Ritorno alla Libertà

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RITORNO ALLA LIBERTA’

I.

Alla metà di marzo del 1945, mi trovavo nel campo di Fullen, pochi chilometri a ovest di Meppen, lungo il confine con l’Olanda. Ufficialmente anche quello di Fullen, come l’altro da cui venivo di Sandbostel, era un campo-ospedale, un Lazarett; in realtà era un campo di morte.

In cinque baracche si moriva di tubercolosi: tre, quattro il giorno; nella sesta, quella dei feriti dai bombardamenti, di infezioni atroci. Io in questa baracca c’entrai solo una volta per vedere se mi riusciva cambiare del tabacco con roba da mangiare, ma mi toccò uscirne quasi subito senza aver’ combinato nulla, perché il lezzo delle ferite andate in cancrena pigliava lo stomaco.

Non c’erano medicinali, di nessun genere; e il vitto si faceva presto a distribuirlo: una gavetta di erba bollita, senza sale, un’erba lunga e legnosa che non ho mai ben capito che cosa fosse, è centocinquanta grammi di pane scuro e molliccio, che andava e veniva a fisarmonica come la gomma da masticare. In compenso, girava in perpetuo per le baracche un medico italiano con un apparecchio per faro il peumotorace, che egli stesso aveva ìngegnosamente costruito. Era un ometto dal viso tondo e biondo, un angelo di Melozzo, che bucava e bucava, con il suo ago, dalla mattina alla sera, saltando da una baracca all’altra, da un castello all’altro, giulivo ed enigmatico come uno gnomo. lo lo guardavo qualche volta con ammirazione quest’ometto festoso e frenetico, perché, veramente, bisognava avere il fisico dell’eroe, con quell’erbaccia bollita nello stomaco, a non darsi posa un minuto; ma pià speso provavo verso di lui un senso di irritazione, perché mi pareva che fra tutti noi egli fosse l’unico estremamente soddisfatto di sé e del tutto estraneo al suo prossimo.

Che quello fosse un campo da lasciarci la pelle in tre o quattro mesi, lo capimmo appena arrivati. Eravamo ancora nel vorlager con i nostri zaini per terra e già ci assediava una folla così macilenta e stracciata, che noi, al confronto, pur essendo tutti ammalati, sembravamo fiori di salute e di benessere. Ma la sensazione netta di essere caduto nel fondo, la ricevetti la mattina dopo, mentre mi stavo lavando. C’era accanto a me Guidi, un tenente di cavalleria, torinese, giovane, perbenino. Anche lui si insaponava adagio le braccia, quelle braccia bianche

e sottili che formavano la disperazione del colonnello medico di Sandbostel ogni volta che gli faceva l’endovena. Inforcava gli occhiali allora il colonnello, calvo, ma con la barba, una bella barba brizzolata, divisa in due: con la siringa in mano, il busto eretto, il cranio luminoso, sembrava il ritratto di uno scienziato, uno di quelli veri, tedeschi. La vena di Guidi, però, la trovava solo dopo avergli sforacchiato il braccio cinque o sei volte.

—Ma che venuzze le ha fatto la sua mammina! — esclamava, mentre gli andava palpando il braccio. E Guidi, le prime volte arrossiva e sorrideva. Poi, stando con noi toscani, aveva imparato e diceva, a denti stretti:

~Tu’ ma’….

Il colonnello sollevava la barba, interdetto, ma siccome era anche un po’ sordo la riabbassava subito e tornava a cercare la vena.

Adesso Guidi portava due specie di rose sugli avambracci, e si lavava piano anche per quello. Fuori tirava un gran vento: passava a folate, mulinando tra i vetri chiusi della finestra e il fianco di un casotto che vedevamo di fronte.

—Ma che cosa c’è là? — fece a un tratto Guidi, cessando di insaponarsi.

— Dove?

—Là, in quel casotto.

Dal tono della voce mi sembrava allarmato. Io mi stavo lavando la faccia e m’ero perciò tolto gli occhiali. Me li rimisi subito, e vidi Guidi, che s’era accostato alla finestra, diventar pallido.

— Che c’è? — chiesi, e mi avvicinai.

Guidi non parlava. Dalla porta socchiusa del casotto si vedeva sporgere un pezzo di coperta militare, che il vento agitava come una bandiera. Poi il vento la rovesciò e, per un attimo, restò scoperto, nell’aria, un piede magro, bianchissimo.

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Uscimmo, e in due passi fummo davanti al casotto: dentro, c’erano quattro morti, nudi, uno sull’altro. Sull’ultimo, la coperta che sventolava.

