mezza bottiglia di grappa che bevvi quasi d’un fiato. Così intontito aspettavo il mattino e la fine. Tutto invece andò bene, perché verso le nove il vecchio carceriere toscano veniva a comunicarmi che dovevo cambiar cella. Mi trasferirono in una stanza al primo piano con un poggiolo, un materasso asciutto per terra, dove, appena sdraiato, cadevo in un sonno profondo. Venivo svegliato, non so quanto tempo dopo, da un calcio sulla schiena: era Carità seguito da altri. Veniva a dirmi che si era opposto alla decisione degli altri, perché era sicuro che avrei accettato una sua proposta. Con questo se ne andava. Il giorno dopo, mercoledì, nel pomeriggio, su una Fiat 1500, insieme all’ingegner Griso di Schio, ammanettato, venivo scortato da Vicenza a Padova in via S. Francesco: entravo a Palazzo Giusti. Lungo una scalinata raggiungevo una soffitta con poca luce, dove si trovavano delle persone, alcune sedute, altre sdraiate su brande. Mi veniva incontro una figura alta, barba e capelli bianchi; era il professor Meneghetti che, abbracciandomi, mi diceva sottovoce: «Villa, stai attento a tutto, non parlare con nessuno, diffida di tutti e delle domande amichevoli che ti vengono rivolte ». Mi conosceva da quando ero al comando della brigata « Italia Libera » sul Grappa. Stavo cercando di addormentarmi quando, verso mezzanotte, ero prelevato e condotto in una sala molto illuminata. C’erano molte persone; qualcuno mi sembrava ubriaco. Cerano anche delle donne e. seduto dietro una scrivania, Carità, che mi fece sedere. La sua curiosità si indirizzava soprattutto su noi partigiani e sulla tattica usata dai nostri attaccanti durante il rastrellamento del Grappa. L’argomento mi era facile: potevo di· mostrare il valore e la volontà delle formazioni partigiane con i risultati della resistenza sostenuta e dei suoi martiri. Mi dava l’impressione, mentre gli altri stavano in silenzio, che, ascoltandomi, provasse ammirazione; capivo subito dopo che stava per farmi una proposta. Cominciò dicendomi che aveva stima degli alpini e che a La Longa di Sandrigo stava costituendo un battaglione con molti elementi ex partigiani. Diceva che mi avrebbe dato la libertà e il grado di capitano comandante quegli alpini. Risposi che non potevo accettare, perché La Longa era compresa nella zona della mia brigata partigiana e che se avessi fatto questo sarei stato ammazzato dai miei partigiani. Mi permettevo timidamente di dire che sarei andato piuttosto come alpino semplice alla «Monte Rosa)} sul confine francese. Quasi in coro, dietro di me, sentii la risposta: «Si, cosi puoi scappare con i partigiani francesi!» Nella confusione, credo sia stato Squilloni in stato di ubriachezza a tirarmi un violento pugno sul fianco sinistro. Carità mi rimetteva in libertà, consigliandomi di pensarci bene. Il pugno mi lasciava un forte dolore per diverso tempo: mi aveva rotto due costole che ancora oggi sporgono dal torace mal aggiustate. Non ritornavo più in soffitta; attraversato il giardino e il porticato delle scuderie, salivo una scaletta; giunto al primo pianerottolo, entravo in una piccola cella senza finestra, una forte lampada sempre accesa, due cuccette a castello, di cui quella superiore già occupata e l’altra libera per me. Il compagno di cella, con la testa rapata a zero, era Spartaco. Il letto di tavole era corto e stretto, con un materasso fatto di tela di sacco e riempito di segatura e trucioli di legno; lo spazio per camminare era sufficiente per uno dei due a turno. Il muro di tavole dove erano appoggiati i letti a castello nascondeva dei piccoli microfoni, installati per ascoltare le nostre conversazioni. Noi lo sapevamo; o stavamo zitti o facevamo discorsi generici o ci arrangiavamo con segni delle mani e della bocca. In queste condizioni rimasi fino alla liberazione. Qualche giorno dopo venivo chiamato ancora nell’ufficio di Carità, che mi rinnovò,", la proposta il comando del suo battaglione alpino, ed io insistevo sull’alternativa di essere trasferito alla divisione «Monte Rosa . sul confine francese. Questa volta Carità si irritava e Corradeschi iniziava a martellarmi contemporaneamente con le due mani aperte all’altezza delle tempie, orecchie e guance. Durò qualche minuto e poi fui riaccompagnato in cella. Carità non mi parlò più di questa sua idea. Una sera fui messo a confronto con Nino Bressan e con don Luigi Panarono dal tenente Castaldelli, detto «il prete »: ci siamo riconosciuti. Tutto finiva là ed ognuno di noi tornava scortato alla sua cella. Qualche paura e molti timori, ma oggi mi rendo conto di essere stato fortunato: la mia cattura era avvenuta quando per la banda Carità finiva il tempo della supremazia’ repressiva e dispotica, ed ognuno di loro pensava a crearsi delle posizioni di sicurezza e degli alibi per il momento della resa dei conti. Pochi giorni prima della liberazione, quando Carità preparava con altri la sua fuga verso il nord, temevo mi prendesse come ostaggio per superare le difficoltà dei blocchi e delle reazioni partigiane della pianura bassanese e della Valsugana.

