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La Resistenza dei militari italiani a Spalato

La Resistenza dei militari italiani a Spalato

A Spalato gli uomini della Divisione Bergamo fecero causa comune con i partigiani jugoslavi. La città venne difesa per giorni dagli attacchi delle colonne motorizzate della divisione SS Prinz Eugen, che per passare dovette attendere il rinforzo della 114^ Divisione tedesca. Nel frattempo però alcune unità della nostra Marina poterono salpare alla volta dell’Italia portando in salvo interi reparti con tutto il loro armamento. E mentre i tedeschi facevano intervenire anche la loro aviazione, dalla città i partigiani iugoslavi andavano evacuando un’enorme quantità di materiale bellico col quale armarono poi migliaia di nuove reclute del Maresciallo Tito.
I bombardamenti di rappresaglia provocarono centinaia di vittime negli accampamenti dei militari italiani. Quando la situazione divenne insostenibile, i superstiti uscirono dalla città per raggiungere i partigiani.
Una volta occupata Spalato, il comando della divisione SS Prinz Eugen istituì un tribunale speciale per giudicare gli ufficiali della Divisione Bergamo che avevano collaborato con i partigiani di Tito. Il verdetto fu spietato: il 1° ottobre nei pressi della città vennero fucilati tre generali e 47 ufficiali.
Oggi le loro salme sono accolte a Venezia nel tempio votivo dedicato ai caduti delle due guerre mondiali.

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La Resistenza dei militari italiani a Montenegro

La Resistenza dei militari italiani a Montenegro

L’8 settembre 1943 in Montenegro era dislocato il XIV Corpo d’armata composto da quattro Divisioni: Emilia, Taurinense, Venezia e Ferrara. Di queste solo la Ferrara decise di non opporsi ai tedeschi, mentre le altre tre continuarono a combattere subendo gravi perdite. La Emilia si sacrificò nelle difesa di Cattaro, dove ebbe 597 caduti e 963 feriti prima di doversi arrendere il 16 settembre. La Venezia, comandata dal generale Giovan Battista Oxilia, e i resti della Taurinense entrarono invece a far parte, già dal 10 ottobre, del II korpus dell’Epli, l’Esercito Popolare di Liberazione iugoslavo, e per tre mesi parteciparono a diverse operazioni belliche subendo gravi perdite.
Il 2 dicembre 1943 venne quindi decisa la costituzione di una sola grande unità, la Divisione italiana partigiana Garibaldi, divisa in tre brigate, che combatté sino al febbraio 1945. Il suo ciclo operativo in Iugoslavia si concluse nel marzo di quell’anno, quando i superstiti si imbarcarono a Dubrovnik per tornare in Italia.
I rimpatriati furono 3800, tutti armati; erano partiti in 20.000. Di essi 3800 erano rientrati precedentemente per ferite o malattie; 4600 tornarono dalla prigionia; 7200 furono considerati dispersi. Le perdite complessive furono di circa 10.000 uomini. Le decorazioni militari furono: 13 medaglie d’oro, 88 medaglie d’argento, 1351 medaglie di bronzo, 713 croci di guerra. Gli iugoslavi decorarono la I, la II e la III Brigata della Garibaldi con l’Ordine per i meriti verso il popolo, con la Stella d’oro e con l’Ordine della fratellanza ed unità con Corona d’oro. La Garibaldi aveva meritato inoltre due solenni encomi del Comando supremo di Tito

La Resistenza dei militari italiani in Slovenia

La Resistenza dei militari italiani in Slovenia

Le divisioni più vicine al territorio italiano cercarono di rientrare in patria, ma le marce di interi reparti dopo l’8 settembre si conclusero nella trappola delle strettoie di Fiume e del Carso triestino, dove avvennero retate con una destinazione unica: i lager tedeschi. Per tanti altri militari le zone boscose della Slovenia furono i luoghi per tentativi, spesso riusciti, di sfuggire alla cattura e conservare le armi per resistere. Esemplare il caso del Generale Cerruti, comandante della divisione Isonzo, che si unì ai partigiani in Slovenia e combatté da semplice soldato fino al 28 settembre. Dove prevalse il senso di disciplina e di coesione, i nostri soldati preferirono la via della montagna costituendo unità guerrigliere autonome dai nomi risorgimentali come le brigate Mameli, Fontanot, Budicin e Zara. Altri ancora si unirono alle formazioni iugoslave e operarono nell’aera dalmatina e istriana sino alla fine della guerra, nonostante la spietata repressione tedesca.

La Resistenza dei militari italiani in Provenza

La Resistenza dei militari italiani in Provenza

La Provenza era stata occupata dalle truppe italiane nel giugno 1940 dopo la resa senza condizioni della Francia. Le unità erano quelle della IV armata, costituite da nove Divisioni di cui tre costiere per complessivi 100.000 uomini. La notizia dell’armistizio le colse però nel momento peggiore, in quanto alcune erano in fase di trasferimento per rientrare in Italia e altre si trovavano già oltre il confine. Al loro seguito marciava un notevole numero di famiglie ebree che cercava scampo alla cattura da parte nazista.
Il generale Mario Vercellino, comandante della IV armata, aveva ricevuto la "Memoria 44" e sapeva di doversi opporre al transito dei tedeschi o a loro eventuali azioni di forza, e aveva dato gli ordini relativi. Ma le colonne motorizzate tedesche, occupando i valichi alpini, i porti, i nodi stradali e ferroviari precedevano sistematicamente le nostre unità in lenta marcia di ripiegamento a piedi.
In quella disperata situazione l’ordine di Badoglio di opporsi contro chiunque, anche se giunto troppo tardi, provocò numerosi episodi di resistenza: a Grenoble, a Chambery, al Moncenisio, al Col di Tenda, alla Stazione di Nizza, a Mentone.
Il 12 settembre il generale Vercellino, considerati inutili i tentativi di opporsi che avrebbero potuto provocare rappresaglie o danno alla popolazione civile, proclamò lo scioglimento della sua armata. Il proclama lasciava in balia di se stessi decine di miglia di uomini. Per molti di questi si aprì la via del ritorno a casa, per molti altri che si trovavano ancora in territorio francese si offrì invece l’opportunità di passare con la resistenza del Maquis.
Alcune migliaia di quei militari, che erano giunti in Italia sfuggendo alla cattura tedesca, ripararono sulle montagne piemontesi dove costituirono i primi nuclei armati partigiani portandovi la loro esperienza di guerra.

