Lia Sellerio – Corriere clandestino

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Scarpe rotte
E pur bisogna andar…..
Racconti del premio Prato
1951 – 1954
Lia Sellerio
Corriere clandestino *
* Premio Letterario Prato 1953.
Racconto segnalato.
« Ninnina cara, per due mesi non ho potuto farti avere mie notizie e mi accorgo, ora, che non mi riesce di scriverti. Come stai, cara? Ma non è questo che volevo dirti, benché tu immagini certo quanto pensi a te, a voi, come vivete, come state, e tutto. Io sto benissimo, non so se ti ho detto che mi son lasciato crescere la barba; non che mi faccia piacere, ma sai quanto è dura e non sempre posso radermi comodamente. Mi è venuta su tonda e riccia come nei ritratti di Cavour. Un vero bandito! Scherzi a parte, cara, sto veramente bene e non devi temere per me. Vedi anche tu che siamo alla fine e dopo, Ninni, tutto sarà piú pulito e, soprattutto, piú giusto. Per questo siamo qui. Un giorno ti porterò quassú. E’ molto bello, Ninnina, con questi boschi silenziosi che a te piacciono tanto… Da dove scrivo vedo tutta la vallata e la strada che noi controlliamo. Da qualche giorno c’è molta calma, troppa direi. Sentiamo il cannone in lontananza, dalle parti di Pisa, e non puoi credere che strano effetto faccia in questa calma. È una sera bellissima, cosi quieta, ma si fa buio e devo smettere. Peccato, Ninnina, mi ero sciolto e ora potrei scriverti non so quanto, e non ti ho detto nulla. Sii prudente, amor mio. Distruggi questa lettera. Chi te la consegnerà, ti dirà anche se puoi rispondermi. Ci rivedremo presto, cara. Ti abbraccio ».
Al momento della firma l’uomo esitò, poi aggiunse: « tuo marito G. », e chiuse la lettera.
Come càpita a chi ha scritto o letto con una luce sempre piú scarsa, sembrò all’uomo che intorno a lui si fosse fatto buio improvvisamente. In realtà la notte era già parecchio avauzata e i contorni delle cose si facevano sempre più incerti, rapidamente, quasi la lettera alla moglie avesse trattenuto il buio che ora saliva dalla valle. E al Dottore (questo era il nome di battaglia del comandante la formazione) venne in mente che aveva dimenticato, che l’autunno era vicino, e l’inverno fa presto a venire, raccomandare alla moglie che facesse riguardare la stufa. Un pensiero cosí assurdo, ma per cui provò un’acuta, imprblevisa punta di dolore. Come se per un attimo la casa, In moglie, le piccole fondamentali abitudini, i piccoli problemi della vita quotidiana, gli fossero apparsi, nell’oscutilà della notte, in una tonda e calda visione luminosa.
Un pensiero assurdo: ché forse nemmeno la sua lettera verrebbe mai consegnata, e a questo tutto tornò normale, rientrò nella incerta realtà del presente. Perché il Dottore aveva scritto alla moglie di una strana calma, ma aveva taciuto che nei due mesi in cui non aveva piú dato notizie di sé, la formazione aveva attaccato ed era stata attaccata, aveva ripiegato e ripreso le posizioni, e che ora, per quel vario complesso di fattori che si verifica qualche volta in guerra, e specialmente nella guerra partigiana, era rimasta isolata; neanche le staffette dal paese vicino s’erano piú viste.
Sapendo per esperienza che quella calma non sarebbe durata, il Dottore era incerto se prevenire l’attacco, che ci sarebbe certamente stato, dei tedeschi, o aspettare. In ogni caso occorreva conoscere quale fosse la situazione in paese e inoltre riprendere i collegamenti col CLN in città, senza perder tempo.
« Beppe », chiamò, « devi scendere al paese. Queste letteStae, le consegnerai al Pieri, penserà lui a farle recapitare. sta bene attento: questa alla signora Maria, è per il CLN. Il Pieri lo sa, ma anche tu devi saperlo. Quest’altra è per mia moglie. Infòrmati bene della situazione, giú. Mi raccomando,
Beppe ».
« Sta’ tranquillo, Dottore ».
