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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Salvatore Quasimodo – Ancora dell’inferno

Salvatore Quasimodo
Ancora dell’inferno

Non ci direte una notte gridando

dai megafoni, una notte
di zagare, di nascite, d’amori
appena cominciati, che l’idrogeno
in nome del diritto brucia
la terra. Gli animali i boschi fondono
nell’Arca della distruzione, il fuoco
e’ un vischio sui crani dei cavalli,
negli occhi umani. Poi a noi morti
voi morti direte nuove tavole
della legge. Nell’antico linguaggio
altri segni, profili di pugnali.
Balbetterà qualcuno sulle scorie,
inventerà tutto ancora
o nulla nella sorte uniforme,
il mormorio delle correnti, il crepitare
della luce. Non la speranza
direte voi morti alla nostra morte
negli imbuti di fanghiglia bollente,
qui nell’inferno.

Alfonso Gatto – Fummo l’erba

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Alfonso Gatto
Fummo l’erba

Certo, certo, la gloria ch’ebbe un fuoco
di gioventù rimesta tra le ceneri
il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
di noi non fummo, né prendemmo a gioco
*
la vita come un’ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all’azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa
*
del giubilo scampati al nostro intento
d’essere sole e pietra, nelle mani
segnammo la tenacia del domani
da scavare nel tempo. Nello stento
*
d’essere soli per vederci insieme
nell’eguale costrutto, fummo l’erba
che alla pietra nutrita si riserba
il suo cespo bruciato.
*
Dalle estreme  radici,
nell’impervio ogni parola
salì di quanto a trattenerla c’era
l’ansia d’averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola

vergogna d’esser detta.

Salvammo nell’asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato,
la nostra sete che ci tenne uniti.
Per un grido da rompere, il creato

ancora è il suo costrutto ove s’ostina
l’asino, il cardo, il segno della spina.

Alfonso Gatto – Consiglio spassionato

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Alfonso Gatto
Consiglio spassionato

 

Non date retta al re,
non date retta a me.
Chi v’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.
Non date retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.
Sbagliate soltanto da voi
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.

Giorgio Bocca – Il Terrore nelle Città 1943 ( Parte Prima )

Giorgio Bocca
Il Terrore nelle Città
1943

( Parte Prima )