La Resistenza dei militari italiani in Jugoslavia

La Resistenza dei militari italiani in Jugoslavia

Il territorio della Jugoslavia venne occupato nell’aprile 1941 dagli eserciti italiano e tedesco. La Wehrmacht teneva la Serbia e la Croazia, mentre gli italiani erano così dislocati: in Erzegovina le divisioni Marche e Messina, in Montenegro le Divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense, inquadrate nella IX Armata; in Slovenia, Croazia e Dalmazia otto Divisioni (Cacciatori delle Alpi, Isonzo, Lombardia, Macerata, Murge, Bergamo, Zara, Eugenio di Savoia), inquadrate nella II Armata. In totale circa duecentomila uomini che, al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943, erano schierati da Fiume sino ai confini albanesi, frammentati in migliaia di piccoli presidi con modeste possibilità di movimento.
Le Divisioni tedesche invece erano disposte unitariamente in blocchi consistenti, con robuste formazioni corazzate e un’aviazione potente. I loro comandi nel contempo avevano previsto, nel caso il governo Badoglio avesse abbandonato l’Asse, interventi immediati atti a neutralizzare e disarmare le forze italiane, ignare delle manovre diplomatiche in atto con gli Alleati da parte del Re e del Generale Badoglio.
Fu così che la sera dell’8 settembre venne subito attuata l’"Operazione Achse", intesa a bloccare ogni iniziativa italiana arrestando i maggiori comandanti e disarticolando tutta la rete dei collegamenti sia con l’Italia che all’interno delle nostre unità. Il potere decisionale passò allora nelle mani dei singoli comandanti di unità, che reagirono in modo diverso alle richieste di resa dei tedeschi. Molti militari italiani scelsero di unirsi ai partigiani jugoslavi e con loro parteciparono attivamente alla difesa o riconquista di città come Spalato, Dubrovnik e Belgrado.

Tratto da

Patria Indipendente

Cefalonia: la battaglia

Cefalonia: la battaglia

Alle ore 12 il Comando Divisione consegna in Argostoli al comando tedesco la seguente risposta:
"per ordine del Comando Supremo italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il comando tedesco farà conoscere le sue decisioni entro le ore 9 del giorno 15 settembre."
Ormai non c’è più tempo da perdere, il Comando Divisione, il Comando Artiglieria e il Comando Genio si trasferiscono presso il Comando tattico in località Procopata.
Alle ore 10.45 le batterie contraeree aprivano il fuoco contro due idroplani da trasporto e una batteria del 33′ Artiglieria affondava un pontone carico di tedesche tentava di accostarsi alla riva.
Ha così inizio la grande battaglia di Cefalonia che trova le forze in rapporto di disparità perché nel frattempo i tedeschi, durante le trattative facevano influire sull’isola 5 battaglioni di fanteria e 2 Gruppi di artiglieria da montagna.
La battaglia di Cefalonia si protrasse aspra e sanguinosa dalle ore 14 del 15 Settembre alle ore 16 del 22 Settembre, sotto il fuoco interrotto (24 ore su 24 ore) di bombardamenti aerei di Stukas in picchiata che mitragliavano a vista d’uomo. I nostri fanti, nonostante il martellamento aereo, reagiscono con indicibile accanimento non cedendo di un sol palmo.

Nel corso della battaglia gli Stukas oltre a bombardare e mitragliare, lanciarono manifestazioni invitanti alla resa e alla diserzione a nome del Generale di Corpo d’Armata Libert Lanz.
Il testo era il seguente:
"Italiani di Cefalonia, camerati italiani, ufficiali e soldati perché combattere contro i tedeschi? Voi siete stati traditi dai Vostri capi, voi volete ritornare nel Vostro paese per stare vicino alle vostre donne, ai Vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene la via più breve per raggiungere il Vostro paese non è certo quella dei Campi di Concentramento inglesi. Conoscete già le infami condizioni imposte al Vostro paese con l’armistizio anglo americano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni germanici, ora vi si vuole avvilire con lavoro pesante e brutale nelle miniere d’Inghilterra e d’Australia che scarseggiano di mano d’opera. I Vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi, non credete a loro Seguite l’esempio dei Vostri camerati dislocati in Grecia, Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria; come hanno depositato le armi le divisioni di Roma e delle altre località del Vostro territorio nazionale. E voi invece proprio ora che l’orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione. Deponete le armi! La vita della Patria vi sarà aperta dai Camerati tedeschi.
Camerati dell’Armata italiana
Col tradimento di Badoglio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi dell’armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza spargere sangue.
Soltanto la Divisione Acqui al comando del Gen. Gandin, partigiano di Badoglio dislocata sulle isole di Cefalonia e Corfù è isolata dagli altri territori, ha respinto l’offerta di una consegna pacifica delle armi e ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti. Questa lotta è assolutamente senza speranza. La Divisione, divisa in due parti, è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d’aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta.
Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi delle isole.
Allora anche per voi come per gli altri camerati italiani è aperta la via verso la Patria, se però sarà continuata l’attuale resistenza irragionevole sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi.
Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria perciò camerati italiani appena otterrete questo manifesto passate subito ai tedeschi.
È l’ultima possibilità di salvarsi
Il Generale Tedesco di Corpo d’Armata"
È inutile dire che tali manifestini hanno fatto l’effetto contrario riaffermando in tutti i soldati la più ferma volontà di vincere e di scacciare i tedeschi dall’isola. Il Gen. Gandin dopo aver letto tale manifesto, in presenza del suo Stato Maggiore si strappò dal petto la croce di ferro gettandola sul tavolo e disse: Se perdiamo ci fucileranno tutti. Fu la convinzione di tutti, ma nessuno vacillò nessuno esitò, bisogna andare fino in fondo e così fu.