Per fortuna la mia si rivelava una preoccupazione inutile: Carità partiva verso il nord con i suoi complici, mentre venivo liberato con tutti gli altri, uno degli ultimi giorni dell’aprile 1945. Uscito da Palazzo Giusti, ho visto, mescolato alla folla festante, con il tricolore al braccio e un salvacondotto del CLN, il tenente Usai, che passeggiava tranquillo. L’ho arrestato e trasportato a Vicenza consegnandolo poi alla Questura. Quindi raggiungevo Bassano in tempo per assumere nuovamente il comando della mia brigata partigiana. Molti ricordi di quel periodo trascorso con monotonia e con l’unico sostentamento della speranza: l’ora di aria su quella grande terrazza, i tristi canti alpini, le novità clandestine sull’andamento della guerra, l’alternarsi di delusioni e speranze, il nostro contegno dignitoso che metteva in imbarazzo i nostri peggiori carcerieri e, soprattutto, le meravigliose figure del professar Meneghetti, del professar Ponti, di Attilio Gombia, esempi per me indimenticabili di uomini che, al di sopra del valore della loro vita, avevano posto quella della loro fede in una lotta giusta e democratica.

Banda Carità – La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo

La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo

Dopo le lunghe ossessionami giornate trascorse nel salone di Palazzo Giusti (ed altri meglio di me descriveranno le allucinanti nottate nel dormiveglia o negli « interrogatori, Mariano Rossi ed io veniamo trasferiti sopra le scuderie, nel locale dove un tempo venivano riposte le fruste. È un ambiente di circa sedici metri cubi – quattro di lunghezza, due di altezza e due di larghezza – chiuso ermeticamente, con la luce sempre accesa e diviso in due scomparti, ognuno con due cuccette sovrapposte. Nello scompartimento anteriore ci sono già il ragioniere Randi e un cameriere del Pedrocchi; per loro fortuna nella porta c’è lo spioncino aperto, attraverso il quale entra un po’ d’aria. Nel nostro scompartimento troviamo una coperta e cerchiamo di dormire, ma il freddo intenso ce lo impedisce e allora ci sistemiamo tutt’e due nella cuccetta superiore; disposti con la testa vicino ai piedi dell’altro, per ragioni evidenti non respiriamo più. Sono due mesi che non ci laviamo! Ci mettiamo allora con le teste appaiate, ma la cuccetta è stretta, spigolosa; ogni tanto dobbiamo girarci, cambiare posizione. Impossibile farcela, anche perché Mariano si sente mancare l’aria ed ha il cuore con il battito irregolare. Finalmente viene giorno. Ce lo comunica Randi dalla cella accanto. Chiediamo a Gonelli, il carceriere, se ci fa fare qualcosa e siamo quasi subito accontentati. Evidentemente il nostro angelo custode si dà da fare per noi. Spacchiamo legna, facciamo le pulizie, portiamo il rancio agli altri detenuti ed in questo modo immagazziniamo ossigeno per la notte e possiamo dare utilissime informazioni agli amici. t un collegamento prezioso. Inoltre, un po’ rubacchiando e un po’ chiedendo, riusciamo a portare supplementi di viveri alle nostre donne. Abbiamo anche raccolto della paglia e dei trucioli per i nostri giacigli. Un giorno ci viene ordinato di andare a prendere il carbone in cantina, ma questa è allagata e noi, pur mettendocela tutta, non riusciamo a far gran che. Stiamo lavorando, quando nel buio della cantina entrano due persone con un grosso tubo; si sente un motore in azione e vediamo l’acqua abbassarsi lentamente. I due si avvicinano e vediamo che la loro non è la divisa delle SS. Sono vigili del fuoco di Padova. chiamati per questa operazione. Metto di guardia Mariano sulla porta della cantina e informo minutamente i due vigili su quello che avviene a Palazzo Giusti, faccio loro un dettagliato elenco delle personalità padovane imprigionate e torturate e raccomando di mettere in azione la catena orale di S. ‘Antonio, in modo che la cittadinanza ed il CLN siano messi al corrente della vicenda. Mi assicurano di farlo e se ne vanno molto commossi e consapevoli dell’importanza della loro missione. Mariano e io discutiamo il pro e il contro della questione e concludiamo che se il maggiore Carità viene a conoscenza della cosa, ci aspetta un’altra scarica di botte. Pazienza! Una scrollata di spalle e tutto finisce li. Circa otto o nove giorni dopo, Gino Cerchio è a colloquio (si fa per dire) col maggiore Carità e si accorge che sul tavolo c’è un manifestino del CLN. Carità infuriato fra una bestemmia e l’altra, glielo fa leggere: è una denuncia alla popolazione di tutto quello che avviene a Palazzo Giusti. Carità dice inoltre a Gino che il Vescovo di Padova ha chiesto di visitare i prigionieri proprio sulla base di quel manifestino e che la visita avverrà l’indomani. Ci vien dato l’avvertimento che guai a noi se dovessimo far parola di quello che abbiamo subito. Mi viene permesso di chiedere al Vescovo dei generi alimentari. Al mattino, poco prima dell’ora stabilita per la visita, tutte le porte delle celle vengono spalancate. Il Vescovo arriva, entra, parla con Randi, poi fa due passi avanti, si rende conto del genere di vita che conduciamo e istintivamente fa un passo indietro, come per far riserva di naso. Poi, deciso, rientra e cosi si presenta: « Sono il Vescovo di Padova e sono venuto a portarvi la mia benedizione ».

