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Helga Schneider e le testimonianze delle donne nei bordelli nazisti

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Testimonianze

La prostituzione nei bordelli nazisti: il toccante tema di cui ci parla “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider

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Helga Schneider e le testimonianze delle donne nei bordelli nazisti

Ci sono fatti storici talmente ripugnanti e vergognosi da essere lasciati in un cassetto il più possibile. Uno fra questi? Le violenze sessuali subite dalle donne  nei bordelli nazisti. Un fenomeno di scarsa considerazione da parte della ricerca storica, forse ostacolata dal silenzio delle vittime.

Una tematica poco conosciuta, amara da raccontare ma necessaria per capire fino a che punto si possa essere spinto l’essere umano.  Argomento che a  lungo  è stato un dramma taciuto, soprattutto in Germania. Solo negli ultimi decenni siamo venuti a conoscenza di ciò che è accaduto all’interno dei cosiddetti “Sonderbau”, i bordelli nazisti dei lager.

Una testimonianza a tale riguardo arriva dal romanzo “La baracca dei tristi piaceri” di Helga Schneider, scrittrice tedesca, ma naturalizzata italiana, che ci colpisce al cuore per il suo taglio amaro e toccante.

Il sesso forzato come strategia del nazismo

Nel 1943 Himmler, capo supremo delle SS,  prende la fulminante decisione di far allestire dieci bordelli nazisti nei più grandi campi di concentramento, primo fra tutti il Sonderbau di Buchenwald, per contrastare la crescente diffusione dell’omosessualità. L’idea del bordello ottiene fin da subito un immediato successo e i prigionieri-clienti accorrono numerosi, nonostante le loro condizioni psichico-fisiche disperate. Quasi disumane.

Il bordello è vietato agli ebrei e ai prigionieri di guerra sovietici, pertanto è frequentato principalmente da coloro che svolgono compiti di sorveglianza all’interno del lager (decani o kapò). Viene naturale domandarsi come potessero quelle ombre di uomini avere ancora energia per avere rapporti.

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Le donne destinate ai bordelli nazisti non erano ebree, ma tedesche, polacche o bielorusse al di sotto dei 25 anni, per la maggior parte reclutate nel lager femminile di Ravensbruck, dove si scelgono le prigioniere più giovani e più presentabili, in seguito a visite mortificanti da parte degli uomini delle SS. Appena arrivate al Sonderbau, subiscono delle iniezioni per renderle sterili, ma non è detto che funzionassero per tutte . Coloro che rimangono gravide, sono costrette ad abortire nel giro di pochissimi giorni in condizioni aberranti e senza anestesia.

Helga Schneider ci racconta che le ragazze-prostitute alloggiano nella casa di tolleranza , all’interno del proprio campo di concentramento, dove  godono di igiene, di cibo, di una camera con il letto, nonché di un piccolo salario. Tra di loro non ci sono sentimenti di sorellanza  o di solidarietà. Vengono sorvegliate dalle tracotanti guardiane SS, che si profumano di Chanel numero 5 e sono vestite di tutto punto.

Le donne devono essere presentabili, truccate e sempre con il tacco alto, con la divisa su cui ognuna ha appuntato il proprio numero, in attesa dei loro clienti. I prigionieri-clienti arrivano sempre con l’aria un po’ stordita, ma con gli occhi lucidi. Passano in rassegna le candidate con un misto di incredulità ed eccitazione, identificandosi nell’ingannevole immagine di una virilità ripristinata. Una sorta di virilità che fino a quella sera sembrava essersi perduta per sempre.

I prigionieri pagando due marchi, che vanno nelle tasche dei nazisti, hanno a disposizione  un massimo di 15 minuti di piacere. L’atto sessuale deve avvenire in posizione sdraiata e non possono conversare con le donne. Il bordello sta aperto tutta la settimana, inclusa la domenica e le feste; solo in caso di un discorso del Fuhrer alla radio la porta sarebbe rimasta chiusa.

Molti detenuti , subito dopo il rapporto,  muoiono con lo sguardo immobile e gli occhi iniettati di sangue. Una testimonianza che arriva dalle pagine di La baracca dei tristi piaceri” della Schneider.  Di come  il senso dell’umano è stato violato durante il regime di Hitler, di come il valore assoluto della vita e della dignità dell’individuo è stato brutalmente calpestato dai nazisti.