Cefalonia: la resa e l’eccidio

Tra la sera dei 21 settembre e l’alba del 22 l’intera Divisione veniva decimata, e il Gen. Gandin convocò per un’ultima volta il Consiglio di Guerra, il quale decise di chiedere la resa senza condizioni. La riunione durò circa 2 ore; quindi gli ufficiali del Comando Divisione deposero le loro pistole di ordinanza, diventando da quel momento prigionieri di guerra.
Nonostante la bandiera bianca issata in segno di resa sul Comando tattico, non finivano però le fucilazioni dei reparti che deponevano le armi.
Alle 16 del 22 settembre la battaglia di Cefalonia era finita, ma le fucilazioni continuarono per tutta la giornata del 23 durante i rastrellamenti effettuati dai tedeschi.

Dopo le esecuzioni sommarie in massa sul campo di battaglia nel corso delle quali avevano incontrato la morte 155 ufficiali e 4.750 uomini di truppa, sembrava che l’impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. E invece tra il 23 e il 28 settembre i tedeschi massacrarono altri 5.000 uomini di truppa e 129 ufficiali, compreso il Gen. Gardin. I rimanenti 163 ufficiali, accantonati presso la palazzina del l’ex Comando Marina e all’ex caserma Mussolini, vennero caricati su autocarrette e trasferiti a punto San Teodoro nella famigerata "casetta rossa". Qui, dopo un sommario processo, vennero avviati al supplizio a 4 per volta.
Compiuto l’orrendo crimine bisognava fare scomparire le tracce: ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte o gettate in cisterne, la maggior parte furono bruciate, e i resti gettati in mare.

Secondo i più recenti accertamenti (non facili) le perdite complessive della Divisione Acqui e della Marina ammontarono a 390 ufficiali su 525, e a 9.500 uomini di truppa su 11.500. I superstiti furono in tutto 2135 ufficiali e circa 2.000 uomini di truppa. La maggior parte di essi fu deportata in Germania e poi in Russia, da dove molti non sono più tornati.

A ricordo della Divisione Acqui è stato eretto un monumento a Verona, e il 21 settembre di ogni anno viene commemorato l’eccidio alla presenza di autorità civili e militari.

Terminato l’eccidio le truppe tedesche sbarcarono a Corfù. Il piccolo presidio italiano resistette qualche giorno, ma alla fine, sopraffatto dall’ingente forza tedesca, dovette cedere le armi, lasciando sul campo di battaglia parecchi uomini.
Alla resa la rappresaglia tedesca si accanì in particolare sugli ufficiali, che vennero fucilati in massa, e i loro corpi – appesantiti con pietre – gettati in mare.
L’epopea della Divisione Acqui era giunta al suo epilogo.

La Resistenza dei militari italiani in Grecia

La Resistenza dei militari italiani in Grecia

La Grecia era stata occupata da italiani e tedeschi dopo una sanguinosa campagna nell’aprile 1941. L’8 settembre 1943 vi si trovavano circa 80.000 tedeschi del gruppo Armate Sud eEst in formazione di massicci distaccamenti motorizzati e l’XI Armata italiana composta da circa 7000 ufficiali e 165.000 militari di truppa, suddivisi in otto divisioni disseminate in innumerevoli e statici presidi sia nel continente che nelle isole.
La notizia dell’armistizio colse anche qui di sorpresa il comando dell’armata. Soltanto la sera prima un dispaccio raccomandava di riunire rapidamente le forze in vicinanza dei porti e di usare verso i tedeschi un prudente atteggiamento. Purtroppo era da poco che lo stesso Comando Supremo Italiano aveva posto l’XI Armata alle dipendenze dirette dei tedeschi, impedendole di fatto iniziative autonome. Così dopo l’8 settembre i tedeschi misero in atto un piano, preparato per tempo, che prevedeva il disarmo immediato dell’XI Armata e, con l’ingannevole promessa del rimpatrio, il suo internamento.
Catturati o resi inoperanti i suoi maggiori comandi l’armata, che nelle previsioni di Badoglio era ormai da considerare sacrificata, dovette accettare il disarmo. Così le sue divisioni nella quasi totalità non ressero agli eventi e si sfaldarono, con l’unica eccezione della Pinerolo.
Diversa reazione vi fu invece in molte unità italiane dislocate nelle isole, che diedero vita a episodi di eroica resistenza ai tedeschi soprattutto nel Dodecaneso e a Cefalonia.

