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Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

Nilo – Ricordi di vita trascorsa

pugno
Nilo
Ricordi di vita trascorsa.
La 79° Brigata Garibaldi

Sul piccolo destriero
A capo scoperto
S’avanza un guerriero
Un capo di certo.
Le ghette ai polpacci
Pistola pendente
Binocoli al collo
Statura imponente.
*
Lo sguardo feroce
Testin ricciolino
Sarà nostro duce
Il gran Giacomino.
*
S’ode un chiasso, un gran fragore
La fascetta tricolore
Indovino? Indovino?
Ed il piccolo:
‘La Brigata Giacomino’
Bravo! Ecco una caramella

 

Tratto da
Poesia clandestina della Resistenza – Antologia dei …

Renzo Corsini – Vita da partigiano e soldato per "Mariolino" Innocenti

Renzo Corsini

Vita da partigiano e soldato per "Mariolino" Innocenti

Dal " Quaderno di Farestoria, il periodico dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Pistoia (numero 2 del maggio-agosto 2007) riprendiamo il testo di Renzo Corsini sulle vicende partigiane del soldato "Mariolino" Innocenti, di­ventato nel dopoguerra, Segretario dell’ANPI di Pistoia e presenza operativa nella vita culturale e politica della città toscana. Mario, di carattere schivo e restio a parlare delle proprie esperienze di guerra, era conosciutissimo stimato e amato da tutti i pistoiesi. Questa è parte della sua storia. non la conoscono in moltissimi Ecco perché la pubblichiamo.

Nel marzo del 1943 ero a Pinerolo. milita­re di leva. Per la strada di quella cittadina incontrai un «giovane con delle borse sotto il braccio. Doveva avere all’incirca la mia età. camminava letto. –Dove vai?, gli chiesi – Vado a casa mi rispose – "Oggi ce’ lo sciopero-

Così sì Mario Innocenti racconta- il suo primo impatto con un fatto politico. proibitissimo sotto la dittatura fascista. La cosa lo colpì profondamente: la dittatu­ra. il fascismo non era poi così invincibile come appariva!

« E mi tornarono in mente proseguiva Mario – quelle volte che il mio babbo, a Pontenuovo dove abitavo. doveva scappare di casa. appena a tempo per non es­sere bastonato. Ma non sempre ci riusciva, e allora… Sai – aggiungeva Mario – i miei erano tutti e due sarti, lavoravano soprattutto per i contadini che pagavano quasi sempre in natura. Insom­ma, a casa mia, non si pativa la fame ma i miei erano antifascisti e allora…».

Dopo Otto settembre Mario, come tanti altri riesce a tornare a casa. Arrivano i tedeschi. il fasci­smo riprende sotto la veste della repubblichetta di Salò.

«[…] A primavera vo coi parti­giani!» – ripete Mario –. Ma l’impazienza lo tormenta e, ver­so febbraio, con le montagne ancora bianche di neve. assieme ad alcuni compagni, si avvia ver­so la collina, verso Tobbiana.

«[…] Ci avevano detto di seguire certi sentieri., poi avremmo in­contrato delle capanne. Se da qualcuna uscivano segnali di fu­mo voleva dire che lì c’erano i partigiani. La prima capanna la trovammo vuota ma il fuoco era accesa… significava che avevano abbandonata da poco. spostammo oltre e in un "altra panna c’erano i partigiani cercavamo. A ripensarci posso di­re che andò bene a noi ma andò bene anche a loro: potevamo essere dei fascisti e li avremmo sorpresi tutti in riunione».

Mamma e babbo cercarono insi­stentemente di fermare l’ansia di Mario di unirsi ai partigiani. «[…] Tu. babbo. se eri più giova­ne. cosa agresti fatto?».

«[…] Se avessi trent’anni – gli ri­spose il babbo con un sorriso in­triso di amarezza – sarei già coi partigiani!».

«[…] Bravo babbo. lo ne ho venti e parto!». Rispose Mario. E così fece. L’impatto coni partigiani della ‘`Rozzi’" (nome assunto dopo la morte del suo primo co­mandante, il fiorentino Gino Rozzi), non fu scontato: di nor­ma le "reclute" venivano avviate in quella formazione dalla orgaizzazione politica comunista.

