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Helen Zago – Le donne nella Resistenza 1°

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Le donne nella resistenza A cura di Hélène Zago

 

La Resistenza rappresenta la fase in cui nascono e si sviluppano le premesse per la nascita della Costituzione e della Repubblica democratica. E per la prima volta le donne partecipano da protagoniste a un momento decisivo della storia italiana. E’ un fatto inedito, che non ha precedenti: la partecipazione femminile non è più di una elite intellettuale e culturale del paese, com’era avvenuto durante il Risorgimento; si tratta invece di un fatto diffuso, realmente di massa.
Le donne svolgono un fondamentale ruolo di organizzazione e di supporto all’azione delle brigate partigiane. Sono loro che raccolgono gli alimenti, le munizioni, le informazioni, svolgono un’essenziale funzione di collegamento tra le brigate partigiane, organizzate in campagna e in montagna, e la città. Un ruolo che forse non è stato adeguatamente riconosciuto. Esse non ricoprirono, esclusi alcuni casi straordinari, la funzione tradizionale di combattenti. Fu questo il motivo per cui non si colse fino in fondo la grande trasformazione che stava vivendo l’Italia grazie all’ingresso nella vita pubblica delle donne.
Nel ricordare la lotta partigiana raramente si parla del ruolo delle donne e del loro contributo alla Resistenza. Anche per questo motivo si parla di “Resistenza taciuta”. Eppure il contributo delle donne fu un contributo molto rilevante, soprattutto nella gestione organizzativa quotidiana. Le donne si occupavano della stampa dei materiali di propaganda, attaccavano i manifesti e distribuivano i volantini, svolgevano funzione di collegamento, curavano il passaggio delle informazioni, trasportavano e raccoglievano armi, munizioni, esplosivi, viveri, indumenti, medicinali, svolgevano funzioni infermieristiche, preparavano i rifugi e i nascondigli per i partigiani.
La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazi-fascismo è, dunque, ampia ed importante, ma difficilmente misurabile e valutabile per il ruolo nascosto e “dietro le quinte” che svolge. La presenza delle donne è costante nella gestione “ai margini” delle operazioni di lotta clandestina dei partigiani; è raramente in primo piano nelle azioni di combattimento (anche se ci sono alcuni casi molto interessanti) ma è un ruolo chiave nella cornice organizzativa della Resistenza. Anche se, alla fine della lotta armata, la stragrande maggioranza delle donne non si fece avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti.
«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino.“’Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”».

 

Anna Maria Bruzzone racconta in un suo testo:
“La specifica oppressione che le donne patiscono si manifestò infatti al loro rientro in patria, e in seguito, in forma particolarmente crudele: spesso esse si videro opporre un muro di disinteresse, di incomprensione, di diffidenza e talora persino di ostilità. A loro specialmente veniva applicata la morale di Renzo, del non mettersi nei tumulti, del non predicare in piazza, in breve del non far politica. Se fossero state a casa, -pensavano e dicevano o lasciavano intendere molti, -non sarebbero state deportate! I guai sono andate a cercarseli! » O, al contrario, sminuendo o cancellando la loro partecipazione alla Resistenza: «Non erano partigiane! Partigiani erano gli uomini che avevano accanto!» E anche, ambiguamente: «Chi sa che cosa avranno passato lassù!» Né si risparmiavano loro umiliazioni che le riportavano nel Lager: si leggano, a questo proposito, i passi in cui vengono descritte le avvilenti visite che molte di esse subirono negli Ospedali militari italiani”.
E’ importante non dimenticare come la dittatura prima e la guerra poi, avessero contributo a creare un punto di rottura nella tradizione della gestione familiare. In particolare, gli eventi bellici avevano rovesciato alcuni normali equilibri familiari e sociali. Con l’avvento del fascismo ogni aspetto della vita venne subordinato allo Stato: il diritto di famiglia, basato sul codice del 1865, si fondava sulla supremazia maschile e negava l’autonomia della donna, che doveva sempre avere “un’autorizzazione del marito”. Con la soppressione dei partiti politici e dell’associazionismo, vennero represse tutte le forme di attivismo femminile; era il 1926 e le uniche organizzazioni riconosciute erano i movimenti femminili fascista e cattolico. Eppure, paradossalmente, è proprio con la guerra che le donne conoscono una nuova libertà. La “scomparsa” dai paesi e dalle città della popolazione maschile giovane, in forza e in età da lavoro, mandata al fronte a combattere contro gli Alleati, aveva in parte costretto le donne ad assumere un ruolo sociale nuovo e a ricoprire la funzione inedita di “capo famiglia”, spesso costringendole a provvederne il mantenimento. Possiamo dire che a partire dalla lotta di Resistenza e dalla Costituzione del 1948, le donne si trasformano in soggetti storicamente visibili.
Alla fine del conflitto si tentò di quantificare e di valutare l’entità della lotta di Liberazione. Veniva riconosciuto “partigiano” chi aveva fatto parte di formazioni regolarmente riconosciute per almeno tre mesi e aveva condotto almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra. Si capisce, dunque, come l’azione femminile difficilmente potesse rientrare in questi parametri. I dati in merito alla partecipazione femminile sono parziali e poco attendibili, ma comunque significativi.
Riportiamo di seguito i dati offerti dall’Associazioni Nazionale dei Partigiani d’Italia:
partigiane: 35.000
patriote: 20.000
gruppi di difesa: 70.000
iscritte arrestate/torturate: 4.653
deportate: 2.750
commissarie di guerra: 512
medaglie d’Oro: 16
medaglie d’argento: 17
fucilate o cadute in combattimento: 2.900