Cosí, insieme col messaggio per il CLN, la lettera a Ninnina correva su un filo notturno e pericoloso, e mani sconosciute l’avrebbero consegnata alla moglie. Che poi a casa tutto andasse bene, che Ninnina potesse ricevere tranquillamente la lettera, a questo il Dottore non pensò e ne volle pensare.E’
La notte era calma e serena come in attesa della luna. Beppe scendeva al paese con passo cauto, con l’orecchio teso. Non sentiva alcun rumore oltre a quelli consueti del bosco: lo scricchiolio di un ramo, la fuga frettolosa di un animaletto impaurito. Per arrivare al paese occorrevano tre ore; se tutto andava bene, poteva tornare alla base prima che fosse giorno.
Una bella notte, buona per stare a chiacchierare sull’aia, o a fare all’amore nell’ombra. A quest’ora, al piano, hanno già sfogliato il granoturco. Che divertimento, quelle sere! I bimbi strillano e ruzzano finché non cascano giú addormentati tra le foglie. « Che bel saccone con queste foglie. Ernestina. Fresco d’estate e caldo d’inverno, eh! ». « Non ti parrebbe vero, poverino », rimbecca la ragazza; e tutti ridono. Il fiasco gira e ogni tanto la padrona di casa si alza per metter via quelli vuoti e riportarne pieni. Ma quando succedeva tutto questo? E anche allora (Beppe se n’era reso conto in quegli ultimi anni) che allegria amara se la terra su cui finivi non era tua, se da un momento all’altro potevi essere costretto ad andartene. « E’cosí », aveva detto un giorno suo padre. « Quando il padrone vuole, ti manda via e hai voglia di esserti consumato sulla terra! E’ sempre stato cosí; il pesce grosso mangia il pesce piccino ». « Però », aveva ribattuto Giuliano, « i pesci grossi son pochi e quelli piccini tanti ».
Quelle parole Beppe le aveva capite in seguito e gli tornavano in mente mentre scendeva veloce per il viottolo e pensava che, a guerra finita, molte cose sarebbero cambiate. La guerra aveva fatto capire tante cose anche a chi non aveva voluto capirle prima; la guerra e gli uomini come Giuliano, che aveva lasciato il paese e non se n’era saputo piú nulla finché un giorno a casa sua erano venuti i carabinieri e avevano detto che era stato arrestato come sovversivo. Dov’era, adesso, Giuliano?
La luna si era alzata del tutto e diffondeva sulla vallata una luce azzurra ed eguale. « Non ci voleva », pensò Beppe. Il bosco era finito, e ora s’inoltrava nella selva di castagni, piú rada e pericolosa. Superata una svolta, Beppe vide il paese. La luna ne illuminava le case una a una; su uno spiazzo avevano lasciato un barroccio, e l’ombra delle stanghe sollevate si disegnava nitida per terra. Non si udiva una voce.
Quando giunse alle prime case, il partigiano rallentò il passo. Il paese era piccolo, raggruppato intorno alla piazzetta dove sorgevano la chiesa e, di fronte, la bottega del Pieri. Per raggiungerla Beppe doveva rasentare il muro della chiesa e attraversare la piazza allo scoperto, oppure — ma era molto piú lungo — fare il giro del paese e spuntare dalla parte opposta, alla porta del retrobottega. Già Beppe aveva imboccato la viuzza accanto alla chiesa, quando udí delle voci. Si gettò nell’ombra, contro il muro; la porta si spalancò e ne usci un uomo e dietro a lui due tedeschi.
« Buona notte », fece l’uomo rivolto verso l’interno. « Buona notte », suonò eguale la voce del Pieri.
Uno dei tedeschi fece qualche passo nella piazzetta, poi si fermò a gambe larghe e scaricò in aria quattro colpi di pistola. « Partisan: bum! bum! », sghignazzò. Anche l’altro tedesco rise.
Le dita di Beppe, che sentiva la camicia appiccicarsi sulla schiena per il sudore, stringevano l’anello della Sipe. Ammazzarli, significava dar fuoco a tutto il paese. E se lo prendevano, col messaggio per il CLN? C’erano solo quei due? E chi era l’altro? Un italiano, ma chi?
