Romano Bilenchi

I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

bandierarossa

ROMANO BILENCHI

Romano Bilenchi è nato a Colle di val d’Elsa il 9 novembre 1909. Scrittore, esordì giovanissimo, pubblicando, a partire dal 1935, tra gli altri, Il Capofabbrica, Conscrvatorio di Santa Teresa, La miseria, La siccità. Nel 1942 si iscrive al Partito Comunista e partecipa attivamente alla sua vita clandestina. Dopo la liberazione si dedica interamente alla professione di giornalista, diventando redattore capo de « La Nazione del Popolo », organo del CTLN e dirigendo prima Società e poi, dal 1948 al 1956 Il Nuovo Corriere. Dopo una lunga pausa torna all’attività di scrittore con I silenzi di Rosai (1972), Il bottone di Stalingrado (1972), Amici (1976), Il gelo (1982). Sempre nel 1982 ha ricevuto l’alto riconoscimento del Premio dei Lincei per la narrativa e nel 1983 la laurea honoris causa in Lettere dell’Università di Firenze.

***

L’ATTENTATO

Nel pomeriggio il caffè Paszkowski si empiva di ufficiali tedeschi di ogni arma e di ogni grado. Molti di loro lani invano di quando in quando reparti del battaglione « Goerig» e delle S.S. contro le formazioni partigiane rífugiatesi sulle montagne e saccheggiavano i paesini, li incendíavano, uccidevano, con le baionette, contadine, i loro neonati, le loro bambine e le gettavano sui rovi, le braccia ,- le gambe aperte e i vestitini chiari, di cotone cenciosi, lettere farfalle che si essiccavano al sole. Un giorno, dalla porta che dà dinanzi al cinema Gambrinus, entrarono nel caffè un uomo che indossava un impermeabile bianco e una ragazza con una giacca di lana rossa e una grande borsa nera, lucida. Percorsero la prima sala dove alcuni ufficiali tedeschi parlavano e bevevano attorno ai tavoli, e andarono nell’altra sala, ancora vuota. Un giovane ben vestito sedeva a un tavolo posto accanto al muro, coperto dalla colonna che sta quasi nel mezzo della sala. Scriveva, con lentezza, una lettera. Quando alzava la testa poteva scorgere di spalle l’uomo che non si era tolto l’impermeabile bianco, benché nel locale facesse caldo, e la ragazza. I due, sedutisi a un tavolino, ordinarono al cameriere che serviva quella sala bibite che pagarono subito. Dopo un po’ di tempo l’uomo guardò l’orologio, si chinò verso la ragazza, le parlò e lei trasse dalla borsa un pacchetto lungo e rotondo avvolto in un giornale e cominciò a scartarne un’estremità; poi lo dette al suo compagno, che continuò a togliere la carta finché non trovò un gancio e una cordicella. In quel momento il giovane che stava dietro la colonna alzò gli occhi dalla lettera che stava rileggendo e vide quello che gli sedeva di spalle insieme con la ragazza scostare la tovaglietta del tavolo, appendere il lungo fagotto che aveva in mano a un altro gancio fissato sotto il piano del tavolino, accendere un fiammifero e dar fuoco al cordoncino che pendeva dal pacco. La fiammella cominciò a salire, poi si spense, ma un puntolino rosso la sostituì e si mise a procedere lentamente. Il giovane si alzò, e gridando « una bomba, una bomba » si lanciò contro i due. La ragazza, sorpresa da quel grido inaspettato, si girò di colpo urtando il tavolo che traballò, il pacco cadde sul pavimento e il puntolino rosso si spense. Il giovane afferrò la ragazza per le braccia. « Sono un ufficiale delle S.S. italiane » urlava. I tedeschi accorsero ad aiutarlo, impugnando le pistole.