«[…] Ad Agliana – ricordava Mario – in casa di Magnino Ma­gni, vi era, per così dire, il —di­stretto militare" dei partigiani della nostra zona. Di lì passavano un pò tutti! ».

Ma dopo pochi giorni Mario e i suoi compagni si conquistarono la fiducia dei capi con cui condi­videvano freddo, disagi, pericoli e spesso la fame, ma anche esal­tatiti esperienze.

«[…] Quelli che trovammo – d i­ceva Mario – erano antifascisti usciti da poco dalle galere del re­gime. Lì avevano studiato. sape­vano di storia, di politica, dei fatti del mondo… io li ascoltavo. avevo voglia, avevo bisogno d’im­parare. Da giovanissimo avevo fatto il pesaio. con me c’era un antifascista che ci aveva dato qualche spunto, poca cosa. La scuola poi, figuriamoci. ci aveva

dato un quadro. Diciamo così, ro­mantico del Risorgimento… ora invece. lì. fra la neve era un’al­tra cosa!».

Di quel tempo Mario ricordava volentieri un aneddoto:

«[ … ] Un giorno. in un momento di sosta delle arie attività quoti­diane. ci sedemmo accovacciati intorno alla capanna. improvvi­samente —Nando il comandante (Fernando Borghesi, un gappista fiorentino mandato dal Partito Comunista a rimpiazzare il Bozzi mi chiede: —E allora Mario, dimmi un pò, se si potesse mette­re una bandiera sulla nostra ca­panna, quale ci metteresti?". Ci pensai un po’. poi mi decisi per la risposta che ritenevo la più gradita al mio Capo, verso il quale avevo già maturato un sentimento di grande stima e af­fetto. –CI metterei la vostra, la bandiera rossa, dei comunisti!" dissi. Nando abbozzò un sorriso, poi calmo mi rispose: —N o, Mario, ci dovremmo mettere la bandiera tricolore, quella dell’Italia". E aggiunse: "Noi non siamo qui a batterci per un partito, siamo qui per cacciare i tedeschi e la dittatura fascista. Poi, dopo, de­ciderà il popolo".

Devo ammetterlo– ricordava Ma­rio – sul momento ci rimasi male, ma oggi ringrazio "Nando" di avermi regalato con la sua solita semplicità una bella lezione».

Si avvicina la primavera del 1944; stanno per giungere per Mario e la sua "Bozzi" i giorni della lotta armata più intensa, i più duri, ma anche i più esaltan­ti. La repubblichina del duce non riesce a reclutare uomini per la guerra che disperatamente conduce al fianco dei nazisti di Hitler. È costretta a ricorrere al­le minacce. alle fucilazíoni 11 31 marzo del 1944, nella Fortezza di Pistoia, vengono trucidati quattro giovani pistoiesi soltan­to colpevoli di non voler com­battere una guerra infame, di cui si anelava solo la fine più rapida. Sarebbe stato possibile tentare di salvarli? Chi avrebbe potuto farlo? E come? Mario Innocenti ricordava che, in quei giorni, con il Comandante e alcuni compagni si era messo in marcia verso Pistoia, guidato da un emissario del Comando Politico Militare di Pistoia.

«[…] Ma la guida ci lasciò poi in altre mani e, camminando a lungo, finimmo nella zona di Torbecchia . Trascorremmo la notte da quelle parti e, verso l’al­ba, riprendemmo la via del ritor­no. Insomma – ricordava Mario – non fu fatta alcuna azione». La cosa trova conferma anche in una testimonianza rilasciata da "Nando’" al Prof. Verni. Doveva essere l’azione finalizzata a ten­tare di liberare i ragazzi della Fortezza o erano altri gli obietti` E noto che il CLN di Pistoia cercò di conoscere l’ora del trasferimento dei quattro condannati dal carcere di Collegigliato alla Fortezza. L’Informatore_ un capo fascista doppio­giochista. forni l’orario delle ot­to. Purtroppo alle sei dei matti­no, i giovanissimi. Aldo. Valoris, Alvaro e Vinicio erano stati ammazzati. Il comando fascista aveva ingannato tutti, compreso il capetto fascista` 0 questi men­tì intenzionalmente?