La Resistenza dei militari a Cefalonia e Corfù

L’8 settembre 1943 la Divisione Acqui che, forte di 525 ufficiali e 11.500 soldati, presidiava le isole di Cefalonia e Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata, sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno. Tra il 9 e l’11 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge, che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe. L’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, con l’intimazione di cedere le armi.
All’alba del 13 settembre batterie italiane aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge rispose con un ulteriore ultimatum, che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani una volta arresi. Gandin chiese allora ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. Tramite un referendum i soldati scelsero all’unanimità di resistere.
Il 15 settembre cominciò la battaglia che si protrasse sino al 22 settembre, con drastici interventi degli aerei Stukas che mitragliarono e bombardano le truppe italiane. I nostri soldati si difesero con coraggio, ma non ci fu scampo: la città di Argostoli distrutta, 65 ufficiali e 1.250 i soldati caduti in combattimento.
L’Acqui si dovette arrendere, la vendetta tedesca fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il Comando Superiore tedesco ribadì che "a Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del Führer".
Il 24 settembre Gandin venne fucilato alla schiena; in una scuola 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi a gruppetti nel cortile della casetta rossa. Questi gli ordini del generale Hubert Lanz, responsabile dell’eccidio: "Gli ufficiali che hanno combattuto contro le unità tedesche sono da fucilare con l’eccezione di: 1) fascisti, 2) ufficiali di origine germanica, 3) ufficiali medici, 4) cappellani. 5) fucilazioni fuori dalla città, nessuna apertura di fosse, divieto di accesso ai soldati tedeschi e alla popolazione civile. 6) nessuna fucilazione sull’isola, portarsi al largo e affondare i corpi in punti diversi dopo averli zavorrati".
Alla fine saranno 5.000 i soldati massacrati, 446 gli ufficiali; 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparirono in mare affondati dalle mine. In tutto 9.640 caduti, la Divisione Acqui annientata.
Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati
Dopo l’8 settembre anche l’isola di Corfù, presidiata da un reggimento della Divisione Acqui, fu esempio di resistenza. Gli uomini del colonnello Luigi Lusignani (1896-1943) dettero filo da torcere ai tedeschi e per giorni si opposero ai loro tentativi di sbarco fino allo scontro aperto lungo tutta l’isola.
La fine del presidio fu tragica, i tedeschi non volevano prigionieri: venti ufficiali e 600, tra sottufficiali e soldati, persero la vita negli scontri o vennero in seguito fucilati.

Cefalonia: le forze in campo

La Divisione "Acqui" l’otto settembre 1943 presidia l’isola di Cefalonia con la maggior parte dei suoi effettivi ad eccezione del 18" Regg. Fanteria del IIII Gruppo del 33^ Regg. Artiglieria e della 333^ batteria 2Om/m dislocati nell’isola di Corfù.

L’organico della Divisione Acqui all’8 settembre a Cefalonia è così composto: 17 Reggimento Fanteria – 317 Reggimento Fanteria – 33 Reggimento Artiglieria – 33 Compagnia Genio T.R.T – 31 Compagnia Genio Artieri – 3 Ospedali da Campo.

Negli ultimi tempi sono stati aggregati come rinforzo due compagnie mitraglieri di Corpo d’Armata – una compagnia Genio Lavoratori.

Dalla Acqui dipende pure il Comando Marina di Argostoli dotato di tre batterie per la difesa costiera, una flottiglia di MAS e una flottiglia di Dragamine, un reparto di Carabinieri e un reparto di Guardia Finanza.

Il totale delle truppe italiane si aggira su undicimilacinquecento uomini fra sottouffíciali e truppa e su 525 ufficiali.

Nel mese di Agosto 1943 a integrare il presidio Italiano è sbarcato nell’isola un contingente di truppe tedesche costituite da un Reggimento granatieri di fortezza con 9 pezzi di artiglieria. Tale contingente ammonta complessivamente a 1800 uomini fra cui 25 ufficiali al Comando del Ten. Col. Hans Barge.

Cefalonia: disposizioni

Nella notte dall’8 al 9 Settembre giunge al Comando Divisione il primo radiogramma del Gen. Vecchiarelli Comandante generale delle truppe in territorio greco, che deforma nella lettera e nello spirito il proclama del maresciallo Badoglio condizionando l’atteggiamento della truppa alla linea di condotta assunta dai tedeschi, additati come nuovo nemico contro il quale bisogna tempestivamente premunirsi.

Il giorno 9 si incomincia a notare un gran movimento di alcuni autocarri tedeschi dalla penisola di Lixuri, dove sono dislocati, verso Argostoli la capitale dell’isola. Questo movimento ha lo scopo di apportare rinforzi al proprio presidio di Argostoli.
Alla sera il Gen. Gandin, Comandante 1a Divisione, invita a rapporto il Ten.Col. Barge per comunicargli il testo del primo radiogramma del generale Vecchiarelli. Il Barge assicura che non ha fìno a quel momento ricevuto alcuna direttiva dal comando superiore tedesco, pertanto continua a collaborare con la Divisione nel senso di evitare che sorgano incidenti tra italiani e tedeschi.
Il Gen. Gandin invita a colazione il Ten. Col. Barge, il quale se ne esime, inviando come suo rappresentante il Ten. Fanth, il quale al brindisi si leva augurando all’Italia, tanto provata da una lunga guerra sfortunata, un avvenire migliore e per chiarire che qualunque sviluppo avesse potuto assumere i rapporti italo tedeschi, sarebbero improntati a cavalleresca lealtà.

Nella notte perviene il secondo radiogramna emesso dal Gen. Vecchiarelli con il seguente testo: "Seguito mio ordine 0225006 dell’otto corrente. Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 Settembre. In aderenza clausule armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forza ribelli.Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia, una volta sostitutite grandi unità si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativi minuzionamenti in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti-armi collettive tutte artiglierie con relativo munizionamento. Conseguiranno parimenti armi collettive tutti altri reparti delle forze armate italiane in Grecia, avrà inizio a richiesta comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi."
Firmato Generale Vecchiarelli.