Dopo l’inizio della guerra avevo abbandonato il giornale, ma, trascorso un anno, il partito mi aveva ordinato di riprendere il mio posto, costasse quel che costasse: la responsabilità se la sarebbe assunta lui. Vi si venivano a sapere molti fatti che sarebbe stato impossibile conoscere altrimenti: i contraccolpi che avevano sul governo le operazioni belliche; vi si potevano ascoltare senza alcun rischio le radio straniere, leggere gli ordini del ministro della cultura popolare lasciati dentro un inserto in redazione alla portata di tutti. La sera poi il direttore ci mostrava i documenti che il medesimo ministero gli inviava: commenti ufficiali stranieri, i bollettini degli eserciti sovietico, inglese, americano e anche il testo di qualche discorso di Mussolini tenuto segreto agli italiani. Un materiale prezioso che serviva a scrivere manifestini e articoli polemici per i giornali clandestini. Io e due miei amící, giornalisti, Renato e Ivo, che avevo fatto iscrivere al partito senza chiedere loro attività rischiose, coprivamo a turno quasi tutte le ventiquattro ore giornaliere in modo che uno di noi era semlire presente in redazione. Più tardi quando le formazioni partigiane si fecero più forti e più aggressive, quando i gappísti intensificarono le loro azioni in città, con l’apporlo di Innocenti, un compagno poliziotto che lavorava in Questura, riuscimmo spesso a conoscere i piani che tedeschi e fascisti avevano in programma. Tenevamo molto aggiornato, per mezzo dei cronisti che visitavano la questura, la Prefettura, i commissariati, le caserme dei carabinieri, i pompieri e gli ospedali, un quadro completo di ciò che accadeva in città, dai delitti compiuti dai nazisti e dai fascisti fino ai loro più piccoli furti nelle case, nei bar, nei negozi. Se in una strada la popolazione si era opposta ai fascisti lo, sapevamo dopo poco tempo e avvisati da una nostra staffetta, Marta o Flora, uno o due compagni giungevano sul posto con un pacco di manifestini che incitavano alla lotta. Un brevissimo comizio a nome del partito comunista che sempre impressionava la gente e poi, benedetti da tutti, via di corsa. Sembravamo molti, presenti ovunque a parlare della nostra vittoria, del pane che mancava, dei fagioli che rincaravano, tutti i giorni, dei delitti dell’invasore; e invece eravamo pochissimi. « Fuggi, poverino, se tornano ti uccidono. Insorgeremo, ma non ci far soffrire per te! » dice-dicevano le donne, ma erano felici delle nostre apparizioni.

***

Dopo l’arresto di Mussolini, durante il governo Badoglio, venne al giornale, ogni sera alle nove, col compito di censore, il vicequestore Soldani Bensì. Sedeva proprio davanti a me. Non sembrava un uomo autoritario. Più che censurare gli articoli, c’era ben poco da proibire, faceva in modo che non pubblicassimo notizie di rappresaglie contro i fascisti, denunce contro i gerarchi, fatti truci. Continuò a venire anche dopo la fuga del Re e di Badoglio al Sud, forse per abitudine, forse per raccapezzarsi nella confusione di cui era caduto il paese e per parlare con noi. Presto volle che tutti gli dessimo del tu e, terminato il lavoro, ci accompagnava con l’automobile alle nostre case. Sapevo che era legato al partito d’azione. Per la sua carica, conosceva tutto quello che accadeva in questura. Non sembrava molto benevolo verso i comunisti, sebbene fosse il questore proposto dal Comitato di liberazione per i giorni successivi alla fine della giierra. Ne aveva molta paura: ci riteneva numerosi, un esercito clandestino pronto e armato, dai piani índecífrabili, Di ogni fatto importante della giornata, quando giungeva al giornale, se interrogato con pazienza e talvolta anche senza che gli rivolgessimo domande, ci dava la versione della polizia e anche quella delle bande dei torturatori. Se una bomba veniva lanciata verso qualche obiettivo militare da un giovane che portava il berretto, dicevo alla mia staffetta di dire subito al compagno dirigente con il quale ero in contatto che nessuno si mettesse il berretto; se qualche spia informava i poliziotti che un giovanotto il quale aveva tenuto un breve comizio in un mercatino rionale aveva un impermeabile verdastro, avvertivo che quel compagno lo nascondesse. Se un compagno era stato osservato più volte e i fascisti conoscevano qualche spiccata particolarità dei suoi connotati gli ordinavamo di lasciare Firenze, almeno per un po’ di tempo. Nel fare le domande a Soldani Bensi, per non apparire l’unico interessato a un episodio, e ogni sera c’era sempre da parlare di casi nuovi, mi aiutavano a turno Renato e Ivo, in modo che parlasse il più possibile e non gli venissero sospetti.

