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La Banda Carità – Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

 

 

La Banda Carità

 

Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

La mattina del 3 gennaio 1945 verso le nove, tre agenti del comando di Palazzo Giusti suonarono il campanello della mia abitazione. Uno di essi rimase a far da palo davanti alla porta di casa; gli altri due, accampando un puerile pretesto di dovermi comunicare qualcosa per conto del Conservatorio di Milano, salirono sino al salotto e alla camera da letto. Dopo aver chiesto e avuto conferma che bisognava seguirli sino al Palazzo di via S. Francesco, mi vestii in fretta e alle 9,30 ero già arrivato a destinazione. A dire il vero non era la prima volta che varcavo quelle soglie in qualità di prigioniero. La sera del 20 dicembre 1944, quindici giorni prima, ero capitato in casa dell’amico Umberto Avossa, puro combattente dell’antifascismo, per informarmi della sua salute malferma; e vi ero capitato proprio mentre uno sbirro del maggiore Carità vi si trovava allo scopo di arrestarlo. Non parve vero al poliziotto di cogliere due piccioni con una fava. Dopo aver esaminato i miei documenti personali, mi ficcò dentro una automobile che sostava in quei pressi e in pochi istanti mi portò alla base. Quella sera le cose andarono molto lisce. Verso le nove e mezzo fui introdotto nell’ufficio del tenente Trentanove che mi sottopose a interrogatorio: si riesaminarono le mie carte, e, dopo qualche investigazione circa le mie relazioni personali con l’Avossa, gli inquirenti, tra i quali era attentissimo lo sbirro che mi aveva arrestato, si convinsero del «caso fortuito », e senza manco stendere un verbale dell’interrogatorio mi rilasciarono in libertà, dopo che ebbi firmato la regolare diffida di nulla rivelare di quanto avevo veduto ed udito nell’interno del Palazzo.

 

Questa facile risoluzione dell’incidente indusse erroneamente me, familiari ed amici a ritenere che altro pericolo mi incombesse almeno per il momento: ma non doveva pensarla cosi il maggiore Carità che provvide, in modo più efficace pochi giorni dopo, alla mia sistemazione. A gennaio erano giunti con me (tra i molti di cui non ricordo più il nome) ed erano stati riuniti nella stanza dei tenenti Baldini e Trentanove, il colonnello Maniano, il maggiore Marangalo e la dottoressa Baricolo. Le prime operazioni furono, naturalmente, la perquisizione e il sequestro di quanto avevamo con noi. La signorina incaricata, che seppi poi rispondere al nome di Renata Chicco (una biondina allampanata liquescente con due occhietti cisposi di sinistra civetta) stese a lapis un rapido inventario su di un quaderno: corrispondenza, oggetti personali, portafogli, portamonete, tutto fu accatastato in una grossa busta di carta e rinchiuso in un armadio a saracinesca. Vuotate le tasche e alleggeriti i rispettivi proprietari dei contenuti delle medesime, ci si rimandò nell’anticamera ad … aspettare. Aspettare che cosa? Mah! Probabilmente l’interrogatorio. Ci cullavamo tutti nella fiducia di un sollecito interrogatorio. Ma era un’illusione. Quella prima giornata passò, come le successive, lenta e funerea, rotta solo da un macabro episodio che doveva essere il primo di una tristissima serie. Poco dopo le tre del pomeriggio, dalla camera attigua a quella dove avevamo subito la perquisizione, si udirono dei singulti repressi, dei lamentij, interrotti da qualche grido di dolore. Verso le cinque si apri improvvisamente la porta, ne uscirono, passando in mezzo a noi e diretti al piano superiore ove si trovava un’insufficiente infermeria, prima un battistrada, poi uno dei carcerieri che reggeva sulle spalle lo sventurato uscito fresco fresco dalle torture. Era in stato evidente di pieno collasso fisico e aveva il capo riverso sulla spalla di colui che lo sosteneva: non riuscii perciò a vederlo in volto, ma, dai capelli che aveva foltissimi e da qualche altro particolare somatico, dedussi che dovesse essere giovane. Come finale di coda veniva poi il capitano medico che non si stancava di ripetere a coloro che lo precedevano: « Presto, presto: una branda, un materasso e una iniezione prima che succeda il peggio ». Assistemmo muti e sconvolti al passaggio del triste corteo: i presagi di sventura che vagavano nell’aria sembravano confermati dal tetro spettacolo offertoci. Un’altra conferma, teorica questa ma non meno impressionante, ci venne alla sera stessa, allorché intruppati e raccolti nella sala dove aveva avuto luogo la tortura diurna e dove passammo la notte, uno dei sorveglianti (alto nella persona, con un pellicciotto sino alle ginocchia e l’immancabile mitra a tracolla) usci a dire tra una parolina e l’altra

