Mario Ricci – Guerra al Lago Santo

 

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Scarpe rotte
E pur bisogna andar…..

 

* Premio Letterario Prato 1954. Racconto segnalato.
Titolo originale: Chi l’ha visto morire il partigiano
(da una canzone popolare emiliana).

 

Mario Ricci
Guerra al Lago Santo *
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore…
Salvatore Quasimodo

 

In settembre era ancor caldo lassù al Lago Santo. Ci furono alcune giornate di sereno, come è difficile vederne in montagna: il cielo, tenuto sgombro da una brezza leggera, e l’erba ancora secca li intorno al lago facevano pensare che l’estate si prolungasse quell’anno oltre il consueto.
Il Lago Santo è posto tra i monti dell’Appennino Modenese: lo si raggiunge lasciando la statale numero dodici poco oltre Pievepelago e seguendo una strada a tornanti, accidentata fino a Tagliole; da li, per una mulattiera che si fa il passo attraverso abetaie e faggete, si arriva in un’ora al lago. È un piccolo lago di acqua chiarissima e fredda, tutto chiuso intorno, come protetto dai boschi e da uiì lato da alte pareti di roccia viva.
Eravamo in duecento, al comando di Marcello, organizzati in brigata autonoma. Fino allora avevamo avuto vita abbastanza facile per quanto questo possa significare in una guerra partigiana. Il giorno 16 cominciò la nostra avventura.
La notte era fredda e Marcello stava dormendo quando andai da lui. Avevamo sistemato il Comando della Brigata in una casetta, che anni prima era servita da rifugio: solida e con qualche comodità, conservava in certi particolari una sua grazia d’altri tempi. Ci piaceva pensare a essa come alla nostra casa, di cui avevamo, ognuno a suo modo, un ricordo vago eppure preciso in certi momenti della nostra giornata. Perciò tenevamo anche dei fiori sui davanzali delle finestre. Del resto, Marcello non era contrario a queste cose. Uomo di cultura superiore, si era trovato a dovere emigrare a vent’anni negli Stati Uniti, perché sospettato di attività antifascista. Là aveva fatto dapprima il manovale, e poi, in un ristorante di Long Island, lo sguattero. Imbarcatosi quindi su un mercantile, aveva viaggiato per il mondo, finché la guerra lo aveva sorpreso in Italia. Vicino ai quarant’anni, aveva un corpo ben proporzionato, asciutto, e una misura, una sicurezza di movimenti insolite in chi è abituato alla vita sul mare. Ma ciò che colpiva in lui era una gentilezza di modi naturale e spontanea, che talvolta contrastava singolarmente con le abitudini della vita partigiana. Sembrava che il tempo e la vita randagia lo avessero modellato pazientemente, dandogli una cordialità in cui non v’era traccia di spavalderia: semmai poteva apparire umile in certi atteggiamenti, di una umiltà che nasceva da forza contenuta. In ciò consisteva soprattutto l’umanità di Marcello.
In breve fu vestito. Mi chiese che cosa volessi, a quell’ora.
« Ci sono i tedeschi alle Tagliole », dissi.
« Chi l’ha riferito? ».
«Il Francese. Era fuori con la sua squadra e ha visto molti automezzi salire dalla Giardini ».
Vi fu un attimo di silenzio.
« Da dove vengono? », chiese Marcello.
« Da Pavullo, credo ».
« Anche fascisti? ».
« Non siamo riusciti a saperlo, ma è probabile ».
« C’era da aspettarselo, un giorno o l’altro, ». Poi, dopo un poco aggiunse: « Credi che attaccheranno domani? .
« Non è probabile », dissi. « Prenderanno tempo. Non sanno quanti siamo qui e non vogliono azzardare troppo
L’unico rumore nella stanza era di una sveglia, antica, grande, col quadrante annerito dal tempo, poggiata sulla tavola: un tic-tac faticoso, che pareva si dovesse fermare a ogni momento. Guardai l’ora: le tre. Marcello fece cenno di uscire.