***

Trascorsa un’ora dal mancato attentato al Paszkowski, prima del consueto appuntamento serale che avevo con lui, venne al giornale Roberto Martini e mi disse che nel caffè, mentre tentavano di far esplodere una bomba, erano stati arrestati due gappisti: una ragazza, Tosca, e un uomo che nessuno finora era riuscito a capire chi fosse. Si affermava perfino con sicurezza che alcuni ufficiali tedeschi avevano sparato e ferito l’attentatore. Bisognava al più presto conoscere quello che era accaduto per prendere, come al solito, le adeguate misure di sicurezza; e questo era compito di noi due e anche di altri compagni che avremmo visto solo l’indomani e che ora era impossibile raggiungere. Frequentavo il Paszkowski da oltre dieci anni, ne conoscevo i proprietari, tutti i camerieri, i baristi e sapevo quello che pensavano politicamente. Mi diressi là, dopo aver detto a Roberto di recarsi in questura a dire a Innocenti che cercasse di intercettare notizie e voci. Al Paszkowski, il barista mi fece cenno con la mano come a dire: « Che vita! ». Ordinai un caffè al banco e attesi. Si avvicinò un cameriere Giovanni, a ordinare una bottiglia di cognac per alcuni ufficiali tedeschi. Era amico di Rosai e anche io lo conoscevo bene. « Qui dentro oggi avete perfino sparato » gli dissi. « Sparato no, ma c’è mancato poco. E’ andata bene. Se scoppiava la bomba ci sarebbe stata una strage » disse, e sorrise. « Eppure in città corre voce che si sia sparato » gli dissi. « Forse sarà stato quel chiacchierone di Bruno a parlare » rispose e rise soddisfatto. Bruno era un vecchio cameriere timido, pauroso: aveva i piedi piatti e si metteva a sedere dopo pochi passi. « Macché c’è stata un po’ di confusione, quando l’uomo che era con la ragazza è riuscito a fuggire: l’ultima porta era aperta e lui con un balzo si è precipitato nella piazza, correndo ha imboccato via Strozzi ed è sparito » disse Giovanni. « Tutti assicurano che l’hanno preso. E’ certo che non è vero? » gli dissi. – Sicurissimo. Avevo servito proprio io quei due. L’ho visto correre traverso la piazza. Non potevo sbagliarmi. Indossava un impermeabile bianco » disse Giovanni. « Era giovane? » domandai. « Mica tanto. Aveva la faccia scura come un arabo » disse Giovanni. « Cazzo, altro che gappista » pensai e sentii l’ira salirmi bruciante al volto. Parlavo dentro di me: « E’ Alessandro, un dirigente, importanti. E’ almeno la terza volta che compie un attentato e dovrebbe stare nascosto. E’ fiorentino ed è conosciuto. Sempre con quell’impermeabile bianco. Anche alla ‘ Pergola ‘ durante il raduno dei fascisti e degli ex-combattenti la bomba la mise lui e per poco non lo presero. Lo braccano italiani e tedeschi. E’ anche ebreo: se lo acciuffano lo fanno a pezzettini. Gli uomini come lui la dinamite ce l’hanno nel sangue. Se deve essere messa una bomba, la metto io, costi quel che costi; e vadano a puttana le regole cospirative, le responsabilità e anche i compagni ». Si avvicinò un altro cameriere, Silvano, e disse: «Macché scuro; era un ragazzotto di neppure vent’anni e biondo. Ne sono sicuro ».

