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Pietro Cini – Sante Caserio

Pietro Cini
Sante Caserio

Il sedici di agosto

sul far della mattina
il boia avea disposto
l’orrenda ghigliottina
mentre Caserio dormiva ancor
senza pensare* al triste orror.
Entran nella prigione
direttore e prefetto
con voce d’emozione
svegliano il giovinetto
disse svegliandosi**: "Che cosa c’è?"
"E’ giunta l’ora: alzati in piè."
Udita la notizia
ei si vestì all’istante
veduta la giustizia
cambiò tutto il sembiante.
Gli chieser prima di andare a morir
dite se avete qualcosa da dir. [1]
Così disse al prefetto:***
"Allor ch’io morto sia
prego questo biglietto
datelo a mamma mia.
Posso fidarmi che lei lo avrà
mi raccomando, per carità.
Altro non ho da dire
schiudetemi le porte
finito è il mio soffrire
via**** datemi la morte.
E tu, mia madre, dai fine al duol
e datti pace del tuo figliol."
Poi***** con precauzione
dal boia fu legato
e in piazza di Lione
fu dunque****** trasportato
e spinto a forza, il capo entrò
nella mannaia che lo troncò.
Spettacolo di gioia
la Francia manifesta*******
gridando "Viva il boia
che gli tagliò la testa"
gente tiranna e senza cuor
che sprezza e ride l’altrui dolor.

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Fausto Leali – Angeli neri

Fausto Leali

Angeli neri

Pittore ti voglio parlare

mentre dipingi un altare.

Io sono un povero negro

e d’una cosa ti prego.

Pur se la Vergine è bianca

fammi un angelo negro.

Tutti i bimbi vanno in cielo

anche se son solo negri.

Lo so, dipingi con amor.

Perché disprezzi il mio color?

Se vede bimbi negri

Iddio sorride a loro.

Non sono che un povero negro

ma nel Signore io credo

e so che tiene d’accanto

anche i negri che hanno pianto.

Lo so, dipingi con amor.

Perché disprezzi il mio color?

Se vede bimbi negri

Iddio sorride a loro.

Giulio Stocchi – Lo avrai camerata Kesserling

Giulio Stocchi

“Lo avrai

camerata Kesserling

il monumento che pretendi da noi italiani”

esulta La Russa

“ma con che pietra si farà

a deciderlo tocca a noi”

mentre il sangue

gli imbratta il grugno

“Coi sassi affumicati

dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio

colla terra dei cimiteri

dove i nostri camerati giovinetti

riposano in serenità”

e gli cola

tra i fili della barba

la merda

degli eroi di Salò

PREGHIERA DEL MULO

PREGHIERA DEL MULO

Non ridere, o mio conducente, ma ascolta questa mia preghiera.

Accarezzami spesso e parlami, imparerò così a conoscere la tua voce,

ti vorrò bene e lavorerò più tranquillo.

Tienimi sempre pulito! Un giorno ho sentito dire dal Capitano che “Un buon governo vale metà razione”.

È vero: quando ho gli occhi, la pelle, gli zoccoli puliti, mi sento meglio,

mangio con maggiore appetito e lavoro con più lena.

Quando sono in scuderia lasciami legato lungo, specie di notte, affinché io possa giacere e riposare.

Va bene che sono capace di dormire anche stando in piedi ma, credimi,

riposo e dormo meglio quando sono sdraiato.

Se quando mi metti il basto e ne stringi le cinghie divento irrequieto,

non credere che lo faccia per cattiveria, ma è perché soffro il solletico;

abbi quindi pazienza, non trattarmi male e mettimi il basto e regolane le cinghie con delicatezza.

Quando andiamo in discesa ed io vado più adagio di te,

pensa che lo faccio perché voglio ben vedere dove metto i piedi;

non incitarmi quindi a procedere più celermente, ma allungami il pettorale

e accorcia la braga affinché il carico non mi penda sul collo e mi spinga a cadere.