 

Alcune di loro, provenienti da famiglie di tradizione antifascista, vennero coinvolte ancor prima dell’Armistizio dell’8 settembre 1943. L’ingresso delle donne nel movimento clandestino viene fatto risalire ad un significativo episodio del 1941. A Parma, il 16 ottobre 1941, scoppiò una violenta rivolta in seguito alla diminuzione giornaliera della razione individuale di pane, ulteriormente ridotta a 150 grammi, sebbene Mussolini, che aveva visitato la città pochi giorni prima, avesse promesso di non abbassare le razioni alimentari: le donne assaltarono un furgone della Barilla che trasportava un carico di pane. Appena sparsa la notizia, altre donne uscirono dalle fabbriche e formarono dei cortei spontanei in molte vie della città; furono le più politicizzate ad organizzare le operaie e le massaie. Le donne manifestarono numerosissime e molte di loro furono arrestate. Era soprattutto il peggioramento delle condizioni di vita a spingerle ad agire per porre fine alla guerra e alla fame. La protesta venne chiamata “sciopero del pane” e rappresentò un momento importante nella cronologia di sviluppo del movimento clandestino di Liberazione: per la prima volta le donne rischiarono il posto di lavoro e l’incarcerazione, scendendo in piazza.
A partire da quel momento sempre più donne entreranno tra le file della Resistenza: il coinvolgimento di un amico, di un fratello, di una madre nell’organizzazione partigiana, le spinse ad agire attivamente nella Resistenza civile come nella lotta armata. Anche per questo lo “sciopero del pane” viene comunemente considerato l’atto di ingresso delle donne nel movimento antifascista.
Il problema dell’alimentazione era, come in ogni guerra, una delle piaghe più drammatiche. E’ noto come fossero le donne coloro che avevano il compito di recuperare gli alimenti.
La presenza femminile era particolarmente alta nei Gruppi di Azione Partigiana (GAP) e nelle Squadre d’Azione Partigiana (SAP). Inoltre le donne organizzavano scioperi ed agitazioni di carattere femminile, come le grandi manifestazioni che si svolsero a Torino in seguito alla morte delle sorelle Arduino. Essenziale era, poi, la loro funzione di collegamento: le “messaggere” erano quelle che superavano le linee tedesche per portare i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento. Un’altra iniziativa importante prevalentemente gestita da donne fu il “Soccorso rosso”, una specie di organizzazione di mutua assistenza, con la funzione di reperire viveri o denaro per le famiglie dei militanti in difficoltà. Uno dei gruppi propulsori della partecipazione femminile si sviluppò a Milano, dove si formò dopo l’Armistizio un gruppo molto attivo di donne combattenti. Ben presto, ad un piccolo nucleo si aggiunsero donne di ogni grado della scala sociale e di ogni credo politico, che portarono ben presto alla nascita di Gruppi Operativi che svolsero una lotta senza tregua per la conquista dei diritti politici e civili per le donne.
Anche tra le pareti domestiche spesso le donne organizzarono dei veri propri laboratori, per preparare gli indumenti ai partigiani, per raccogliere le armi e le munizioni, per raccogliere e ridistribuire gli alimenti ai partigiani o alle loro famiglie. Per la prima volta nella storia, e con una netta cesura con il passato, la partecipazione alla guerra si caratterizza come un’assunzione di responsabilità e di un ruolo autonomo.
Il Comitato Nazionale dei Gruppi di Difesa nel giugno del 1944 invia una relazione al Comando di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia sull’opera dei gruppi di difesa. Il comunicato è in merito alla costituzione dei Gruppi di Difesa:
«All’appello hanno risposto le donne italiane delle fabbriche e delle case, delle città e delle campagne riunendosi e lottando. I Gruppi sono sorti e si sono sviluppati nei grandi come nei piccoli centri. A Milano, nelle fabbriche, si contano ventiquattro Gruppi con circa 2000 aderenti; un eguale numero esiste a Torino e a Genova: essi contano 3300 affiliate. Parecchie centinaia di aderenti si contano in Emilia e in Toscana, nelle Marche e nel Veneto. Sono sorti Gruppi di contadine, di intellettuali, di massaie, nelle case e nelle scuole; la loro azione viene coordinata dai Comitati femminili di città e di villaggio, regionali e provinciali, attorno alle direttive indicate dal Comitato Nazionale».