« Questo luogo è l’inferno per i colpevoli ». Come Dio volle la notte passò, e alle prime luci dell’alba fummo avviati al «salone », dove io rimasi sino al momento della scarcerazione. La seconda giornata, il 4 gennaio, fu contrassegnata da un avvenimento di tutt’altra natura. Verso il tocco si udì il sibilo delle sirene di allarme aereo e di li a pochi istanti gli apparecchi anglo-americani ci rombavano sulla testa. Entrò allora nel salone il tenente Trentanove, seguito da due o tre dei suoi scherani. Sghignazzando e schernendoci, gridava con quanto fiato aveva in corpo: «Sarete contenti, sono qui i vostri amici, i vostri fratelli… ». Ma le sue parole furono repentinamente sepolte da una formidabile esplosione che mandava in frantumi i vetri del palazzo, comprese tre finestre del salone che ci ospitava. Per rimettere un po’ d’ordine nello scompiglio che ne seguì, ci venne ordinato di scendere in giardino e di appostarci in una piccola trincea scavata di fresco. La trincea non aveva alcun riparo. Era stata prescelta per questo? Forse. Nulla essendo accaduto di grave, la conseguenza dell’esplosione fu che la temperatura del salone, già rigida, scese ancora e le notti divennero sempre più dure. La giornata memorabile coincise indubbiamente col 7 gennaio, una domenica. Di buon mattino, in seguito ad un forte attacco artritico, chiesi di essere visitato dal medico, il quale riconobbe l’esistenza del morbo, ma alla mia richiesta di avere un letto su cui riposare durante la notte obiettò che l’accoglimento dell’istanza dipendeva dal comandante. Non me lo feci ripetere due volte e me ne ritornai rassegnato nel salone, dove fervevano già i preparativi per l’imminente rapporto che si teneva nell’attigua sala dell’amministrazione. Al rito presieduto dal comandante, tutti indistintamente, ufficiali e sguatteri che fossero, dovevano convenire, e alla fine della cerimonia intonavano coralmente un refrain di cui non riuscii, per quanto aguzzassi le orecchie, a cogliere le parole, ad eccezione di tre: farabutti e maggiore Carità. I farabutti, si capisce, erano i prigionieri passati, presenti e futuri, e l’idoleggiato era il maggiore Carità. Nel tardo pomeriggio del medesimo giorno si poté notare che un avvenimento sensazionale stava allietando le inquiete anime dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uno sbatacchiar confuso di porte, un andirivieni inconsueto di sbirri, un tramestio generale erano i segni infallibili che la cacciagione doveva essere stata eccellente e aver riportato qualche cospicua preda. Il rimbombo del portone di strada si faceva sempre più frequente: macchine entravano ed uscivano di continuo. E nella sbirraglia un mal celato senso di soddisfazione trapelava da ogni gesto. Il colpo era stato grosso per davvero. Era la cattura di Egidio Meneghetti, insigne farmacologo dell’Università, l’animatore del movimento padovano di resistenza. Ricercato da mesi era riuscito a sfuggire fino a quel fatale 7 gennaio, quando nella rete stesa attorno alla casa di cura Palmieri cadde anche lui. Ce lo trovammo cosi ospite del salone in pigiama e in pantofole e, siccome era un cliente di riguardo, ammanettato. La notte che segui (notte di tregenda, la definì il mio vicino di prigionia, il caro Luigi Faccio, ultimo sindaco di Vicenza libera prima dell’avventura fascista) fu movimentata tanto quanto lo era stata la sera. Il salone rigurgitava di facce nuove. Gli interrogatori si succedettero ininterrottamente agli interrogatori e la tortura funzionò implacabilmente sino al mattino, quando il tenente Baldini entrò ballonzolando in salone e gridò: « Li becco tutti, ormai li ho tutti nelle mani ». I« tutti» erano i componenti il CLN.

Evidentemente sorretta e foraggiata dai tedeschi (ogni sera due o tre ufficiali superiori tedeschi passavano dal salone ed erano introdotti nella stanza del Comandante con sonori « Heil Hitler») l’organizzazione poliziesca di Palazzo Giusti presentava, anche all’occhio di un superficiale osservatore, aspetti enigmatici. Uno di questi era l’impalcatura disciplinare sulla quale doveva reggere la struttura dell’organismo. A star a sentire qualche basso gregario (c’era ad esempio un piantone lucchese, tale Rustici, che quando si sentiva sicuro di non essere sorpreso dal comandante si lasciava trascinare dalla nativa loquacità a interessanti confessioni) doveva trattarsi di una iperdisciplina, nel senso più spietatamente militaristico. Episodi di brutalità non mancavano, a dire il vero. Di uno fu protagonista proprio il Rustici, il quale in un momento di debolezza accese con la propria sigaretta il mozzicone di un prigioniero. Proprio in quell’istante il Carità spalancò la porta e colse il Rustici nell’atto. Avvicinatosi, come una belva infuriata, al disgraziato piantone, gli urlò sul viso: «Quando mai imparerete a far i soldati? » e gli assestò due potenti ceffoni che lo fecero ruzzolare per parecchi metri. Per converso, non era difficile notare come i ragazzi diciottenni, i più umili nella scala gerarchica, stessero spesso a braccetto dei graduati e degli ufficiali in atteggiamenti di confidente dimestichezza. E gli interrogatori? Si svolgevano sempre

« coram populo », in un perenne viavai di gente che entrava ed usciva, talvolta sedeva accanto all’interrogato, ne ascoltava la deposizione, interferiva o se ne andava a seconda dei casi. In nome di quale autorità, codesti galantuomini, che certamente a casa loro avevano non pochi conti da regolare con la giustizia e che perciò l’avanzata degli alleati aveva sospinto dalla Maremma e dalla Garfagnana sulle rive del tranquillo Bacchiglione, si erano insediati a Palazzo Giusti per costituirvi una superiorità politica, che non doveva render conto a nessuno del proprio operato? ~ impossibile saperlo. Qualcuno potrebbe semplicemente commentare: «Cose della sepolta Repubblica Sociale» e con ciò probabilmente sarebbe detto tutto. Il fatto è che, una volta pescati e portati li dentro una volta chiuso alle spalle il pesante portone che ergeva sinistro come una pietra tombale, i poveri prigionieri sapevano solamente questo: che le alternative a loro disposizione erano o la fucilazione o tre campi di concentramento in Germania diversamente graduati a seconda della gravità dell’imputazione, o – ipotesi ultima ma quasi sempre da escludere – la scarcerazione. Garanzie di procedura? Norme di legge? Nessuna. Diritto di difesa? Nessuno. Tutto era abbandonato all’arbitrio dei facinorosi, governati da un turpe ,ossesso, a cui, per antitesi ironica, il destino aveva imposto il più. cristiano dei nomi: Carità. Discepolo prediletto del famigerato seviziatore Koch, di età e statura media, pallido e glabro nel volto, con occhi torvi e feroci, sempre in abito borghese, il maggiore Carità camminava col passo agitato del cane che sta braccando la preda. Aveva seco due figlie giovanissime, attive operanti e partecipanti della sua triste bisogna. Accanto a loro, parecchie altre femmine lavoravano o ai servigi più umili o negli uffici investigativi e di amministrazione in qualità di scenografe e dattilografe. Il gennaio del 1945, particolarmente rigido, non favoriva il soggiorno nel salone centrale del Palazzo, dove i prigionieri dovevano sostare in attesa di essere interrogati e poi rinviati alle celle, per le quali erano stati sistemati il piano terra ~ il piano superiore. (Il piano nobile era riservato agli uffici e alle stanze di abitazione del comandante e dei suoi diretti collaboratori quali il tenente Baldini e il tenente Trentanove). La sosta nel salone poteva durare anche qualche settimana, come è capitato a chi scrive, e le giornate che bisognava trascorrere seduti sui canapè, accanto alle camere di tortura ove si svolgevano gli interrogatori degli arrestati, erano orrendamente lugubri. Gli urli e i singulti degli sventurati pazienti, che talvolta non ebbero tregua dalla mezzanotte al mattino, rappresentavano la « berceuse» dei prigionieri raccolti nel salone e pareva ammonissero: « Ora ci siamo noi, ma domani toccherà a voi ». Di tanto in tanto, si spalancava la porta d’accesso sullo scalone i servi si facevano innanzi con vassoi ricolmi di bottiglie, bicchieri e panini imbottiti. Tra una tortura e l’altra i seviziatori e le seviziatrici si ristoravano con spumante, per riprendere con rinnovato vigore il loro lavoro, onde Franca Carità alla vista di una povera vittima sfigurata nel volto e nel corpo dalle percosse e dai supplizi operati con dispositivi elettrici, poteva esclamare: «Toh! guarda com’è buffo ». ‘Ma i tormenti fisici, a cui erano fatti segno i prigionieri più importanti, quelli cioè che avevano gravi rivelazioni da fare, si mescolavano con perversa abilità del comandante e dei suoi assistenti ai tormenti morali. Un sacerdote della diocesi di Treviso mi raccontava come alla fine del terzo interrogatorio fosse stato trattenuto al solo scopo di fargli ascoltare una sequela di barzellette oscene. Il degno sacerdote supplicava con gli occhi di essere rimandato nel salone, ma invano. Sadismo e ferocia: ferocia e sadismo si alternavano regolarmente a ispirare la condotta dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uomini e donne, allorché entravano in mezzo ai prigionieri, non lo facevano se non fischiando, cantando, slittando sull’impiantito, in segno di perenne giubilo, che, nelle prime giornate di gennaio, s’era tramutato in baldanzosa fiducia nella vittoria della croce uncinata, auspice la controffensiva del maresciallo von Rundstedt nelle Ardenne. « Torniamo a Parigi » urlava una mattina il tenente Baldini. Infatti, s’è visto. Oggi il maggiore Carità ha chiuso la sua brava esistenza, ucciso da soldati americani sulle Dolomiti di Siusi i suoi collaboratori vagheranno raminghi e sperduti in cerca di quella pace che non scenderà sui loro spiriti esacerbati, né al di qua, né al di là del limite.