II

Erano giornate di sole, splendide. Il campo si trovava al centro di una torbiera, ma tutto intorno, alla distanza di due o tre chilometri, si stendevano boschi scuri, bellissimi. Non ho mai veduto boschi maestosi e solenni, e vivi, come in Germania: l’albero, lassù, non dà l’impressione, come da noi, d’essere alla mercè dell’uomo: l’albero è un patriarca, più guida che compagno, ed è una parola profonda e maestosa: Baum. Passeggiavo lungo il reticolato e mi sembrava che quelle macchie nere, intorno, rappresentassero vita e civiltà e che non fossimo quindi abbandonati del tutto, come quando invece scendeva la notte e c’erano più soltanto il reticolato e il lampo dei riflettori dalle torrette.

Il cielo era in permanenza gremito di apparecchi. Volavano alti, ma il sole li faceva scintillare come se fossero stati d’argento, e anche per questo noi eravamo sempre con gli occhi per aria a guardare. Scoprivamo allora che volavano in formazione: prima i caccia, spericolati e leggeri; poi i bombardieri, lenti e cupi come calabroni; quindi ancora i caccia; e caccia a destra e a sinistra, come cavalleggeri eleganti e festosi ai fianchi della carrozza reale nei grandi cortei. Ricordo che ci dicevamo queste cose futili, e anche altre più serie. Ma eravamo allegri: ci sembrava che quegli apparecchi fossero sempre gli stessi, fossero amici nostri personali che avevano preso le nostre parti nella sfida lanciata ai tedeschi quasi diciannove mesi prima e che avevamo continuato a lanciare ogni giorno, negando loro qualsiasi collaborazione. Dalle torrette le sentinelle ci osservavano fredde, con le mani sull’impugnatura della mitragliatrice. E noi allora non guardavamo più in su e giravamo al largo, perché c’era il caso che davvero si mettessero a sparare, matti com’erano di paura e di odio.

— La va a pochi, crucco maledetto! — urlava Bertoli appena svoltato l’angolo della baracca, dove la sentinella non ci poteva vedere.

— Daje, daje — diceva Deambris, col naso in su, verso le ali d’argento. — Manco la puzza ce deve restà de ‘sti zozzoni

Ma la sera, in baracca, quando ci stendevamo in quei nostri castelli e il buio e il silenzio ci piombavano addosso, veniva il quarto d’ora della pena amara, a volte della disperazione. Fuori si sentivano correrei cani poliziotti, sbattere nella corsa contro le pareti della baracca, e il fischio e l’aspro richiamo dei tedeschi. Si, stava crollando l’incubo del millennio hitleriano: stava crollando anche per opera nostra. I tedeschi avrebbero perso la guerra, la lebbra nazista sarebbe stata spazzata dalla faccia della terra. Ma quando? Fra quanti mesi? Quattro o cinque, come dicono? Quest’estate? Ma chi di noi arriverà a quest’estate?

Mugolavano i cani nel buio ed era un tonfo lugubre quello che facevano sbattendo nel legno della baracca. La lama del riflettore traversava la finestra d’improvviso, investiva me, il mio compagno di fronte, sorprendendoci nello stesso pensiero. Bruscamente, ci coprivamo la faccia con la giubba che ci serviva da cuscino.

III

La libertà arrivò invece all’improvviso, il 5 di aprile. Veramente, già da qualche giorno circolavano notizie meravigliose: hanno preso Oldenzaal, sono arrivati a Netinhaus, hanno liberato il campo di Oberlangen. La sera del 4 aprile si diceva addirittura che alcuni carri armati avessero fatto una puntata fino a Cross Hesepe, a pochi chilometri da noi. Ci crediamo? Non ci crediamo? Vero? Non vero? Se ne discusse vivacemente anche nel mio gruppo. Eravamo stati scottati troppe volte per poterci ormai abbandonare senza resistenza alle voci di « Radio Fante », « Radio Gavetta », « Radio Naia », come dicevamo. Anche D’Alessandro, che per tre o quattro mesi, in Polonia, non aveva fatto altro che portarci notizie clamorose, arrabbiandosi e offendendoci se non gli credevamo, aveva perso quasi tutto il suo immenso carico di ottimismo.

—A crederci siamo sempre in tempo — disse alla fine Platania, un siciliano nero e scontroso come un cipresso; e poiché interpretava la nostra volontà di difenderci dagli alti e bassi degli entusiasmi e degli sconforti, gli demmo tutti ragione, non ne parlammo più se non per prendere in giro chi ci credeva e, appena scuro, ci infilammo nei nostri castelli.