Intanto i tre avevano attraversato la piazzetta ed erano entrati nella canonica. Beppe non riusciva a muoversi, capiva che rimanere lí era stupido e pericoloso, ma si schiacciava contro il muro come se un suo movimento dovesse suscitare chissà quale frastuono e richiamare i tedeschi. Qualcosa gli strisciò tra i piedi e, uscendo dall’ombra, corse via frettolosamente. Era un grosso topo. Il disgusto e la stizza che accompagnarono questo nuovo timore furono tali che Beppe si riprese. Si chinò adagio a togliersi le scarpe poi, rasentando il muro, tornò indietro, e quando le case furono finite si gettò di corsa nella selva. Per un momento pensò di tornare subito alla formazione senza andare dal Pieri. Ma che avrebbe detto il comandante? Bel partigiano! Certamente quei tedeschi erano soli, altrimenti sarebbero stati tutti a bere. Girò intorno al paese senza incontrare piú nessuno, e quando fu alla porticina del retrobottega bussò svelto. La porta si schiuse subito. C’era il Pieri, con una candela in mano. « Non far rumore », disse.
Beppe si lasciò andare su una sedia aspettando. « Sono qui da tre giorni », fece il Pieri.
« Soli? ».
« Sí, ma c’è con loro il Carnetti, una carogna delle brigate nere. E’ di qui e conosce tutti. Non abbiamo potuto mandar su nessuno. Lo sai che sull’Alpe ne hanno presi tre della banda di Nanni? ». Il Pieri parlava con la sua voce sempre eguale. « Li hanno torturati e li hanno impiccati ».
« Com’è andata? », domandò Beppe.
« Scendevano in paese. Nella notte erano arrivati i tedeschi e non lo sapevano. Se ne sono accorti tardi. Vuoi mangiare? ».
Il partigiano fece segno di no. « C’è da consegnare una lettera per la signora Maria ».
« Dammela, ci penserà l’Elda, mia sorella ».
« Sa fare? ».
« È sempre lei che ci pensa, sta, tranquillo ».
« Ci sarebbe anche questa », disse Beppe cavando fuori le due lettere. « E’ del comandante per sua moglie ».
« Da’ qua. Vuoi bere? », fece il Pieri versando. « Se è vero quel che si dice », continuò, « ce ne sarebbe per poco. Sono sempre a Pisa. Gli americani se la prendono comoda, ma pare che sia questione di giorni. I tedeschi hanno minato tutti i ponti. Vuoi fumare? ».
« Che domande! », fece Beppe.
Anche il Pieri accese una sigaretta e spense il cerino con cura, senza affrettarsi. « Il Carnetti », disse poi, « non parla, ma certo non è qui per niente e io qualche parola di tedesco la ricordo dalla prigionia dell’altra guerra. A quel che ho capito, preparano un rastrellamento in grande stile; vogliono essere sicuri della strada in caso di ritirata. Dovreste spostarvi. Qua siamo tutti amici, ci conosciamo tutti, ma una spiata si fa presto a farla e poi ci va di mezzo, tutto il paese. Dillo al Dottore ».
« Se hanno minato i ponti… », interruppe Beppe fra sé.
« Spostarvi », continuò con tono eguale il Pieri, « oppure essere voi i primi a occupare il paese e andargli incontro prima che arrivino, ma dovete far presto. Bevi, ti ci vuole », e versò da bere anche per sé.
« Il Dottore ci aveva già pensato », disse Beppe. «Beh, Pieri, arrivederci ».
Il Pieri apri adagio un cassetto. « Tieni », fece, consegnandogli un involto.
« Che roba è? ».
« Sigarette ».
« Ti copriremo d’oro, Pieri », fece Beppe ridendo.
,«.Non ne voglio, vorrei esser giovane. Lo sai di mio fratello, vero? Sono quattordici anni oggi che l’ammazzarono. Me l’ha detto il Carnetti, stasera. Guarda che non ti si faccia fare la fine di tuo fratello’, ha detto. Eh, già ».
I due uomini si strinsero la mano in silenzio. La porta si richiuse senza far rumore.
Quando, la mattina, l’Elda montò sull’autobus per andare in città, vi trovò il Carnetti.
•Andate in città, Elda? », le domandò.
•Vado per la levata ».
•Che levata? ».
