Archivio mensile:gennaio 2012

Dieci anni dopo – Gladys Hutton

DIECI ANNI DOPO

Faceva un gran caldo quella sera e non vi era un filo d’aria. Eravamo perciò saliti con dei cuscini in una piccola terrazza sperduta in cima al tetto della pensione che guardava verso Piazza Pitti e ci eravamo seduti a terra alla turca. Si era in pieno periodo di emergenza, la sera del 3-4 agosto 1944.

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Palazzo Pitti

Stanchi eravamo, stanchi della lunga attesa e tensione, stanca io dal molto camminare, anche forse un poco affamati tutti. Pesava sulla città un gran silenzio quasi oppressivo. Ci sembrava di attendere. Finite erano le costanti piccole detonazioni notturne delle sere passate alla Villa Torrigiani di fronte. Forse il Comando Tedesco voleva in tal modo gettare l’allarme nella popolazione.

Eravamo uno strano gruppo di tre amici di guerra, strano gruppo di amici tanto diversi. Myra, una signora australiana, tutta fiamma e fuoco, molto cara con un gran buon cuore, vivace, tempestiva. Spesso assai poco ragionevole. L’altro compagno X era un bel ragazzo alto, diciottenne, che ricordo con affetto ed una certa emozione per il suo eroico coraggio. Era ora nascosto presso di noi, minacciato da grande pericolo, dalla Gestapo. Serio, quieto, controllato, ispirava una profonda fiducia nonostante la sua giovinezza. Era grave e silenzioso, un forte e, con quella rara virtù, era anche un pensatore. Io ero la terza della compagnia: una tranquilla inglese. Si parlava poco, qualche parola cadeva appena, tutti eravamo presi dai nostri pensieri. Io riandavo col ricordo all’incredibile anno trascorso. Tremendo, pauroso e tragico, con amici e conoscenti arrestati, deportati, torturati, fucilati, ma per me con qualche attimo luminoso, un anno di strane avventure. Di noi tre, io ero forse la più felice. Quella sera era più viva in me la speranza della fine, una scintilla che mi ardeva in cuore per la mia patria fin dal 1940.

X aveva l’aria triste e chiusa, sembrava molto stanco. Bravo ed eroico, ma tormentato da incertezze segrete. Il padre italiano, la madre straniera, il che spesso desta malinconia e perplessità nei figli; e poi era scosso dai pericoli affrontati. Myra pensava, poveretta, al figlio deportato in Germania, ed ai suoi in Australia. Il pensiero dei ponti mi accompagnava quella sera, e per X era lo stesso. Due mattine avanti, il padre un ufficiale a contatto col Comitato di Liberazione, era venuto a salutarlo prima di passare l’Arno per recarsi a casa. Si sapeva che i ponti erano minati, anche io avevo avuto la notizia dal delegato della Croce Rossa Svizzera e l’avevo riferita agli amici ed al padre di X. Salutandoci mi aveva guardato negli occhi, mormorando: « i ponti! » ed io di rimando: « i ponti! ». Allora Myra era uscita in una sfuriata contro di noi: « Voi siete degli allarmisti, mai i tedeschi farebbero una distruzione simile ». Ci eravamo messi d’impegno a calmarla, ma con una grande tristezza in cuore. E poi nulla era valso a salvarli, guardati come erano dalla truppa tedesca, non gli sforzi del Cardinale, né del professor Poggi e neanche del console tedesco, l’angelico dott. Gherard Wolf.

Passò del tempo; poi dall’orologio di un vicino campanile sentii suonare le dieci. D’improvviso il silenzio venne lacerato da una tremenda esplosione ed il cielo verso Piazza Pitti si illuminò magnifico di rosso. Era la prima strage, la Via Guicciardini che saltava. X ed io ci guardammo: « I ponti! » Myra aveva abbassato la testa: « My God! » esclamò, « How cari they!… ».

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Il resultato dello scoppio

Così passò quella notte di terrore, quell’inferno di Dante. La quiete pesante e sinistra degli intervalli veniva scossa ogni due ore da una esplosione furibonda che faceva tutto tremare. Scesi in pensione dopo un poco. Non ricordo bene come finì la notte. Mi trovai in vestaglia, forse per aver maggior fresco, e credo di essermi buttata sul letto nei momenti di tregua. Si sentivano i passi dei tedeschi che si ritiravano e poi qualche ordine secco ed i carri armati. La mattina all’alba si vide la strada cosparsa di foglietti: « Torneremo, attenti i traditori! ». Poi… veniva un’altra esplosione e così ogni ponte saltava via.

Verso l’alba mi trovai, non so come, nel corridoio presso la stanza da pranzo. Qui avvenne l’incredibile. Era l’esplosione formidabile del Ponte alla Carraia in fondo alla nostra strada, la quale si mise a ballare un allegro jazz, mentre la casa si alzava in aria e faceva anche lei un giretto di danza! « Morte sicura », pensai e formulai una preghiera: « O Signore, fate che sia presto! ». Gli attimi passavano, e poi il grande tremito si calmò. Con la mano appoggiata al muro vidi X ed i padroni di casa allungati a terra sui materassi in un’entrata. Ci guardammo con pallidi sorrisi ed un « Ebbene, siamo ancora salvi! ». Andai lentamente alla finestra della sala da pranzo. Un’alba radiosa, ancora timida, come spaventata, illuminava lentamente di rosa il cielo. Trovai Myra che mi era venuta accanto. La Via dei Serragli restava ancora in ombra. Fu in quel momento che vidi le figure alte dei cinque sud-africani venire avanti, strisciando lungo il muro delle case. Avanzavano silenziosi, con passi lunghi e quieti, l’elmetto con la rete in testa, il Tommy-gun alla mano. Zitti, molto zitti! Qualche porta si aprì, ragazzi nascosti si affacciarono. Ci fu un grido sommesso: « Gli inglesi, gli inglesi » un singhiozzo, poi rapidi gli andarono incontro. Presi Myra per il braccio : « Vieni — dissi — sono loro, sono venuti.