 

In tutta quella parte dell’Italia che era rimasta sotto il dominio tedesco, furono costituite formazioni militari femminili di Volontarie della Libertà, «formate da donne energiche e audaci, decise a partecipare attivamente alle operazioni di guerra».
Le donne che facevano parte di questi nuclei organizzavano atti di sabotaggio nelle fabbriche, con l’obiettivo di bloccare la produzione (in larga parte destinata alla Germania). Inoltre, supportando le brigate partigiane, organizzando le interruzioni delle vie di comunicazione e l’occupazione dei depositi alimentari e approntavano squadre di infermiere e posti di pronto soccorso. Le donne erano una figura essenziale nel recupero degli “sbandati”.
Una figura simbolo della resistenza al femminile e in particolare della Resistenza veneta, è Tina Anselmi. Nata a Castelfranco Veneto nel 1927, decise giovanissima di schierarsi contro il regime, quando, a Bassano, vide un gruppo di giovani partigiani impiccati:
“Dopo l’8 settembre, in seguito alla firma dell’armistizio, i tedeschi conclusero che noi avevamo tradito l’alleanza ed allora si sviluppò con più ferocia e determinazione la loro rappresaglia. Noi vedevamo passare per i nostri paesi i carri bestiame pieni di giovani dei nostri paesi rastrellati, portati in prigione e poi impiccati o fucilati nei viali. Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi, c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo. La dottrina fascista diceva, nel primo articolo, che lo Stato è fonte di eticità, niente è sopra lo Stato, niente è contro lo Stato, niente è al di là dello Stato; dunque questo articolo giustificava quello che avveniva e le rappresaglie che erano consumate”.
“Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. “Ricordo sempre un treno, uno dei tanti treni che passava sempre per la stazione del mio paese con tutti i carri piombati, dentro c’erano ragazzi che gridavano, avevano bisogno di acqua, avevano bisogno di cibo, facevano passare per le fessure dei carri bestiame biglietti con gli indirizzi delle loro famiglie perché le avvisassimo”.
Tina Anselmi divenne staffetta della Brigata Autonoma “C.Battisti” e del Comando regionale del Corpo Volontari della Libertà.
Madri Italiane!

 

I tedeschi e i fascisti vogliono arruolare i vostri figli per mandarli al fronte, per mandarli in Russia a combattere con i tedeschi, a compiere opera criminale a tradimento. NON LASCIATE RAPIRE I VOSTRI FIGLI! Molto facilmente non li rivedreste più, perché i nazifascisti e quanti servono sotto le loro insegne saranno certamente schiacciati dagli eserciti vittoriosi delle Nazioni Alleate. NON DATE AI TEDESCHI I VOSTRI FIGLI! Incitateli invece a raggiungere i Patrioti, le gloriose Brigate d’assalto Garibaldi: compiranno così, opera onorata e patriottica, concorrendo a ridare al nostro popolo a alla nostra Patria, libertà e indipendenza.

 

I gruppi di difesa della donna E per l’assistenza ai combattenti della libertà

 

Manifestino rivolto alle madri

 

Tratto da

 

http://www.anpi.it/storia/196/le-donne-nella-resistenza
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David Maria Turoldo (Resistenza)

David Maria Turoldo
(Resistenza)

Era aperta solo al tuo occhio
quella Notte oscura:
e dunque perché non li uccidesti
avanti che uccidessero?
*
I grandi deliravano
In parate e uniformi
E noi non capivamo.
*
Aquile e svàstiche
e canti di morte
salmi e canti e benedizioni
di reggimenti col teschio
sui berretti neri
sulle camice nere
sui gagliardetti neri..
*
E discorsi fin o all’urlo
accanito delle folle d’Europa,
della saggia e civilissima
e cristiana Europa.
*
Così abbiamo tutti cantato
almeno una volta
i canti della morte.
*
L’inizio è sempre uguale:
"Nostra è la Ragione"! E poi,
l’esaltazione degli eroi.
*
Poi le medaglie
e le corone e i monumenti
e i momenti del silenzio
all’Altare della Patria.
*
Dio, cosa costano gli eroi!

Carlo Levi – Siamo stati insieme

 

Carlo Levi
Siamo stati insieme
Siamo stati insieme
diventando insieme uomini:
se il mondo era diviso
erano uniti i nostri cuori
aperte le nostre porte.