Gli italiani che stavano alla finestra hanno spes­so rimproverato alla Resi­stenza di avere provoca­to la reazione tedesca e fascista e, spesso, la Re­sistenza ha cercato di ne­gare, di spiegare, come se la sua funzione princi­pale non fosse proprio quella, di provocare uno scontro armato, di dare una testimonianza con­creta, di pagare in qual­che modo il biglietto di ritorno alla democrazia. Così stando le cose non abbiamo alcuna difficoltà a dire in modo esplicito che la repressione fasci­sta e i suoi strumenti principali, le Brigate ne­re del partito e la X’ MAS del principe lunio Vale­rio Borghese, nascono dall’azione partigima o almeno sono costrette da essa a un comportamen­to da guerra civile. Altri si occupano qui dell’e­sercito partigiano, a noi tocca parlare dei GAP o gruppi di azione patriot­tica.
Quando nascono questi GAP e perché nascono? I GAP sono organizzati dal partito comunista, prima che da ogni altro, per una ragione molto semplice: il partito co­munista è il partito anti­fascista che ha la maggior tradizione di guerra rivo­luzionaria. Alle sue spal­le ci sono le esperienze fatte in ogni parte del mondo dalla Terza inter­nazionale, c’è una dottri­na, una pratica. Non a caso i comunisti di Pado­va pensano di organizza­re un GAP già nel luglio dei 1943, prima della guerra partigiana; non a caso il partito ha, fra i suoi quadri, uomini come Baroncini, Garemi, Lizze­ro, Rubini, esperti di guerriglia nelle città. Fa bene il partito comunista
a formare i GAP sin dai primi mesi della Resisten­za? Certamente sì. Il ter­rorismo deve penetrare nelle grandi città non so­lo per ragioni militari e politiche ma per una ele­mentare moralità rivolu­zionaria. Se si accetta il principio morale e rivo­luzionario della ribellio­ne armata contro la le­galità iniqua, bisogna ar­rivare al terrorismo citta­dino, non si può ammet­tere che la resistenza sia divisa, che esistano zone alpine o quartieri perife­rici, operai in cui essa si svolge con i lutti e i dan­ni, mentre al centro del­le città, nelle zone dei ricchi si formano come delle enclaves tranquille in cui possono vivere senza danni gli oppresso­ri. La lotta è senza quar­tiere e senza confini; tocca tutti, arriva dapper­tutto.
La scelta comunista sulle prime è contrastata dagli altri partiti: alcuni dì essi, come il liberale, hanno legami troppo stretti con la borghesia agiata per accettare che essa venga coinvolta nella lotta più aspra; oppure come il democristiano hanno re­more di natura religiosa, il clero non ha ancora deciso se approvare o meno la lotta armata sul­le montagne, non è il ca­so di proporgli subito quella nelle città; quan­to a socialisti e azionisti cercano di guadagnare tempo, non sono pronti come i comunisti a orga­nizzare le squadre. Ma si tratta di una opposizione tattica, con il passare del tempo anche socialisti e azionisti parteciperanno alla guerriglia urbana.
All’inizio ogni GAP è for­mato da non più di quat­tro persone; i vari GAP non hanno comunicazioni fra di loro, comunica­no solo con il comando centrale; ogni GAP ha la sua staffetta, esclusiva. Presa, torturata, potrà confessare solo un indi­rizzo, solo quattro nomi. Il deposito degli esplosi­vi, il laboratorio degli ar­tificieri sono sconosciuti ai GAP; quando il co­mando decide un’azione fa sapere al GAP in che luogo e in che ora trove­rà il necessario: le bom­be, le biciclette, le armi. Queste sono le regole da cui si parte, poi ovvia­mente nella pratica italia­na ci saranno meno pre­occupazioni e meno se­gretezza.
Ma vediamo l’attività dei primi GAP. A Torino li comanda Anteo Garemi; le prime azioni, quasi contemporanee, sono del 22 novembre: due gap­pisti in bicicletta aprono il fuoco sui tedeschi di guardia alla stazione di Porta Nuova; pochi mi­nuti dopo esplode una bomba lanciata da Garemi in un locale di via Nizza pieno di tedeschi. Altre azioni in ottobre con la cattura del conso­le Giordina. Ma cattura no e fucilano Garemi e il gappismo torinese è pra­ticamente distrutto fino a gennaio.
A Milano Rubini e Buset­to organizzano numerosi GAP, le azioni di sabo­taggio si infittiscono a Lodi, a Taliedo e il 18 di­cembre il terrorismo giunge nel cuore di Mi­lano. Tre gappisti ricevo­no istruzioni precise: si trovino alla tale ora in via Bronzetti, passerà un tale in divisa fascista, u­scirà da un ufficio posto al tale numero. I tre ese­guono, e solo a cose fat­te vengono a sapere di a­ver ucciso il federale fa­scista di Milano
ALDO RESEGA
federale fascista di Milano. Fu ucciso in via
Bronzetti il 18 dicembre del 1943 da tre gappisti
che solo a cose fatte vennero a sapere di
aver eliminato un gerarca.