« Allora era Antonio? » mi chiesi. Benché giovanissimo era molto coraggioso e capace di compiere un attentato, ma mi pareva una persona che si sarebbe notata subito, vestita in maniera un po’ troppo sciatta in un caffè di lusso come quello e non riuscivo a ricordare il colore del suo impermeabile. Perplesso salutai il cameriere e me ne andai. Mentre camminavo verso il giornale, ripensavo, dimenticato Antonio, e lo avevo fatto altre volte, solo a Alessandro, che dopo ogni appuntamento mi lasciava inquieto. Il suo nemico, più che i nazisti e i fascisti, sembrava essere Trotzki per due volte avevamo litigato. Un pomeriggio ero andato a un appuntamento con Alessandro Piazza Santissima Annunziata. Avevo sotto il braccio « la mia vita » di Trotzki, un volume che si vendeva liberamene nelle librerie. Alessandro lo aveva preso, osservato e mi aveva detto che un giovane non avrebbe dovuto leggere quel libro: « Non sono tanto giovane: ho trent’anni, leggo quello che mi pare. Trotski è un grande scrittore e questo è u grande libro » gli avevo risposto. Se ne era andato imbronciato. La seconda volta la lite era finita anche peggior Poteva sembrare che lo facessi per provocarlo, e così infatti lui aveva interpretato il mio atteggiamento. Anche quel pomeriggio era giunto nella piazza con in mano un altro libro di Trotski. Les crimes de Staline. Avevo, per prudenza, foderato la copertina del volume. Alessandro pure questa volta preso il libro e visto il titolo si era imbestialito. « Sei un trotzkista. Ti farò espellere dal partito » aveva detto. « Non sono un trotzkista. Ma ammiro Trotzki. è un grande scrittore. Ma poi che vuol dire oggi trotzkista; e per di più in Italia? » gli avevo risposto. « E’ un venduto ai nazisti, ai capitalisti » aveva detto lui. « Sono d’accordo con tutto quello che fa il nostro partito, ma non con codeste balle che immiseriscono idee, lotte e drammi » gli avevo risposto. Mi aveva denunciato, chiesto di mettermi in quarantena, ma gli altri dirigenti si erano opposti e io avevo continuato il mio lavoro. In seguito eravamo diventati amici. Discutevamo a lungo ogni volta che ci incontravamo e, sempre comprensivo e calmo, mi aveva aiutato a chiarire alcuni dubbi che mi assillavano.

Giunsi al giornale, salii in redazione. Non c’era nessuno. Scesi di nuovo e attesi nell’ingresso finché arrivò Roberto. Egli mi disse che il nostro compagno poliziotto confermava il racconto del cameriere: era stata arrestata soltanto Tosca che proprio allora veniva interrogata da Carità e dai suoi uomini.

***

La sera al giornale chiesi al vicequestore: « E’ vero che per poco oggi non accadeva un macello al caffè Gigli? ». Sei informato male. L’attentato doveva avvenire al Paszkowski » rispose. « E’ vero che qualcuno ha sparato? » chiesi. « No. L’unico inconveniente è che sia fuggito l’uomo che aveva messo la bomba ». « Perché l’uomo? Quanti erano? » chiesi ancora. « Due; un uomo e una ragazza.