E quando in salita io vado più in fretta non mi trattenere con strattonate

e non ti attaccare alla coda perché io ho bisogno di essere libero nei movimenti

per meglio superare i tratti più ripidi e più difficili del percorso.

Accorciami il pettorale ed allunga la braga in modo che il carico non mi vada

sulle reni procurandomi ferite e piaghe. Se io inciampo, abbi pazienza, sorreggimi ed aiutami.

Se lungo le rotabili passano quelle macchinacce che

con il loro rumore mi fanno tanta paura, non tirarmi per le redini per non farmi innervosire.

Accarezzami invece, parlami e vedrai che rimarrò tranquillo.

Quando rientriamo in caserma o nell’accampamento non abbandonarmi subito

anche se sei stanco, ma pensa che anch’io ho lavorato e sono più stanco di te.

Se sono sudato, strofinami subito con un po’ di paglia;

per te sarà una fatica ben lieve e basterà ad evitarmi dolori reumatici, tossi e coliche.

Fammi bere spesso acqua fresca e pulita, se bevo troppo in fretta distaccami pure dall’acqua

perché mi farebbe male, ma non agire con imprecazioni e con strattonate.

Lascia poi che io torni a bere quando voglio, perché l’acqua non mi ubriaca e mi fa bene.

Quando poi sei di guardia-scuderia non dimenticare di passare

la biada al setaccio per togliere polvere e terra; mi eviterai così riscaldamenti e dolori viscerali.

Ricordati che io capisco benissimo quando il conducente mi vuole bene o è cattivo.

Se ha cura di me, sono contento quando mi è vicino e lavoro più volentieri;

quando invece mi tratta male o mi fa dei dispetti, divento nervoso e posso essere costretto a tirar calci.

Allorché starai per andare in congedo e dovrai passarmi in consegna al conducente della classe più giovane,

spiegagli bene i miei pregi ed i miei difetti e raccomandagli come deve trattarmi.

Mi risparmierai così un periodo di sofferenze e, al dispiacere di vederti andare via,

non dovrò aggiungere anche quello di capitare in mano ad un conducente poco pratico e cattivo.

Sii sempre buono, comprensivo e paziente, pensando che anche noi muli siamo di carne ed ossa.

E ricorda anche che migliaia di miei fratelli, per portare ai reparti armi e munizioni,

viveri e mezzi, sono morti straziati dai proiettili e dalle bombe, travolti dalla tormenta o dalle valanghe,

annegati nei torrenti e nel fango, esauriti dalle fatiche, dalla sete, dalla fame e dal gelo.

Ricordati, dunque, mio caro conducente, che come tu hai bisogno di me io non posso fare a meno di te.

Dobbiamo quindi scambievolmente conoscerci,

comprenderci e volerci bene per formare una coppia perfetta.

Solo cosi il buon Dio ci aiutera’ e ci benedira’

Egidio Meneghetti – "Misha" Seifert e di Otto Sein

Egidio Meneghetti
"Misha" Seifert e di Otto Sein
E sempre, note e giorno,
i du Ucraini,
Missa e Oto,
che iè del’Esse-Esse.

Nel bloco dele cele come Dio
comanda i Ucraini Missa e Oto:
el tormento de tuti ghe va drio
e quando i ciama tuti se fa avanti
e quando i parla scolta tuti quanti
e quando i tase tuti quanti speta
e le done spaise le le fissa
come pàssare fa cola siveta.

Le man de Missa
vive par so conto.
El g’à vint’ani
co’ ‘na rossa schissa
sensa pél da sinquanta,
la crapa tonda coi cavei rasà
invanti la se pianta
sensa col,
e le mane… le mane… quele mane…
Querte da mace nere e peli rossi,
coi dedi desnoseladi, longhi, grossi,
che termina a batocio,
anca quando ch’el dorme o no’l fa gnente,
piàn a piàn le se sèra, le se strense,
le se struca, le spàsema in convulso,
se fa viola le onge, s’cioca i ossi
e deventa sponcion i peli rossi.
Ma po’ tuto de colpo le se smola,
le casca a pingolón, sfinide, rote,
i déi se fiapa come bissi morti
e continua sta solfa giorno e note
e tuti se le sente intorno al col.
(…)
Un furlàn magro biondo
co’ ‘na bocheta rossa da butina:
l’avea tentà de scapàr via dal campo
e l’é finido nela cela nera.