Altri due GAP entrano in azioni duran­te i funerali, nel fuggi fuggi dopo i primi colpi il feretro rimane abban­donato in mezzo alla strada.
I gappisti di Bologna si muovono a dicembre guidati da Ilio Barontini; a Genova agiscono so­prattutto in appoggio a­gli scioperi operai; a Ro­ma agiranno più tardi nella stagione del gran­de terrorismo. Nel gen­naio del ’44 Torino co­nosce le imprese incredi­bili di Giovanni Pesce e il sacrificio di Dante di Nanni e di Giuseppe Bravin; a Firenze opera Sinigaglia. I fascisti chie­dono vendetta, il partito la affida alla Brigate nere. La prima organizzazione armata fascista antiparti­giana è creata dal fede­rale di Milano Vincenzo Costa; ai primi del giu­gno 1944 egli forma un reggimento federale in cui inquadra 1500 fasci­sti; non è, sia ben chiaro, che nei mesi precedenti i fascisti abbiano subìto gli attacchi partigiani; do­vunque ci sono state rap­presaglie, punizioni, uc­cisioni, ma affidate agli squadristi, o demandate ai tedeschi. Solo nel giu­gno si pensa a una rea­zione organica, globale.
II segretario del partito Alessandro Pavolini ha già fatto questa esperien­za in Toscana, poco pri­ma che essa fosse libera­ta dalle divisioni anglo­americane: a Firenze, a Pisa, a Livorno le forma­zioni regolari della repubblica fascista, la Guardia nazionale repub­blicana, l’esercito di Gra­ziani si sono sciolti come neve al sole: hanno te­nuto invece le squadre di azione, composte dai fa­scisti duri, fanatici. Biso­gna mobilitarli, armarli contrapponendo all’orga­nizzazione ribellistica u­no squadrismo di tipo nuovo.
Pavolini è un uomo intel­ligente, egli sa che il fa­scismo ha prodotto un pessimo esercito dopo a­ver organizzato uno squadrismo efficiente. I fascisti, quelli veri, si le­gano più alla tradizione faziosa dell’Italia medioevale che non a quella dei grandi eserciti post ri­voluzione francese; non sono fatti per la guerra « grossa », ma per quella urbana o delle spedizioni punitive. « Gli italiani » scrive Pavolini « non te­mono il combattimento e quelli che sono fedeli al duce lo sono per davve­ro. Non amano però es­sere chiusi in caserma, inquadrati, irreggimenta­ti… Il movimento parti­giano ha successo perché il combattente nelle file partigiane ha l’impressio­ne di essere un uomo li­bero. Egli è fiero del suo operato perché agisce in­dipendentemente e svi­luppa l’azione secondo la sua personalità e indi­vidualità. Bisogna quindi creare un movimento an­tipartigiano sulle stesse basi e con le stesse ca­ratteristiche. »
Mussolini è d’accordo e scrive di suo pugno: « Data la situazione, che è dominata da un solo decisivo supremo fattore, quello delle armi e del combattimento, decido che a datare dal l’ luglio si passi dalla attuale strut­tura politica e militare del partito a un organi­smo di tipo esclusiva­mente militare. Dal 1° lu­glio tutti gli iscritti rego­larmente al Partito fasci­sta repubblicano, di età fra i diciotto e i sessanta anni, costituiscono il Corpo ausiliario delle ca­micie nere, composto dalle squadre di azione. Il segretario del partito attua la trasformazione dell’attuale direzione del partito in ufficio di stato maggiore del Corpo au­siliario. Non ci saranno gradi ma soltanto funzio­ni di comando. Il corpo sarà impiegato agli ordi­ni dei capi di provincia ». L’annuncio ufficiale pre­visto per il 21 giugno vie­ne rinviato perché nello stesso giorno è apparso su La Stampa di Torino un articolo di Concetto Pettinato dal titolo « Se ci sei batti un colpo » di critica verso l’immobili­smo del partito; l’annun­cio della costituzione delle Brigate nere potreb­be sembrare una affrettata risposta. Si preferisce così notificare la decisio­ne ai capi delle provincie che penseranno a loro volta a comunicarli al partito. Il capo della pro­vincia milanese nel suo comunicato parla per la prima volta di « brigate in cui saranno immessi tutti i fascisti iscritti al PFR » e per la prima vol­ta usa il termine « Briga­ta nera ».
Il 26 luglio tutti i giorna­li pubblicano il decreto del duce e Pavolini lo commenta alla radio: « Vi parlo stasera da una caserma del Piemonte dove sono affluiti i repar­ti della prima Brigata ne­ra mobile, al comando del segretario del partito. In tutta l’Italia repubbli­cana le Brigate nere si or­ganizzano. »
In tutti i capoluoghi di provincia si svolgono i riti marziali e luttuosi, ve­dove in gramaglie conse­gnano le fiamme nere di combattimento ai briga­tisti che indossano la nuova divisa: berrettino nero da sciatore, giubbet­to nero sopra maglione nero, pantaloni grigiover­di alla zuava. Benedizioni dei gagliardetti, appello dei caduti e il nuovo lu­gubre canto: « Le donne non ci vogliono più bene / perché portiamo la ca­micia nera / hanno detto che siamo da catene / hanno detto che siamo da galera ».
La vicenda delle Brigate nere potrebbe anche a­vere un suo fascino cre­puscolare, romantico, se non ne facessero parte individui di ogni risma, decorati di guerra e don­ne esagitate; mascotte di quattordici anni e legio­nari di settanta; opportu­nisti trascinati dal dove­re di ufficio e fanatici.
Le Brigate nere, costituite per combattere la Resi­stenza armata, non andranno più in là delle o­perazioni poliziesche cit­tadine; le poche volte che si avventureranno a combattere i partigiani in campo aperto subiranno ingloriose sconfitte; in u­na lo stesso segretario dei partito sarà ferito al sedere, ingloriosissima ferita. Molto meglio del­le Brigate nere combatte la X’ MAS la cui storia però è completamente diversa e che ci riporta all’8 settembre e alle pri­me scelte di campo.
La X’ MAS prende il suo nome dalla flottiglia co­mandata dal principe Ju­nio Valerio Borghese. Co­stui, aristocratico, antite­desco per educazione, antifascista nel senso che non condivide certi gusti plebei del fascismo, for­ma, per un distorto sentimento di orgoglio, il più fidato e, in ultima a­nalisi, il più fascista dei corpi armati speciali del­la repubblica di Salò.
In teoria definire fascista o antifascista un uomo come Junio Valerio Bor­ghese è piuttosto diffici­le: diciamo che si tratta di un avventuriero rea­zionario il quale scambia per amor di patria la di­fesa di privilegi feudali, come il fare o il dichia­rare una guerra persona­le. E così che nasce la X’ MAS. Borghese fa il seguente ragionamento: « Non voglio subire l’umiliazione della resa, dunque non mi conse­gno agli anglo-americani ma rimango armato, con i miei, nella caserma del­la X’. E poi? La scelta, cer­tamente, è stretta, si dovrà in qualche modo col­laborare con i tedeschi, ma a deciderlo sarò io, mantenendo la mia auto­nomia ».