E’ stata presa soltanto la ragazza. Sono ore che la stanno picchiando: calci nel ventre e pugni negli occhi. Si stanno però convincendo tutti che nel tentativo terroristico lei non c’entri » rispose Soldani Bensi. « Allora perché l’hanno arrestata se è innocente? » chiese Renato. « Era con l’uomo che è fuggito, e questo desta sospetto; lo desterebbe anche in me, in qualsiasi investigatore » rispose. « Ma la ragazza nega di essere stata in compagnia dell’uomo? » chiese Ivo. No, per nulla. Lei afferma: io sono una puttana. Passeggiavo sotto i portici per cercare clienti. Si è avvicinato quell’uomo con l’impermeabile bianco che non conoscevo e mi ha chiesto se volevo passare la serata e la notte con lui. Ho accettato. Siccome era ancora presto l’uomo mi lui invitato a bere un aperitivo e a fare due chiacchiere prima di andare a cena. Mentre sedevamo al caffè ha sfilato da sotto l’impermeabile una specie di tubo avvolto in un giornale. Forse aveva una tasca cucita nella fodera. Si è chinato. Poi ho sentito urlare e un giovane ci è saltato addosso. Lui è fuggito. Io non ho capito più nulla ». « Può essere vero? » chiese Renato. « Il questore, il quale è in contatto con Carità, mi ha detto che sembra sia andata proprio così. La ragazza l’hanno massacrata e lei non ha mai cambiato, il suo racconto. A quest’ora sarebbe crollato anche un bove. Domani ne sapremo di più » disse Soldani Bensi. « E dell’uomo avete i connotati? » chiesi. « No. Chi dice che fosse bruno di capelli e di faccia; chi giovanissimo biondo. Accade sempre così. In dodici hanno visto tutto e raccontano particolari diversi. La ragazza afferma di non averlo osservato bene » rispose lui.

La mattina dopo feci il mio rapporto al responsabile del reparto militare e aggiunsi un suggerimento: togliere Ad Alessandro l’impermeabile bianco, diffidarlo dal continuare a esporsi in quel modo, spedirlo, se necessario, almeno per un poco di mesi, in un’altra città. « Non sono sicuro che sia stato lui », disse.

Soldani Bensi, la sera, ci raccontò che Tosca, la quale non era più capace di stare in piedi, aveva convinto Carita della sua innocenza. Forse perché non si mostrasse in, quello stato ai parenti e agli amici, l’avevano trasferita, pur senza imputazione, nel carcere femminile di Santa Verdiana. Ora le nostre compagne incarcerate erano diciannove A qualcuno venne l’idea di liberarle: forse a Chianesi, capo dei gappisti, o a Fanciullacci o al comandante militare. Più volte in casa di Rosai, in via dei Benci, dove erano rifugiati Fanciullacci, il pittore Faraoni, ambedue feriti, e un ufficiale tedesco, Alexander, disertore, udii discutere i particolari del piano per l’evasione delle ragazze, ma quando tutto fu pronto i fascisti aumentarono le guardie del carcere. Fanciullacci convinse gli altri a ricorrer al mezzo più semplice: con grande naturalezza camuffa da militi di Salò, bisognava riuscire a farsi aprire il porton di Santa Verdiana. Ma divise ne avevano poche. « A questo ci penso io. Vestito da ufficiale tedesco non desterò sospetti né incontrerò resistenza » disse Alexander. Indossata per l’ultima volta la sua uniforme con l’aggiunta una catena della Feldgendarmerie che un gruppetto di partigiani aveva tolto a un soldato tedesco ucciso sulla strada della Futa, l’ufficiale si presentò infatti all’ingresso del carcere e, con la richiesta di parlare col comandante delle guardie, si fece aprire il portone. Dietro a lui entrarono gappisti con le pistole puntate. Non solo furono liberate le nostre compagne, ma anche due vecchie signorine inglesi che io e Roberto riuscimmo ad alloggiare in casa di u nostra amica che abitava in piazza della stazione. Ogni dieci, quindici giorni andavamo a trovarle perché non sentissero sole e avessero la certezza che qualcuno vegliava su di loro.