Questo telegramma determina lo sbandamento delle Divisioni in Grecia e desta nel comando della Acqui un doloroso stupore. Esso pone il Gen. Gandin, Comandante della Acqui, dinanzi ai seguenti interrogativi:
come cedere le armi ai tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l’ordine del governo imponeva di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza tedesca?
Bisogna ubbidire al governo o disubbidire al Comandante dell’armata o viceversa?

Da questo tragico dilemma ha inizio il dramma di Cefalonia.

Allo Stato Maggiore della Divisione a rapporto con il Gen. Gandin sorge un dubbio sul secondo radiogramma, tanto in contrasto con il proclama del Governo da poter essere apocrifo, perché a conoscenza che sin dall’8 Settembre parecchi comandi in Grecia hanno deposto le armi ad i rispettivi cifrari sono caduti in mano tedesca.
Pertanto il radiogramma viene respinto al comando d’Armata come parzialmente indecifrabile.

In sostanza tale radiogramma paralizza l’iniziale orientamento anti-tedesco del comando Divisione.

Cefalonia: gli ultimatum tedeschi

Il giorno 10 di mattina verso le ore 8 si presenta al Comando Divisione il Ten. Col. Barge che a nome del comando superiore Tedesco, chiede la cessione completa delle armi compresa quelle individuali definendo come termine le ore 10 dell’11 Settembre e come località di consegna la piazza principale di Argostoli alla presenza della popolazione.
Il Gen. Comandante risponde chiedendo una dilazione dei termini, facendo presente di avere ricevuto dal Comando d’Armata un solo radiogramma e che è stato costretto a respingerlo perché indecifrabile, chiedendo altresì di consegnare solamente le artiglierie e l’armamento collettivo scartando la piazza di Argostoli al fine di evitare al soldato italiano una così aperta umiliazione dinanzi alla popolazione greca.
Il Ten.Col. Barge si congeda promettendo di prospettare ogni cosa al proprio comando. Nel frattempo il Gen. Gandin convoca a rapporto il Gen. Gherzi Comandante della Fanteria e tutti i comandanti dei Reggimenti nonché il Comandante delle forze navali per esporre la situazione e sentire i rispettivi pareri.

In questo primo Consiglio di guerra prevale il parere di cedere le armi collettive, ma non le armi individuali. La notizia dell’ingiunzione di cedere le armi si è diffuso come un baleno nei reparti che manifestavano un acceso risentimento antitedesco. I soldati della Acqui non intendono sottostare alla grave umiliazione di fronte alla popolazione di Cefalonia. Dello stesso parere sono la maggior parte dei giovani ufficiali.

I tedeschi infrangendo lo "Status quo"conseguente alle trattative in corso, attuano numerosi spostamenti di truppe facendo altresì affluire rinforzi dal continente. Ma la Acqui è ben decisa a non lasciarsi sopraffare. A rafforzare questa situazione contribuisce la solidarietà del popolo greco che si unisce spiritualmente al soldato italiano compresi gli ufficiali dell’esercito popolare greco di liberazione, che opera sulle montagne, i quali si presentano ai nostri comandi chiedendo armi ed offrendo generosamente la loro collaborazione.

Nella notte del 10 e 11 Settembre si rinnovano i colloqui tra il Gen. Gandin e il Ten. Col. Barge venendo ad un accordo in linea di massima della consegna esclusiva delle armi collettive.
Nella mattina dell’11 Settembre però il Ten. Col. Barge invita repentinamente il Gen. Gandin a definire chiaramente il suo atteggiamento, sottoponendogli la scelta tra i seguenti punti:

1. con i tedeschi
2. contro i tedeschi
3. cedere tutte le armi -anche quelle individuali.

Termine della risposta: le ore 19 del giorno.
I tedeschi è chiaro che non intendevano perdere tempo, e verso le ore 17 puntano un semovente su un nostro dragamine che isolato è costretto a ritirarsi dopo aver consegnato gli otturatori delle due mitragliatrici al comando artiglieria.
Il Generale comandante a questo punto riunisce nuovamente a Consiglio tutti i comandanti di corpo, ma prima di trasmettere al comando tedesco la risposta definitiva ha riunito i sette cappellani della divisione per sentire il loro definitivo parere. I Cappellani ad eccezione di uno consigliano la cessione delle armi.

Cefalonia: Plebiscito fra i soldati

La giornata del 12 Settembre si profilava molto burrascosa e densa di eventi. Fin dalle prime ore venne notato un intenso via vai di aerei che paracadutavano rifornimenti ai tedeschi. Vennero pure segnalati sbarchi di uomini e mezzi nelle baie rimaste isolate per la partenza dei mezzi navali che avevano ricevuto ordine di partire per nuove basi.

Il giorno 14 Settembre alle 2 antimeridiane, il Generale Comandante mediante fonogramma urgente pregava i comandanti di reparto di invitare le truppe ad esprimere il proprio parere sui seguenti 3 punti prima di prendere di fronte a Dio e agli uomini la suprema decisione:
1. contro i tedeschi
2. insieme ai tedeschi
3. cessione delle armi.
All’alba ogni comandante raduna i suoi uomini e commenta con serenità obbiettiva la drammaticità della situazione. Alle prime ore del giorno 14 il Comando Divisione raccoglie l’esito del plebiscito. La risposta che prorompe unanime, concorde, è una sola: il primo punto ha riscosso il cento per cento delle adesioni: "Guerra al tedesco".
Contemporaneamente perviene dal comando supremo italiano un cifrato a firma "Gen. Francesco Rossi" che ordina di resistere alle richieste tedesche, confermando l’ordine governativo dell’8 Settembre 1943.
A questo punto la posizione della Acqui è ormai chiara. L’ordine del comando supremo elimina ogni dubbio.