«[…] Sta di fatto – afferma ~ Mario che se anche ci avessero portati nel polo giusto non credo che con le poche armi che avevamo, l’inesperienza nel loro uso i pochi uomini di cui era

la nostra pattuglia. avremmo potuto attaccare con successo la colonna protetta da carabinieri. milizia ed esercito in forze

Presto arrivò il vero “battesimo del fuoco" per la formazione di Mario. La “Bozzi” aveva lasciato la prima localizzazione alla "Bollava" per acquartierarsi nel rifugio CAI di Pian della Rasa. Da qui ripartì per spostarsi verso l’Appennino Emiliano. Raggiunta la Collina di Treppio. do­po la sosta notturna. Furono at­taccati all’alba da colonne di te­deschi e fascisti. Mario ricordava lucidamente quei momenti e. in più di un’occasione. intorno al cippo dedicato a Magni Magnino, ne ha fatto “lezione all’aper­to" a centinaia di studenti. de­scrivendo le posizioni sul terreno, l’attacco, la strenua, eroica difesa di Magnino dietro la mi­tragliatrice che sapeva usare me­glio di tutti, la sua morte in combattimento.

«[…] un sacrificio – ricordava Mario – che permise al grosso del­la formazione di sganciarsi verso Suviana, provvidenzialmente protetti da un banco di nebbia incredibilmente giunto a proteg­gere la nostra ritirata».

Mario amava ricordare una frase del Comandante Nando: «[…] La nostra formazione, militarmente, è nata lì. Si è verificata una selezione naturale delle nostre forze– e Mario aggiungeva – E’ vero, parte dei nostri se ne an­darono, tornarono a casa, insom­ma li prese la paura. Ma accadde a loro perché c’erano, erano nel fuoco della battaglia chi era rimasto a casa aveva fatto di meno

Alla spicciolata, stanchi, bagnati, affamati. i. si ritrovarono verso Ponte alla Venturina—. Dove andare` In Emilia. certo, là, si diceva. "c’erano i partigiani fitti come il grano-. Soprattutto. ,c’era sicuramente da mangiare. Ma intanto si doveva sopravvive­re con qualche patata per giorni e senza conoscerei sentieri. senza tarsi notare… un’esperienza logorante per tutti. _Al limite. o quasi. delle forze. finalmente l’incontro con “Arman­do”. il Comandante Mario Ricci. e i suoi uomini operanti nella zona di Montefiorino e dintor­ni. Ha inizio il periodo di più in­tensi attività della “Bozzi” e Mario Innocenti ne e fra i protagonisti . E uno degli uomini di fiducia del Comandante che gli affida i compiti più delicati e più rischiosi. Verso la fine di aprile del 1944 Mario è a Bocchetta di Fanano. Con la "Bonzi — entra a Toano il 10 Luglio. Intanto e sorta la zona libera che prenderà il nome di "Repubblica di Mon­tefiorino,". La "Repubblica" si dà una struttura amministrativa tutta nuova.’ nei sette Comuni che la compongono si svolgono elezioni democratiche come non avveniva da vent’anni. Si allesti­sce un ospedale. un piccolo ae­roporto, si accolgono migliaia e migliaia di giovani e militari sfuggiti ai tedeschi. 1 problemi abbondano ma la libertà conqui­stata aiuta a risolverli. Mario ri­cordava con dovizia di particola­ri un episodio di quella conqui­sta a cui, con la formazione. ave­va preso parte: l’attacco alla Ca­serma della Milizia fascista di Cerredolo. Era la notte fra il 3 e il 4 maggio. All’accerchiamento della caserma nella zona. parte­ciparono alcune formazioni emi­liane e un gruppo scelto della "Bozzi’. Con Mario Innocenti vi erano. fra gli altri: Marcellino Ieri. Loris Beneforti. Agostino ("Carnesecca" ) Venturi tutti schierati in posizione di attacco frontale. Un appunto autografo di Mario mette in evidenza l’e­roismo di due partigiani. “Aiano” e "Moscone". incaricati di un’azione. a dir poco. temeraria. "Aiano”’ altri non era che Gio­vanni Vignali. pistoiese origina­rio "da lano”: da qui, per deriva­zione, il nome di battaglia "Ala­no". Ecco lo scritto di Mario:

«[…] Per distrarre l’attenzione dei fascisti di Montefiorino dal­l’azione dei partigiani contro la caserma di Cerredolo e impedire loro di intervenire a sostegno dei fascisti assediati, fu organizzato un attacco di due partigiani (fra cui Aiano della Bozzi) contro i fascisti in piazza di Montefiori­no. Questi due partigiani, vestiti ‘da fascisti, spararono a un co­mandante fascista e fuggirono dalla parte opposta di Cerredolo. Furono inseguiti ma riuscirono a cavarsela. "Aiano" ritornò dopo due giorni! La nostra vita –dice va Mario – non valeva poi molto in quei momenti e ce la giocava­mo giorno dopo giorno, istante per istante».

La stima del comandante Nando per Mario è dimostrata anche da alcuni incarichi particolari che egli gli affidò ripetutamente. do­po la conquista di Toano. ai pri­mi del giugno ’44. Mario co- mandò una pattuglia che andò a posizionarsi in avanscoperta. in modo da prevenire possibili ri­torni di fiamma dei fascisti scon­fitti. E. prima di far rientrare la formazione sulla Montagna pi­stoiese. secondo le direttive rice­vute. fu Mario Innocenti delle formazioni di Campotizzoro. Maresca e Pracchia – fra cui era­no sorti problemi politici delica­ti. acuiti dall’intervento della for­mazione di "Pippo" (Manrico Ducceschi), anch’essa interessata – ad avvicinare quei combattenti. Mario quindi evidenziò non solo coraggio e capacità militari ma dimostrò di aver acquisito la ma­turità politica necessaria ad espli­care incarichi delicatissimi in quelle circostanze. Sta di fatto che le posizioni espresse da Ti­ziano Calandri per la formazione di ”Pippo" furono respinte e tut­ti, o quasi, i partigiani della Montagna pistoiese si dissero disposti ad entrare nella "Bozzi". Mario e gli altri, a missione com­piuta, rientrarono in formazione, riferirono l’esito positivo, e la

Bozzi" si trasferì nella nuova dislocazione sui monti sopra Ma­resca. Concretizzata la fusione dei reparti. nacque quindi la "Brigata Bozzi". forte di ben ol­tre un centinaio di uomini. ",Mario aveva dato un importante contributo alla sua nascita. La lotta partigiana sull’Appennino non concedeva tregua: un attac­co a sorpresa alla Maceglia costò la vita a "Franchino" e al giova­nissimo "Cucciolo". Poco dopo ancora un attacco tedesco sui cri­nali dell’Orsigna. Attacco respin­to ma che consigliò alla “Briga­ta" di tornare a Montefiorino. Siamo ormai verso la metà del luglio 1944. Il primo impatto in terra emiliana avviene con la for­mazione capeggiata da un perso­naggio che, di lì a poco, diverrà protagonista di una vicenda non comune: Nello Pini.