Soldani Bensi, la sera al giornale, era affranto. Impressionato dall’assalto al carcere, così improvviso, così rapido che in pochi minuti aveva vuotato Santa Verdiana delle sue detenute politiche, si chiedeva in continuazione: « sarà stato l’ufficiale tedesco? Sarà stato davvero un tedesco? ». Taceva e poi proseguiva: « Per me era un comunista, forse un russo ». Mentre lo vedevo così agitato e impaurito pensavo: « È possibile che un uomo che è in contatto con un partito antifascista abbastanza combattivo e, tramite quello, con l’intero comitato di liberazione si lasci andare al suo istinto poliziesco e al suo terrore dei comunisti, alcuni dei quali, per il suo passato, deve aver pure arrestati e quindi conosciuti? ». Il suo atteggiamento mi indispettiva. Tentai alcune domande assurde per confonderlo ancora di più. Se ci fossero infiltrazioni straniere, non imporia quali, con lanci di paracadutisti, sbarchi notturni, e all’improvviso, nel lasso di tempo che sarebbe intercorso Ira la partenza dei tedeschi e l’arrivo delle truppe angloamericane, un partito rivoluzionario avesse guidato la genie, che non ne poteva più, a una insurrezione, che sarebbe al accaduto? Soldani Bensi non ebbe mai la capacità di rispondere: i suoi occhi diventavano sempre più chiari, acquosi; Il capo gli si piegava sul tavolo. Anche te, mi dicevo, se hai fatto carriera qualche peccato sulla coscienza devi averla di sicuro.

Roberto condusse Tosca in via dei Neri, nella casa di un vecchio compagno che faceva il calzolaio. Tosca era la compagna che rischiava di più: se fosse stata arrestata di nuovo non avrebbe più potuto difendersi con gli stessi argomenti ai quali era ricorsa durante i primi interrogatori; e i gappisti avevano liberato da Santa Verdiana solo le prigioniere politiche. La ragazza conosceva in via dei Neri alcune famiglie per averci abitato. Imprudente, un giorno si affacciò a una finestra del primo piano che dava sulla ai strada. Una donna la riconobbe. Le disse: « Toschina come stai? Hai fatto bene a tornare ». La notizia che c’era la ragazza si sparse nelle case vicine e quelli che le erano amici andarono a farle visita. Il pomeriggio Roberto si recò in via dei Neri. Esperto della lotta clandestina comprese subito che Tosca era in pericolo; non poteva rimanere altro tempo in quella casa dove esponeva, non solo la sua vita, ma anche quella della famiglia che l’ospitava. Il settore del quale facevamo parte io e Roberto non aveva alcun rifugio libero e neppure potevamo agire di nostra iniziativa nel campo degli altri compagni senza creare dannose confusioni; né c’era modo di cercare così in fretta fra i simpatizzanti e gli amici qualcuno che avesse una stanzetta e un divano liberi per ospitarci la ragazza. Ci voleva inoltre una grande attenzione per non far correre rischi, inutili ad altre persone. Mi venne un’idea. Abitavo con mia moglie in un piccolo appartamento di via Fra’ Bartolomeo, all’angolo di via Masaccio. Per l’intercessione di Luigi Sacconi che era uno dei loro insegnanti, due ragazze avevano affittato quattro stanze in un quartiere più ampio e si erano riservate le altre riempiendole di mobili. L’appartamento non era stato denunciato come occupato e io risultavo aver lasciato Firenze ed essere domiciliato di nuovo a Colle di Val d’Elsa. A me e a mia moglie si era aggiunto pochi giorni prima, un nostro nipote di Siena che avevo fatto disertare dall’esercito di Salò, nel quale era stato costretto al periodo di leva. Comportandosi con prudenza, chiunque avrebbe potuto vivere tranquillo in quella casa. L’unico pericolo era rappresentato da un possíbíle bombardamento aereo perché era distante poche decine metri dalla ferrovia; ma nessuno, dinanzi alla violenza e ferocia della guerra ormai combattuta anche dentro la città poneva attenzione a quello che di rado poteva venire giù dal cielo. La madre di un mio amico aveva più volte in invitato mia moglie e me ad abitare da lei che possedeva appartamento con molte stanze posto in piazza dell’Olio proprio nel centro della città, a pochi metri dal giornale Pensava, la donna, di rendermi così la vita più facile. Spiegai a Roberto il mio proposito: « Tasca andrà ad abitare con mio nipote. Io e mia moglie da domani andremo a stare dai nostri amici. Non abbiamo altre possibilità immediate Vai subito a prendere Tosca; io ti aspetterò sulla porta casa, in via Fra’ Bartolommeo ».