Quando l’attività al Sonderbau rende le meretrici ormai alcolizzate, esaurite, sfiancate e malate, queste vengono rispedite al lager di origine, dove finiscono per essere sfruttate ulteriormente come cavie negli esperimenti sadici dei medici delle SS, o inviate ad Auschwitz per l’eliminazione.

I copiosi stupri da parte dell’Armata rossa su migliaia di civili, gli abusi commessi dalle SS su internate nei vari campi di concentramento, la prostituzione forzata nei lager, sono esempi ripugnanti di violenza sessuale perpetrata su migliaia di donne innocenti, vittime degli uomini, delle leggi e della Storia.

Moltissime donne dopo il ’45, schiacciate dall’umiliazione e dal trauma psichico, non hanno avuto la forza di denunciare la loro tragedia. Hanno preferito tacere per paura di essere giudicate e discriminate. Le poche testimonianze storiche che abbiamo, come quella della scrittrice Helga Schneider, sono l’esempio calzante di coraggio. E dobbiamo omaggiare tutte quelle “eroine” che hanno saputo fare i conti con la dura realtà subita, e andare avanti

Adriano Ossicini – Quando il morbo di K salvò ebrei e aiutò i partigiani

Quando il morbo di K salvò ebrei e aiutò i partigiani

La vicenda ricostruita da uno dei protagonisti, lo psichiatra Adriano Ossicini. Al morbo, inventato, la stessa iniziale di Kappler e Kesserling

Antifascismo Democrazia Memoria

Un nome inquietante per una malattia infettiva, devastante e mortale, talmente contagiosa da richiedere, per chi ne era affetto, l’isolamento in un padiglione clinico specializzato. In realtà, il morbo di K non esisteva, venne inventato dal primario e da un medico di un ospedale di Roma per nascondere ebrei e partigiani durante l’occupazione nazifascista.

A decenni di distanza quel nosocomio, il Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina proprio di fronte al ghetto capitolino, ha ricevuto il titolo di “Casa di Vita”. La vicenda è stata ricordata da uno dei protagonisti, lo psichiatra Adriano Ossicini, 96 anni, combattente della Resistenza, già senatore, e nel libro di Pietro Borromeo, figlio di Giovanni, allora primario della struttura, riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” nel memoriale Shoah Yad Vashem. Nel documentato volume pubblicato da Fermento nel 2007 (una recensione è disponibile sul sito dell’ANPI http://www.anpi.it/libri/123/il-giusto-che-invento-il-morbo-di-k) si ricostruiscono i fatti. (http://www.lastampa.it/2016/06/21/multimedia/italia/il-dottor-ossicini-cos-ho-salvato-gli-ebrei-durante-le-persecuzioni-irWI1r2T921jmTEm25tB2K/pagina.html)

Siamo nell’ottobre 1943. Le SS hanno deportato verso i campi di sterminio le famiglie ebraiche residenti nel ghetto. Alcune persone sono riuscite a scampare alla razzia e vengono nascoste al Fatebenefratelli dove lavorano Borromeo e il giovane medico Ossicini. Si temono però le delazioni: in cambio di denaro, le spie sono disposte a segnalare alle SS i nomi dei conventi e degli ospedali che danno rifugio a ebrei e partigiani. Così aiutati dal Priore dell’Ordine ospedaliero, il polacco Fra’ Maurizio Bialek, il primario e il suo assistente inventano il morbo di K, prendendo anche in giro i tedeschi con l’attribuire alla malattia la lettera K, la stessa iniziale dell’ufficiale Herbert Kappler e del generale Albert Kesserling. Sistemano i finti malati, un centinaio, in un reparto e negli scantinati approntano una radio trasmittente per comunicare con i partigiani laziali. Inoltre, Borromeo e Ossicini procurano documenti falsi ai perseguitati che, dichiarati morti per il morbo, vengono poi nascosti in altre strutture cittadine. Le SS si presentano al Fatebenefratelli, ma le cartelle cliniche con la descrizione della malattia sono talmente perfette che per la paura si astengono dal fare irruzione. Nel dopoguerra, il prof. Giovanni Borromeo verrà insignito di Medaglia d’Argento al Valor Militare per i meriti nella Resistenza. L’attività partigiana costò ad Adriano Ossicini la prigione e le violenze di nazisti e fascisti. Oggi rievoca l’occupazione con un motto: «Bisogna cercare di essere dalla parte giusta, sempre».