 

La mattina arrivò su Anna e fu una sorpresa. Anna era la moglie del Cavaliere, un partigiano comunista di Pavullo, che era venuto da Montefiorino dopo che il paese era stato occupato dai tedeschi. Mi dissero, di Anna giú alla sorgente, e fu uno che la conosceva, di Pavullo anche lui. Stavo facendo un giro nelle postazioni per vedere che tutto fosse in ordine. Niente aveva rotto la tranquillità della mattina, che pareva uguale a tutte le altre. L’arrivo di .Anna fu una specie di avvertimento.
« Che vorrà Anna? », pensavo fra me. Avevo il presentimento che la sua presenza fosse in qualche modo in relazione coi tedeschi. Ma confusamente, senza un legame logico. E lo cercavo fra me, purchessia. Pensavo anche a mia madre, che forse Anna aveva visto in quei giorni, se era ancora a Pavullo. Sennò mi avrebbe detto dov’era andata. Non voleva lasciare la sua casa. Si sa, i vecchi. Anche a costo di morire. Ma ora si trattava di altri, mi dicevo; Anna non era venuta per mia madre.
La vidi su al Comando assieme a suo marito e a Marcello. Mi parve abbastanza calma, sebbene ci avesse portato brutte notizie. A Pavullo avevano ucciso quattro ragazzi di diciotto, diciannove anni. Li avevano trovati in una capanna di boscaioli verso Fanano, spauriti e affamati. Erano li, dissero, per non fare il servizio militare. Li condussero a Pavullo e poi attraverso il paese, in un grottesco corteo, coi militi delle brigate nere ad armi spianate, mentre la poca gente rimasta si ritirava nelle case e chiudevano le imposte, come quando passava un funerale. Furono uccisi verso sera, in una valletta presso il lavatoio. Soltanto dopo permisero alle madri di vederli.
Anna ci disse queste cose e aggiunse che in paese ,-si parlava di una offensiva dei tedeschi e dei fascisti per, liberare la via Giardini dagli attacchi dei partigiani. Essa, del resto, non sapeva nulla dei camion fermi alle Tagliole, perché aveva fatto una strada diversa. Ormai voleva restare con suo marito. Il bambino l’aveva mandato dai suoceri. Era sicuro con loro ed essa era piú tranquilla qui che a vivere di ansia a Pavullo. Marcello non fece obiezioni e Anna fu assegnata all’infermeria.
Il resto della giornata passò senza novità. Io e Marcello eravamo scesi per un bel pezzo, con altri due partigiani, per la mulattiera, verso le Tagliole, non incontrando anima viva. Neanche i soliti pastori. Arrivammo al nostro posto piú avanzato, che era proprio sopra le Tagliole: una cima boscosa con una cascatella d’acqua che correva a precipizio. Ci vennero incontro gli uomini della postazione, appena ci scorsero da lontano.
« Sono sempre là », disse il Modenese, accennando alle Tagliole.
« Si muoveranno », disse Marcello, « presto o tardi, e sarà una brutta sorpresa. Dico per loro, se vorranno salire ».
« Anche per noi», pensai, « anche per noi». Ma non dissi nulla. Del resto ognuno lo sapeva e lo teneva per sé. ,« E la strada? », chiese Marcello.
« Movimento di camion, stamattina presto», disse il Modenese; « ora niente. Si vede qualche soldato girare tra le case, anche fascisti».
« Come va, Andrea? », fece Marcello.
Andrea stava oliando il mitragliatore, con cura, e toccava leggermente ogni pezzo. «Bene», disse, e si voltò; « fortuna che abbiamo delle munizioni. Ma non saranno troppe ».
« Qui ci vorrebbe un altro mitragliatore », disse il Modenese, « per via della strada che porta in paese. Bisogna batterla al momento buono ».
« Vedremo », disse Marcello; « ne parlerò su al Comando ».
C’era li Atos, un biondino gracile, con due occhi vivi e l’aria di un ragazzo cresciuto in fretta, sgraziato nei modi.
« Paura? », chiese Marcello.
Il ragazzo fece di no con la testa. « Perché? », disse. « Noi siamo piú forti. Loro uccidono soltanto, ma senza speranza. Come quelli che si fanno prendere dalla disperazione ». Si fece un poco rosso in viso.
Marcello lo guardò, « Hai ragione », disse.
« E poi siamo preparati a tutto », intervenne il Modenese.
« Lo so », disse Marcello, « ma non possiamo fare gli eroi ».
« Si capisce. Volevo dire che staremo qui fino a quando sarà possibile ».
« Io invece ho paura », pensavo in quel momento, « la, stessa impressione di quando si va agli esami. Ma poi -passerà, come altre volte, appena si comincia a sparare. Forse anche loro. Però non lo dicono ».
Ora il tempo si era rannuvolato e tirava un vento piuttosto freddo.
« Spero di mandarvi il mitragliatore », disse Marcello.
Il Modenese ci accompagnò per un tratto. « Salutatemi i compagni lassù », disse.
« Si », rispose Marcello. « Avvisami se c’è qualcosa di nuovo ».
Quando i capisquadra se ne furono andati, rimasi con Marcello e il Cavaliere a discutere della situazione.
,« Se insistono », disse Marcello, « noi non possiamo tenere questa posizione ».
« Credo che ce la faremo per tre quattro giorni », osservò il Cavaliere, « a meno che gli americani non ci mandino l’aviazione, e dei viveri soprattutto ».
« Armando farà il possibile presso gli americani », dissi io. « Ma quelli non ci sentono, spesso ».
« Sanno che ci sono molti comunisti fra noi », disse il Cavaliere.
« Non conta », disse Marcello; « almeno, io non baderei a questo ».
« Tu no », aggiunse il Cavaliere, « ti conosciamo. Ma per essi è diverso. Non, capiscono un accidente di queste cose ». « Forse è così », disse Marcello.
Divagammo un poco coi nostri discorsi, mentre fuori si erano formati dei banchi di nubi qua e là per la montagna.
« Presto verrà a piovere », dissi, « e sarà così tutti i giorni fino alla prima neve ».
Pensavo che quell’inverno doveva essere terribile, specialmente sui monti. Qui al Lago Santo non ci si poteva restare. Anche se i tedeschi ci avessero lasciati tranquilli. Mia madre come se la sarebbe cavata? Poteva andare da Francesca, mia sorella, a Vignola. Anche loro però avevano da fare. E tutti come me: la madre, i figli, la moglie, i fratelli. Le famiglie, un legame assurdo in quella situazione. Eppure necessario. Bisognava uscire da quell’inverno. E intanto doveva ancora cominciare.
« Il tempo brutto ci dovrebbe favorire », disse il Cavaliere, « almeno per un poco ».