La visita del Vescovo ” lo pronto: « Grazie, Signor Vescovo, ma veda, noi siamo di Vicenza … ». « Si – mi interrompe – ma sono io che ho la giurisdizione su questo carcere ed è mia l’autorità di portare a tutti i carcerati il conforto della Fede ». «Ma, Signor Vescovo, io volevo dirle che, essendo noi di Vicenza, le nostre famiglie non ci possono portare da mangiare e qui noi ne abbiamo ben poco; perciò se Lei potesse mandarci qualcosa, noi tutti gliene saremmo riconoscenti ». «Ecco – mi risponde il Vescovo – il mio segretario vi darà qualcosa ». Lo ringrazio commosso, Mariano addirittura si precipita a baciargli l’anello o la mano, non so bene. Esce il Vescovo ed entra il segretario che ci porge … un santino per ciascuno. Non so di quale santo. Quel che è certo è che non avevamo fede abbastanza per renderlo commestibile. Due giorni dopo, però, il carceriere Gonelli mi chiama e mi consegna due pacchi di marmellata e formaggio. Mi faccio accompagnare in giro dai miei compagni di galera per avvertirli che il Vescovo si è ricordato di noi e tutti, dico tutti, mi rispondono che è roba mia perché io solo l’avevo chiesta. Inutile dire che, sotto la sorveglianza di Gonelli, tagliai quei tesori in parti eguali e li distribuii a tutti. Da quel giorno ci venne distribuito anche del pane in più, e questo lo dobbiamo pure al Vescovo, Monsignor Agostini Devo aggiungere che, dopo la guerra, egli venne mandato a reggere il Patriarcato di Venezia. A una nostra richiesta di fargli visita per esprimergli personalmente la nostra riconoscenza, ci rispose tramite Ida D’Este; ci ringraziava del gentile pensiero ma le sue condizioni di salute non gli permettevano di riceverci. Di li a poco ci lasciò per sempre. Noi lo ricordiamo con tanta gratitudine.