Sull’imbrunire del 15 gennaio potei lasciare Palazzo Giusti. Mentre stavo raccogliendo le mie cose dalle mani della signorina Chicco, mi si piantò improvvisamente dinanzi il maggiore Carità chiedendo se la mia istruttoria fosse completa. Mi affibbiò poi una patente di ex affiliato alla massoneria, diffidandomi dal frequentare i cattivi amici e gli ancor peggio ambienti che, a detta sua, frequentavo. Ma mi lasciò andare. Seppi poi che si era pentito di questo gesto magnanimo e che avrebbe voluto ripigliarmi, se altre cure più gravi ed assillanti non si fossero addensate sul suo capo. Al primo contatto coll’aria libera il passo vacillava. Guardai in alto. Le finestre erano illuminate. Si lavorava lassù. Continuava l’orrenda fatica. La gola era stretta, il cervello opaco. Cercavo, senza riuscirvi, di rimettere un po’ d’ordine nella somma di esperienze morali, anzi umane, che m’era venuta da quel pur breve soggiorno. Sentivo che la somma era grande e l’ammaestramento decisivo. Quei pochi giorni valevano bene più che tutta una vita. Mi incamminai, affrettando il passo. Mi sospingeva un puerile desiderio: rientrare a casa prima che annottasse del tutto.

Dal «Gazzettino,. Del 15 settembre 1947.

 

 

Tratto da

 

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

9 L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

Da più di tre mesi mi trovavo a Palazzo Giusti: tanti momenti drammatici e angosciosi avevo passato, ma sempre grande era l’apprensione nel vedere, attraverso il piccolo finestrino della cella, passare i carcerieri; l’angoscia poi si faceva più forte quando qualcuno dei miei compagni veniva chiamato per essere interrogato. No, non riuscivo ad adattarmi! Sempre più vivo sentivo il bisogno della libertà, mentre una profonda tristezza m’invadeva l’anima. Ricordo però sempre quell’8 aprile 1945 che portò nel mio cuore: un soffio di serenità e di poesia: compivo quel giorno 21 anni. Ero addetta con il caro Giordano alla distribuzione del caffè e anche quel mattino il carceriere mi fece uscire per adempiere a1 mio compito. Affacciatami alla prima cella con il mestolo in mano, pronta il versare quella bevanda che del caffè aveva soltanto il colore, mi sentii fare gli auguri e qualcosa, quasi furtivamente, mi venne messa in mano. Via via che passavo, tutti, allegramente, festosamente, mi facevano gli auguri offrendomi qualcosa. Ed io, che ero uscita anche quel mattino con la gola serrata dalla tristezza, a poco a poco sentivo quel nodo sciogliersi e un calore nuovo, nato dalla solidarietà e dall’amicizia vera, mi prendeva tutta, rendendomi stranamente felice. Rientrata in cella con il mio tesoro, mi sedetti ancora tutta confusa sulla cuccetta: avevo in grembo delle caramelle, qualche frutto, vari pezzetti di dolce e di pane casalingo. Silenziosamente osservavo tutto ciò, pensando alle rinunce dei miei compagni per farmi passare quel giorno più lieto degli altri. Cari, indimenticati amici, quanti ne mancano ora, dopo venticinque anni! voi lo sapevate, nonostante le vostre gravi preoccupazioni, che con le vostre buone parole, con le vostre offerte, con i vostri chiassosi auguri, mi avreste ridato la forza di andare avanti, di superare le buie giornate piene di inquietudine e di incertezza che senz’altro avremmo dovuto ancora passare, prima di giungere al grande giorno della libertà. Ecco, cosi entrai nella maggiore età. Tutte le giovani festeggiano questa data con più o meno sfarzo, per poi averne sempre un caro ricordo. Ebbene, io, rinchiusa in una piccola cella, ricevetti un regalo di umanità che resterà impresso indelebilmente nel mio cuore.

Erminia Gecchele – Il silenzio

Il silenzio di Erminia Gecchele
Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte sa innalzarsi al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti. Se può essere alta soddisfazione conoscere profondamente la psicologia umana, non è altrettanto piacevole doverla studiare attraverso un’esperienza pratica cosi amara, da riportarne per la vita indelebili i segni delle sue opere. Ricordo un episodio da me vissuto nel tempo più infelice e disonorante della storia del popolo italiano. Entusiasta di un ideale e orgogliosa di portare il mio umile granello alla grande causa della libertà soffocata, ero entrata nelle file partigiane cercando di fare tutto quello che potevo. Alle ore 14 del 31 dicembre 1944, su una sgangherata bicicletta, transitavo in località Alte di Montecchio, dove dovevo consegnare a una staffetta un messaggio per il comando della divisione -II earemi •. La mia mansione stava per concludersi, quando alcuni colpi di pistola crepitarono al mio fianco e due voci, in tono risoluto e minaccioso, mi intimarono l’alt. I due fascisti buttarono nel fosso la mia bicicletta e puntarono l’arma alla mia testa. In quel momento ho perso la speranza della vita e ho visto intorno a me il buio. Ma mi sono subito ripresa e sono riuscita a ingoiare il biglietto del messaggio.