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Fine 1°parte tratta
“La storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974

Giorgio Bocca – Il Terrore nelle città 1943

Giorgio Bocca

Il Terrore nelle città
1943
( 2)
A ben guardare dietro questa filosofia sommaria di Valerio Borghese c’è anche la convinzione che a un principe di tanto nome tutto è consentito, persino di costituire nel secolo ventesimo una compagnia di ventura. La conclusione è che il 14 settembre 1943 Borghese si presenta a La Spezia al comandante di vascello tedesco Berninghaus e stipula il suo patto di alleanza con il Terzo Reich: ai cento uomini rimasti con il comandan­te se ne aggiungono pre­sto altri, la X’ apre uffici di arruolamento in ogni città, la sua propaganda
arditesca colpisce i gio­vani: presto 4000 marò sono alle armi.
«Voleva fin dagli inizi » scriveranno i suoi biogra­fi « che la X’ fosse italia­nissima, per togliere ai giovani di trincerarsi die­tro una scusa politica per non fare il loro dovere. » La distinzione tra politica e dovere è sempre stata una specialità dei regimi autoritari, ciò che voglio­no lo ottengono o come adesione ideologica o come adempimento di un dovere non meglio specificato.
Siamo a una edizione, in piccolo, del petainismo: no agli stranieri, no ai partiti politici, alleanza con il tedesco ma tem­poranea, per forza mag­giore, il pensiero fisso al­la patria di domani libe­rata dai politicanti cor­rotti e governata non si sa bene da chi, forse da una oligarchia di tipo veneziano.
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La X’ si compone di tre sezioni; quella Mare è af­fidata al capitano Arillo, di quella Terra si occupa direttamente il principe, che sorveglia anche la terza, Informazioni. La canzone della X’ raccon­ta la sua trasformazione da marinara a terrestre:
«Vittoriosa ad Alessan­dria / Malta Suda e Gibil­terra /
vittoriosa già sul mare / ora pure sulla ter­ra / vincerai ».
Con pre­ciso riferimento alle im­prese compiute dai mez­zi di assalto della X’ MAS nel corso della guerra contro la flotta inglese.