Tratto da

Patria Indipendente

Erich Weinert–Gioco di bimbi a Madrid

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Erich Weinert
(Germania)
Gioco di bimbi a Madrid

Siede su una pietra Maria.
Sei sola, Maria? E perché
non vieni da me nel giardino!
E la porta dov’è?
Ah, cercala te!
*
I bimbi ballano e cantano in cerchio
felici del loro allegro stridio.

Maria, discosta, siede sulla pietra,
ha una sola gamba: non può unirsi a ballare,

e se il suo piede batte a tempo la danza,
a tempo le trema il moncone.

Discreto e leggero, a tentoni, nel cerchio
va il piccolo Pedro. Passa da uno all’altro,

tende le mani, gli occhi aperti sulle facce
(Pedro li ha persi), cerca di riconoscerle.

Siede su una pietra Maria.
Sei sola, Maria? E perché
non vieni da me nel giardino!
E la porta dov’è?
Ah, cercala te !

Ma appena rompe l’imbrunire
sulla città ulula di nuovo il cannone.

Vasti per lo spavento sono gli occhi dei bambini
Si sciolgono le manine sudate

La gamba trema a Maria e anche Pedro
Il ragazzo cieco diviene pallido e piccino

Ma quando l’ultimo rombo si dilegua
Si riaffolla la strada di bambini

E dove la morte ha sferrato i suoi colpi
Ricanta la vita, insopprimibile

Siede su una pietra Maria
Sei sola Maria? E perché
Non vieni da me nel giardino !
E la porta dove?
Ah cercala te

Paul Celan – La rosa di nessuno

Paul Celan
La rosa di nessuno

Salmo

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
*
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
*
Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
*
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

Paul Celan – Fuga di morte

Paul Celan

Fuga di morte

Nero  latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

(J. Esser – W. Langhoff – R. Goguel – Die moorsoldaten

(J. Esser – W. Langhoff – R. Goguel –

Die moorsoldaten

(I soldati della palude)
*

Canto del lager di Esterwegen

*

(Fin dove lo sguardo può giungere
non si vede che brughiera e palude
non un uccello canta qui attorno
soltanto qualche quercia povera e spoglia

*

Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!

*

In questa brughiera deserta
sorge il lager abbandonato
dove noi lontani dalla libertà
siamo ammassati dietro ai reticolati

*

Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!

*

La mattina andiamo in colonna
nella palude dove lavoriamo
Scaviamo nella calura del sole
e parlare di casa non ha senso

*

Siamo i soldati della palude
marciamo con le vanghe
nel fango!)

*

Fosco è il cielo sul lividore
di palude senza fin
tutto intorno è già morto o muore
per dar vita agli aguzzin

Sul suolo desolato
a ritmo disperato
zappiam!

*

una rete spinosa serra
il deserto in cui moriam
non un fiore su questa terra
non un trillo in cielo audiam

*

Sul suolo desolato
a ritmo disperato
zappiam!

*

Suon di passi di spari e schianti
sentinelle notte e dì
colpi grida lamenti pianti
e la forca a chi fuggì

*

Sul suolo desolato
a ritmo disperato
zappiam!

Paul Celan – Fuga di morte

Paul Celan

Fuga di morte

Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera

noi lo beviamo al meriggio come al mattino lo beviamo la notte

noi beviamo e beviamo

 noi scaviamo una tomba nell’aria chi vi giace non sta stretto.

 Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

 che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

 Margarete egli scrive

 egli s’erge sulla porta e le stelle lampeggiano egli aduna i mastini con un fischio

 con un fischio fa uscire i suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra

 ci comanda e adesso suonate perché si deve ballare.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al mattino come al meriggio ti beviamo la sera

 noi beviamo e beviamo.

 Nella casa vive un uomo che gioca colle serpi che scrive

 che scrive in Germania quando abbuia i tuoi capelli d’oro.