Al pressante interrogatorio che ne è seguito, ho provato a fingere di non saper niente, ma inutilmente. Ero stata tradita, e cosi, dopo un’abbondante porzione di legnate, venni portata alle carceri di Vicenza. Qui cominciò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture. Per me il mondo si era rimpicciolito alle pareti della cella, e la speranza del sole, della libertà e della salvezza era completamente scomparsa. Mi sentivo definitivamente perduta, rassegnata a sentivo di minuto in minuto stritolare dagli artigli di quegli inumani briganti senza dio e senza legge, dalle mani insanguinate e dalla bocca sporca. Dopo due giorni di tale trattamento, mi portarono a Palazzo Giusti, alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole, solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista. A Palazzo Giusti non ero più sola; avevo con me altri disgraziati, persone di alto e universale valore letterario e scientifico, come i professori Meneghetti, Palmieri, Volpara, Ponti, «Ascanio», Faccio e tanti altri, che con le loro sagge parole sapevano rinforzare la nostra tempra, rinsaldare la nostra volontà, riaccendere la speranza, risollevarci al di sopra del fango nel quale dovevamo vivere, trascorrendo con profondi sospiri i lenti e lunghi minuti degli snervanti interrogatori e delle torture sempre nuove e perfezionate, fatte per strapparci nello spasimo del dolore qualche indicazione, qualche nome, qualche piano. Sarebbe bastato pronunciare un nome per provocare la catastrofe di un paese, per gettare nel rogo della rappresaglia persone, famiglie, paesi. L’enorme responsabilità della segretezza pesava sulla nostra coscienza e ci rendeva più forti della ferocia fascista. Tutto finiva nell’assoluto silenzio, unica sperimentata salvezza. Quello che ho passato a Palazzo Giusti fino al 27 aprite del 1945, giorno in cui per opera del Patriarca di Venezia, del Vescovo e del Questore di Padova venni portata al collegio delle Suore Canossiane, mi è sempre vivo e presente. Due giorni dopo, il 29 aprile, potei tornare libera al mio paese, riabbracciare i miei cari e testimoniare agli amici con i segni profondi e indelebili della tortura la mia sofferenza, la mia fede e il mio contributo alla causa della libertà.
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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Banda Carità – Testimonianza di Egidio Meneghetti