Quando vidi Tosca mi spaventai. Aveva gli occhi liquidi, senza luce, e camminava a piccoli passi, a stento. Chi sa quanto doveva aver sofferto per arrivare li da via dei Neri. Salimmo in casa e la feci distendere su un divano nel mio studio. Dissi a Roberto dobbiamo farla visitare da un medico. Ho un’amico nell’ospedale di Careggi domattina andremo a prenderlo ». « Anche io conosco bene un medico a Careggí. E’ un chirurgo, molto bravo, aiuto di Valdoni, la pensa come noi; lo possiamo considerare un compagno » disse Roberto. « Poiché Tosca ha subito molte percosse sarà meglio che la visiti per primo il tuo chirurgo » gli dissi. La mattina dopo Roberto arrivò in via Fra’ Bartolommeo con un giovane elegante, che aveva una folta capigliatura che stava precocemente imbiancando. Si presentò: « Biocca ». Visitò a lungo Tasca e disse che era parecchio malridotta. Per gli occhi in parte tumefatti, e la ragazza ci vedeva malissimo, avrebbe trovato lui un oculista fidato; ma quello che lo preoccupava di più era il fegato quasi spappolato. Ci indicò alcune medicine e disse a Tosca di stare il più possibile distesa sul divano. Lo accompagnai fino alla porta. « Ce la farà, dottore, gli chiesi. « Spero di sì, credo di sì, ma soltanto perchè una donna. Sopportano tutto, sono come i gatti, hanno sette vite » rispose.

***

l quei giorni due fascisti uccisero Alessandro a colpì di mitra nel centro della città, a un quadrivio, e proclamarono anche con gli altoparlanti di aver giustiziato il capo dei comunisti italiani, poi, appena trascorsa un’ora, uno specialista inviato da Mosca per guidare la lotta armata in Toscana. Non ne dicevano il nome e noi non riuscivamo a capire chi fosse. Quello stesso pomeriggio, unitomi al cronista che ogni giorno si recava più volte all’ospedale, andai a Santa Maria Nuova. Con il mio collega entrammo nella sala mortuaria: fra altri due cadaveri c’era quello di Alessandro. Nessuno di noi aveva pensato a lui. Il suo volto era intatto. Turbato mi chinai per baciargli la fronte é dargli così il nostro addio, ma intravidi sulla porta un infermiere che mi fermò alzando una mano. Dietro di lui apparvero un medico e il poliziotto di guardia all’ospedale che amico da tempo del mio collega, non sembrò neppure notare la nostra presenza.

‘Soldani Bensí smise di venire al giornale. Dalla questura sapemmo meno, non avemmo altre notizie di quelle che ci portava Innocenti. La lotta in città divenne sempre piú difficile, più aspra, più imprevedibile. Avevo, avevamo tutti molto da lavorare. Ma almeno ogni due giorni, fíno all’insurrezíone, a turno io e Roberto andammo a trovare Tosca. Si rimise in fretta. L’ultima volta che la vidi sedeva con mio nipote nello studio, uno di qua l’altra di là da scrivania. Cantavano una canzone nella quale si parlava di guai, di affanni e della maniera di superarli con allegria` Erano molto giovani, più giovani dieci anni di me e affanni ne avevano provati molti — mio nipote, tre giorni prima,. che disertasse, era stato costretto ad assistere alla fucilazione di cinque suoi coetanei renitenti alla leva — ma averlo dimenticato così presto mi parve di buon auspicio per tutti noi.

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