Per la guerra terrestre si formano i battaglioni
«Barbarigo », « Fulmi­ne », « Freccia », « Va­langá », « Sagittario » e «Lupo », i quali potreb­bero aumentare di nu­mero e dare alla X’ una indiscussa supremazia militare nella repubblica di Salò se non intervenis­sero le gelosie dei parti­to e le diffidenze di Gra­ziani. Si ottiene così che il principe prima sia de­stituito dalla carica di sottosegretario alla mari­na e poi addirittura arre­stato in seguito all’accusa che « ha un numeroso servizio di informazioni, svolge attività non nota
E agisce di sua iniziativa ». Ma i tedeschi inter­vengono in suo favore, e ogni desiderio tedesco è un ordine.
Ma che tipo di guerra terrestre conduce la X? Una prima idea dei prin­cipe è di creare una ri­dotta italiana al confine fra Venezia Giulia e Ju­goslavia: fra tante assur­dità del fascismo repub­blicano sembra un pro­posito concreto. li ten­tativo abortisce, i tede­schi non lo gradiscono, essi hanno praticamente annesse al Reich le pro­vince orientali ribattez­zate Adriatisches Kusten­land, Borghese se ne stia con i suoi al di là dei Ta­gliamento, se proprio vuole mandi a Trieste due piccoli reparti, sim­bolici.
Secondo progetto: ripor­tare un reparto italiano « sul campo dell’onore » cioè al fronte. A febbraio del 1944 il battaglione « Barbarigo » viene schie­rato ad Anzio in località Fogliano, ma bastano due mesi a convincere i te­deschi che è meglio de­stinarlo all’unica guerra che è in grado di com­battere, la repressione antipartigiana.
Non è la guerra ambita dai marò e il comandan­te lo sa talmente bene che fa dire: andremo a rastrellare in valle d’Ao­sta reparti gollisti. Si tratta invece di partigiani del Canavese che catturano alcuni marò e fanno ca­dere in una imboscata il capitano Bardelli segnan­do l’inizio di una lot­ta feroce. La guerra par­tigiana spezzetta la for­mazione e attribuisce ai comandanti minori au­tonomie larghissime. « I vari dirigenti dei grup­pi » dice un rapporto se­greto pervenuto a Mus­solini « invece di esaltare la figura del comandan­te Borghese hanno lega­to gli uomini a loro stes­si al punto che conosco­no solo gli ufficiali del loro gruppo. La rivalità dei gruppi è qualcosa di veramente sconcertante. »
Un quarto proponimen­to di Borghese si manife­sta nell’autunno del 1944 quando si incomincia a pensare a resistenze e­streme in qualche ridot­ta alpina. « Faremo del Piemonte il nostro Alca­zar » dice Borghese, ma evidentemente esagera; nel Piemonte c’è una for­za partigiana almeno cin­que volte più numerosa e agguerrita della X’, l’at­tività della quale crea più guai che aiuti ai tedeschi, come riferisce il capo della provincia di Tori­no a Mussolini: « Il co­mandante Borghese ef­fettua guerra indipenden­te et incurante operazio­ni belliche germaniche provincia Aosta creando serie difficoltà. Secon­do comando germanico principe Borghese aveva tentato farsi riservare fa­scia confine svizzero sen­za collegamento alcuno con altre forze italiane e germaniche. Ad Aosta
tutti concordano nei se­ri dubbi sulla fedeltà del Borghese alla repubblica sociale italiana et temo­no sorprese. »
Verso la fine della guer­ra Borghese tornerà alla prima idea, farà agli an­glo-americani questa pro­posta strabiliante: stiano fermi dove sono per con­sentire alla X’ di portarsi a difesa di Trieste; il du­ce finisce con il mettere la X’ alle dirette dipen­denze di Graziani con il quale si arrenderà nei giorni della insurrezione di aprile.