Mi svegliai con Deambris che mi soffiava sul viso.

—Olobbà, Olobbà! E svejate Olobbà….

—Ci siamo — dissi, e ruzzolai giù dal castello dietro Deambris: che correva verso la porta spalancata della baracca. C’era già un gruppetto di ombre, che parlavano sottovoce, ma stavano con tutto il corpo dentro la baracca, mettendo fuori solo la testa, -di tanto in tanto.

—Non ci sono più, sono partiti — mi sussurrava, per tenermi indietro, uno che occupava, quasi tutta la porta. Ma io lo spinsi avanti con forza, lui si schiacciò contro lo stipite e così mi trovai proiettato fuori della baracca. Non dimenticherò mai quell’istante. C’era la luna alta e tutto era chiaro come di giorno, ma con quel senso di indefinito e di magico che prendono le cose sotto la luna. Le torrette, agli angoli, abbandonate, deserte; vuoto e silenzio lungo il reticolato. Solo chi ha visto per mesi e mesi, sulle torrette dei lager, il freddo viso tedesco sotto relmetto e la canna scura della mitragliatrice puntata, può capire perché allora io ebbi paura. No, non erano partiti i tedeschi! Quello era un incanto maligno, creato dalla nostra disperata attesa. O forse erano i tedeschi che ci schernivano: piegate sotto i parapetti delle torrette, le sentinelle ai quattro angoli del campo ci spiavano, aspettavano che tutti fossimo fuori, stracci impazziti di gioia, e si sarebbero sollevate dí colpo, a mezzo busto, ghignando e ridendo sopra la nostra paura.

Fu un attimo, ma così intenso, che ancora oggi lo sogno. Poi la ragione riprese il sopravvento: sì, erano andati via; precipitosamente. Una fuga certo. Non ci avevano mitragliato in mezzo al campo, come qualcuno diceva, non ci avevano portato con loro, secondo il timore dei più. Eravamo soli, adesso; la terra di nessuno eravamo. Proprio come nei bollettini di guerra.

Rientrai di corsa nella baracca.

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IV.

Ci volle l’alba a riaddormentarci; ma per poco. Un colpo secco, violento. Aprii gli occhi e vidi la finestra di fronte spalancata. Il fracasso dei vetri rotti era ora il più forte. Ma subito dopo sentii il

rumore frenetico delle gavette appese ai castelli, poi gli urli di tutti. La baracca era al buio, perché non avevamo luce nelle baracche, e la luna era ormai tramontata. Io non vidi perciò il volto dei miei compagni in quel momento. Ma ne sentii gli urli, coi miei: urli insensati, come se fossero i nostri corpi ad esplodere. Feci per scendere dal castello, sporgendo le gambe nel vuoto, e mi sentii tirar giù sul pagliericcio di sotto: Berteli m’era addosso, mi dava dei pugni, strillava. Riuscii alla fine a svincolarmi e a infilare il piccolo corridoio. in un salto fui sulla porta. Di fronte, lungo tutto il reticolato, correva una fila di pallottole traccianti,’ un segmento dietro l’altro, come nelle insegne luminose scorrevoli. Più indietro, nascevano i boati che facevano oscillar la baracca: ne vedevamo i lampi: uno, due; uno, due, tre; uno. E le groppe dei carri armati apparivano e sparivano subito, ringoiate nel buio.

Ormai eravamo tutti fuori, quelli che ce la facevano a stare in piedi. Addossati alla parete della baracca, avvolti nelle coperte, avevamo riacquistato un po’ di controllo: qualcuno addirittura faceva dei commenti tecnici, alzo, distanza, obbiettivo. Io ripensavo a diciannove mesi prima, alla notte sul 9 settembre, quando i tedeschi ci avevano attaccato e per la prima volta avevo visto il lampo dei carri armati e il telegrafo luminoso dei proiettili traccianti. « Che fate, signor tenente? w mi aveva urlato l’attendente, vedendomi stordito, con la testa per aria. Ed io m’ero buttato giù, a capo fitto, dietro un muretto che l’avrebbe forato una pistola.

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V.