Un Comandante dal coraggio il­limitato, dimostrato in varie oc­casioni, ma anche duro, ribelle ad ogni direttiva. spietato fino alla ferocia verso chi riteneva. a suo solo giudizio. inaffidabile. Un tipo. a dir poco. scomodo per la lotta partigiana. che tuttavia comandava una formazione forte di centinaia di uomini. ben dotata di armi. di vive… e di donne per il “Capo”’ Secondo Davide e “Armando". i capi di Montefiorino e ancor più per le altre forze partigiane non —ga­ribaldine—. era un bubbone che andava estirpato. Ma come fare? Il rientro della —Bozzi— in Emi­lia fu ritenuto provvidenziale. Nando aveva già conosciuto Nello che. verso i toscani. si era manifestato non maldisposto. Con uno stratagemma lo con­vinsero a recarsi al Comando di Montefiorino. Qui giunto con alcuni fedelissimi. il fratello e l’a­mante. fu disarmato e arrestato. Alcune decine dei suoi uomini. non vedendolo tornare, si porta­rono a Montefiorino e si schie­rarono sulle alture circostanti con le armi spianate. Mario rac­contava: «[…] io e pochi altri eravamo di guardia all’esterno del Comando. La tensione cresce­va man mano che il tempo passa­va. Gli uomini di Nello, non ve­dendolo uscire, davano segni di impazienza. Erano molti più di noi, se ci avessero attaccati non avremmo avuto scampo. Dopo un tempo che sembrò infinito, final­mente affacciò sulla porta il Commissario —Davide (Osvaldo Poppi) che riuscì a persuadere gli uomini di Nello. Disse che il loro Comandante era al sicuro, che altri avrebbero preso il suo posto, che la formazione avrebbe conti­nuato la sua opera a difesa della “Repubblica” e spiegò loro le colpe di cui era accusato. Quando li vedemmo abbassare le armi e, un po’ alla volta, gli uomini di Nel­lo se ne andarono, il sollievo fu enorme. Nello fu poi processato e condannato a morte».

Ma 1’attacco della divisione co­razzata "Goering" alla Repub­blica di Montefiorino era ormai imminente. I lanci di riforni­menti da parte degli Alleati an­gloamericani divennero sempre più scarsi. L’intervento sperato di paracadutisti si trasformò in un sogno irrealizzabile. Insom­ma, fu la sconfitta. Ed anche la "Bozzi", così come le altre for­mazioni di “Armando’. ai primi di agosto ’44, dovette ripiegare verso le cime dell’Appennino. Furono giorni durissimi, gli scontri con le pattuglie tedesche si susseguirono. A Pratignano muore Fulvio Farinati, un cuti­glianese. Fatica, fame, pericolo sono il pane quotidiano. Mario ricordava con sofferenza quel Ferragosto del 1944:

«[…] A sera, spento il fuoco, contammo le patate, l’unico cibo che avevamo: erano centottanta, e noi centoventi. Ne toccava poco più di una a testa. Davvero un bel pranzo! Poi arrivarono gli uomini di “Pippo*’. ci volevano cacciar via. Dicevano che lì. in quella zona. comandavano loro che. insomma. noi della —Bozzi—. non eravamo bene accetti. Arri­varono fino a proibire ai conta­dini del posto a rifornirci di vi­veri!».

Si rese necessario a quei punto. suddividere la formazione in tre gruppi. due di questi rientra­rono sulla Montagna pistoiese. Mario Innocenti segui il gruppo di “Nando” fino a Coreglia Antelminelli. nella Garfagnana. ove. dopo settimane di enormi disagi, di difficoltà di ogni genere appena alleviate, verso ottobre dal contatto con le avanzanti forze brasiliane la formazione si sciolse no prima di aver perduto nell’ultimo combattimento il compagno “Pittorino” era il 25 ottobre 2944

Anche Mario rientrò a casa al Pontenuovo, ma per poco. Il 16 febbraio 1945 con altre centinaia di volontari, fra questi numerosissimi ex compagni della “Bozzi” parte per Cesano, presso Roma per un brevissimo addestramento e l’immediato invio al fronte della Linea Gotica Furono comprati cinquecento pacchetti di sigarette – raccontava Mario – e ne fu distribuito uno a testa

Questo vuol di­re che da Piazza dei Duomo sia­mo partiti in 500. Si, è vero, qualcuno per strada ci ripensò, tornò indietro. insomma ebbe paura di tornare in guerra … lo diceva sempre Nando: —E una se­lezione naturale". Comunque lo­ro ci avevano provato! Ed è meri­to anche quello».

Mario Innocenti sarà destinato al gruppo di combattimento "Folgore" e con i nuovi compa­gni . riprenderà a combattere contro tedeschi e fascisti. Il 25 aprile del 1945 la sua Divisione è impegnata in sanguinosi com­battimenti nella zona fra Brisi­ghella e Faenza, un mese dopo è nel Veronese. Rincorrerà i tede­schi, ormai in rotta, fino al Brennero. Con la vittoria sul fa­scismo e sul nazismo giunse fi­nalmente la pace. Mario trovò lavoro provvisorio presso 1’INPS di Pistoia: una "provvisorietà" durata poi ben trentuno anni. Ma l’impegno di Mario conti­nua quasi altrettanto intenso co­me nei giorni della Resistenza.