Tri giorni l’à implorado
Missa e Oto,
tri giorni l’à sigà
"No voi morìr",
tri giorni l’à ciamado
la so mama.

E nela note avanti dela Pasqua
s’à sentido là drento un gran roveio,
come de gente
che se branca in furia
e un sigo stofegado in rantolàr.

Ma dopo no se sente
che ‘n ansemàr
pesante e rauco e ingordo
come quando a le bestie del seraglio
i ghe dà carne cruda da màgnar.

L’è Pasqua. De matina. E lu l’è in tera
lungo tirado
duro come’l giasso:
ocio sbarado
nela facia nera,
nuda la pansa, cola carne in basso
ingrumada de sangue e rosegà.

Nela pace de Pasqua tase tuti.
Imobili. De piera.
E nela cela nera
tase el pianto de Bortolo Pissuti.
(…)

Stanote s’è smorsada l’ebreeta
come ‘na candeleta
de seriola
consumà.

Stanote Missa e Oto
ià butà
nela cassa
du grandi oci in sogno
e quatro pori osseti
sconti da pele fiapa.

E adesso nela cassa
ciodi i pianta
a colpi de martèl
e de bastiema
(drento ale cele tuti i cori trema
e i ciodi va a piantarse nel servèl).

E a cavàl dela cassa
adesso i canta
esequie e litamie:

" heiliges Judenschwein
ora pro nopis,
zum Teufel Schweinerei
ora pro nopis "

Stanote s’è smorsada l’ebreeta
come ‘na candeleta
de seriola
consumà.

Quel giorno che l’è entrada nela cela
l’era morbida, bela
e par l’amór
maura,
ma nela facia, piena
de paura,
sbate du oci carghi de’n dolór
che’l se sprofonda in sècoli de pena.

I l’à butada
sora l’ tavolasso,
i l’à lassada sola,
qualche giorno,
fin tanto che ‘na sera
Missa e Oto
i s’à inciavado nela cela nera
e i gh’è restà par una note intiera.

E dala cela vièn par ore e ore
straco un lamento de butìn che more.

Da quela note no l’à più parlà,
da quela note no l’à più magnà.

L’è là, cuciada in tera, muta, chieta,
nel scuro dela cela
che la speta
de morir.

Sempre più magra la deventa e picola,
sempre più larghi ghe deventa i oci.
(…)

Paola Garelli (Mirka)


È destino dei popoli che il loro cammino

verso la libertà e la giustizia sociale sia

segnato dal sangue dei suoi martiri,

forse perché questo cammino non sia smarrito,

ma chi muore per una causa giusta, vive sempre

nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Paola Garelli (Mirka)

Di anni 28 – pettinatrice – nata a Mondoví (Cuneo) il 14 maggio 1916 -. Dall’ottobre ’43 svolge a Savona attività clandestina – entrata a far parte della Brigata S.A.P. « Colombo », Divisione « Gramsci », assolve compiti di collegamento e di rifornimento viveri e materiali per le formazioni operanti nei dintorni della città -. Arrestata nella notte tra il 14 e il 15 ottobre 1944 nella propria abitazione di Savona, ad opera di militi della Brigata Nera – tradotta nella sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il 1o novembre 1944, senza processo, sul prolungamento a mare della Fortezza di Savona, da plotone fascista, con Giuseppe Baldassarre, Pietro Casari, Luigia Comatto, Franca Lanzone e Stefano Peluffo.

Mimma cara,

la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io.

Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro. Non devi. piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.

Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandovi

la tua infelice mamma

Tratto da

Lettere di condannati a morte

Della

Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi)

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi)

Di anni 22 – perito industriale – nato a Brescia il 21 novembre 1921 – sottotenente di complemento di Artiglieria – catturato una prima volta nel settembre 1943 per resistenza armata a forze tedesche e condannato a morte, evade dalla cella ove è stato rinchiuso – rientra a Brescia – si unisce a Giacomo Perlasca nella organizzazione delle formazioni di Valle Sabbia – ne diventa il více-comandante ed è comandante della 3′ Compagnia preposta alla organizzazione dei campi di lancio -. Arrestato una seconda volta il 18 gennaio I944 ad opera di fascisti, in via Moretto a Brescia, mentre con il comandante Perlasca si reca al Comando Provinciale per riferire sulla situazione della zona -. Processato il 14 febbraio I944 dal Tribunale Militare tedesco di Brescia, quale organizzatore di bande armate -. Fucilato il 24 febbraio I944, presso la Caserma del 30° Reggimento Artiglieria di Brescia, con Giacomo Perlasca.

Ore 21 del 23.2-1944
Miei carissimi genitori, sorelle, fratello, nonna, zii e cugini,
il Signore ha deciso con i suoi imperscrutabili disegni, che io mi staccassi da voi tutti quando avrei potuto essere di aiuto alla famiglia.. Sia fatta la sua volontà santa. Non disperatevi, pregate piuttosto per me affinché Lo raggiunga presto e per voi affinché possiate sopportare il distacco.
Tutta la vita è una prova, io sono giunto alla fine, ora ci sarà l’esame, purtroppo ho fatto molto poco di buono: ma almeno muoio cristianamente e questo deve essere per voi un grande conforto.
Vi chiedo scusa se mi sono messo sulla pericolosa via che mi ha portato alla morte, senza chiedervi il consenso: ma spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro.
Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi. Ricordatemi ai Rev.Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me.
Ancora vi esorto a rassegnarvi alla volontà di Dio: che il pensiero della mia morte preceduta dai SS. Sacramenti vi sia di conforto per sempre.
Immagino già le lagrime di tutti quanti quando leggerete questa mia, fate che dalle vostre labbra anziché singhiozzi escano preghiere che mi daranno la salute eterna. Del resto io dall’alto pregherà per voi. Ora, carissimi, vi saluto per l’ultima volta tutti, vi abbraccio con affetto filiale e fraterno; questo abbraccio spirituale è superiore alla morte e ci unisce tutti nel Signore. Pregate!
Vostro per sempre Mario

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Maria Luisa Alessi

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Maria Luisa Alessi
Di anni 33, impiegata, nata a Falicetto (Cuneo) il 17 maggio del 1911.
Prima dell’8 settembre 1943 svolge attività clandestina in collegamento con il Partito Comunista italiano di Saluzzo. Nel 1944: è staffetta partigiana della 184esima Brigata «Morbiducci» operante in Val Varaita svolge numerose missioni. Catturata l’8 novembre 1944 da militi della 5^ Brigata Nera «Lidonnici», mentre si trova convalescente nella propria casa di
Cuneo. Sottoposta a ripetuti interrogatori dal Comando di Cuneo. Fucilata il 26 novembre 1944, sul piazzale della stazione di Cuneo, da militi della 5^ Brigata Nera «Lidonnici», con Pietro Fantone, Ettore Garelli, Rocco Repice e Antonio Tramontano.

Cuneo, 14 novembre 1944
Come già sarete a conoscenza, sono stata prelevata dalla Brigata Nera: mi trovo a Cuneo nelle scuole, sto bene e sono tranquilla.
Prego solo di non fare tante chiacchiere sul mio conto, e di allontanare da voi certe donne alle quali io debbo la carcerazione.
Solo questa sicurezza mi può far contenta, e sopra tutto rassegnata alla mia sorte.
Anche voi non preoccupatevi, io so essere forte.
Vi penso sempre vi sono vicino.
Tante affettuosità
Maria Luisa