 

Brillava su tutti i visi
una speranza comune
una raggiunta esistenza
giovane in mezzo ai dolori:
ci siamo riconosciuti.

 

Un popolo nuovo, immune
dai limiti ripetuti
nasceva con nuovi nomi
sicuro dalla morte.

 

Era la Resistenza.

Partigiana Nuda – Egidio Meneghetti

Partigiana Nuda di Egidio Meneghetti

Qui si narra un episodio della Resistenza. Accadeva a Palazzo Giusti di Padova, nell’inverno tra il 1944 e il 1945, che la «Banda Carità» talvolta costringesse le partigiane più coraggiose a denudarsi tra scherni e insulti. In quella atmosfera di incubo taluna rasentò la follia. E la follia, con il suo grande mistero, seppe incutere rispetto o, almeno, imporre ritegno. Le parole usate sono semplici e disadorne: chi le ha scritte, più volte, spontaneamente, si è richiamato a espressioni e ad atteggiamenti dei cantastorie, che da secoli, specialmente nelle campagne, ripetono la tragedia della «Donna lombarda» e altre leggende.
Soprattutto per mantenere aderenza con la più schietta anima popolare – che è stata anche l’anima della Resistenza veneta – si è usato il dialetto: il quale, per tale scopo, è davvero insostituibile.

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
*
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
*
El magiór Carità l’è straco morto
de tiràr ostie e de fracàr pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
*
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vièn ’na dona.
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Ela l’è magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa più colór,
ela l’è drita anca se i senoci
tremàr la sente e sbatociarghe ’l cor.
*
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia siór capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia siòr capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana te spogliarò e nuda cruda te frustarò »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parlàr »
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Spaìsi i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofà, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
*
longo, desnoselà come Pinocio,
Trentanove el la fissa pién de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransignà da boia.
*
El carceriér Beneli, bagolón,
el scorla le manete, spirità,
e dindona Goneli el so testón,
cargo de forsa e de stupidità.
*
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se còmoda a piàn i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che à copà Renato.
*
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’è piena de sassini quela stansa;
ela l’è sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa più speransa,
*
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vièn la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
*
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la còtola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
*
Camisa da soldà de vecia lana,
mudande taconà de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«È proprio molto chic la partigiana ».
*
Carità el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’à indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
*
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
*
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pèle che la s’à fato mora e spessa
nel sudór, nela pólvar e nel fumo.
*
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
rùmega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
*
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’è tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’à ciapado.
*
No la sa dove l’è … forsi la sogna …
la savària con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’ò vergogna,
mama g’ò fredo, mama g’ò paura …»
*
Po’ la ride, coi brassi a pingolón
e co’ na facia stralossà, de mata:
tuti quanti la varda e nissùn fiata,
s’à fato un gran silensio nel salón.
*
Su da tera la tol le so strassete,
la le spólvara a piàn, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlón
e gh’è come un incanto nel salón.

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Le Stragi nascoste – Cuneo

Le stragi nascoste

QUATTRO CASI DI ORDINARIA VIOLENZA, INSABBIATI

(1) Cuneo

Un esame più dettagliato del materiale processuale «provvisoria­mente archiviato» dalla Procura generale militare può essere con­dotto attraverso lo studio a campione di quattro fascicoli rappresen­tativi della gran massa della documentazione occultata, relativi ad aree geografiche eterogenee e a fasi differenti della campagna mili­tare: gli incartamenti intestati rispettivamente al maggiore Alfred Grundmann (fascicolo numero 1191 del ruolo generale), al capitano Richard Henning (n. 192), al tenente colonnello Karl Ortlieb (n. 657) e al sottufficiale Fritz Wunderle (n. 1954).

L’ultima settimana del luglio 1944 due reparti della divisione Bran­denburg effettuarono una manovra a tenaglia nell’alta valle Tanaro, in provincia di Cuneo, per distruggere le formazioni partigiane autono­me e garibaldine che minacciavano la sicurezza della strada statale n. 28. Secondo i piani concepiti dalla Geheime Feldpolizei 751 di stanza a Savona, la 13a compagnia Panzerjàger al comando del capitano Josef Tochtrop sarebbe scesa su Garessio dal Colle San Bernardo, mentre la 6′ compagnia, guidata dal capitano Richard Henning, avrebbe inve­stito la cittadina dalla parte meridionale della vallata.’ Il 25 luglio 1944 questo secondo reparto, proveniente da Ceva, travolse le linee partigiane nei pressi della frazione Pievetta (comune di Priola), rastrellò casa per casa l’abitato e si macchiò di violenze efferate:

Uccisione di un vecchio di 80 anni da parte di un soldato tedesco.