C’è da costruire l’ANPI. l’Asso­ciazione dei Partigiani. di cui sa­rà il principale animatore fino al­la sua scomparsa. Si impegna nella vita politica e civile. sarà Assessore provinciale alla Sanità e in questo ruolo si occuperà dell’ospedale psichiatrico di Col­legigliato, lasciando in tutti un positivo ricordo. Ma il ruolo che svolse con più passione, direm­mo con amore, fui quello di te­stimone, di narratore delle vi­cende vissute e sofferte sulla propria pelle da presentare ai giovani, agli studenti delle scuo­le di Pistoia e dell’intera Provin­cia. Migliaia sono i ragazzi che lo hanno incontrato, ascoltato, ammirato per la semplicità e se­renità nel raccontare, per la pro­fondità delle sue riflessioni sulle vicende da cui prese vita la N uo­va Italia, quella in cui oggi tutti noi viviamo.

A -Mariolino- Innocenti Pistoia deve molto. Uomini come Ma­rio hanno contribuito grande­mente a fare della nostra Città una comunità di persone amanti della democrazia., della solidarie­tà. della libertà.

Anonimo – Oltrepò, vita santa

Anonimo

Oltrepò, vita santa

Quando saremo a Varzi
nella caserma alpina
ti scriverò biondina
la vita del partigian.

La vita del partigiano
si l’è una vita santa
s’ mangia, s’ bev, as canta
pensieri non ce n’è.

Pensieri ce n’è uno solo
l’è quel della morosa
che gli altri fanno sposa
e mi fo il partigian.

Vittorio Barbieri

La Loro vita per la nostra Libertà

Vittorio Barbieri

Nato a Modena il 26 luglio 1915, fucilato a Compiobbi (Firenze)

il 7 agosto 1944, storico,

Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Un suo zio materno, il veronese Carlo Montanari, era stato impiccato a Belfiore (con Tito Speri e don Bartolomeo Grazioli) durante la dominazione austriaca. Forse la fine dello zio lo aveva indirizzato verso gli studi storici, tanto che Barbieri si era laureato in Scienze politiche con una tesi dal titolo: "Il diritto dei ribelli ad essere considerati belligeranti". Fatto è che all’inizio della Seconda guerra mondiale Vittorio Barbieri era già uno storico affermato. Chiamato alle armi, aveva partecipato alla campagna di Francia e a quelle di Albania e Montenegro, come tenente degli Alpini.

Allorché fu proclamato l’armistizio, il professore raggiunse Firenze, dove risiedeva la sua famiglia, e col nome di copertura di "Grimani" entrò nella Resistenza. "Grimani", assunto il comando del II Gruppo della Brigata partigiana "Rosselli", lo guidò per mesi in numerose, fortunate azioni contro i nazifascisti. Cadde alla vigilia della liberazione di Firenze, dopo aver ricevuto l’ordine di scendere dai monti con i suoi uomini per partecipare all’imminente battaglia. Nell’avvicinamento al capoluogo toscano, i partigiani di Vittorio Barbieri ebbero alcuni sanguinosi scontri con i tedeschi. Per meglio localizzarne le postazioni, "Grimani" decise di scendere a valle, in compagnia di un solo partigiano, in avanscoperta. Nella notte del 4 agosto, in prossimità di Fiesole, cadde nelle mani dei tedeschi che, dopo vani interrogatori e sevizie, lo fucilarono contro il muro di cinta della casa colonica "Paretaia", a circa un chilometro dalla parrocchia di Pagnolle. Qui, dopo la Liberazione, sulla strada che unisce Pagnolle a San Clemente, è stato eretto un monumento in ricordo del valoroso partigiano azionista.