 

 

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La Banda Carità – Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

 

 

La Banda Carità

 

Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

La mattina del 3 gennaio 1945 verso le nove, tre agenti del comando di Palazzo Giusti suonarono il campanello della mia abitazione. Uno di essi rimase a far da palo davanti alla porta di casa; gli altri due, accampando un puerile pretesto di dovermi comunicare qualcosa per conto del Conservatorio di Milano, salirono sino al salotto e alla camera da letto. Dopo aver chiesto e avuto conferma che bisognava seguirli sino al Palazzo di via S. Francesco, mi vestii in fretta e alle 9,30 ero già arrivato a destinazione. A dire il vero non era la prima volta che varcavo quelle soglie in qualità di prigioniero. La sera del 20 dicembre 1944, quindici giorni prima, ero capitato in casa dell’amico Umberto Avossa, puro combattente dell’antifascismo, per informarmi della sua salute malferma; e vi ero capitato proprio mentre uno sbirro del maggiore Carità vi si trovava allo scopo di arrestarlo. Non parve vero al poliziotto di cogliere due piccioni con una fava. Dopo aver esaminato i miei documenti personali, mi ficcò dentro una automobile che sostava in quei pressi e in pochi istanti mi portò alla base. Quella sera le cose andarono molto lisce. Verso le nove e mezzo fui introdotto nell’ufficio del tenente Trentanove che mi sottopose a interrogatorio: si riesaminarono le mie carte, e, dopo qualche investigazione circa le mie relazioni personali con l’Avossa, gli inquirenti, tra i quali era attentissimo lo sbirro che mi aveva arrestato, si convinsero del «caso fortuito », e senza manco stendere un verbale dell’interrogatorio mi rilasciarono in libertà, dopo che ebbi firmato la regolare diffida di nulla rivelare di quanto avevo veduto ed udito nell’interno del Palazzo.

 

Questa facile risoluzione dell’incidente indusse erroneamente me, familiari ed amici a ritenere che altro pericolo mi incombesse almeno per il momento: ma non doveva pensarla cosi il maggiore Carità che provvide, in modo più efficace pochi giorni dopo, alla mia sistemazione. A gennaio erano giunti con me (tra i molti di cui non ricordo più il nome) ed erano stati riuniti nella stanza dei tenenti Baldini e Trentanove, il colonnello Maniano, il maggiore Marangalo e la dottoressa Baricolo. Le prime operazioni furono, naturalmente, la perquisizione e il sequestro di quanto avevamo con noi. La signorina incaricata, che seppi poi rispondere al nome di Renata Chicco (una biondina allampanata liquescente con due occhietti cisposi di sinistra civetta) stese a lapis un rapido inventario su di un quaderno: corrispondenza, oggetti personali, portafogli, portamonete, tutto fu accatastato in una grossa busta di carta e rinchiuso in un armadio a saracinesca. Vuotate le tasche e alleggeriti i rispettivi proprietari dei contenuti delle medesime, ci si rimandò nell’anticamera ad … aspettare. Aspettare che cosa? Mah! Probabilmente l’interrogatorio. Ci cullavamo tutti nella fiducia di un sollecito interrogatorio. Ma era un’illusione. Quella prima giornata passò, come le successive, lenta e funerea, rotta solo da un macabro episodio che doveva essere il primo di una tristissima serie. Poco dopo le tre del pomeriggio, dalla camera attigua a quella dove avevamo subito la perquisizione, si udirono dei singulti repressi, dei lamentij, interrotti da qualche grido di dolore. Verso le cinque si apri improvvisamente la porta, ne uscirono, passando in mezzo a noi e diretti al piano superiore ove si trovava un’insufficiente infermeria, prima un battistrada, poi uno dei carcerieri che reggeva sulle spalle lo sventurato uscito fresco fresco dalle torture. Era in stato evidente di pieno collasso fisico e aveva il capo riverso sulla spalla di colui che lo sosteneva: non riuscii perciò a vederlo in volto, ma, dai capelli che aveva foltissimi e da qualche altro particolare somatico, dedussi che dovesse essere giovane. Come finale di coda veniva poi il capitano medico che non si stancava di ripetere a coloro che lo precedevano: « Presto, presto: una branda, un materasso e una iniezione prima che succeda il peggio ». Assistemmo muti e sconvolti al passaggio del triste corteo: i presagi di sventura che vagavano nell’aria sembravano confermati dal tetro spettacolo offertoci. Un’altra conferma, teorica questa ma non meno impressionante, ci venne alla sera stessa, allorché intruppati e raccolti nella sala dove aveva avuto luogo la tortura diurna e dove passammo la notte, uno dei sorveglianti (alto nella persona, con un pellicciotto sino alle ginocchia e l’immancabile mitra a tracolla) usci a dire tra una parolina e l’altra