Diciamo dunque che le due formazioni più ideo­logiche della repubblica di Salò, le Brigate nere e la X MAS, hanno un pe­so relativo nella repres­sione del movimento partigiano. Le grandi stra­gi, le più sanguinose sconfitte partigiane sono opera dei nazisti. La pri­ma avviene in Val Casot­to dove regna il militare Enrico Martini detto Mauri, personaggio miti­co del partigianato pie­montese. Mauri coman­da i partigiani come un ufficiale di stato maggio­re, fa dei piani, concepi­sce delle strategie, preve­de che il nemico attac­cherà con mille uomini. Ma il comando tedesco ne manda seimila, i par­tigiani sono accerchiati, 50 muoiono in combat­timento, 150 catturati sa­ranno quasi tutti fucilati. Altra grossa sconfitta quella della Benedicta. Il terreno è di mezza mon­tagna, fra Piemonte e Li­guria, con bosco scarso e scarsissimi rifornimenti; il movimento operaista ligure non è riuscito a fondersi con i contadini piemontesi, i quadri sono modesti. Seppure avver­titi in tempo del grande rastrellamento che si pre­para, non prendono alcu­na precauzione, non al­lontanano neppure dalla zona i 140 partigiani di­sarmati, le reclute dell’ul­tima ora. I tedeschi sal­gono da Voltaggio, da Campomorone, da Serravalle; c’è fra i partigiani un gruppo di ex-prigio­nieri russi, esperti di fac­cende militari. Insistono perché le forze partigia­ne si sgancino fin che si è in tempo, ma non ven­gono ascoltati. Appena il nemico attacca lo schie­ramento eterogeneo e di­scontinuo è il caos, si rompono i collegamenti fra gli autonomi e i gari­baldini, in ventiquattro ore l’accerchiamento è compiuto. Se le forma­zioni partigiane fossero esperte la situazione sa­rebbe comunque recupe­rabile: di notte un repar­to partigiano addestrato passa dovunque. Ma nes­suno si sgancia, i ragaz­zi si lasciano prendere dal panico, alla Benedic­ta vanno a chiudersi co­me topi in una grotta do­ve i tedeschi li catturano. Settantacinque sono fu­cilati sul posto. La strage continua: i pattuglioni te­deschi (che usano i fa­scisti solo come guide e come interpreti) conti­nuano a fucilare, 150 partigiani in totale ven­gono finiti, altri fatti pri­gionieri. Un simile disa­stro è avvenuto sulle montagne di Bassano del Grappa sul finire del ’43. I fascisti parlano molto del partigianato ma lo combattono poco. Essi conoscono bene la situa­zione partigiana, hanno spie in ogni valle, spesso dentro le bande; dei re­sto il partigianato non può nascondersi, deve occupare i villaggi di montagna e le voci cor­rono facilmente, arrivano agli orecchi degli infor­matori. Però al momen­to in cui le informazioni passano dalle spie alla autorità politica esse ven­gono manipolate e quasi sempre ingigantite a fini politici e militari: per a­vere delle giustificazioni, per ottenere armi, aiuti.
Mussolini al convegno di Klesseim, nell’aprile del 1944, parla di 60.000 uo­mini armati di tutto pun­to mentre non sono che la metà.
1 fascisti conoscono an­che il paesaggio politico della Resistenza; anche se sui loro giornali li de­scrivono come« banditi e ladri comuni », sanno le diversità che esistono fra garibaldini autono­mi e giellisti, anche se preferiscono definirli ge­nericamente come « ba­dogliani » o « sovversi­vi ». Risulta comunque dai documenti che il fa­scista vive nel terrore del­la presenza partigiana, della forza partigiana e che lo confessa.
Dice Pavolini ai fascisti di Cuneo nel marzo del 1944: « Voi vedrete arri­vare qui, bene equipag­giati, bene armati gli uo­mini della nostra ripresa che finalmente, con i ca­merati germanici, libere­ranno a poco a poco le nostre vallate e scioglie­ranno la cintura di ferro che assedia la bella Cu­neo ». Ma a maggio il comandante provinciale della G.N.R. di Torino Spallone riferirà da To­rino: « Abbiamo l’im­pressione di essere asse­diati ». E da Pesaro gli fa eco il comandante del­la Guardia nazionale: « Compio il dovere di prospettare la estrema gravità della situazione nella quale è caduta la provincia di Pesaro in virtù della simultanea at­tività sviluppata dalle bande ».