La motivazione della MOVM a Barbieri dice: "Tenente di complemento degli alpini fu tra i primi ad intraprendere la lotta clandestina alla quale si dedicò con attività instancabile. Comandante della 2.a Brigata ‘Carlo Rosselli’ condusse più volte i suoi uomini alla vittoria. Dopo un violento combattimento contro il preponderante nemico, riordinate le forze superstiti, cercò di aprirsi la strada verso Firenze, nel supremo tentativo di continuare la lotta per la difesa della città. Catturato dai tedeschi mentre procedeva in avan-scoperta, assumeva, di fronte al nemico, con sublime gesto di abnegazione, ogni diretta responsabilità, dichiarando apertamente la propria qualità di Comandante e salvando in tal modo la vita al partigiano che lo accompagnava. Dopo atroci, sevizie sopportate con sereno coraggio, veniva fucilato. Fulgido esempio di dedizione alla causa della libertà".

Vinicio Biagini

La Loro vita per la nostra Libertà

Vinicio Biagini

Nato a Pisa 14 luglio 1927 e qui caduto, ucciso dai nazisti, il 24 luglio 1944.

Vinicio Biagini, operaio panificatore, comunista, a sedici anni entra nella Resistenza armata all’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio ’43. Milita nei GAP cittadini, portando a termine con successo numerose azioni di guerra e ottenendo il grado di sottufficiale.

Il 23 luglio 1944, a causa di una delazione, è colto sul fatto insieme a un amico e compagno d’armi, il Partigiano “Sardo”, operaio alle poste e studente, mentre trasportano un carico di armi sottratte ai fascisti.

Catturati in via delle Sette Volte, sono condotti al Comando tedesco situato nel Collegio Puteano, in piazza dei Cavalieri, e sottoposti a tortura. Non avendo rivelato alcunché ai nazisti, vengono rinchiusi in una cella di sicurezza posta all’ingresso che conduceva al rifugio antiaereo nei sotterranei della Torre dell’Orologio e, il mattino successivo, fatti bersaglio del lancio di granate da parte di tedeschi e fascisti.

Un cane accompagnava, di solito, i patrioti nelle loro missioni: due giorni dopo, ferito a un orecchio da un colpo d’arma da fuoco, si ripresentò stremato a casa di Vinicio. In maniera inequivocabile guidò la madre sul luogo dell’eccidio, ma i parenti non poterono rendersi conto dell’accaduto poiché gli aguzzini avevano murato tutti gli accessi all’edificio.

I corpi straziati furono rinvenuti dagli alleati il 3 settembre ’44, ricomposti nelle camere mortuarie allestite nella Venerabile Arciconfraternita di Misericordia e in seguito, senza riconoscimento, sepolti in un punto imprecisato del cimitero di Pisa.

Vasco Corsi

La Loro vita per la nostra Libertà

Vasco Corsi

Nato a Calcinaia (Pisa), caduto in combattimento in Francia nel maggio del 1944, Croce di Guerra decretata dal governo francese.

All’inizio della Seconda guerra mondiale il giovane pisano si trovava in Francia e, subito dopo l’invasione tedesca entrò a far parte della Resistenza transalpina nella regione di Arles.

Catturato dalla polizia di Vichy, il partigiano italiano, dopo essere stato ferocemente torturato, fu processato e condannato ai lavori forzati. Evaso dal carcere nel gennaio del 1943, dopo pochi giorni di libertà Vasco Corsi ricadde nelle mani dei tedeschi, che lo imprigionarono nell’Alta Loira, a Le-Puy-en-Velay.

Altri otto mesi di prigione e di nuovo la liberazione grazie, ad un ardito colpo di mano dei “Francs-tireurs partisan”. Raggiunta una formazione combattente nell’Ardèche, Vasco Corsi ne divenne il comandante e nel maggio del 1944 cadde valorosamente in combattimento contro i nazisti.

Decorato alla memoria nel dopoguerra dal Governo francese, al partigiano italiano l’amministrazione civica di Arles ha intitolato una delle vie cittadine. Vasco Corsi è ricordato anche nel suo paese di origine, dove una scuola elementare porta il suo nome.

Rocco Caraviello

La Loro vita per la nostra Libertà

Rocco Caraviello

Nato a Torre Annunziata (Napoli) il 21 ottobre 1906, trucidato a Firenze il 19 giugno 1944, operaio comunista.