•La levata delle sigarette, la distribuzione alle rivendite, come la volete chiamare ».
« Ah », scherzò quello, « ci fate i quattrini col mercato nero delle sigarette, eh? ».
« Avete voglia di ridere voi », rispose la donna. « Si vede che non ci conoscete ».
•Vi conosco, Elda, e conosco anche vostro fratello ».
•Allora se ci conoscete sapete che non siamo gente da fare certe cose », ribatté l’Elda, e si voltò a guardare dal finestrino, ma subito si penti d’essersi messa a discutere. La presenza del Carnetti la preoccupava. I due tedeschi erano rimasti in paese, e lui che ci andava a fare in città? Che avesse saputo qualcosa della formazione? Che sospettasse di loro? Quanto a sospettare, sospettava di certo, ma altro è sospetto, altro è sapere. Aveva fatto male a rispondergli a quel modo. Stava per voltarsi, quando se lo senti accanto. « Attenta! », pensò.
« E allora vi siete offesa », diceva quello, « Non volevo mica offendervi, si fa tanto, per dire ».
L’ Elda scosse il capo e sorrise. L’ uomo la guardava. « Siete giovane, Elda, come mai non vi siete rimaritata? Una bella donna come voi ».
L’Elsa lo guardò sbalordita. « Come può essere cosí stupido? », pensò, ma scosse ancora la testa e sorrise. « Una volta è anche troppo », disse, e guardò dal finestrino. « A che cosa vuole arrivare ? », pensava. « Che cosa sa? ». Ma il suo volto di profilo non perdeva l’espressione sorridente.
L’uomo continuava a guardarla. « Vi aspetta qualcuno in città? ».
« Chi volete che mi aspetti? ».
Mah, che so io, un innamorato, un… ».
Avete voglia di ridere, voi », ripeté l’Elda.
« Mi chiamo Bruno ».
« Me l’ero dimenticato. Siete stato via tanto tempo ».
« Ma sono tornato », fece l’uomo con un’altra voce.
L’Elda non rispose.
L’autobus scendeva verso la città attraversando la campagna solitaria, un tempo cosí animata. Per paura dei mitragliamenti e dei rastrellamenti dei tedeschi, i contadini non andavano in città e non raccoglievano nemmeno la frutta. I rami si piegavano e si troncavano per il peso: le pere, le pesche e le susine infradicivano per terra. Un’annata ricca come quella non s’era vista da un pezzo. L’autobus avanzava sollevando la molle polvere settembrina; per la strada si incontrava solo qualche donna in bicicletta o qualche vecchio.
« E quando avrete preso le sigarette », ricominciò il Carnetti dopo un lungo silenzio, « che farete? ».
« Ma lo sapete che siete curioso? », ribatté l’Elda come scherzando. « E poi si dice delle donne! Devo procurare un po’ di roba per la bottega: filati, bottoni… Sapete come succede; siamo rimasti senza per non essere stati furbi. Vedete », e accennò a un involto che teneva sulle ginocchia, « sono uova. In città è difficile trovarle e al cambio qualcosa si rimedia ».
« Posso aprirlo? », fece il Carnetti tendendo la mano e ridendo.
« Avete voglia! », rispose tranquillamente la donna; quello ritirò la mano.
« Aprite, aprite », insisté lei. « Volete un uovo? Sono belle fresche ».
« E cosa volete in cambio? ».
« Da voi niente », fece l’Elda brusca, ma si accorse di aver sbagliato, e sorrise. « Siete un tipo pericoloso, Bruno ». Il Carnetti la guardò e non disse nulla.
Frattanto erano arrivati in città. Il Carnetti scese dopo di lei. « Oh Dio! », fece l’Elda. « Dimenticavo la valigia ».
« Ve la prendo io », si offri l’uomo e, nell’afferrarla, ia soppesò con la mano.
« Mi serve per le sigarette », disse l’Elda, « ora ci voglio mettere le uova; in autobus temevo che si rompessero. Se me la reggete, la apro ».
E sfilatasi dal collo la catenina, ne tolse una chiavetta. « L’ho già persa due volte », spiegò.
La valigia era vuota.
« Vorrei essere io al posto di codesta chiavetta », fece il Carnetti. L’Elda arrossi: « O che discorsi fate », disse rimettendo nel seno la chiavetta e riprendendo la valigia. « Grazie tante e arrivederci per
ora ».