« Questo luogo è l’inferno per i colpevoli ». Come Dio volle la notte passò, e alle prime luci dell’alba fummo avviati al «salone », dove io rimasi sino al momento della scarcerazione. La seconda giornata, il 4 gennaio, fu contrassegnata da un avvenimento di tutt’altra natura. Verso il tocco si udì il sibilo delle sirene di allarme aereo e di li a pochi istanti gli apparecchi anglo-americani ci rombavano sulla testa. Entrò allora nel salone il tenente Trentanove, seguito da due o tre dei suoi scherani. Sghignazzando e schernendoci, gridava con quanto fiato aveva in corpo: «Sarete contenti, sono qui i vostri amici, i vostri fratelli… ». Ma le sue parole furono repentinamente sepolte da una formidabile esplosione che mandava in frantumi i vetri del palazzo, comprese tre finestre del salone che ci ospitava. Per rimettere un po’ d’ordine nello scompiglio che ne seguì, ci venne ordinato di scendere in giardino e di appostarci in una piccola trincea scavata di fresco. La trincea non aveva alcun riparo. Era stata prescelta per questo? Forse. Nulla essendo accaduto di grave, la conseguenza dell’esplosione fu che la temperatura del salone, già rigida, scese ancora e le notti divennero sempre più dure. La giornata memorabile coincise indubbiamente col 7 gennaio, una domenica. Di buon mattino, in seguito ad un forte attacco artritico, chiesi di essere visitato dal medico, il quale riconobbe l’esistenza del morbo, ma alla mia richiesta di avere un letto su cui riposare durante la notte obiettò che l’accoglimento dell’istanza dipendeva dal comandante. Non me lo feci ripetere due volte e me ne ritornai rassegnato nel salone, dove fervevano già i preparativi per l’imminente rapporto che si teneva nell’attigua sala dell’amministrazione. Al rito presieduto dal comandante, tutti indistintamente, ufficiali e sguatteri che fossero, dovevano convenire, e alla fine della cerimonia intonavano coralmente un refrain di cui non riuscii, per quanto aguzzassi le orecchie, a cogliere le parole, ad eccezione di tre: farabutti e maggiore Carità. I farabutti, si capisce, erano i prigionieri passati, presenti e futuri, e l’idoleggiato era il maggiore Carità. Nel tardo pomeriggio del medesimo giorno si poté notare che un avvenimento sensazionale stava allietando le inquiete anime dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uno sbatacchiar confuso di porte, un andirivieni inconsueto di sbirri, un tramestio generale erano i segni infallibili che la cacciagione doveva essere stata eccellente e aver riportato qualche cospicua preda. Il rimbombo del portone di strada si faceva sempre più frequente: macchine entravano ed uscivano di continuo. E nella sbirraglia un mal celato senso di soddisfazione trapelava da ogni gesto. Il colpo era stato grosso per davvero. Era la cattura di Egidio Meneghetti, insigne farmacologo dell’Università, l’animatore del movimento padovano di resistenza. Ricercato da mesi era riuscito a sfuggire fino a quel fatale 7 gennaio, quando nella rete stesa attorno alla casa di cura Palmieri cadde anche lui. Ce lo trovammo cosi ospite del salone in pigiama e in pantofole e, siccome era un cliente di riguardo, ammanettato. La notte che segui (notte di tregenda, la definì il mio vicino di prigionia, il caro Luigi Faccio, ultimo sindaco di Vicenza libera prima dell’avventura fascista) fu movimentata tanto quanto lo era stata la sera. Il salone rigurgitava di facce nuove. Gli interrogatori si succedettero ininterrottamente agli interrogatori e la tortura funzionò implacabilmente sino al mattino, quando il tenente Baldini entrò ballonzolando in salone e gridò: « Li becco tutti, ormai li ho tutti nelle mani ». I« tutti» erano i componenti il CLN.