Giovane antifascista (fu segretario per la Campania della Federazione giovanile comunista), durante la dittatura Caraviello fu più volte arrestato. Tornato a casa dopo il servizio militare, collaborò con altri militanti napoletani alla redazione di un giornale clandestino: fu arrestato e deferito al Tribunale speciale, del quale rimase a disposizione per diversi mesi: non fu condannato perché non erano state raccolte prove sufficienti contro di lui. La sua accanita opposizione al fascismo gli precluse ogni possibilità di lavoro in Campania e lo obbligò a una vita misera e stentata. Da Napoli, con la famiglia (aveva quattro figli), nel 1936 si trasferì a Firenze, dove sperava di trovare maggior sicurezza e possibilità di lavoro. In Toscana, dove non aveva conoscenze ed amicizie, si industriò soprattutto ad allacciare relazioni con operai e, di nuovo, ad organizzare gruppi di compagni. Quando cominciò a delinearsi la caduta del fascismo, Caraviello si dedicò interamente a compiti di organizzazione, di propaganda e di agitazione; il 25 luglio 1943 vide l’operaio napoletano, alla testa di circa tremila dimostranti, percorrere il centro di Firenze inneggiando all’Italia e alla riconquistata libertà. Dopo l’armistizio, con l’occupazione tedesca della città, Caraviello dovette ritornare nell’illegalità e preparare, in base alle direttive del suo partito, la lotta armata contro i nazifascisti. Quando furono costituiti i primi G.A.P., alla cui organizzazione si era particolarmente impegnato, l’operaio comunista si distinse per audacia in numerose azioni. Nel giugno del 1944, Rocco Caraviello, caduto nelle mani delle S.S. italiane, fu barbaramente ucciso assieme alla moglie e a un cugino. A Serpiolle (FI) gli è stato eretto un monumento. Il nome del valoroso operaio napoletano compare anche sulla lapide dei partigiani caduti del Comune di Firenze, nel Sacrario dei partigiani fiorentini a Rifredi e nel Sacrario di Campo di Marte.

Renato Bindi

La Loro vita per la nostra Libertà

Renato Bindi

Nato ad Asciano (Siena) il 12 agosto 1924, fucilato a Siena il 13 aprile 1944, contadino.

Bersagliere del 5° Reggimento, il 10 gennaio 1944 il giovane contadino abbandonò il suo reparto e si aggregò a un distaccamento della Divisione d’assalto Garibaldi "Spartaco Lavagnini". Catturato nel Senese, nel corso di un cruento scontro con soldati tedeschi, l’11 marzo ’44 Bindi, con altri patrioti, fu portato nel capoluogo, dove un Tribunale militare lo condannò a morte.

La sentenza fu eseguita un mese dopo, mentre il giorno dopo la loro cattura erano già stati fucilati nel cimitero di Scalvaia (SI), i garibaldini Lilioso Antonucci, Alizzandro Avi, Alvaro Avi, Cesare Borri, Solimano Boschi, Armando Fabbri, Ezio Filippini, Fausto Masi e Azeglio Pieri. Durante lo stesso combattimento, i tedeschi avevano passato per le armi, a Monticiano (SI), i partigiani Giovanni Bovini e Roberto Handen.

Renato Alessandrini

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Renato Alessandrini

Nato a Firenze il 18 agosto 1907, ucciso a Firenze l’11 agosto 1944.

Si era laureato in Economia e commercio all’Università di Firenze. Allo scoppio della seconda guerra mondiale era stato chiamato alla armi. Al momento dell’armistizio era capitano dei bersaglieri in un reparto della Divisione "Ariete". Partecipò a Porta San Paolo alla sfortunata difesa di Roma contro i tedeschi. Quando la Capitale fu occupata, Alessandrini (sotto il nome di copertura di Renato Bianchi), organizzò nella città un movimento armato clandestino che svolse la sua attività nel Lazio. Ricercato dai tedeschi che l’avevano scoperto, Alessandrini riuscì a raggiungere Firenze dove, nell’agosto del 1944, combatté con i partigiani della "Arno" per la liberazione della città. Fu ucciso dalla fucilata di un cecchino fascista in via Landino.