L’uomo parve esitare. « Arrivederci a piú tardi », salutò andandosene.
Per quanto al Carnetti si fosse mostrata tranquilla e addirittura sorridente, l’Elda era in grande orgasmo. Certamente il Carnetti l’avrebbe seguita, ma non la preoccupavano le lettere che doveva consegnare in un negozio e per le quali se la sarebbe cavata, ma il fatto di avere addosso una pistola. Stretta contro la pancia, resa invisibile dalle increspature della sottana, la sentiva premere come un peso intollerabile . Che stupida era stata a voler fare di testa sua. Suo fratello gliel’aveva detto che a farsi trovare con le armi, non c’era speranza, ma le era parso di esser piú sicura cosí. Bambinate, in una donna fatta, e adesso si trovava nei pasticci.
Ritirò le sigarette e per prudenza, nel caso in cui il Carnetti l’avesse seguita o la facesse sorvegliare, fece il giro di diverse mercerie prima di andare dove l’aspettavano.
« Oh, chi si vede», fece la padrona occupata con una cliente. « Come mai da queste parti? Ettore, vieni un momento qua. Servi tu la signora ».
« Sono venuta per la levata », disse l’Elda, « e mi ci vuole roba per la bottega».
« C’è poco, bella mia. E lassú tutti bene? ».
« Tutti bene, grazie. Mio fratello manda tanti saluti, e per piacere se potete far avere queste lettere alla signora Maria e a sua sorella», fece l’Elda dopo aver dato una rapida occhiata attraverso la vetrina, cavando tranquillamente le lettere dalla tasca della sottana. La cliente aveva litigato e usciva.
« C’è uno che deve sapere qualcosa », disse in fretta l’Elda, « è uno delle brigate nere, un certo Cari ietti. E’ venuto con me in città ».
La padrona sorrideva. « E allora, quanti ne vuole di onesti bottoni? ».
L’Elda spiò fuori. Il Carnetti era davanti alla vetrini. « E’ quello », disse. « Dei bottoni me ne dia dodici per ogni misura e tre dozzine per camicie, se ne ha, e anche del, passafilo. Ecco », continuò cavando dalla borsetta una noticina, «due dozzine di automatici ».
«Quelli son finiti».
« Pazienza. Allora mi dia cinque bustine di aghi ». « Quelli ci sono, ma valgono poco ».
« Meglio di niente marito vecchio ».
Tutti e tre risero.
E la pistola?
« Filoforte bianco », disse l’Elda.
1l padrone fece di no con la testa.
~« Devo andare », si ripeteva l’Elda. « Se resto ancora darò troppo nell’occhio ». Ma la pistola? Disse: « Allora arrivederci se permette lascio qui la valigia, tornerò più tardi a prenderla », e li guardava interdetta.
« Ma le pare, signora Elda. Stia tranquilla », disse il padrone, « faccia pure quello che ha da fare e io intanto le preparerò la roba ».
Una piccola speranza, un punto d’appoggio. Qualcuno sapeva che era in pericolo. Almeno avesse dato retta al fratello. Se la fermavano ora e le trovavano la pistola addosso era finita.
« Arrivederci e grazie », ripeté uscendo. Dal negozio videro come l’uomo le si avvicinava. Poco dopo usci il padrone.
« Allora? », fece il Carnetti come volesse concludere un discorso già troppo lungo. « Tutto fatto? ».
«Magari», rispose l’Elda. « La roba non si trova. Un po’ ne ho presa, ma » e consultò la noticina « mi manca il piú. Mi toccherà girare non so quanto ».
« Se non vi dispiace, vi accompagno. Ma le sigarette non le avete prese? ».
« Le ho lasciate in quella bottega, le prenderò al ritorno. Li conosco da tanto tempo. La sorella di lui sposò uno del paese, il Falciari. Li ricordate, quelli che poi andarono in Argentina? ».
« Mi pare ».
Che cosa voleva? Perché non glielo diceva subito? Accompagnandola per i negozi, le parlava del piú e del meno. L’Elda voleva tentarlo, domandargli il perché di quella assiduità, ma temeva di provocare una risposta che avrebbe potuto essere decisiva.