Guarda, eccoli!… ». Scappammo giù per le scale. Non piango mai. Le lacrime mi rigavano il viso. Senza respiro arrivammo alla strada, ma già erano passati. « Signorina, per l’amor di Dio, chiuda la porta

— mi disse l’inquilino di pianterreno — è un pericolo aprire ». Ed io: « Si calmi, questo non è pericolo, l’ho atteso per quattro anni ». Myra ed io ci vestimmo in fretta, ma lei scappò prima di me per vedere l’arrivo dei nostri, insieme con tre inglesi, che ero riuscita a nascondere

dalla metà di giugno presso un’amica scozzese, la moglie del pastore valdese, il professore Corsavi.

Mi trovai giù in un momento di vero delirio, circondata dai miei… inglesi, scozzesi, irlandesi, sud-africani, australiani, canadesi, neo-zelandesi, indiani, e poi di tanti reggimenti. C’era una gioia frenetica, tutti ridevano, tutti erano allegri, sembravano impazziti e regnava un grande eccitamento. Ogni tanto passava una jeep con degli ufficiali, accolta da applausi frenetici. Mi fermavano, mi circondavano di continuo: « Come? Lei inglese? ». « But how wonderful! ». « Come si trova qui? ». Domande, esclamazioni, strette di mano, gesti di affetto, ero trattata con immensa cordialità ed amicizia, in mezzo ai miei compatriotti, ma da vera inglese avevo una paura terribile di cedere all’emozione! Pure se trattata con tanta bontà dai miei adorabili amici italiani, pure se legata all’Italia da un’immenso affetto, era anche bello di parlare l’inglese ad alta voce dopo tanti anni, la mia lingua, con questi amici.

Arrivata alla Porta Romana la scena era inverosimile! Passavano i carri armati inglesi, stipati di partigiani, con la bandiera italiana, assieme coi soldati inglesi. Canti, urli, applausi scroscianti, folla in tutti i sensi, sempre accompagnati dal ritmo, « ta-ta-ta », dei franchi-tiratori, ma chi ci pensava? Le jeep, con gli ufficiali venivano circondate e salutati a festa, grandi « Evviva », e tutti a ridere, a cantare. Ero quasi l’unica donna in giro e per me era un grande entusiasmo. Vidi ufficiali miei camminare assieme a qualche amico italiano ed altre volte con a fianco dei conoscenti che in passato non si erano dimostrati tanto favorevoli agli inglesi!

Restai a parlare per qualche tempo coi nuovi amici: i gruppi attorno a me si scambiavano, tutti ansiosi di sapere come era stato qui in Italia, tutti a dire, poveri ragazzi: « Quest’anno sarà finita », « All of us home for Christmas! ». Poveretti! Invece quanti al camposanto! Così continuava il fracasso ed allegro rumore. Di colpo mi accorsi del passare del tempo, che dovevo scappare per recarmi all’ambulatorio « Bazzanti » (1), strapparmi da questa calorosa e simpatica sosta. Ci salutammo allegramente, ridendo, con vive espressioni di amicizia e strette

di mano, con molti: « We will meet again » e felici auguri di « Good Luck ». Non ho mai più rivisto quel gruppo!

Corsi via, ma tutte le strade erano bloccate dai partigiani. Portavo un bracciale della Croce Rossa. All’imbocco di Via del Campuccio mi fermarono con un: « Non si passa ». « Ma sono di servizio al ” Bazzanti ” », risposi. « Allora, sorella, l’accompagnano noi! I franchi-tiratori sono troppo allegri laggiù ». E con questo, due si affiancarono a me come guardia d’onore. Si tirò avanti e giunti in Via dell’Orto, vidi la mia coraggiosa e buona compagna Giovanna Filipponi, infermiera di professione della Croce Rossa, spiccare una corsa dall’angolo, sotto il Conventino, per attraversare la piazzetta, presa di mira dai franchi-tiratori sul tetto, con le sue gonne bianche che svolazzavano, ma se Dio vuole, si salvò. Mi preparavo allora ad imitarla e lanciarmi appresso e sentii in quel minuto il ta-ta-ta del franco-tiratore. Il partigiano di destra si voltò per coprirmi: anche questa volta il tiro non colse il segno, da sinistra venni tirata per il braccio in un portone: « No — mi disse R., un caro mio giovane amico — è troppo presto per vederla morta! ». Mi portò in casa dello zio, quasi dentro il Conventino, dove lui e dei giovani amici meridionali, che già conoscevo, erano nascosti, e mi vennero festosi incontro, mentre dal tetto i nemici tiravano su chi passava sulla strada! Restai qualche minuto con loro. Si rideva, anche loro erano felici per la liberazione, per il prossimo ritorno in famiglia. Si parlò con amore di Napoli, dove sono vissuta per tanti anni. Poi, essendo meno fitte le scariche, potei avviarmi finalmente al « Bazzanti ». L’orologio della chiesa suonava le dieci. Le dieci! Quando l’avevo sentito? L’altra notte? Dodici ore? Dodici anni?

GLADYS HUTTON

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Il Giorno del Ricordo

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La scelta della data ricorda il 27 Gennaio 1945 ,quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oswiècim maggiormente nota con il nome tedesca di AUSCHWITZ scoprendo il suo tristemente famoso campo di sterminio e liberandone i pochi superstiti. La scopertadi Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.

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Primo levi

Se questo è un uomo

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Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che tovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

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