Uccisione di un uomo di 61 anni e ferimento di un altro di 50 anni da parte di un ufficiale.

Ferimento di un uomo di 65 anni.

Uccisione di 9 uomini tra i 28 e i 65.

Uccisione di altri 2 uomini, uno di 45 e l’altro di 41, mentre si trovavano presso la salma del padre, poco prima ucciso dai tedeschi.

Uccisione e distruzione del cadavere di un uomo di 52 anni, sorpreso dai tedeschi mentre cercava di mettere in salvo le sue bestie.

Uccisione di un uomo di 36 anni, in presenza della moglie, mentre cer­cava di accompagnarla in un luogo sicuro.

Uccisione di un uomo di anni 57.

Uccisione di un uomo di anni 41, per giunta mutilato a un braccio.

Uccisione di un uomo di anni 46, trasportato in Bagnasco e poscia im­piccato al balcone soprastante la porta d’ingresso alla farmacia di quel co­mune.

Inoltre due donne vennero violentate.

Le 19 uccisioni si accompagnarono a distruzioni e a ruberie di ogni genere, il paese fu dato alle fiamme (bruciarono 55 case su 80) e ai civili fu intimato di non spegnere l’incendio, a meno di incorrere nella più dura repressione:

I tedeschi mediante fosforo ed altre sostanze infiammabili incendiarono l’abitato, dopo averlo suddiviso in tre zone e vietarono ogni tentativo di spegnimento del fuoco.

Furono così distrutte moltissime case, tra cui quella parrocchiale, ed altre furono gravemente danneggiate, nonché mobili e masserizie. Infine i tede­schi saccheggiarono le abitazioni, rimaste incustodite, asportandovi tutti gli oggetti di maggior valore ed anche vini e liquori, con i quali si ubriacarono. Considerando tutto il paese preda di guerra, i tedeschi s’impossessarono anche di macchinario, di viveri e di capi di bestiame.3

Ai rastrellamenti seguì una massiccia deportazione di forza-lavo­ro in Germania: circa quattrocento civili dell’alta valle Tanaro furono catturati e inviati nel Reich.

Il 10 maggio 1945 il comune di Priola e l’ANPI di Cuneo denunziarono al ministero della Guerra l’incendio e il massacro di Pievetta, «onde giustizia sia resa a questa popolazione». Le prime testimo­nianze furono raccolte dalla Commissione alleata d’indagine. L’in­cartamento predisposto nel 1945-46 per la Commissione delle Na­zioni Unite per i delitti di guerra rimarcò la responsabilità di Henning, «tanto più che egli, quale comandante della colonna, dette ai suoi dipendenti l’ordine di essere "spietati" nei riguardi della po­polazione civile della borgata Pievetta». Le imputazioni a carico del capitano concernevano la violazione degli articoli 185, 187 e 187 del Codice penale militare di guerra: violenza con omicidio contro pri­vati nemici, saccheggio, incendio, distruzioni e gravi danneggia­menti; il caso ricadeva nella disciplina prevista dall’articolo 6 dello statuto del Tribunale militare internazionale sui crimini di guerra. Nelle «Note sul procedimento» si prefigurò la probabile strategia di­fensiva dell’ufficiale, del quale si riteneva essenziale l’arresto:

Non è possibile stabilire su quali elementi l’imputato baserà la propria difesa, e cioè se escludendo qualsiasi iniziativa personale egli cercherà di at­tenuare le sue responsabilità, affermando di aver agito in ottemperanza a ordini superiori circa la rappresaglia da porre in atto anche contro inermi cittadini nelle zone occupate dai partigiani.

Soltanto dall’interrogatorio dell’imputato si potrà stabilire se vi siano o meno responsabilità di altre persone e in quale misura, e potranno trarsi inoltre elementi per l’identificazione del tenente e degli altri militari tede­schi che si sono resi colpevoli dei suddetti crimini di guerra.

Contrariamente a queste premesse, la magistratura militare italia­na evitò di processare i reparti della divisione Brandenburg responsabili del massacro. A una quindicina d’anni dai fatti, la Procura cri­minale di Dortmund pose sotto inchiesta Henning e Tochtrop, chiedendo informazioni all’amministrazione comunale di Priola e a esponenti del movimento partigiano di Cuneo. Il processo, apertosi il 23 ottobre 1962, proseguì sino al 24 gennaio 1967. Gli esecutori dell’incendio e delle uccisioni di civili si difesero con le consuete moti­vazioni della propria estraneità alle uccisioni e/o dell’obbedienza agli ordini. La corte assolse tutti, con motivazioni varianti dall’insuf­ficienza di prove alla morte degli imputati. La documentazione reperita lasciava credere che l’ordine dell’operazione provenisse dalla Geheime Feldpolizei 751 di Savona, ma i suoi componenti furono prosciolti, prestando fede alle loro dichiarazioni:

Tutti i membri interrogati del Gruppo GFP 751 hanno assicurato di non essere a conoscenza dell’uccisione in totale di 27 civili italiani a Pievetta e Bagnasco, nel periodo che va dal 25 luglio al 22 agosto 1944 e neppure di aver mai prestato servizio in questi luoghi. Il contrario non può essere pro­vato, tanto più che il sospetto si indirizza verso i membri del Gruppo GFP 751, in generale, solo a causa della connessione di tempo e spazio con i fatti accaduti a Garessio il 28 luglio 1944.5

Il dispositivo finale della sentenza getta una luce sconsolante sul­l’intero processo, suscitando l’impressione che esso sia servito più che altro a chiudere in via definitiva una vicenda «fastidiosa»: Per quanto persone conosciute o sconosciute abbiano collaborato oggetti­vamente all’uccisione di 31 civili italiani nel territorio di Garessio, nel perio­do dal 25 luglio al 22 agosto 1944, un ulteriore procedimento penale non promette alcun successo, perché in queste uccisioni si tratterebbe di omici­dio, ma non di omicidio premeditato.

1) Per quanto riguarda l’uccisione di 4 civili e del tentato omicidio di un’altra persona a Garessio il 28 luglio 1944, non esistono futili moventi, poiché, secondo le dichiarazioni al punto b.111.1 le vittime erano partigiani o persone che li aiutavano. Non sono emersi altri punti per l’applicazione del paragrafo 211 StGB.

2) Nel contesto dell’uccisione di 27 civili italiani a Pievetta e Bagnasco il 25, 26, 28 luglio e il 22 agosto 1944, non si sono potute accertare le precise circostanze. Si è solo venuti a conoscenza che 8 persone sono state «uccise» e che altre 6 persone sono «morte». Solo da queste dichiarazioni non si può dedurre in nessun caso che chiaramente si sia perpetrata un’uccisione sleale e spietata, o condotta con mezzi pericolosi per la pubblica incolumità.

Sui motivi delle uccisioni non si sa nulla. A parte il fatto che per ora non esiste possibilità alcuna di ottenere prove certe, gli imputati ascoltati in istruttoria certamente si appellerebbero al fatto che le vittime erano parti­giani, o persone sospette di attività partigiana, oppure che le uccisioni, in via del tutto straordinaria, sono state misure di ritorsione o di rappresaglia.

Una simile giustificazione ha ottenuto un notevole supporto grazie alle informazioni dei testi S. e dott. E. e non può essere confutata. Dopo tutto, in nessun caso, si può provare con sicurezza la consistenza della fattispecie di assassinio. Il procedimento penale per omicidio non premeditato è caduto in prescrizione.

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Migliacci, Lusini – C’era un ragazzo

Francesco Franco Migliacci, Mauro Lusini

C’era un ragazzo
che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
girava il mondo
veniva da gli Stati Uniti d’America
Non era bello
ma accanto a sé
aveva mille donne se
cantava Help, Ticket to Ride,
o Lady Jane, o Yesterday,
cantava viva la Libertà
ma ricevette una lettera
La sua chitarra mi regalò
fu richiamato in America
Stop! Coi Rolling Stones!
Stop! Coi Beatles stop!
Man detto “va nel Viet-nam
E spara ai Viet-cong

tatatatatatatatata…………

C’era un ragazzo
Che come me
amava i Beatles e i Rolling Stones
Girava il mondo e poi finì
a far la guerra nel Viet-Nam
Capelli lunghi
non porta giù
non suona la chitarra ma
uno strumento
che sempre dà
la stessa nota “ta.ra.ta.ta

Non ha più amici,
non ha più fans,
vede la gente cadere giù,
nel suo paese non tornerà,
adesso è morto nel Viet-Nam.
Stop! Coi Rolling Stones!
Stop! Coi Beatles, stop!
Nel petto un cuore più non ha.
ma due medaglie o tre

tatatatatatatatatatata

Giuseppe Giusti – Sant’Ambrogio

Giuseppe Giusti

Sant’Ambrogio

Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que’ pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti–tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
O senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant’Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
D’un di que’ capi un po’ pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d’un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt’altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que’ soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto, se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a’ Generali,
Co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D’aver provato un senso di ribrezzo,
Che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo:
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscìan le note
Come di voce che si raccomanda,
D’una gente che gema in duri stenti
E de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,ì
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que’ cosi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll’arte di mezzo, e col cervello
Dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa:
Quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l’äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D’un suono grave, flebile, solenne,
Tal che sempre nell’anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que’ fantocci esotici di legno,
Potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentìa nell’inno la dolcezza amara
De’ canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl’impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d’amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl’italici moti e degli slavi,
Strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d’occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest’odio, che mai non avvicina
Il popolo lombardo all’alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all’anima po’ poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi. ―
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su’ brava mazza di nocciolo,
Duro e piantato lì come un piolo.