Testimonianza di Egidio Meneghetti
Il 7 gennaio 1945, sul tardo pomeriggio, mentre ero sdraiato sul letto di una stanza della Casa di Cura del professar Palmieri, dove ero nascosto, bruscamente la porta si aperse ed entrò un giovane alto, bruno, pallido, colla rivoltella spianata. Mi chiese i documenti e io presentai una carta d’identità intestata a Mario Mancini, di Vergato, decoratore. Seppi dopo che il mio interlocutore era Giorgio Dal Prà, veronese, appartenente al gruppo Carità di via San Francesco. Sembrò trovare il mio documento in perfetta regola; comunque, mi ingiunse di seguirlo fino a presso la porta d’uscita, davanti alla quale si trovava un altro della banda, giovane, torvo, col mitra spianato. Dopo aver dato ordine al giovane di sparare al più piccolo segno di fuga o di rivolta da parte mia, il Dal Prà si allontanò per perquisire altre stanze. Sono certo che al momento del mio arresto il Dal Prà ignorava chi io fossi realmente. Dopo pochi minuti tuttavia tornò gridando con accento di trionfo: « I miei omaggi, professor Meneghetti; finalmente vi abbiamo preso … Evidentemente qualcuno aveva fatto il mio nome o mi aveva riconosciuto. Più tardi ho saputo dalla signorina Maria, direttrice della Casa di Cura, che, da una fessura della porta, Mario Santoro mi aveva veduto.
Così, come mi trovavo, e cioè senza giacca, senza cappello, senza scarpe, fui caricato sopra un’automobile, con qualche insulto e qualche pedata. Erano con me tre giovani del gruppo Carità, con la rivoltella in pugno. Davanti a Palazzo Giusti mi fecero scendere. Salii le scale in mezzo ai tre ed entrai in quel salotto di Palazzo Giusti che è subito di fronte alla gradinata. Nel momento preciso in cui passavo la porta, due tra quelli che mi accompagnavano mi afferrarono solidamente le braccia. Contemporaneamente uno di essi, ad altissima voce, gridò: «Comandante, ho l’onore di presentarvi il professor Meneghetti ». Da un gruppo che si trovava in mezzo alla stanza e intorno a una barella che scorgevo malamente, si staccò un uomo torvo, pallido, robusto, e mi venne subito incontro a braccia aperte, come per abbracciarmi, esclamando: " Finalmente sei venuto! Ti aspettavo da molto tempo ». E improvvisamente mi diede due schiaffi violenti. Tentai di scagliarmi conto di lui, ma ero solidamente trattenuto per le braccia. Tuttavia riuscii ad avvicinarmi e gridai: " Siete dei vigliacchi e dei mascalzoni! ». Mi si buttarono subito contro cinque o sei persone, colpendomi con calci e pugni, dovunque, ma specialmente alla testa. Tra quelli che mi colpirono vi erano alcuni di cui poi seppi il nome: Gonelli, uno dei figli di Mamma Valli, Jacomanni e qualche altro. Caddi svenuto sopra un divano, sputai del sangue. Non riuscivo più a vedere con l’occhio sinistro, che era stato duramente colpito. A dire il vero non provavo molto dolore. Sentii Carità dire « Per ora può bastare » e le percosse cessarono. Mi portarono in un vicino gabinetto per togliermi il sangue dalla faccia e dalle mani e poi mi ricondussero nella stanza. Distinsi allora chiaramente, sopra una barella, l’ingegnere Pighin. Carità mi disse, con tono trionfante: « Ecco il tuo amico Renato ». Renato era esangue e morente; aveva gli occhi chiusi; diceva solamente di quando in quando: « Lina, Elena .» Intorno a lui si vociava, si bestemmiava e soprattutto si esultava. Carità ordinò subito che mi fossero messe le manette. Il carceriere Gonelli rispose: «Sono tutte occupate ». Carità ribatté: «E allora levale a Gino Cerchio: in confronto a questo farabutto anche Gino Cerchio è un gentiluomo ». Cosi mi furono poste le manette che Gonelli strinse fortemente: dopo circa una mezz’ora le mani erano gonfie, fredde, violacee. Le manette mi furono lasciate per circa quindici giorni, notte e giorno; talvolta mi erano tolte mentre mangiavo, talvolta no. Fu questo il tormento maggiore; tutto il resto, in fondo, era sopportabile senza troppo sforzo, Si persuasero ben presto che le minacce di fucilazione non mi davano alcun turbamento e le smisero. Minacciarono di accendermi una candela sotto i piedi per’ farmi dire dove si trovava il professar Lanfranco Zancan (e questo lo sapevo) e dove si trovava la radio trasmittente (e questo lo ignoravo), Risposi subito che la cosa non mi turbava, perché essendo malato di cuore, sarei subito morto per il dolore e tutto sarebbe finito. Il maggiore Carità parve, fortunatamente, credere alla mia affermazione che non rispondeva al vero, e non attuò la minaccia. Lo stesso avvenne per le scosse elettriche, che, dopo una breve applicazione, furono interrotte.
Complessivamente posso sottolineare i seguenti fatti:
(a) fui colpito con molti pugni e molti calci; ne riportai un parziale distacco di rètina all’occhio sinistro, che anche oggi mi serve poco. Ebbi anche una lacerazione nella bocca, con distacco della mucosa, che mi penzolò fra le arcate dentarie per qualche giorno, finché non si necrotizzò. Per questa ragione non potei mangiare durante qualche tempo;
(b) ebbi una breve applicazione di corrente elettrica, facilmente sopportabile;
(c fui insultato, con molto fervore. Ebbi in permanenza le manette per quindici giorni; .
(d) la mancanza di giacca, di scarpe, di cappello, di coperte mi fece soffrire il freddo in modo assai duro;
(e) mi ammalai in modo preoccupante, Disturbi di fegato, con fatti tossici, che produssero una tormentosa forma eritrodermica generalizzata. Non si permise il mio ricovero in ospedale; si vietò anche che andassi nella rudimentale infermeria di Palazzo Giusti, mi si permise solo di fare tre bagni presso la Clinica dermopatica, in presenza di uomini armati della banda. Ero ammalato in tal modo quando mi si trasportò prima a Verona e poi a Bolzano;
(f) mi furono rubati da Giorgio Dal Prà degli oggetti d’oro e circa venticinquemila lire;
(g) non soffrii mai la fame, perché quasi tutti i cibi, abbondantemente mandatimi dalla generosità degli amici e dei parenti, mi giunsero regolarmente;
(h) dopo i primi giorni, e cioè dopo che si persuasero che da me non avrebbero avuto nomi o notizie, mi lasciarono abbastanza tranquillo, Negli ultimi tempi, e cioè col precipitare degli eventi bellici, e fatta eccezione per Carità, per Gonelli e per qualche altro, sempre a me ostilissimi, molti invece ostentavano dei riguardi verso di me.
Riassumendo: posso dire che il maltrattamento subito fu di media gravità. Se vi fu indubbiamente chi è stato trattato meglio di me, vi furono anche molti trattati assai peggio. Complessivamente l’ambiente era di stupida brutalità e di meschina depravazione. Negli interrogatori non vi era acume; nelle indagini non vi era metodo. Il sistema seguito era poco faticoso e crudele: con le percosse, le minacce, gli insulti, si cercava eli far «crollare» la resistenza e di far « cantare ». Per quanto riguarda i diversi tipi da me incontrati penso che si possa dividerli in tre gruppi:
(a) gruppo dei dirigenti e cioè dei maggiori responsabili:
maggiore Carità: torvo, violento, mediocremente intelligente, fanatico, avido di denaro, consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso;
tenente Castaldelli: pallido, mingherlino, con una faccia asimmetrica, lo sguardo sfuggente; si diceva che fosse un prete spretato; non torturava personalmente, ma dava ordini di torturare; interrogava abbastanza abilmente; godeva la piena fiducia di Carità; non molto coraggioso, era considerato « l’intellettuale» della compagnia e aveva certamente molta autorità; quando il maggiore era assente, il comando spettava a lui, e non si può certamente dire che i sistemi mutassero;
sottotenente Corradeschi: bel giovane dagli occhi vivacissimi e falsi; furbo più che intelligente; era il « don Giovanni» del gruppo; faceva o tentava di fare il seduttore con 1e recluse; qualche volta riusciva e in tal modo strappava nomi e notizie a qualche sciagurata; senza il piu piccolo scrupolo, in ogni campo; tutti dicevano che era stato Corradeschi a uccidere Pighin;
sottotenente Trentanove: assai giovane, snello; camminava con passo leggero e aggraziato; vestiva con l’eleganza di un gagà giovanetto; fatuo, crudele, pauroso: il suo terrore durante i bombardamenti era buffo; quando gli era possibile, rubava: fu lui a rubare l’orologio d’oro dell’ingegnere Casilli; era il «fidanzato» della figlia minate di Carità;
maresciallo Squilloni: alto, robusto, dalla faccia asimmetrica, bieca. Carità si vantava di dare dei pugni più forti dello Squilloni; lo $quilloni, in compenso, si vantava d’essere più crudele di Carità; dopo Castaldelli era il meno astuto; interrogava, picchiava e torturava di notte; nel frattempo beveva cognac; verso il mattino, sonnolento per l’alcool e per la stanchezza, compiangeva se stesso, si commuoveva, parlando della scarsità della sua paga e dell’incerto avvenire suo e della famiglia; considerava molto probabile il crollo dei tedeschi e si studiava di trovare un modo di suicidio non doloroso.
(b) gruppo degli esecutori volonterosi:
il carceriere GoneIli: erculeo, torvo, crudele, stupido, un vero bruto; era capocarceriere e, fra tutti i carcerieri e i bastonatori, il peggiore;
il maresciallo Linari: un bue occhialuto e ottuso, tronfio, pettoruto, pieno di se stesso; dava il segnale per l’inizio delle percosse e per la fine; giocava d’azzardo alla notte con il barbiere e con altri; tentava in ogni modo di conquistare il cuore delle detenute, con insuccesso costante;
il capitano Gentili: Carità lo stimava assai per la «purezza della sua fede fascista»; non picchiava, ma assisteva tranquillamente alle torture come fossero di ordinaria amministrazione; spesso sorrideva, soddisfatto, ammiccando dietro gli occhiali;
la figlia maggiore di Carità: assomigliava al padre nel fisico e nel temperamento; pallida, bieca, impassibile, assisteva fumando, indifferente e talvolta interessata alle crudeltà; il padre le aveva affidato i denari dei reclusi, e tutti affermavano che vi attingesse largamente (Jacomanni lo disse più volte);
il barbiere: figura non chiara, siciliano, misterioso e isolato; giocatore; si faceva pagare bene le sue barbe, quando poteva; forse non cattivo;
il carceriere Benelli: chiacchierone, esasperante: tipo di paranoide politico; anarchico, antifascista, mussoliniano e repubblicano, ateo, rivoluzionario, desideroso di ozio, presuntuoso, ruminatore di letture non digerite, sconclusionato; in quel cervello si trovava un vero reparto manicomiale di terza classe; non cattivo; il suo disordine mentale permetteva qualche vantaggio ai detenuti; non stringeva le manette; partecipava abbastanza volentieri ai rastrellamenti e si eccitava allora in modo pericoloso;
(c) gruppo di quelli che vivevano con gli altri senza entusiasmo ma senza ripugnanza: (non partecipavano e neppure assistevano alle crudeltà, ma si adattavano all’ambiente agevolmente, staccandosi dagli altri, talvolta, per una certa gentilezza d’animo):
mamma Valli: si occupava dei viveri e degli indumenti mandati da fuori ai reclusi; non ha fatto male a nessuno e talvolta ha fatto del bene: tuttavia, lei, il marito e due figli (uno dei quali picchiatore e torturatore) guadagnavano assai, senza dubbio volentieri, senza mostrare di soffrire per le caratteristiche dell’ambiente dove vivevano; il medico, che spesso cercava di giovare ai detenuti, si faceva accompagnare dalla Valli, ma non si fidava;
il marito di mamma Valli: essere insignificante, tipo di meschino impiegato; poco diverso dalla moglie, meno intelligente e meno cortese di essa;
la figlia minore di Carità: cortese, non antipatica, abbastanza ben voluta da tutti anche perché abbastanza graziosa;
uno studente universitario toscano, che si occupava di amministrazione e di rapporti con le famiglie dei detenuti e che molto si preoccupava di scindere le sue responsabilità da quelle degli altri: sembrava anzi di ritenere che il suo ufficio fosse assistenziale e pertanto senza nessuna colpa;
Jacomanni: ex pugile e picchiatore; dopo la morte del figlio nella prima quindicina di gennaio, divenne cortese; negli ultimi tempi fece molti favori al detenuti; forse era meno stupido degli altri e nulla più;
il vecchio Perfetti: più buono di tutti; ancora imbevuto di fascismo, ma sgomento, sperduto, solitario, malinconico; era un contadino pisano bonario, e dolente del male altrui, capitato chissà come in quella bolgia.
Complessivamente un ambiente di miseria morale, di meschinità mentale, di delitto e di tolleranza al delitto, di vizio e di tolleranza al vizio. Nessuno può essere esonerato da qualche colpabilità. Nessuno, o forse, uno solo di cui non seppi il nome, anche perché l’ho veduto poche volte e soltanto nei primi giorni. Ero, con molti altri, nel gelido salone di Palazzo Giusti; fuori nevicava, e attraverso le finestre senza vetri entrava un vento gelido. Nella sera triste, giungevano dalle stanze vicine, distinte, le grida dei torturati. Per scaldarmi, camminavo nel salone: per le manette le mani erano gonfie, violacee, gelate. Uno della banda mi venne vicino: era piccolo, pallido. Mi offerse un pane. Risposi che non potevo mangiare perché avevo la bocca lacerata e, temendo che il rifiuto sembrasse mosso da sdegno o da orgoglio, mostrai il pezzo di mucosa che mi penzolava fra i denti. Vidi l’uomo stravolto, angosciato. Disse: «Signore Iddio … lo questo non posso sopportarlo; io sono cristiano, sono cristiano … ». C’era della disperazione nelle sue parole, c’era una precisa rivolta morale. L’unica che ho incontrato tra quella miserabile umanità.
Testimonianza resa durante l’istruttoria del processo (Padova, 6.8.1945).
Tratto daRITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La banda Carità – Taina Dogo – 2 parte Padova