Che i fascisti siano sulla difensiva e subiscano do­vunque la presenza par­tigiana lo si capisce an­che dalla loro propagan­da. Conoscendo la dif­fidenza dei giovani per il partito, tutte le forma­zioni militari puntano sul­l’onore e sul patriottismo generico. Dice o si fa di­re a un ragazzo: « Po­chissime parole per spie­gare le mie idee e il mio sentimento. Sono figlio di Italia di anni 21. Non sono di Graziavi e nem­meno di Badoglio ma so­no italiano e seguo la via che salverà l’onore del­l’Italia ».
Poi interviene la lode dell’azione: l’importante è battersi, reagire comun­que alla disfatta, non sta­re alla finestra attenden­do da altri la ricostruzio­ne della patria. Per con­fondere i giovani si cer­ca di mettere sullo stesso piano partigianato arma­to e combattentismo fa­scista. Naturalmente non si nominano i partigiani e non si fanno accenni espliciti alle loro forma­zioni ma si lascia capire che, in un campo come nell’altro, ci sono giova­ni che appartengono alla aristocrazia delle armi e che è la stessa cosa stare con gli uni e con gli al­tri, l’importante è di prendere un’arma e di combattere.
Non si esita a ricorrere alla propaganda ipnotica che predica la vittoria contro ogni previsione logica, che parla di armi segrete. Si cerca di toc­care il sentimento popo­lare italiano, la sua anti­ca paura delle invasioni moresche: « Oltre il Ga­rigliano », dice Mussolini in uno dei suoi primi di­scorsi, « non bivacca sol­tanto il crudele e cinico britannico, ma l’america­no, il francese, il polac­co, l’indiano, il nordafri­cano e il negro. Voi a­vrete quindi la gioia di far fuoco su questo mi­scuglio di razze bastarde e mercenarie ».
Sui bollettini della Guar­dia nazionale appariran­no citazioni inventate dal « Nigger post » organo inesistente (i bravi fasci­sti ignorano che il termi­ne nigger in America è altamente spregiativo e che non verrebbe mai u­sato da un foglio di pro­paganda militare), cita­zioni di poesie che sen­tono lontano un miglio la cultura umanistica del­la nostra provincia: « O di Sicilia desiati fiori, bru­ne fanciulle dai procaci seni… ».
Ma soprattutto bisogna opporre al mito partigia­no quello di un fascismo che resiste nei territori occupati dal nemico. Nel novembre del 1943 si in­venta una fantomatica «radio Muti » che, a sen­tire i fascisti, trasmette­rebbe da località impre­cisate del Sud: con quale apparecchiatura non si sa, evidentemente poten­tissima, se la sua voce arriva al Nord come e­messa da una stazione di Torino o di Milano, co­me di fatto avviene nella realtà.
Nell’inverno del 1944 il ridicolo trucco viene a­dattato a un personaggio fantomatico: « lo scugniz­zo », « il giovanissimo uf­ficiale italiano » scrivono i giornali di Salò « che semina lo sgomento e il terrore nelle retrovie del­l’invasore. Questo nostro soldato, la cui figura è un simbolo, non dà tre­gua al nemico. Nei bo­schi e nelle montagne dell’Italia occupata le pattuglie della fede agli ordini dello scugnizzo scrivono le più vivide pa­gine dell’eroismo italia­no ».
Non manca, si intende, il ricatto del terrore. I bandi fascisti prometto­no ora perdono e ora sterminio anche dei pa­renti. Senza riuscire a trattenere _nelle città i ragazzi che vogliono sa­lire alla montagna e sen­za farne scendere quelli che già vi operano.