Giulio Stocchi – Ormai li tirano su a pezzi

Giulio Stocchi

Ormai li tirano su a pezzi
dal fondo del mare i pescatori
braccia gambe tronconi
qualche volta una testa
smangiati dai pesci incrostati di sale
Poi li ributtano all’onda
Il loro nome affondò con loro
Hassan Mriam Alì
“Fleba il fenicio” dice il poeta
“dimenticò il guadagno e la perdita”
La perdita fu loro
Di altri il guadagno

Giulio Stocchi – Il Polpo

Giulio Stocchi

Il Polpo

Ha costruito un cerchio di conchiglie lucenti
in mezzo alle quali si adagia aperto come un fiore
cambiando colore a seconda dei riflessi del mare
Non è allarmato dall’intrusione piuttosto incuriosito
il polpo
Basterebbe un colpo di fiocina per distruggere lui e il suo regno
Così caddero le antiche città
Così si contorcono sotto “il grande fosforo imperale”
i corpi che ardono nei telegiornali
Con un guizzo delle pinne risalgo in superficie
più leggero

Massimo Coltrinari – Prigionieri di guerra italiani

Massimo Coltrinari

Prigionieri di guerra italiani

700.000 militari italiani prigionieri in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia, Unione Sovietica, 650.000 internati in Germania. Le condizioni di detenzione. Il ritorno nel nostro Paese

La guerra, voluta da Mussolini, doveva finire nell’estate del 1940 con la resa dell’Inghilterra. In breve ci si sarebbe messi al tavolo della pace e l’uomo di Predappio avrebbe svolto il ruolo di mediatore tra le sconfitte democrazie occidentali e il leone tedesco. Secondo certe leggende, stando dalla parte del vincitore, Mussolini avrebbe dovuto svolgere un ruolo di contenimento alle pretese quasi illimitate della Germania.

Ma, contro ogni aspettativa, la Gran Bretagna resistette e tutto ciò non avvenne; il nostro Paese dovette così affrontare una guerra a cui non era assolutamente preparato.

Le inevitabili sconfitte cui andò incontro portarono, tra lutti e rovine, anche a lasciare nelle mani del nemico oltre 700.000 militari prigionieri che furono dispersi in tutte le regioni del mondo. Prigionieri italiani furono detenuti per la maggior parte dalla Gran Bretagna (circa 400.000), dagli Stati Uniti (circa 125.000), dalla Francia (circa 50.000) e dall’Unione Sovietica il cui numero, al termine del conflitto, risultò essere di circa 12.000 prigionieri anziché i previsti 60-80.000. A questa massa di uomini – il fior fiore delle classi di leva – si andarono ad aggiungere altri circa 650.000 militari italiani, catturati dai tedeschi dopo l’armistizio ed internati in Germania.

La gestione dell’uscita dalla guerra fu così disastrosa che dovemmo pagare anche questo enorme prezzo in termini di sofferenze e privazioni. In più i militari catturati dai tedeschi non ebbero nemmeno lo status di prigionieri secondo la convenzione di Ginevra del 1929, ma lo status di «internati», essendo considerati «non belligeranti» non essendoci nel settembre 1943 tra Italia e Germania uno stato di guerra dichiarato.

Questa enorme massa di prigionieri, che coinvolgeva tantissime famiglie in Italia, non poteva non avere, al momento del rimpatrio, un suo peso ed una sua valenza sulle scelte che il nostro popolo andò ad affrontare per darsi una vita istituzionale rispondente alle proprie necessità. In altri termini i prigionieri di guerra e gli internati, che nel loro totale, secondo la relazione Facchinetti del 1947, ammontarono a 1.350.000 considerando tutti gli aspetti in cui la prigionia italiana si articolò nella seconda guerra mondiale, al momento del loro ritorno in Patria portarono un loro contributo diretto o indiretto alla rinascita della vita politica del nostro Paese. Dal maggio 1945 al febbraio 1947 quasi tutti i prigionieri italiani furono restituiti all’Italia e ognuno ebbe la possibilità di partecipare alle decisioni di quegli anni difficili e determinanti. Così, a seconda dell’esperienza vissuta, i prigionieri di guerra poterono dare un loro contributo.