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Leandro Corona

sacrificio - Copia

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Leandro Corona
Di anni 20 – contadino – nato a Maracalagonis (Cagliari) il 5 maggio 1923 -. Arrestato il 12 marzo 1944, in frazione Collina di Vicchio di Mugello (Firenze), durante un’azione di rastrellamento di S.S. italiane – tradotto nelle carceri di Firenze — Processato il 21 marzo 1944, dal Tribunale Militare Straordinario di Guerra di Firenze, perché in ritardo di tre giorni sulla data di presentazione della chiamata alle armi -. Fucilato alle ore 6,30 del 22 marzo 1944 a Campo di Marte in Firenze, da plotone della G.N.R., con Quieto Quitti, Guido Targetti, Antonio Raddi e Adriano Santoni.
Firenze, 22.3.1944
Carissimi genitori,
mentre penso al dolore che proverete alla notizia della mia triste sorte, vi voglio scrivere per confortarvi e assicurarvi che ho accettato ogni cosa dalle mani del Signore.
Spero che come il buon Dio mi ha dato la forza di sopportare tanta pena così darà a tutti voi il coraggio e la rassegnazione. Vi chiedo scusa se non sono sempre stato buono come avrei dovuto e spero mi perdo­nerete. Per me non piangete che sono sicuro che il buon Dio accetterà il mio sacrificio ed ora mi trovo contento di unirmi a Lui.
Tutti vi ricordo in particolare modo la mamma e il babbo i nonni i fratelli e la sorella i parenti tutti, per me non vi angustiate non pian­gete mi fareste dispiacere perché sono rassegnato alla volontà del Si­gnore.
Per questo sacrificio darà a voi ogni benedizione e a me darà il Paradiso dove tutti ci ritroveremo.
Vi bacio e abbraccio tutti. Vostro affezionatissimo
Leandro Corona

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952

Guido Targetti

sacrificio - Copia

È destino dei popoli che il loro cammino
verso la libertà e la giustizia sociale sia
segnato dal sangue dei suoi martiri,
forse perché questo cammino non sia smarrito,
ma chi muore per una causa giusta, vive sempre
nel cuore di chi per questa causa si batte.”

Guido Targetti

Di anni 21 – contadino – nato a Vicchio di Mugello (Firenze) il 3 settembre 1922 -. Arrestato il 12 marzo 1944, in frazione Collina di Vicchio di Mugello, durante una azione di rastrellamento di S.S. italiane – tradotto nelle carceri di Firenze -. Proces­sato il 21 marzo 1944, dal Tribunale Militare Straordinario di Guerra di Firenze, perché in ritardo di tre giorni sulla data di presentazione alla chiamata alle armi -. Fucilato alle ore 6,30 del 22 marzo 1944 a Campo di Marte in Firenze da plotone di militi della G.N.R., con Leandro Corona e altri quattro.

Carissimi genitori . e tutti di famiglia,
vengo con questa ultima lettera, dove non mi è stato possibile darvi mie notizie, dato che mi trovo entro queste brutte mura, in questo momento sto ricordandovi, ad uno ad uno con tutto il mio cuore.
Credetemi che sempre vi ho voluto bene e che sempre in qualunque momento ho ricordato ciò che voi avete fatto per me.
Se qualche volta vi ho fatto qualche torto vi prego di perdonarmi di tutto cuore.
Vi ho sempre voluto bene e prego anzi è pregato sempre il Padre Eterno con tutti í Suoi Santi di aiutarvi e proteggervi.
Se Iddio volesse chiamarmi a sé, io pregherò sempre d’alto dei cieli per la vostra felicità.
Il vostro figliolo che sempre vi ha voluto tanto bene, vi chiede perdono se qualche volta vi ha recato dolore e vi bacia tutti salutan­dovi e chiedendovi perdono se qualche volta vi ha recato dolore.
Vostro figliolo

Targetti Guido

Saluto a tutti. Qui insieme sta pure Corona Leandro. Vi prego di tenerlo come fratello. Ancora una volta vi bacio e vi saluto tutti. Vostro
Guido Targetti

Tratto da
Lettere di condannati a morte
Della
Resistenza Italiana

Einaudi Editore 1952