Evidentemente sorretta e foraggiata dai tedeschi (ogni sera due o tre ufficiali superiori tedeschi passavano dal salone ed erano introdotti nella stanza del Comandante con sonori « Heil Hitler») l’organizzazione poliziesca di Palazzo Giusti presentava, anche all’occhio di un superficiale osservatore, aspetti enigmatici. Uno di questi era l’impalcatura disciplinare sulla quale doveva reggere la struttura dell’organismo. A star a sentire qualche basso gregario (c’era ad esempio un piantone lucchese, tale Rustici, che quando si sentiva sicuro di non essere sorpreso dal comandante si lasciava trascinare dalla nativa loquacità a interessanti confessioni) doveva trattarsi di una iperdisciplina, nel senso più spietatamente militaristico. Episodi di brutalità non mancavano, a dire il vero. Di uno fu protagonista proprio il Rustici, il quale in un momento di debolezza accese con la propria sigaretta il mozzicone di un prigioniero. Proprio in quell’istante il Carità spalancò la porta e colse il Rustici nell’atto. Avvicinatosi, come una belva infuriata, al disgraziato piantone, gli urlò sul viso: «Quando mai imparerete a far i soldati? » e gli assestò due potenti ceffoni che lo fecero ruzzolare per parecchi metri. Per converso, non era difficile notare come i ragazzi diciottenni, i più umili nella scala gerarchica, stessero spesso a braccetto dei graduati e degli ufficiali in atteggiamenti di confidente dimestichezza. E gli interrogatori? Si svolgevano sempre

« coram populo », in un perenne viavai di gente che entrava ed usciva, talvolta sedeva accanto all’interrogato, ne ascoltava la deposizione, interferiva o se ne andava a seconda dei casi. In nome di quale autorità, codesti galantuomini, che certamente a casa loro avevano non pochi conti da regolare con la giustizia e che perciò l’avanzata degli alleati aveva sospinto dalla Maremma e dalla Garfagnana sulle rive del tranquillo Bacchiglione, si erano insediati a Palazzo Giusti per costituirvi una superiorità politica, che non doveva render conto a nessuno del proprio operato? ~ impossibile saperlo. Qualcuno potrebbe semplicemente commentare: «Cose della sepolta Repubblica Sociale» e con ciò probabilmente sarebbe detto tutto. Il fatto è che, una volta pescati e portati li dentro una volta chiuso alle spalle il pesante portone che ergeva sinistro come una pietra tombale, i poveri prigionieri sapevano solamente questo: che le alternative a loro disposizione erano o la fucilazione o tre campi di concentramento in Germania diversamente graduati a seconda della gravità dell’imputazione, o – ipotesi ultima ma quasi sempre da escludere – la scarcerazione. Garanzie di procedura? Norme di legge? Nessuna. Diritto di difesa? Nessuno. Tutto era abbandonato all’arbitrio dei facinorosi, governati da un turpe ,ossesso, a cui, per antitesi ironica, il destino aveva imposto il più. cristiano dei nomi: Carità. Discepolo prediletto del famigerato seviziatore Koch, di età e statura media, pallido e glabro nel volto, con occhi torvi e feroci, sempre in abito borghese, il maggiore Carità camminava col passo agitato del cane che sta braccando la preda. Aveva seco due figlie giovanissime, attive operanti e partecipanti della sua triste bisogna. Accanto a loro, parecchie altre femmine lavoravano o ai servigi più umili o negli uffici investigativi e di amministrazione in qualità di scenografe e dattilografe. Il gennaio del 1945, particolarmente rigido, non favoriva il soggiorno nel salone centrale del Palazzo, dove i prigionieri dovevano sostare in attesa di essere interrogati e poi rinviati alle celle, per le quali erano stati sistemati il piano terra ~ il piano superiore. (Il piano nobile era riservato agli uffici e alle stanze di abitazione del comandante e dei suoi diretti collaboratori quali il tenente Baldini e il tenente Trentanove). La sosta nel salone poteva durare anche qualche settimana, come è capitato a chi scrive, e le giornate che bisognava trascorrere seduti sui canapè, accanto alle camere di tortura ove si svolgevano gli interrogatori degli arrestati, erano orrendamente lugubri. Gli urli e i singulti degli sventurati pazienti, che talvolta non ebbero tregua dalla mezzanotte al mattino, rappresentavano la « berceuse» dei prigionieri raccolti nel salone e pareva ammonissero: « Ora ci siamo noi, ma domani toccherà a voi ». Di tanto in tanto, si spalancava la porta d’accesso sullo scalone i servi si facevano innanzi con vassoi ricolmi di bottiglie, bicchieri e panini imbottiti. Tra una tortura e l’altra i seviziatori e le seviziatrici si ristoravano con spumante, per riprendere con rinnovato vigore il loro lavoro, onde Franca Carità alla vista di una povera vittima sfigurata nel volto e nel corpo dalle percosse e dai supplizi operati con dispositivi elettrici, poteva esclamare: «Toh! guarda com’è buffo ». ‘Ma i tormenti fisici, a cui erano fatti segno i prigionieri più importanti, quelli cioè che avevano gravi rivelazioni da fare, si mescolavano con perversa abilità del comandante e dei suoi assistenti ai tormenti morali. Un sacerdote della diocesi di Treviso mi raccontava come alla fine del terzo interrogatorio fosse stato trattenuto al solo scopo di fargli ascoltare una sequela di barzellette oscene. Il degno sacerdote supplicava con gli occhi di essere rimandato nel salone, ma invano. Sadismo e ferocia: ferocia e sadismo si alternavano regolarmente a ispirare la condotta dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uomini e donne, allorché entravano in mezzo ai prigionieri, non lo facevano se non fischiando, cantando, slittando sull’impiantito, in segno di perenne giubilo, che, nelle prime giornate di gennaio, s’era tramutato in baldanzosa fiducia nella vittoria della croce uncinata, auspice la controffensiva del maresciallo von Rundstedt nelle Ardenne. « Torniamo a Parigi » urlava una mattina il tenente Baldini. Infatti, s’è visto. Oggi il maggiore Carità ha chiuso la sua brava esistenza, ucciso da soldati americani sulle Dolomiti di Siusi i suoi collaboratori vagheranno raminghi e sperduti in cerca di quella pace che non scenderà sui loro spiriti esacerbati, né al di qua, né al di là del limite.