 

Marcello aveva acceso dei rami di abete nel caminetto e un leggero odore di resina si diffuse nella stanza. « Non lo so », disse. « Se per per caso dovremo raggiungere gli americani, sarà una brutta faccenda. Voglio dire camminare in montagna, col cattivo tempo. E dover combattere ».
Si fece buio presto, come sempre fra quei monti che nascondono il cielo. Io e il Cavaliere lasciammo il Comando verso le sei.
«Almeno hai tua moglie adesso », gli dissi.
« In bocca al lupo », rispose sorridendo. E già era scomparso fra gli alberi.

 

Cominciarono a sparare all’alba, con cannoni di piccolo calibro e mitragliere. Durante la notte era piovuto e il cielo era poi rimasto pulito, ma ancora livido e minaccioso dalle parti del Cimone. Andai a regolare il tiro dei mortai da 81, due in tutto. Erano preziosi. Il Modenese mandò a dire che tutto andava bene. Non ci dessimo pensiero per lui, sapeva come regolarsi. Si era vista una pattuglia di fascisti, appena fatto giorno, avanzare poco sotto la mulattiera, tra i faggi. Ai primi colpi s’erano ritirati. Coi cannoni tiravano a caso, non avendo informazioni precise sulle nostre posizioni. Noi invece dovevamo fare economia. I nostri mortai sparavano a lunghi intervalli sulla strada delle Tagliole dove, di quando in quando, si faceva vivo un camion o qualche motocicletta.
Trascorse così la mattinata. I tedeschi studiavano la nostra reazione, cercando di capire che cosa nascondevano i boschi, e i loro colpi frugavano qua e là senza ordine.
Bianche fumate nascevano sulla montagna e presto sfiorivano. Qualche ramo schiantato nell’aria, per un momento.
Nelle prime ore del pomeriggio portarono su un fascista. L’avevano preso gli uomini di Libero un po’ fuori dall’ abitato, che stava facendo della legna. Avrà avuto vent’anni, dì aspetto distinto. Era impaurito, forse credeva che lo avremmo ucciso, cosí su due piedi. E lo disse infatti, appena lo condussero da Marcello, col terrore negli occhi. « Uccidetemi », diceva, « uccidetemi dunque». Tremava in tutto il corpo e le parole gli uscivano rotte, a fatica. « Uccidetemi », ripeteva, « su, facciamola finita ».
,« Smettila », gli disse Marcello, « calmati un poco ».
Si capiva che non era cattivo e non gli doveva mancare una certa educazione.
« Di dove sei? », gli chiesi.
Sembrò indeciso se rispondere o no, poi disse: « Di Bologna ».
Studente? ».
« Sí, ingegneria, secondo anno ». « Conosci Pasquali? ».
Mi guardò sorpreso, quasi riconoscente. « Sí, lo conoscevo ».
« Bel tipo, eh? ».
« E’ morto », disse, « in un bombardamento. di, un anno ora ».
Rimasi male. Capivo allora la guerra, ogni giorno di più. Morto Pasquali, e quello li, davanti a me, nelle brigate nere, col teschio sulla fronte. Io, partigiano. Potevamo essere in aula, ieri, a sentire una lezione. E scherzare insieme, all’uscita, sotto i portici dell’Università. Questo una volta. Un tempo assurdo, anche solo a pensarci. E poi tutto il resto. Come l’amore. Luisa: che ne era di lei? Un pomeriggio d’ottobre, tiepido, la strada appena bagnata, che s’asciugava lentamente al sole. Odore d’autunno per i viali, in città. « Marco, quando finirà la guerra? ». « Presto, Luisa, e tutto sarà piú bello di prima ». Bugie, Maledetta guerra. Non è possibile credere a niente. «Anche se non ci vedremo per molto tempo, Marco, penserai a me? ».
« Si, Luisa, penserò a te », Ancora bugie. E voglia di piangere. Guardai il fascista, che stava li nella stanza, dimesso ora e quasi tranquillo. Pensava forse alle stesse cose.

 

