Oggi sono morti i seguenti detenuti”

VII
“Oggi sono morti i seguenti detenuti”

Nell’inverno e nella primavera ’44–’45 Mauthausen assunse una fisionomia particolare quale da anni non si vedeva. L’avanzata sovietica obbligava i tedeschi ad evacuare uno dopo l’altro i campi di concentramento della Polonia occidentale e i “trasporti”, cioè i campi di lavoro dipendenti dal campo centrale, alle frontiere austro–ungheresi e austro–jugoslave.
I bombardamenti sistematici degli alleati avevano colpito seriamente l’industria bellica, e diminuivano la richiesta di personale specializzato per le varie fabbriche. A Mauthausen si vissero mesi di affollamento, mesi in cui si rinnovarono le tradizioni di un tempo, quando di gente ve ne era sempre troppa.
Mentre continuavano ad arrivare i nuovi convogli dall’Italia, dalla Jugoslavia, dall’Ungheria, dalla Slovacchia, dalla Polonia, giungevano a migliaia e a decine di migliaia gli evacuati dai campi di lavoro di Auschwitz, dai campi dei pressi di Breslavia e di Berlino. Nessuno di coloro che ha vissuto a Mauthausen potrà dimenticare la notte del 25 febbraio di quest’anno. Quel pomeriggio erano arrivati più di 2.000 internati dal campo di Sachsenhausen presso Berlino. Avevano viaggiato per 10 giorni; ed erano estenuati, affranti dalla fatica. Mentre accantonati in un angolo del cortile, nel fango, ne arrivarono in serata altri 300. Il comandante del campo (il colonnello delle S.S. Zireis, un amico personale di Hitler e di Himmler), compiva una visita al campo. Vide questo gruppo di uomini e uno dei suoi ufficiali gli fece notare che cominciava a esserci veramente troppa gente. Il comandante rispose tranquillamente:
Di questi non abbiamo bisogno, fate voi”.
Tutti i nuovi arrivati dovevano passare al bagno e alla disinfezione. Li fecero scendere e svestire tutti, anche i 300, e poi nudi li ricacciarono fuori in cortile. Era sera, quindici sotto zero, nebbia umida del Danubio, aria gelata della collina. Alle 10 li fecero scendere di nuovo: mezz’ora di doccia gelata, previa chiusura dei tubi di scarico; poi, tornare su nudi, bagnati. Tre volte li fecero scendere, tre volte li fecero risalire e poi li ammonticchiarono dietro la lavanderia tra due muri. Prima dell’alba fecero andare ancora due volte i pompieri del campo ad innaffiarli con le pompe. Era notte, una notte gelida; la mattina quattro S.S. andarono a vedere se erano morti tutti. Più di cento erano ancora vivi; le S.S presero delle sbarre di ferro e li finirono tutti. Pochi minuti dopo dei carri trainati da uomini portavano i cadaveri al crematorio.
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Mauthausen pronti per il crematoio
Evacuavano i “trasporti” nei pressi di Vienna. Tremila internati debbono lasciare Wiener–Neudorf. Ve n’è un centinaio nell’infermeria. Il comandante del “trasporto” conta gli uomini pronti a partire e dice “chi è malato e non si sente di camminare lo dichiari subito, dovremo fare una marcia di 200 chilometri e dovete camminare in fretta. Per i malati abbiamo dei camion, però che siano dei malati veri,se sono dei simulatori li liquideremo”. Un centinaio di uomini, più stremati, si fecero avanti, gli altri partirono. I malati dell’infermeria e coloro che non si sentivano di camminare non hanno avuto bisogno di camion; sono stati ammazzati tutti. E così avvenne in dieci, in cento altri posti.
Arriva alla stazione di Mauthausen un treno con 2700 ebrei evacuati dal campo di Grossrosen. “Il campo è pieno, mandiamoli direttamente al trasporto di Ebensee”, dice il comandante. E il treno riparte e impiega altri sei giorni per fare 100 chilometri di strada; altri sei giorni senza mangiare e senza bere, in 130 in un vagone scoperto. A Ebensee il treno arriva il 1. marzo. I 2700 sono ormai ridotti a 2000. Un gruppo di impiegati è inviato a Mauthausen a registrarli. Quando abbiamo finito di registrarli contiamo i fogli: la registrazione è durata un giorno, gli arrivati vivi sono ora 1.900. Questi stessi uomini il giorno dopo sono mandati a lavorare nel tunnel: a fine marzo i superstiti si contano sulle dita della mano.
Arrivano gli uomini e arrivano anche le donne, per la prima volta nella vita di Mauthausen. Il campo femminile di Auschwitz ne contava 14.000, il campo di Rawensbruck 30.000. Ne arriva qualche migliaio. E le altre, chi lo sa?
Verso altri campi, verso la morte. Anche esse hanno le loro “capo blocco”; per noi i banditi, per loro le prostitute; per noi le bastonate e per loro le frustate. Arrivano, le ammonticchiano nei blocchi di quarantena e pochi giorni dopo il primo gruppo è mandato a lavorare, a riparare una linea ferroviaria bombardata. Sono degli scheletri viventi che debbono andare a spostare traverse e rotaie. Le alloggiano nei ruderi stessi della stazione che è bombardata giorno e notte. Partite in 500, tornano dopo 3 giorni in 350, le altre sono morte sotto le bombe, di stenti, o di fatica.
I nazi si convincono che il loro lavoro non rende nulla. Da allora ogni giorno partono convogli di uomini a lavorare, a riparare le ferrovie sotto i bombardamenti, a costruire febbrilmente tunnel per le “Reichsbahn”. Partono e ogni giorno arrivano agli uffici del campo le lunghe liste: in questo “trasporto” in data di oggi sono morti i seguenti detenuti, è scritto in cima alla lista.

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