Sull’imbrunire del 15 gennaio potei lasciare Palazzo Giusti. Mentre stavo raccogliendo le mie cose dalle mani della signorina Chicco, mi si piantò improvvisamente dinanzi il maggiore Carità chiedendo se la mia istruttoria fosse completa. Mi affibbiò poi una patente di ex affiliato alla massoneria, diffidandomi dal frequentare i cattivi amici e gli ancor peggio ambienti che, a detta sua, frequentavo. Ma mi lasciò andare. Seppi poi che si era pentito di questo gesto magnanimo e che avrebbe voluto ripigliarmi, se altre cure più gravi ed assillanti non si fossero addensate sul suo capo. Al primo contatto coll’aria libera il passo vacillava. Guardai in alto. Le finestre erano illuminate. Si lavorava lassù. Continuava l’orrenda fatica. La gola era stretta, il cervello opaco. Cercavo, senza riuscirvi, di rimettere un po’ d’ordine nella somma di esperienze morali, anzi umane, che m’era venuta da quel pur breve soggiorno. Sentivo che la somma era grande e l’ammaestramento decisivo. Quei pochi giorni valevano bene più che tutta una vita. Mi incamminai, affrettando il passo. Mi sospingeva un puerile desiderio: rientrare a casa prima che annottasse del tutto.

Dal «Gazzettino,. Del 15 settembre 1947.

 

 

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

9 L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

Da più di tre mesi mi trovavo a Palazzo Giusti: tanti momenti drammatici e angosciosi avevo passato, ma sempre grande era l’apprensione nel vedere, attraverso il piccolo finestrino della cella, passare i carcerieri; l’angoscia poi si faceva più forte quando qualcuno dei miei compagni veniva chiamato per essere interrogato. No, non riuscivo ad adattarmi! Sempre più vivo sentivo il bisogno della libertà, mentre una profonda tristezza m’invadeva l’anima. Ricordo però sempre quell’8 aprile 1945 che portò nel mio cuore: un soffio di serenità e di poesia: compivo quel giorno 21 anni. Ero addetta con il caro Giordano alla distribuzione del caffè e anche quel mattino il carceriere mi fece uscire per adempiere a1 mio compito. Affacciatami alla prima cella con il mestolo in mano, pronta il versare quella bevanda che del caffè aveva soltanto il colore, mi sentii fare gli auguri e qualcosa, quasi furtivamente, mi venne messa in mano. Via via che passavo, tutti, allegramente, festosamente, mi facevano gli auguri offrendomi qualcosa. Ed io, che ero uscita anche quel mattino con la gola serrata dalla tristezza, a poco a poco sentivo quel nodo sciogliersi e un calore nuovo, nato dalla solidarietà e dall’amicizia vera, mi prendeva tutta, rendendomi stranamente felice. Rientrata in cella con il mio tesoro, mi sedetti ancora tutta confusa sulla cuccetta: avevo in grembo delle caramelle, qualche frutto, vari pezzetti di dolce e di pane casalingo. Silenziosamente osservavo tutto ciò, pensando alle rinunce dei miei compagni per farmi passare quel giorno più lieto degli altri. Cari, indimenticati amici, quanti ne mancano ora, dopo venticinque anni! voi lo sapevate, nonostante le vostre gravi preoccupazioni, che con le vostre buone parole, con le vostre offerte, con i vostri chiassosi auguri, mi avreste ridato la forza di andare avanti, di superare le buie giornate piene di inquietudine e di incertezza che senz’altro avremmo dovuto ancora passare, prima di giungere al grande giorno della libertà. Ecco, cosi entrai nella maggiore età. Tutte le giovani festeggiano questa data con più o meno sfarzo, per poi averne sempre un caro ricordo. Ebbene, io, rinchiusa in una piccola cella, ricevetti un regalo di umanità che resterà impresso indelebilmente nel mio cuore.