Il Modenese sparava con calma, tre quattro colpi per volta. Non voleva sprecare munizioni. Saltavano i bossoli per aria, qualcuno anche in viso. Faceva caldo, la guancia poggiata sul calcio, che sussultava, come vivo, a tratti, l’occhio ai tedeschi e ai fascisti. S’intuivano piú che altro dal movimento improvviso dei rami e delle felci, alte tra gli alberi. O dal breve franare di sassi. «Attento», si diceva, «mira per bene e non farti prendere dall’orgasmo. Ci sono i compagni su, che hanno bisogno di tutti i tuoi colpi ».
Sparavano anche dall’alto con le mitragliatrici e i mortai. Ma il fuoco dell’artiglieria tedesca era intenso. Avevano piazzato cannoni tutt’intorno alle Tagliole, e un colpo, che arrivava distinto da oltre la curva della strada, doveva partire da un carro armato. Queste cose si fissavano senza sforzo nella mente del Modenese mentre sparava. Andrea era all’altro mitragliatore e batteva la strada all’imbocco del paese. ~« Guarda che non passi nessuno di lí », gli aveva detto il Modenese.
Andrea era un buon combattente: calmo, silenzioso, sembrava un uomo privo di reazioni, ma aveva invece, a conoscerlo bene, i riflessi pronti e un grande senso di responsabilità. Ci si poteva fidare di lui, insomma.
« Sono fitti come le mosche », disse il Modenese a voce alta. Abbassò un poco la mira e un tedesco venne fuori di tutta la testa dal fitto delle erbe. Si agitò con le mani, come se volesse parlare, e cadde riverso tra il verde. « Potrebbe toccare anche a me », pensò il Modenese, « oggi stesso ».
Ora teneva un tiro più continuo. Certamente molti tedeschi erano già passati avanti e stavano andando verso il lago. Loro correvano il rischio di rimanere isolati. Provò a considerare questa ipotesi abbastanza probabile. Conveniva all’ultimo momento abbandonare la postazione e portarsi verso il lago, dalla parte opposta. «2 un attacco in grande stile », pensò ancora, « le cose prendono una brutta piega ». Poi gli venne in mente sua figlia. Come per caso. S’era sposata con un grosso proprietario di terre, a San Giovanni in Persicelo. Non era felice. Eppure non le mancava nulla. « Cosa ti manca? », le chiedeva suo marito. Anche allora, in tempo di guerra, avevano galline, farina, il maiale. Ogni ben di Dio. Ma lei soffriva dell’unico errore della sua vita. Aveva sposato per interesse, quando le sembrava col matrimonio di potere appagare ogni suo desiderio. E di desideri, si sa, ne ha tanti la povera gente. Le sue amiche poi. Che invidia. _Alla lunga però s’era pentita. Neanche un figlio dal matrimonio. Poteva essere la sua consolazione.
« Atos, dei caricatori! ».
Il compagno strisciò fino a lui con una cassetta di munizioni. Avevano preso a sparare piú fitto dalle parti del lago, anche con armi leggere.
« Senti? », disse Andrea in una pausa.
Il cielo si era coperto e arrivavano folate di nebbia, che bagnava.
« Questa sera », disse il Modenese, « vedremo che cosa si potrà fare ».
« Può darsi che Marcello mandi qualcuno », disse Felice. «Chissà se la strada per il lago è libera ».
Cominciò a piovere fitto su tutta la vallata. Gli spari si fecero via via più radi.
Decisero di rimanere. Così mi raccontò poi Andrea. Non eravamo riusciti a prendere contatto con la postazione dalla sera del 18. E ormai noi stessi eravamo in mia situazione critica, coi tedeschi
e i fascisti da tutte le parti attorno al lago.