Bruno Santini – Internati. due anni da schiavi

Bruno Santini

Internati. due anni da schiavi

Dalla proclamazione dell’armistizio ai lager:

la terribile storia dei militari italiani dopo l’8 settembre

I1 governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, co­mandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo­americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza:

8 settembre 1943. Alle 19.42, al microfono dell’Eiar, il maresciallo Badoglio, capo del governo, annuncia agli italiani l’entrata in vigore dell’ar­mistizio di Cassibile, firmato con gli anglo-americani cinque giorni prima. La fuga dalla Capitale dei vertici mi­litari e la scarsa comprensione delle clausole dell’armistizio (che molti in­tesero come vera e propria fine della guerra) generarono ulteriore confu­sione nelle nostre forze armate, an­cora impegnate in vari fronti e lasciate allo sbando e senza ordini precisi. Proprio qui comincia una dolorosa pagina della nostra storia, quella degli Imi, Internati militari italiani, dram­matica quanto sconosciuta ai più. A raccontarcela è Anna Maria Casavola, ricercatrice presso il Museo storico della Liberazione di Roma.

Cosa accadde di preciso ai no­stri soldati, dopo la proclamazione dell’armistizio? «Furono disarmati, catturati e deportati; ma prima gli fu proposta l’opzione di continuare la guerra a fianco dei tedeschi. La sera dell’8 settembre 1943, il generale Kesselring aveva detto: "Il governo italiano ha commesso il più infame dei tradimenti. Le truppe italiane do­vranno essere invitate a proseguire la lotta al nostro fianco… altrimenti non vi è clemenza per i traditori’:

Ma l’adesione fu minima: secondo recenti studi, non andò oltre il 10%, per lo storico tedesco Gerhard Scheinber, i militari italiani deportati furono oltre 700.000, dei quali circa 320.00 quelli fatti prigionieri in Italia. «Quelli catturati fuori d’Italia – precisa la Casavola – furono anche illusi dalle menzogne dei tedeschi che promisero loro rimpatrio, una volta cedute le armi. Invece, dopo l’operazione del disarmo, procedette all’immediata separazione degli ufficiali dai sottufficiali e dalla truppa per spezzare i vincoli gerarchi, evitare possibili influenze, ma soprattutto per ragioni logistiche e di immediata utilizzazione della forza lavoro La massa degli ufficiali, che prevedibilmente non sarebbe stata impiegata per il lavoro, come sancito dalla Convenzione di Ginevra di 1929, venne smistata verso la Polonia mentre la massa dei sottufficiali e delle truppe fu avviata in prevalenza in territorio tedesco, in campi vicini a centri industriali».

«Gli italiani, considerati ‘prigionieri di guerra da una direttiva del 15 settembre del Comando supremo della Wehrmacht – continua Anna Maria Casavola – appena cinque giorni dopo, furono declassati a ‘internati’; denominazione escogitata da Hitler, dopo la liberazione di Mussolini e la nascita della Rsi (Repubblica sociale italiana). Questo proprio per rimediare alla contraddizione per cui la Germania deteneva come prigionieri di guerra i cittadini di una nazione formalmente ancora alleai tutto per ragioni logistiche e l’immediata utilizzazione della forza lavoro

O Ma ciò li poneva in una condizione assai più svantaggiosa, privi della tu­tela della Cri e di ogni altra organiz­zazione umanitaria, nonché di quella della nazione di appartenenza».

Quali erano le condizioni di vita degli ‘internati militari’? «Gli italiani furono trattati peggio di tutti gli altri prigionieri. Alla partenza, in molte occasioni, vennero derubati dai tede­schi degli oggetti personali e furono costretti a raggiungere la Germania anche con mezzi inadatti al trasferi­mento delle truppe. All’arrivo nel lager di destinazione, cominciava la sper­sonalizzazione: l’immatricolazione, la fotografia con un cartello al collo, la consegna della piastrina con un numero del prigioniero, l’indicazione del lager… e poi gli estenuanti appelli per ore e ore in piedi sugli attenti, all’addiaccio con qualunque tempo, le umilianti disin­festazioni, le perquisizioni improvvise e vessatorie anche di notte, i continui trasferimenti da un campo all’altro, in marce forzate a piedi o in vagoni piom­bati. Durante le incursioni aeree nemi­che, agli italiani era addirittura vietato entrare nei rifugi. E infine, più di tutto, la fame. La sottoalimentazione, o per meglio dire l’affamamento ‘program­mato, fu una scelta politica dei nazisti per spezzare la resistenza degli italiani e la loro volontà di opporsi a ogni forma di collaborazione».

Perché in seguito ci fu un ulteriore cambiamento di status? «L’accordo per la riduzione degli ‘internati’ a lavoratori civili’ fu perfezionato, fra Hitler e Mussolini, il 20 luglio del 1944, proprio il giorno del fallito attentato al Fiihrer.
Fu sollecitato dalla dirigenza della Rsi ma anche da Sauckel, il ministro responsabile del reclutamento della forza lavoro in Germania, il quale sottolineo la spreco di energie rappresentato dagli internati le cui condizioni di vita ostacolavano un pieno sfruttamento delle loro capacità lavorative. Questo però non significò per tutti un miglioramento delle condizioni di vita e per
molti anzi. fu l’inganno usato per etichettarli in modo diverso

Elio Materassi, Quarantaquattro mesi
di vita militare – Diario di guerra
e di prigionia, pubblicato a cura del
Consiglio regionale della Toscana.