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La banda Carità di Taina Dogo

2 parte

Padova

Questo « tesoro» ricompare, secondo la deposizione rilasciata da Umberto Usai il 5 maggio 1945 dopo il suo arresto, nella storia delle ultime giornate del distaccamento di Vicenza, quando Carità darà l’ordine di caricare sui camion in fuga le grandi casse sigillate e j sacchi di documenti che non era stato possibile distruggere, nel tentativo di portarli con sé in Germania.

Fuggito da Firenze, Carità raggiunge Bergantino, un paese sul Po in provincia di Rovigo, luogo d’origine dell’aiutante Giovanni Castaldelli, e vi si stabilisce, continuando ad operare come comandante dell’Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) di Firenze. In tale veste partecipa a rastrellamenti, arresti, interrogatori in collaborazione con le forze di polizia della zona. Bergantino è considerata «sede di riposo» in attesa di una più adeguata destinazione e sistemazione. Per questa ragione e per la brevità della « vacanza », non sono emersi crimini gravi a carico della banda. Da segnalare un fatto che getta luce sulla psicologia e sui « valori morali» di questi avventurieri. In località Casaleone il farmacista del luogo era stato scoperto in possesso di armi; durante la perquisizione eseguita nella sua abitazione, il denaro e i gioielli scomparvero. L’autore del furto, il sottotenente Manzella, aveva condotto quindi il farmacista a Bergantino sottoponendolo a torture. Qualche giorno più tardi, lo stesso Manzella organizzò, dietro compenso in denaro, la fuga di un membro del CLN di Milano, il maggiore Argenton, precedentemente arrestato dalle Brigate nere di Mantova e poi trasferito presso Carità. Successivamente, fatti e particolari relativi al furto ai danni del farmacista e alla fuga del maggiore Argenton essendo venuti alla luce, una commissione d’inchiesta aveva deciso di deferire il sottotenente Manzella al Tribunale Militare. Temendo di essere coinvolto come corresponsabile delle azioni di ManzelIa, Carità decide di sopprimerlo. Su questa oscura vicenda così riferisce F. Bacoccoli:

Egli (Carità) acconsente alla nostra richiesta di far passare alle camere di sicurezza di Rovigo il Manzella, ordinando a me, al capitano Gentili e al sottotenente Faedda di scortare l’ufficiale. Poiché era da aspettarsi un tentativo di fuga da parte dell’ufficiale incriminato che era fra l’altro dotato di molta astuzia e di una forza erculea, viene dato l’ordine ad altri militi di appostarsi per misura di sicurezza preventiva. A tergo dell’ufficiale vi era anche un tale Ciulli, comandante della Brigata nera di Bergantino, ex appartenente al reparto Carità in Firenze. Da notare che il Ciulli prima di scortare il Manzella fu chiamato dal maggiore Carità col quale ebbe un breve e segreto colloquio. Giunta la scorta con l’ufficiale arrestato nei pressi delle camere di sicurezza, il sottotenente Manzella con un atto di impeto fa per scagliarsi sul Ciulli .. Questi però gli scarica. addosso alcuni colpi di pistola che lo feriscono gravemente. Il ferito Invoca il maggiore Carità. io corro a chiamarlo. Intanto si dispone per una macchina che accompagni il ferito al più vicino ospedale. Il maggiore Carità si reca presso il Manzella, ha con lui un breve colloquio a quattr’occhi. Ne esce esterrefatto. Alcuni uomini mi hanno poi riferito che il maggiore Carità avrebbe parlato ancora appartatamente col Ciulli. Giunge la macchina, il ferito viene caricato e accompagnato a Trecenta (ospedale civile) sotto la scorta di Valentino Chiarotto, Otello Carlotti e il Ciulli. Al ritorno della macchina da Trecenta è stato raccontato che il ferito sarebbe vissuto alcune ore in ospedale, dopo di che sarebbe deceduto. Tuttavia alcuni miei uomini di sicura onestà, Lanei e Fontanelli, mi dissero più tardi che il Manzella sarebbe stato finito con due colpi di pistola alla testa, mentre veniva portato in macchina all’ospedale di Trecenta, per volere di Carità, che temeva troppo le eventuali confessioni dell’ufficiale ferito.

Quando la linea di resistenza tedesca sull’Appennino tosco-emiliano mostra i segni di una profonda usura, Carità decide che è giunto il momento di cercare riparo più a Nord. Dapprima sceglie Vicenza e invia il maresciallo Linari ad organizzare la nuova sede. Ma poi, accogliendo l’invito del prefetto Menna, preferisce trasferirsi a Padova, pur mantenendo la filiale distaccata di Vicenza. Carità si insedia, alla fine di ottobre del 1944, in un palazzo di proprietà dei Conti Giusti del Giardino, in via San Francesco 55. Nel frattempo Umberto Usai organizza la sezione di Vicenza, il cui comando sarà affidato in un primo tempo al tenente Bruno Bianchi e più tardi al capitano Ferdinando Bacoccoli. Alla fine di novembre la sezione è pronta a funzionare, con una trentina di uomini collegati ai vari organi di polizia fascisti e tedeschi del Vicentino. Una villa di via Fratelli Albanese serve da sede ufficiale e da carcere; gli interrogatori si svolgono in una villa vicina, requisita al prof. Potoschnig. A Palazzo Giusti in Padova Carità ricostituisce rapidamente il reparto. Un’ala dell’imponente edificio viene usata per gli alloggiamenti suoi, delle sue due giovani figlie e della cinquantina d’uomini che l’hanno seguito dalla Toscana. Al piano terra le cucine. Il lavoro sì svolge nella sezione più rappresentativa dell’edificio. I prigionieri appena arrestati vengono ammucchiati nel salone. In quattro salotti sono sistemati gli uffici dove si svolgono gli interrogatori. Le vecchie scuderie, trasformate in piccolissime celle senz’aria, vengono chiamate dai detenuti, per la disposizione a castello dei tavolacci, « la nave ». Anche le soffitte, dove una stanza è adibita ad infermeria, servono per la custodia dei prigionieri. La banda Carità è pronta a funzionare. La posizione ufficiale di Carità è di « Comandante supremo la pubblica sicurezza e servizio segreto in Italia: reparto speciale italiano ». La corrispondenza porta la dicitura in italiano ed in tedesco ed è sotto firmata da un ufficiale tedesco delle SS; porta il timbro della SSN e Carità si firma « S.S. Sturmbannfuhrer ». Palazzo Giusti diverrà nel giro di poche settimane la Villa Triste dei partigiani veneti.

In ottobre la guerra, che sembra avviata alla fine, si arresta sulla linea gotica; Alexander nel suo proclama del 13 novembre invita i patrioti italiani a cessare ogni attività per prepararsi ad affrontare l’inverno che si preannuncia molto duro. Il rifornimento di viveri e di armi si fa critico. Le sorti della guerra e le nuove disposizioni di Kesselting, relative ad un rastrellamento globale dell’Italia del Nord, danno nuova forza alla banda Carità, di fronte alla quale la Resistenza veneta viene a trovarsi nel momento psicologico e organizzativo più difficile. Molti partigiani, buttatisi allo sbaraglio in autunno, sono già segnalati e braccati dalle polizie locali, sono già « bruciati » come si diceva allora. Palazzo Giusti comincia ad ergersi come un’ombra nera nel pensiero di molti uomini della Resistenza. Vengono compiuti i primi arresti. Così Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana, rifacendosi alle testimonianze raccolte presso l’Istituto Storico della Resistenza di Padova, parla di Carità e di Palazzo Giusti:

La banda si sistema a Padova in Palazzo Giusti, nell’ufficio e la caserma, e il luogo di vizi e di ferocie inconfessabili. Vi si fa uso di droghe, il sangue e gli urli dei prigionieri sono anch’essi droga; il piacere sadico di veder soffrire si mescola alla paura, a volte anche a un senso di rimorso, di rimpianto: il prete spretato Castaldelli visto, da uno dei prigionieri, mentre si prende il viso fra le mani e geme come una bestia ferita. Ma il pentimento non dura, nessun rimorso è decisivo, nessuno ce la fa a togliersi dall’impatto di sangue e di orrore in cui si ritrova ogni mattina quando riprende gli interrogatori degli arrestati … Una vicenda nota in tutti i luoghi di tortura: il carnefice che si trasforma in protettore, la vittima che legge sul suo volto, nei suoi occhi, un barlume di pietà e vi si attacca; il carnefice assapora questi momenti, si sente Quasi buono e magnanimo, ma ecco proprio qui si rinnova la perfidia, il piacere di troncare la speranza nascente, di ricominciare il ciclo, fino alla fine del mondo. … Carità entra in una sala di tortura mentre i suoi sono al lavoro: .. Ma no, cosa fate. dice, ma gli fate male •. il torturato si volge a guardarlo come un salvatore, lui si avvicina. Ma è pallido questo ragazzo, su bisogna fargli coraggio ». E gli rovescia sul viso le sue dure mani, e mentre picchia si esalta, si eccita, è sopra la vittima, urla. . .. Ma è con le donne che ci si sfoga meglio: « Non sai niente? Dici che non sai niente? Ci avevo una zietta cosi che mi raccontava le favole, lurida puttana •. «Ecché, troia, ci ho scritto qui in fronte sali e tabacchi? ». Che risate a vederle confuse e avvampate se le costringono a denudarsi. Poi gli spengono le sigarette accese nel ventre, o le mettono a ponte su uno sgabello, gambe in giù da una parte, testa in giù dall’altra, in modo che non possano schermirsi. … Certe notti nel silenzio, quando si ode solo il gemito di qualche sofferente, uno dei torturatori torna a visitare le sue vittime e cerca il discorso, interroga, sembra voler riannodare un colloquio umano:

Vuoi una sigaretta? Su, non aver paura, dillo pure cosa pensi di noi ». La vittima tace, il colloquio non è piu poso sibile, il violento Baldini che lo capisce, esce fuori con la sua risoluzione da disperato: «Si, un giorno forse mi farete la pelle, ma intanto sono io che comando •. … Fino alla fine, dietro la violenza che è diventata un vizio: far passare scariche elettriche nei genitali, strappare le unghie con le pinze, mettere al lavoro i picchiatori ebeti che bevono e mangiano mentre bastonano, passare le notti ubriachi ballando nel salotto accanto alle celle in modo che i prigionieri ascoltino.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Egidio Meneghetti – La canzone della «nave»

Egidio Meneghetti
La canzone della «nave»

Questa canzone, sullaria del «Ponte di Bassano », era
cantata alla sera e alla mattina, al primo risveglio, dai detenuti carità,salòche occupavano le celle della cosiddetta « nave ».

Nave, tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
*
Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
*
Fame, torture, scariche,
sibili di staffili,
non ci faranno vili:
viva la libertà!

Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali,
e un popolo d’eguali
nasce alla libertà.

Il maggiore Carità sequestrò a Gino Cerchio questa canzone e s’infuriò per la terza strofa che testimoniava i maltrattamenti e le torture. Minacciò rappresaglie. Il giorno dopo la terza strofa fu cosi sostituita:

Baci, carezze trepide,
nobili cortesie,
non ci faranno spie,
tenero Carità!

Villa Triste di Giovanni Baldini,

Villa Triste

di Giovanni Baldini,
Questa storia si svolge nel comune di Firenze.

Il 17 settembre 1943 si costituisce a Firenze la 92° legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. La 92° legione aveva al suo interno un autonomo "Ufficio politico investigativo", comandato da Mario Carità.
Quella che è rimasta nella memoria come "Banda Carità" era composta, funzionalmente ai compiti per cui era stata pensata, da individui per i quali l’adesione alla Repubblica Sociale Italiana garantiva una tacita amnistia: rapinatori, evasi, autori di reati gravi e anche persone per cui è ben lecito dubitare della sanità mentale.

Nel tempo la Banda cambia sede più volte e aumenta considerevolmente l’organico fino a quando, forte di quasi 200 uomini, non trova una sede centrale definitiva in via Bolognese.
Il palazzo situato in via Bolognese al numero 67 era stato requisito dall’esercito tedesco per farne la sede della polizia politica (la S.D.: Sicherheintdienst), gli scantinati e parte dei piani più bassi verranno affidati agli uomini di Carità che in seguito assumono la denominazione ufficiale di R.S.S. (Reparto Servizi Speciali).
Nasce così "Villa Triste".

La polizia politica tedesca è già nota per la crudeltà indiscriminata ma il suo comandante lascerà comunque i lavori più infami e sadici al RSS.
Mario Carità era il comandante indiscusso del RSS ma spiccavano nello stato maggiore personaggi come Pietro Koch, che sarà in seguito in Italia settentrionale, degno continuatore dei metodi appresi a Villa Triste. L’organizzazione gerarchica terminava con le squadre: la "squadra degli assassini", la "squadra della labbrata" e i "quattro santi".

A Villa Triste passarono alcuni dei nomi più conosciuti della Resistenza fiorentina: primo fra tutti il gappista Bruno Fanciullacci, che viene seviziato nei modi più barbari, quasi evirato con pugnalate al basso ventre e martoriato con uno degli strumenti che Carità usava con più efficacia: si trattava di un anello metallico da cui sporgeva una punta anch’essa di metallo, i pugni tirati con quello colpivano le ossa come scalpelli.
Fanciullacci riuscì a resistere e non parlò. Fuggito ai suoi aguzzini e riarrestato, sapendo a cosa andava incontro si gettò dal secondo piano di Villa Triste; forse per tentare un’ultima fuga o forse conscio di non poter reggere ad un nuovo interrogatorio. Bruno Fanciullacci muore in quella caduta.
Nel 2003 l’amministrazione comunale ha intitolato lo slargo su cui si affaccia Villa Triste a Fanciullacci, medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Nel novembre 1943, quando ancora Carità e i suoi uomini non avevano sede fissa, riuscirono a smantellare il primo comando militare istituito dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale grazie a una spia, arrestando tutti i componenti con l’esclusione del liberale Aldobrando Medici Tornaquinci, assente dalla riunione, e del comunista Alessandro Sinigaglia che riuscì a sfuggire. Adone Zoli e i figli, democristiani, arrestati in quell’occasione, verranno torturati in una casa in via Benedetto Varchi.
Sinigaglia sarà poi attivamente ricercato fino all’incontro coi "Quattro Santi" in via Pandolfini.

Anche l’azionista Anna Maria Enriques Agnoletti sarà ospite di Villa Triste, torturata fino ai limiti della follia, obbligata a stare in piedi senza poter dormire per sette giorni, prima di venir fucilata insieme ai patrioti di Radio CORA nei boschi di Cercina.

Compitare un elenco delle persone che anche solo per sospetti o delazioni fasulle hanno subito le violenze più atroci dalla Banda Carità non è materialmente possibile, così come non è narrabile tutto il sadismo che animava collaboratori di Carità come padre Ildefonso, monaco benedettino che usava coprire le urla dei torturati suonando canzonette napoletane al pianoforte. E padre Ildefonso non era il solo religioso ad affiancare il lavoro dei torturatori, così come non solo uomini si sono macchiati di questi delitti visto che numerose testimonianze concordano sulla partecipazione di alcune donne agli interrogatori.

All’avvicinarsi del fronte Mario Carità fugge a nord, le redini del gruppo vengono prese da Giuseppe Bernasconi, che si macchia tra l’altro della strage di piazza Tasso.

Mario Carità terminerà la sua lunga sequenza di nefandezze (vedi anche Ceppeto, Campo di Marte e Villa Terzollina) a guerra finita, ucciso resistendo all’arresto da parte di due soldati americani all’Alpe di Siusi, in Alto Adige.
I componenti della Banda verranno processati a Lucca nei primi anni cinquanta e condannati all’ergastolo, poi le pene massime verranno ridotte a trenta anni di reclusione e a molti imputati saranno concesse incredibili attenuanti. Infine, per l’azione dell’amnistia del 1953, pochi di loro faranno più di qualche mese di galera.