Giorgio Bocca

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Tratto da ”Storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974

Pietro Zanella – Due povere strofe

Pietro Zanella

Due povere strofe

lo non conosco l’arte dello scrivere, pertanto lascio degnamente esternare le ansie, gli spaventi, i sentimenti di noi tuttia chi sa.
Mi permetto solo di trascrivere due povere strofe di una poesia che l’animo mio, non ancor ventenne, mi ispirò pochi giorni dopo la liberazione:

E venne, finalmente, il giorno sospirato,
dagli sgherri, dai tiranni fui rilasciato,
dietro assicurazione del padre benedettino
che nel suo convento mi tenne dalla sera al mattino.
Eran passate quarantacinque notti

da quando da Trentanove e compagni stolti
venni fermato, arrestato e percosso
perché volantini antifascisti mi trovarono addosso.

Anonimo – All’assalto

All’assalto
Canto di riferimento: Na juriš!

All’assalto, all’assalto, all’assalto,
echeggia nei boschi l’urlo dei combattenti,
le file nemiche sono folte!
Colpisci, irrompi,
picchia, spara!
*
All’assalto, oh -bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
vendichiamo le case bruciate,
vendichiamo tutte le nostre tombe!
Scaccia gli indemoniati,
e salva i sofferenti!
*
All’assalto, oh bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
al rogo gli alberi marci,
diventi un paradiso la terra;
splenda per tutti il sole,
vi prosperi soltanto la gioia!
*
All’assalto, oh bel, partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.
*
All’assalto, all’assalto, all’assalto,
fratelli oppressi venite con noi,
conquistiamoci da soli la libertà!
Attraverso la fame e il dolore,
per una vita migliore!
*
All’assalto, oh bel partigiano
innanzi a te è il giorno della libertà.

Alfonso Gatto – Ai compagni d’Italia

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Alfonso Gatto

Ai compagni d’Italia

Milano vi manda il suo cuore,
il vento delle pianure
le sue nevi
bianche di tanti morti, di tante case,
il lungo inverno in cui attese
l’ora e l’urlo della riscossa.
*
Vi manda la sua bandiera rossa,
il cielo d’aprile,
le fabbriche difese ad una ad una
la gioia che l’invase
(l’esser viva e libera nel mondo.
*
Milano vi manda il suo cuore,
compagni.
che, batte sull’Europa, questo cuore,
batte sull’Italia: sveglia i morti,
sveglia i vivi nel cielo d’aprile

Alfonso Gatto – Innamorarsi allora

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Alfonso Gatto
Innamorarsi allora

Innamorarsi allora
e che voleva dire?
I giorni d’ora in ora
per l’ora di morire.
*
L’amor non si nasconde
passeggia per le vie,
ma girano le ronde
aspettano le spie,
*
per indicare: è lui.
Un’ombra nei viali
negli angoli più bui,
l’inseguono i segnali
*
delle pattuglie. Certo
la notte è bella, odora
di pascolo all’aperto
della campagna, è l’ora
*
d’arrendersi alla piena
di quel cielo stellato.
Si perde nella lena di
correre, sul prato

vivo si guarda intorno,
ma tacciono i latrati
dei cani, nasce il giorno
dei giorni innamorati.
*
La bella morte sposa
il piccolo corriere
che dorme con la rosa
di sangue all’origliere.
*
Innamorarsi allora
e che voleva dire?
I giorni d’ora in ora
per l’ora di morire.