Tratto da

“L’Informatore”

Maurizio Grezzi – Operazione Herring

L’Operazione Herring

Fu portata a termine contro i nazisti da Francesco Carlo Gay

il coraggio di 226 parà

Una missione che rasentava la follia, da attuare con leggere pattuglie di 10-12 uomini ciascuna, equipaggiate solo con armi ed esplosivo, fidando, per il resto, nel sostegno logistico dei partigiani del luogo (che risultò pronto ed efficace). Ma come sempre accade in ogni operazione di aviolancio, anche questa volta i salti nel buio della notte, gli errori di direzione dei piloti inglesi e la reazione furiosa delle unità contraeree, particolarmente numerose lungo le rive, contribuirono al verificarsi di atterraggi spesso distanti e diversi dai luoghi prefissati.

Di conseguenza avvennero fatti imprevisti e perfino grotteschi, come la caduta sul cassone di un automezzo pieno di nemici o nel bel mezzo delle aie contadine, affollate di civili e tedeschi, gli uni egli altri sorpresi e atterriti da quelle improvvise apparizioni.

La reazione dei parà – là dove non venivano uccisi ancora in volo contro ogni convenzione internazionale – avvenne rapida, valorosa e spietata, a colpi di mitra e bombe a mano, sostenuta da un sovrumano coraggio, controllato con atti di astuzia, per occultarsi meglio e sfuggire alla loro ricerca, utilizzando fossi, canali e, spesso, le stesse case in cui erano alloggiati i nemici.

In quei frangenti i tedeschi non esitarono a compiere crudeli atti di ritorsione verso quelli che dimostravano il minimo sostegno a quei valorosi combattenti, tanto che, una successiva missione di lancio, già programmata, venne cancellata all’ultimo momento dagli inglesi, informati di quelle barbare vendette, specie sui partigiani catturati.

I risultati dell’Operazione Herring parlano di 44 mezzi distrutti; sette strade di grande comunicazione minate nelle province di Ferrara, Modena, Reggio; tre ponti fatti saltare, un deposito di munizioni esploso, decine di linee telefoniche interrotte, duemila prigionieri – poi consegnati agli inglesi in arrivo – e 544 tedeschi uccisi contro 31 caduti italiani e 26 feriti.

ll figlio del valoroso comandante di questa operazione è oggi presidente dell’Associazione di cavalleria mentre suo padre, Francesco Carlo Gay, da giovane capitano, fu il mitico comandante dello squadrone “Folgore” l’unità italiana inquadrata nella 6° Armata inglese, nella campagna d’Italia, protagonista dell’impresa.

Proprio a Francesco Carlo Gay venne assegnata quella ardita missione di guerra, negli ultimi giorni del conflitto, denominata “Herring” e consistita nel lancio di 226 parà sul pieno dello schieramento tedesco in ritirata, lungo le rive del fiume Po.

L’episodio, che ora raccontiamo ha dell’incredibile e va considerato come il risultato della ostinata volontà dei paracadutisti della “Folgore” e del “Nembo” di tornare, da unità terrestri, a quello che era il loro vero ruolo.

La missione, invano interdetta dagli inglesi, per gli effetti che avrebbe potuto avere sulla popolazione civile, era intesa a spargere distruzione e scompiglio sulle truppe tedesche, lungo un corso d’acqua inguadabile, ma ancora determinate e spinte dalla volontà di porsi in salvo verso la Germania e l’Austria senza peraltro rinunciare ad effettuare crudeli ritorsioni contro chiunque, partigiani e no, osava contrastare quella loro ultima speranza di salvezza.

In quella occasione i 226 parà vennero lanciati lungo i principali itinerari di Modena-Mirandola-Verona e Ferrara-Poggio Rusco-Ostiglia, per distruggere il maggior numero di postazioni difensive ed impedire la fuga al Nord della enorme massa di tedeschi che si ritirava

Ma delle tante che potrebbero an cora essere raccontate, certamente la storia più toccante ed emblematica di tutta l’Operazione Herring è quella del “piccolo balilla” (come veniva chiamato per l’età e la statura) Amelio De Juliis, figlio di contadini di Pizzoferrato (Chieti). Aveva appena 16 anni quando, nel novembre del ’43, in una notte di tormenta, si offrì di guidare attraverso la montagna, che ben conosceva, una pattuglia dello Squadrone Folgore comandata dal Capitano Gay, aggregata alla I Divisione Canadese.

Fu preso in simpatia dai paracadutisti ed avendo chiesto ed ottenuto di poter restare con loro, partecipò all’avanzata verso il nord espletando umili incombenze.  Non contento volle anche conseguire il brevetto di paracadutista divenendo così l’amico inseparabile del Caporalmaggiore Aristide Arnaboldi.

Poiché la sua giovane età gli era di ostacolo alla partecipazione del lancio di guerra, occorse tutta l’insistenza ed il convincimento dell’Arnaboldi per poterlo includere nel novero dei partecipanti all’Operazione Herring. Sia lui che l’Arnaboldi vennero inquadrati nella pattuglia “O” dello Squadrone “F”, comandata dal Sottotenente Angelo Rosas.

Accerchiati da una pattuglia nemica, fu proprio nella disperata difesa del suo comandante, già colpito a morte, che il giovanissimo paracadutista, a sua volta ferito al braccio destro, aveva continuato a lanciare bombe a mano con la sinistra; intanto anche l’amico Arnoboldi, nel tentativo di difenderlo, veniva abbattuto.

Arnoboldi e De Juliis sono stati trovati uno accanto all’altro, amici inseparabili nella vita e nella morte, ma anche dopo, perché uniti nel massimo riconoscimento per un soldato: la Medaglia al Valor Militare, alla memoria. Amelio De Juliis, senza alcun dubbio resterà a perenne testimonianza dell’onore e del valore del soldato italiano.