Pioveva a dirotto, non c’era da sperare sull’aviazione. Quando il modenese si rese coto della cosa, ne parlò con calma ai compagni ed essi furono d’accordo con lui. Avrebbero resistito finché fosse stato possibile e poi si sarebbero avventurati verso il lago, ognuno per conto proprio per sfuggire meglio ai tedeschi.
Intanto i tedeschi e i fascisti avevano assediato la postazione, con un cannone che sparava a intervalli; i colpi cadevano sempre più vicini. I quattro partigiani rinforzarono il terrapieno con tronchi d’albero e fango. Quando qualche fascista usciva dai ripari, il mitragliatore riprendeva a sparare.
Non c’era malinconia, in apparenza. Ognuno s’era abituato all’idea della morte e vi si preparava senza eccessivi rimpianti.
Questo fu uno degli ultimi discorsi.
« Di questa stagione giù in pianura si vendemmia », disse il Modenese. « Forse quest’anno poco. Con tutta l’uva che sarà andata in malora per via della guerra. Del resto non saprebbero dove metterlo il vino ».
« Da noi si fa un moscato leggero, frizzante », disse Felice. « Ci vuole la terra adatta, piuttosto asciutta. Chi ne avesse una bottiglia qui… ».
« I tedeschi si ubriacano col tuo vino », fece Atos.
« Vent’anni fa c’era uva dalle nostre parti», disse il Modenese, « prima della peronospora. Ci vuole tempo per rifare gli impianti».
« Qui non hanno uva né frumento. Sa Dio di che cosa campano», disse Andrea.
« Latte e bosco. Un po’ di castagne piú in basso. Non stagno poi male ».
D’improvviso apri il fuoco una mitragliatrice da chissà dove. Un tiro continuo, preciso.
Il Modenese guardò in basso da una feritoia. « Tentano di salire », disse, e riprese a sparare.
I tedeschi e i fascisti venivano su allo scoperto, uno qua, uno là, a piccoli balzi. . ; I. – I. .
« Non si può prenderli di mira tutti », pensò Andrea. « qualcuno, prima o poi, arriverà fin qui ». Sentiva il furore crescergli in petto. « Noi banditi », pensava, « siamo qui. Veniteci a prendere ».
E difatti venivano. Qualcuno anche cadeva, col teschio bianco sul petto a guardare il cielo.
« E’ ora che ve ne andiate », disse il Modenese ai suoi tre compagni.
Nessuno si mosse.
« Resto qui io », aggiunse, « poi vi raggiungo ». « Piantala, vecchio », fece Andrea.
« Imbecilli! », gridò. « Vi fate ammazzare per niente ». Atos apri una cassetta di bombe a mano. « Possono servire, tra poco », disse.
Il Modenese si alzò per aggiustare la mira e vide avanzare altri tedeschi laggiú. Perdio, quanti erano. « Chi li ferma piú? » pensò. Cambiò la canna al mitragliatore, che scottava. Poi girò la testa per chiedere forse qualcosa ai compagni che stavano dietro, si scoprì un attimo e un proiettile lo raggiunse alla tempia. Non fece in tempo a dire parola. Si allargò la macchia di sangue sul suo viso e anche i capelli, già grigi, ne rimasero intrisi. Atos fu pronto a prendere il suo posto. La pioggia, che continuava a cadere, lavò poco per volta il viso del partigiano morto.
Andrea ci raggiunse il giorno 20, di sera. Lui solo era scampato. Dopo la morte del Modenese, avevano continuato a difendersi lui, Atos e Felice, senza piú speranza ormai. Sfiniti dalla fatica, spararono per un pezzo. Ci fu poi silenzio. E li credettero morti. Allora si fecero avanti alcuni fascisti, pieni di baldanza, per occupare la trincea. Arrivati poco sotto alla postazione, furono sorpresi dallo scoppio di tre bombe a mano, lanciate una dietro l’altra. Nello scoppio sì confusero le grida di quelli che morivano, e degli altri che seguivano l’azione.