Il documento di un militare italiano prigioniero degli inglesi (da http://m.coratolive.it/rubriche/334/ seconda-guerra-mondiale-lettere- dalla-prigionia-di-soldati-coratini)

Iniziamo da quelli più numerosi, quelli in mano alla Gran Bretagna. La prigionia inglese fu severa, non certamente piacevole, ma corretta. Gli italiani ebbero modo di vedere da vicino il modo di essere degli inglesi nel mondo e come stavano gestendo il loro Impero. Una esperienza sicuramente positiva fu quella dei prigionieri in Kenya, in Sud Africa, a Ceylon, in Australia e, in parte, in India; un po’ meno per quelli che inizialmente furono tenuti nel Nord Africa ed in Palestina o inviati in Inghilterra dove anche questi ultimi ebbero modo di vedere lo stile di vita anglosassone. In linea generale ne trassero insegnamenti favorevoli ed un senso di ammirazione – non certo elevato ma sostanzialmente reale – del modo di vivere inglese. Saranno costoro che in Italia – in linea di massima – aderiranno con sincerità ai principi democratici di stampo occidentale.

Lo stesso discorso vale per i soldati italiani prigionieri degli Stati Uniti. Gli statunitensi al momento della cattura avevano assunto – e questo non solo nei confronti degli italiani ma anche dei giapponesi e dei tedeschi – un atteggiamento pedagogico. Erano convinti che questi soldati, educati nel clima della dittatura, potessero essere orientati su principi democratici; sicuramente se messi in contatto con il sistema di vita americano, i prigionieri, una volta rientrati nel loro Paese, sarebbero stati ottimi veicoli di propaganda per gli Stati Uniti.

Con questo atteggiamento la prigionia negli Stati Uniti fu umana, accettabile e, se paragonata a tutte le altre, la migliore.

Sbarco di prigionieri italiani provenienti dai Paesi anglo-americani

II segno cambia completamente con le altre due prigionie, quella sovietica e quella francese. Quella sovietica diede vita nel 1945-’47 a roventi polemiche che incisero molto nella vita politica di quegli anni. Da una parte si sosteneva che le tesi espresse dall’URSS erano accettabili, dall’altra si era convinti, davanti alla mancanza di informazioni, che grandi masse di italiani erano ancora tenute prigioniere nell’Unione Sovietica, senza nessuna possibilità di restituzione.

Nella realtà – ormai è acclarato – oltre il 90% dei prigionieri caduti, dopo la ritirata del gennaio 1943, in mano sovietica, morì nei mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio 1943.

Le cause di ciò sono ben descritte da chi subì la prigionia russa fin dagli anni 50: condizioni ambientali orrende, tifo, mancanza di alimentazione, malattie, interminabili marce nella neve, campi di concentramento in condizioni igieniche pessime; tutto contribuì ad elevare il tasso di morte dei nostri prigionieri. E ciò senza colpe specifiche da attribuire ai sovietici impegnati in una guerra per la sopravvivenza; non c’era spazio per attenzioni o risorse da dedicare ai prigionieri nemici. In Italia rientrarono circa 12.000 soldati dalla Russia dei previsti 60-80.000.

Le polemiche che, come detto, accompagnarono questi rientri, misero un po’ in ombra l’altra grande tragedia: quella dei prigionieri italiani in mano francese.

Giuridicamente i francesi di De Gaulle non avrebbero dovuto tenere prigionieri soldati italiani in quanto l’Italia con la Francia aveva concluso un armistizio. Ma De Gaulle dettò le sue regole e non solo trattenne come prigionieri quei soldati italiani che le sue truppe avevano catturato in Nord Africa, ma pretese – per l’economia dell’Algeria e della Tunisia, disse – altri 15.000 soldati italiani catturati da americani ed inglesi. Questa prigionia francese fu veramente crudele. Rifacendosi alla cosiddetta «pugnalata alla schiena» del 1940 i francesi commisero sui nostri connazionali ogni sorta di sopruso, non accettando nemmeno in linea teorica di avere gli italiani come loro collaboratori, come invece fecero americani ed inglesi, e usando nei campi un trattamento che non è secondo a quello dei campi tedeschi. Sia per i reduci dalla prigionia russa che da quella francese, si manifestò, una volta arrivati in Italia, un’avversione così radicata verso i loro detentori. Saranno questi reduci che – imputando le loro sofferenze a chi nel 1940 dichiarò la guerra – negli anni del dopoguerra, opteranno per una scelta rinnovatrice e democratica.

Si può anche dire che se l’Italia non è scivolata nella guerra civile, nello scontro armato – come era facile accadesse soprattutto nel momento di massima crisi con l’attentato a Togliatti – in parte lo si deve anche al senso di misura e di equilibrio di questa massa di giovani e meno giovani ex combattenti, che attraverso le sofferenze della guerra e della prigionia non era più disposta a risolvere i contrasti interni con l’uso delle armi.

L’epoca delle avventure, che loro avevano pagato duramente, era per fortuna terminata.

Da “Patria indipendente” n. 10/11 del giugno 1996