Stemmo tre giorni senza veder nessuno, volontariamente chiusi nel campo. Si diceva che circolassero per la pianura gruppi sbandati di S.S. e che ci fossero mine seminate un po’ dappertutto. Probabilmente erano le solite voci di « Radio Gavetta »; ma non ci demmo pensiero di controllarle. Di uscire, infatti, per il momento, non c’interessava. Una sola cosa era importante: mangiare. E mangiammo patate, tutto il giorno patate, per tre giorni patate, con una avidità incontrollata e felice. Ne avevamo trovato un deposito sottoterra, subito fuori del campo; ma la cucina non faceva a tempo a cuocerne a sufficienza per la nostra fame e noi cominciammo allora a cercarne anche di crude e a cuocerle qua e là, come si poteva. Il campo si trasformò in un immenso bivacco: c’erano fuochi accesi dovunque in ogni ora della giornata. Un andare e venire fitto e continuo dalle baracche ai fuochi, dai fuochi alle baracche dava al campo l’aspetto di un gran formicaio. Il tempo era splendido, con un cielo chiaro, celeste, e stracci di nuvole che volavano qua e là, e un vento rapido e leggero carico di profumi. Più che guardarlo quel cielo, lo sentivamo, benigno, paterno, sopra di noi, perché noi la testa l’avevamo sempre china sulle gavette, o per cuocere o per mangiare. L’alzavamo solo ogni tanto, quando i colpi si facevano più grossi, proprio di fronte a noi, verso Meppen. A Meppen i tedeschi resistettero tre giorni: non so cosa difendessero: forse i ponti sull’Eros, per dar tempo ad altre forze di ritirarsi, oppure si erano asserragliati, come dicevano alcuni, in una grossa fabbrica di munizioni. Il fatto è che noi vedemmo per tre giorni di seguito gli apparecchi alleati girare in tondo nel cielo della città e poi, proprio come fa il falco, buttarsi giù a picco e risollevarsi immediatamente. I tonfi, sordi, scuotevano le baracche. Noi alzavamo la testa dalle gavette, guardavamo un istante le colonne di fumo che si levavano sull’orizzonte e, mentre tornavamo a chinarci sui nostri fuochi, ci strizzavamo l’occhio contenti.,

La mattina del quarto giorno ero con Bertoli al lavandino che pulivo la gavetta, quando sentii un gran vocio. Bertoli si spaventò.

—Sono tornati i tedeschi — disse.

—Sì, i tedeschi…. Hanno da far altro che dar dietro a noi.

Ma nel dir così mi sentii un vuoto dentro. E se gli Alleati avessero ripiegato per davvero? Una rettifica di fronte, un saliente da eliminare, una delle solite dannate mosse strategiche! Pensai perfino, per un istante, alla peste. La peste era scoppiata fra gli Alleati e a questi non restava che ritirarsi, disordinatamente ritirarsi! E’ chiaro. era un ricordo scolastico, il più astratto dei miei ricordi scolastici; ma tant’è: per un momento, anche quella ridicolezza mi attraversò il cervello.

Il vocio intanto era cresciuto, era più vicino, si sentiva ormai chiaramente che erano grida di gioia. Bertoli ed io ci guardammo, forse volevamo anche sorriderci, ma non vi riuscimmo. Posammo di colpo le gavette sul lavandino e ci lanciammo fuori della baracca.

Tutti correvano verso l’ingresso: anche dalla baracca dei feriti vidi che uscivano alcuni e sembrava volassero sulle stampelle. Al reticolato che divideva il lager dal vorlager mi fermai: affannavo, non potevo parlare. Di là, sul piazzale, tre autoblinde erano strette fra i cenci grigi e verdi di una folla impazzita. Non ricordo un volto, ma solo braccia: braccia bianche, stecchite e le maniche larghe dei cappotti che ricadevano verso il gomito, nel gesto di chi prega o ringrazia. Alti sulle autoblinde, tre soldati canadesi ci guardavano stupiti. Erano biondi, rosei, accuratamente sbarbati.

Stetti a lungo a osservarli. Mi sarei anche avvicinato volentieri, toccare almeno un momento le autoblinde; ma era impossibile. Tornai indietro adagio, e quando fui all’altezza della terza baracca vidi un piccolo corteo venir su dal casotto dove si depositavano i morti. Erano il medico, il cappellano e alcuni colonnelli e maggiori che accompagnavano in giro per le baracche il sergente delle autoblinde. Il giro doveva essere terminato perché tornavano verso l’ingresso. Mi fermai per lasciarli passare. Davanti correva il medico a fare strada, dietro il canadese e dietro ancora il piccolo corteo delle « autorità », che si urtavano senza volere. Era un sergente altissimo, il basco nero, la divisa impeccabile. Camminava a passi brevi e rapidi

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come se marciasse e guardava fisso davanti a sé, con un’espressione chiusa, dura, mentre le lacrime gli rigavano il volto.

UMBERTO OLOBARDI

Tratto da

“IL PONTE”

Maggio 1955

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