La città era strana: le vie silenziose, lunghe file di donne davanti ai forni. Uomini se ne vedevano pochissimi. A un tratto si udí il rombo di un motore e in fondo alla via apparve un camion di tedeschi.
« 1 tedeschi! I tedeschi! », urlarono alcune donne e -gli uomini scapparono. Solo uno, in bicicletta, continuò a pedalare tranquillamente. « I tedeschi! Scappate! », urlavano le donne.
« Io ho il lasciapassare », fece l’uomo, ma in quel momento arrivò il camion e alcuni soldati saltarono giú. Fermarono l’uomo e, nonostante il permesso, lo caricarono sul camion, lui e la bicicletta. L’uomo gesticolava, cercava di spiegarsi. « Cì vuol altro che il lasciapassare», sogghignò il Carnetti.
« E voi », sbottò l’Elda indignata, « non avete paura? ». « Vi facevo piú intelligente ».
Queste parole e il tono con cui furono dette, mettevano fine a ogni inutile discorso, ma l’Elda non le raccolse. A una sola cosa pensava: a guadagnare tempo, a ritardare l’istante il-, cui il Carnetti le avrebbe detto: « Venite con me », e lei avrebbe dovuto seguirlo. Guardò l’orologio. « Manca Solo mezz’ora all’autobus », disse. « Ormai quello che è fatto, è fatto. Vado a ritirare la valigia. Tornate in paese anche voi? Grazie della compagnia, a ogni modo ».
« Vengo con voi, tanto siamo già arrivati. Entrate pure. Vi aspetto ».
« La signora Maria », disse la padrona, « ringrazia della lettera e dice che verrà lei stessa. Ecco la valigia, Elda, e questa è la vostra roba. Grazie delle uova e tanti saluti a tutti ».
« Arrivederci », fece l’Elda.
Ma appena fu uscita dal negozio il Carnetti, che s’era indugiato sulla porta, prese una via traversa. « Ma di qua non si va all’autobus », disse la donna.
« Si va in Questura, bella mia. Le sigarette fanno comodo a tutti, e cosí potremo vedere anche cosa c’è in quel Pacchettino, eh? ».
« Se volete’ lo apro subito ».
«Non fate In furba. Venite qua e buona. Se non vi dispiace vi prendo a braccetto. Avete una bella pelle fresca… ».
Cosí era finita, finiti i timori, le sciocche speranze, il vuoto gioco d’astuzia. Le faceva rabbia non di essersi lasciata prendere — poteva capitare a chiunque —, ma la propria leggerezza. E suo fratello? Lo avevano già fermato? Per il CLN era tranquilla, lo aveva capito dalle parole della signora che non c’era nessuna comunicazione scritta. Almeno, la moglie del Dottore non avesse mandato nessun biglietto!
« Siete diventata muta? », fece il Carnetti. « Vi scioglieremo la lingua, bella mia. A meno che… ».
« A meno che cosa? ».
« Ci siamo capiti ».
« Mi fate schifo », disse Elda semplicemente.
Era ora di pranzo, e le vie erano deserte. Da un balcone giungeva la voce della radio. Dovevano aver aperto tutto l’amplificatore e la voce sgradevole rimbombava nella stradina. Ed ecco, quando ebbero svoltato un angolo, due giovanotti avanzare verso di loro a braccetto, ciondoloni; uno dei due, quello vicino al muro, con una bicicletta per mano. Cosí strana fu l’apparizione in quel momento che l’Elda provò un’irragionevole, ardita speranza. Infatti si senti un colpo soffocato e il Carnetti si afflosciò per terra.
L’Elda si senti afferrare per un braccio mentre qualcuno le prendeva la valigia. « Presto, presto. Da’ qua, monta », senti dire, e si trovò seduta sul telaio della bicicletta che correva veloce.
« Ci sono tre minuti, forse ce la facciamo ».
Quando arrivarono l’autobus era già in moto. « Ferma », gridò l’uomo.
L’Elda sali. Si volse per ringraziare, ma quello era già lontano.
« Ce l’avete fatta », disse una vecchia sorridendo.
« Ce l’ho fatta », rispose l’Elda.
Edizioni Avanti!
1955

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