 Margarete i tuoi capelli di cenere Sulamith noi scaviamo una tomba

 nell’aria chi vi giace non sta stretto

 Egli grida puntate più fondo nel cuor della terra e voialtri cantate e suonate

 egli trae dalla cintola il ferro lo brandisce i suoi occhi sono azzurri

 voi puntate più fondo le zappe e voi ancora suonate

 perché si deve ballare.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al meriggio come al mattino ti beviamo la sera

 noi beviamo e beviamo

 nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

 i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca colle serpi.

Egli grida suonate più dolce la morte la morte è un Mastro di Germania

 grida cavate ai violini suono più oscuro così andrete come fumo nell’aria

 così avrete nelle nubi una tomba chi vi giace non sta stretto.

 Negro latte dell’alba noi ti beviamo la notte

 noi ti beviamo al meriggio la morte è un Mastro di Germania

 noi ti beviamo la sera come al mattino noi beviamo e beviamo

 la morte è un Mastro di Germania il suo occhio è azzurro

 egli ti coglie col piombo ti coglie con mira precisa

 nella casa vive un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete

 egli aizza i mastini su di noi ci fa dono di una tomba nell’aria

 egli gioca colle serpi e sogna la morte è un Mastro di Germania.

 I tuoi capelli d’oro Margarete,

 i tuoi capelli di cenere Sulamith.

Paul Celan – Schibbolet

Paul Celan

Schibbolet

Assieme alle mie pietre,
nutrite con il pianto
dietro le sbarre,
mi strascinarono
al centro del mercato,
là dove
si dispiega la bandiera
cui io non prestai giuramento.
Flauto,
doppio flauto della notte:
pensa all’oscuro
gemello rosseggiare
a Vienna e Madrid.
Metti a mezz’asta la tua bandiera,
memoria.
A mezz’asta
per oggi e per sempre.
Cuore:
fatti conoscere anche qui,
qui, al centro del mercato.
Gridalo, lo Schibboleth,
nella patria estraniata:
Febbraio. No pasaran.
Einhorn:
tu ben conosci le pietre,
ben conosci le acque,
vieni,
io ti porto laggiù,
ti porto alle voci
di Estremadura.

L’Olocausto – Inge Auerbacher

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Ritratti

Inge Auerbacher

Data di nascita: 31 dicembre 1934, Kippenheim, Germania

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Inge era l’unica figlia di Berthold e Regina Auerbach, Ebrei osservanti che vivevano a Kippenheim, un paesino nella parte sudoccidentale della Germania, vicino alla Foresta Nera. Suo padre era un mercante di prodotti tessili e la famiglia viveva in una grande casa di 17 stanze, dove la servitù svolgeva gran parte dei lavori di casa.

1933-39: Il 10 novembre 1938, alcuni teppisti lanciarono pietre contro la nostra casa, rompendo tutte le finestre. Quello stesso giorno la polizia arrestò mio padre e mio nonno, mentre mia madre, mia nonna ed io riuscimmo a nasconderci in un capanno fino a quando tutto tornò tranquillo. Quando venimmo fuori, scoprimmo che tutti gli uomini ebrei della città erano stati portati a Dachau. A mio padre e a mio nonno fu permesso tornare a casa qualche settimana dopo, ma nel maggio seguente mio nonno morì di un attacco di cuore.

1940-45: Avevo 7 anni quando venni deportata con i miei genitori nel ghetto di Theresienstadt, in Cecoslovacchia. Quando arrivammo, ci presero tutto, ad eccezione dei vestiti che indossavamo e della mia bambola, Marlene. Le condizioni di vita nel campo erano dure, tanto che le patate valevano quanto diamanti. Ero malata per la maggior parte del tempo, ed ero affamata e impaurita. Per il mio ottavo compleanno, i miei genitori mi regalarono una piccola torta di patate con un pizzico di zucchero; per il mio nono compleanno, invece, un vestito per la mia bambola, fatto di stracci; e per il mio decimo compleanno, una poesia scritta da mia madre.

L’otto maggio 1945, Inge e i suoi genitori furono liberati dal ghetto di Theresienstadt dove avevano trascorso quasi tre anni. Nel maggio del 1946 emigrarono negli Stati Uniti

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