Erminia Gecchele – Il silenzio

Il silenzio di Erminia Gecchele
Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte sa innalzarsi al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti. Se può essere alta soddisfazione conoscere profondamente la psicologia umana, non è altrettanto piacevole doverla studiare attraverso un’esperienza pratica cosi amara, da riportarne per la vita indelebili i segni delle sue opere. Ricordo un episodio da me vissuto nel tempo più infelice e disonorante della storia del popolo italiano. Entusiasta di un ideale e orgogliosa di portare il mio umile granello alla grande causa della libertà soffocata, ero entrata nelle file partigiane cercando di fare tutto quello che potevo. Alle ore 14 del 31 dicembre 1944, su una sgangherata bicicletta, transitavo in località Alte di Montecchio, dove dovevo consegnare a una staffetta un messaggio per il comando della divisione -II earemi •. La mia mansione stava per concludersi, quando alcuni colpi di pistola crepitarono al mio fianco e due voci, in tono risoluto e minaccioso, mi intimarono l’alt. I due fascisti buttarono nel fosso la mia bicicletta e puntarono l’arma alla mia testa. In quel momento ho perso la speranza della vita e ho visto intorno a me il buio. Ma mi sono subito ripresa e sono riuscita a ingoiare il biglietto del messaggio.

Al pressante interrogatorio che ne è seguito, ho provato a fingere di non saper niente, ma inutilmente. Ero stata tradita, e cosi, dopo un’abbondante porzione di legnate, venni portata alle carceri di Vicenza. Qui cominciò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture. Per me il mondo si era rimpicciolito alle pareti della cella, e la speranza del sole, della libertà e della salvezza era completamente scomparsa. Mi sentivo definitivamente perduta, rassegnata a sentivo di minuto in minuto stritolare dagli artigli di quegli inumani briganti senza dio e senza legge, dalle mani insanguinate e dalla bocca sporca. Dopo due giorni di tale trattamento, mi portarono a Palazzo Giusti, alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole, solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista. A Palazzo Giusti non ero più sola; avevo con me altri disgraziati, persone di alto e universale valore letterario e scientifico, come i professori Meneghetti, Palmieri, Volpara, Ponti, «Ascanio», Faccio e tanti altri, che con le loro sagge parole sapevano rinforzare la nostra tempra, rinsaldare la nostra volontà, riaccendere la speranza, risollevarci al di sopra del fango nel quale dovevamo vivere, trascorrendo con profondi sospiri i lenti e lunghi minuti degli snervanti interrogatori e delle torture sempre nuove e perfezionate, fatte per strapparci nello spasimo del dolore qualche indicazione, qualche nome, qualche piano. Sarebbe bastato pronunciare un nome per provocare la catastrofe di un paese, per gettare nel rogo della rappresaglia persone, famiglie, paesi. L’enorme responsabilità della segretezza pesava sulla nostra coscienza e ci rendeva più forti della ferocia fascista. Tutto finiva nell’assoluto silenzio, unica sperimentata salvezza. Quello che ho passato a Palazzo Giusti fino al 27 aprite del 1945, giorno in cui per opera del Patriarca di Venezia, del Vescovo e del Questore di Padova venni portata al collegio delle Suore Canossiane, mi è sempre vivo e presente. Due giorni dopo, il 29 aprile, potei tornare libera al mio paese, riabbracciare i miei cari e testimoniare agli amici con i segni profondi e indelebili della tortura la mia sofferenza, la mia fede e il mio contributo alla causa della libertà.
Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972