 

Così li tennero a bada fin verso sera. Quando già si preparavano ad abbandonare il posto, i tedeschi cominciarono un fitto tiro di artiglieria. Non si potevano muovere.
,« Piú tardi, forse », disse Atos. « Sarà più facile col buio ».
Gli altri non parlavano. Sembrava inutile. Poi tutto avvenne in un modo che neanche Andrea sapeva ricordare, come quei momenti che la memoria rifiuta di credere siano trascorsi. Lo schianto delle granate sembrò lacerarlo tutto, fin dentro nel cuore e nei polmoni con la terra che gli entrava in bocca a soffocarlo. Riprese coscienza della realtà lentamente, con una gran confusione nella testa. Atos e Felice erano li, un poco coperti dalla terra, già morti, egli lo sapeva prima ancora di accostarsi. Uno a fianco dell’altro, si toccavano quasi con le teste. Prese allora alcune bombe a mano e le scagliò sui nemici che salivano. Poi s’inoltrò nel bosco verso il lago.
La notte stessa partimmo. Eravamo rimasti in centotrenta. Gli altri morti o dispersi. Sgocciolavano gli alberi per una pioggia sottile e le foglie in terra, bagnate, attutivano quasi ogni rumore. Organizzammo tre squadre in retroguardia a turno per difendere la colonna dai tedeschi. Ma essi non si fecero vivi. Prendemmo un sentiero sopra il lago, che conoscevamo bene per averlo percorso altre volte. Dovevamo allontanarci dal lago e raggiungere nei giorni successivi il Passo delle Radici. Eravamo stanchi morti. E con mille pensieri. Si spezzava dentro di noi ogni ricordo della famiglia e della tranquillità di un tempo. Era come vivere un’altra vita. Ma non si poteva riflettere a queste cose, almeno per il momento.

 

Racconti del premio Prato
1951 1954

 

Edizioni Avanti!
1955
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