Tutto il materiale   riferito  all’ Operazione Herring è oggi ordinatamente raccolto ed è disponibile per una mostra che potrà essere richiesta al seguente indirizzo:

Maurizio Grezzi –

Presidente Associazione Paracadutisti

– Corso Giovecca, 165 – 44100 FERRARA

La Resistenza dei militari italiani nel Dodecaneso

La Resistenza dei militari italiani nel Dodecaneso
Il comando delle forze armate dell’Egeo era tenuto dall’ammiraglio Igino Campioni nell’isola di Rodi. Le innumerevoli isole erano presidiate dalla divisione Regina (dislocata a Rodi, Coo e Lero), dalla divisione Cuneo (a Samo e nelle Cicladi) e da unità della divisione Siena e della brigata Lecce (a Creta). Anche a Rodi la notifica dell’armistizio giunse improvvisa, senza nessun preavviso del Comando supremo. Solo nella tarda sera dell’8 settembre giunsero all’ammiraglio Campioni poche direttive sul comportamento da tenere. Alcuni comandanti di divisione, di reggimento e persino di plotone, rifiutarono l’ordine di cedere le armi, ritenendolo disonorevole, e scelsero di resistere insorgendo contro i tedeschi. Gli inglesi, approfittando di tale circostanza, cercarono di attuare l’Operazione Accolade, intesa a conquistare il Dodecaneso con l’appoggio delle truppe italiane con l’obiettivo strategico di aprire un secondo fronte in direzione del Mar Nero e del Caucaso, secondo la visione strategica di Churchill. Un tale progetto apparve realizzabile al momento dell’armistizio dell’Italia, quando la maggior parte delle isole era ancora in mano degli italiani; gli inglesi approntarono un contingente da sbarco che dovette purtroppo essere impiegato su un’area vasta e dispersiva e con la difficoltà di far giungere rinforzi da basi di rifornimento lontane e con scarsi mezzi navali da sbarco. L’aiuto inglese alla fine risultò di scarsa efficacia e l’Operazione Arcolade abortì. Aspri scontri con i tedeschi si ebbero soprattutto nelle isole di Rodi e di Lero e Coo.
La Resistenza dei militari italiani a Rodi
A Rodi la reazione della Divisione Regina agli attacchi tedeschi fu accanita; la nostra artiglieria dominò il campo e inflisse gravi perdite al nemico costringendolo ad abbandonare l’isola. Ma poi, venuto a mancare il promesso intervento inglese, una rabbiosa reazione aerea tedesca e la cattura a tradimento dello Stato Maggiore della Divisione finirono per fiaccare la resistenza italiana. Rodi dovette capitolare l’11 settembre 1943 sotto il martellamento degli aerei tedeschi e gli attacchi della Divisione corazzata Rhodos. L’ammiraglio Campioni, che si era rifiutato di imporre a tutti i reparti dell’Egeo di considerare nullo il proclama di Badoglio e di consegnare le armi ai tedeschi, venne deportato e successivamente condannato a morte da un tribunale fascista di Salò, nel maggio 1944 (per questo è stato insignito della Medaglia d’Oro al valor militare). Caduta la città di Rodi, numerosi italiani sottrattisi alla cattura continuarono nella clandestinità la lotta ai tedeschi e nei mesi seguenti 90 di loro, di cui 40 senza processo, furono fucilati. La massa dei soldati superstiti rifiutò di collaborare con i tedeschi e si imbarcarono su piroscafi diretti al Pireo; molti non arrivarono a destinazione perché alcuni natanti furono affondati durante la navigazione.

I caduti in combattimento a Rodi furono 8 ufficiali e 135 militari, oltre 300 i feriti.
Un esempio di resistenza per tutti fu quella del sottocapo della Marina, Medaglia d’Oro al valor militare, Pietro Carboni (1914-1944), un sardo che inizialmente capeggiò una formazione di italiani sfuggiti alla cattura. Rimasto in seguito isolato, si rifugiò in un’aspra zona dell’isola e per oltre un anno condusse una guerra personale contro gli occupanti, fatta di agguati e di soppressione di nemici. Denunciato da un informatore del luogo ingaggiò una lotta corpo a corpo con la pattuglia tedesca che lo aveva scovato finché venne giustiziato sul posto.

La Resistenza dei militari a Lero e Coo
A Lero la resistenza contro i tedeschi fu accanita. L’isola, che era un’importante base per i sommergibili, era presidiata da milleduecento uomini, prevalentemente marinai delle batterie costiere, affiancati da fanti della Divisione Regina. In loro aiuto giunsero quattromila uomini dell’esercito inglese. Dal giorno 13 settembre, data d’inizio dei bombardamenti aerei tedeschi, sino alla mezzanotte del 16 novembre, momento della resa, per oltre due mesi i militari italiani resistettero.

Il comandante dell’isola, ammiraglio Luigi Mascherpa, catturato dai tedeschi e condotto prigioniero fu fucilato mesi dopo a Parma dopo essere stato processato da un tribunale fascista (per questo è stato insignito della Medaglia d’Oro al valor militare). La battaglia di Lero costò 520 perdite ai tedeschi, 600 agli inglesi e un centinaio agli italiani; furono catturati 3200 inglesi e 5000 italiani.
Anche a Coo dopo l’8 settembre italiani e inglesi combatterono insieme. In seguito allo sbarco dei tedeschi avvenuto il 3 ottobre i soldati della Divisione Regina resistettero da soli perché gli inglesi si imbarcarono verso la vicina costa turca. Dopo due giorni di combattimento ci fu la resa, a cui seguì la rappresaglia tedesca: centotrenta ufficiali vennero passati per le armi insieme al loro comandante, colonnello Felice Leggio.

Tratto da
Patria Indipendente