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Partigiana Nuda – Egidio Meneghetti

Partigiana Nuda di Egidio Meneghetti

Qui si narra un episodio della Resistenza. Accadeva a Palazzo Giusti di Padova, nell’inverno tra il 1944 e il 1945, che la «Banda Carità» talvolta costringesse le partigiane più coraggiose a denudarsi tra scherni e insulti. In quella atmosfera di incubo taluna rasentò la follia. E la follia, con il suo grande mistero, seppe incutere rispetto o, almeno, imporre ritegno. Le parole usate sono semplici e disadorne: chi le ha scritte, più volte, spontaneamente, si è richiamato a espressioni e ad atteggiamenti dei cantastorie, che da secoli, specialmente nelle campagne, ripetono la tragedia della «Donna lombarda» e altre leggende.
Soprattutto per mantenere aderenza con la più schietta anima popolare – che è stata anche l’anima della Resistenza veneta – si è usato il dialetto: il quale, per tale scopo, è davvero insostituibile.

Dal Santo do batude longhe, fonde,
rompe la note carga de paura,
e da Palasso Giusti ghe risponde
un sigo spasimado de creatura.
*
Al fredo, drio dei scuri,
i padovani i scolta l’agonia dei partigiani.
*
El magiór Carità l’è straco morto
de tiràr ostie e de fracàr pestade:
coi oci sbiessi soto ’l ciufo storto
el se varda le onge insaguinade.
*
El buta ’n’altra simpamina in boca,
el se stravaca in te ’na gran poltrona
e po’l fissa la porta. A ci ghe toca?
La porta se spalanca : vièn ’na dona.
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Ela l’è magra, tuta quanta oci,
coi labri streti sensa più colór,
ela l’è drita anca se i senoci
tremàr la sente e sbatociarghe ’l cor.
*
« O partigiana se parlerai subito a casa tu tornerai »
« Son operaia siór capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana se tacerai per la Germania tu partirai »
« Son operaia siòr capitàn e no so gnente dei partigiàn »
« O partigiana te spogliarò e nuda cruda te frustarò »
« El fassa pura quel che ghe par, son partigiana no voi parlàr »
*
Partigiana te si la me mama,
Partigiana te si me sorela,
Partigiana te mori con mi:
me insenocio davanti de ti.
*
Spaìsi i oci nela facia bianca
la scruta intorno quela bruta gente:
fiapa la boca, sul sofà, la Franca
la se impitura i labri, indifarente;
*
longo, desnoselà come Pinocio,
Trentanove el la fissa pién de voia
e Squilloni, sbronsado, el struca d’ocio
nel viso scuro e ransignà da boia.
*
El carceriér Beneli, bagolón,
el scorla le manete, spirità,
e dindona Goneli el so testón,
cargo de forsa e de stupidità.
*
Ma Coradeschi, lustro e delicato,
el se còmoda a piàn i bafetini
po’l lissa i cavei, morbidi e fini,
cola man bianca che à copà Renato.
*
Ghe se strossa el respiro nela gola:
l’è piena de sassini quela stansa;
ela l’è sola, tuta quanta sola,
sensa riparo, sensa più speransa,
*
e quando man de piombo le se vansa
par spoiarla, ghe vièn la pele d’oca;
con un sguisso de schifo la se scansa:
« Me spoio da par mi, lu no’l me toca ».
*
Facia brusa, oci sbate, cor tontona,
trema i dei che desliga e desbotona:
so la còtola, via la blusa slisa,
ghe resta le mudande e la camisa.
*
Camisa da soldà de vecia lana,
mudande taconà de tela grossa…
Ride la Franca dala boca rossa:
«È proprio molto chic la partigiana ».
*
Carità el rusa: « Avanti verginella ».
El respiro dei masci se fa grosso.
Mentre la cava quel che la g’à indosso
ela la pensa: « Almanco fusse bela …»
*
Ecola nuda, tuta quanta nuda,
che la querse la pansa cole mane.
Ride la Franca dala lengua cruda:
« Non si lavano mai le partigiane? »
*
Corpo che no conosse la caressa
e de cipria e de unguento e de parfumo,
pèle che la s’à fato mora e spessa
nel sudór, nela pólvar e nel fumo.
*
Sgoba operaia, che te perdi el posto!
Cori stafeta, che se no i te ciapa!
rùmega l’ansia che franfugna el sono
e intanto la belessa la te scapa.
*
La testa la ghe gira, ’na nebieta
ghe cala sora l’ocio spalancado:
l’è tornada ’na pora buteleta
che l’orco nele sgrinfe l’à ciapado.
*
No la sa dove l’è … forsi la sogna …
la savària con vose de creatura:
« Dame el vestito, mama, g’ò vergogna,
mama g’ò fredo, mama g’ò paura …»
*
Po’ la ride, coi brassi a pingolón
e co’ na facia stralossà, de mata:
tuti quanti la varda e nissùn fiata,
s’à fato un gran silensio nel salón.
*
Su da tera la tol le so strassete,
la le spólvara a piàn, la se le mete,
ogni tanto un sangioto… un gran scorlón
e gh’è come un incanto nel salón.

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Parole e Musica – Fischia il vento

 

Patria Indipendente
Cantavano i partigiani
Chiara Ferrari
Breve rassegna (e breve storia) di alcune famose canzoni della Resistenza, dei loro testi e dei luoghi dove sono nate
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Per ascoltare
La Canzone
https://youtu.be/BZNbGwXsV1U

 

Fischia il vento

 

Fischia il vento e infuria la bufera
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell’avvenir.

 

A conquistare…

 

Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle
/forte il cuor e il braccio nel colpir.

 

Nella notte…

 

Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà  dal partigian;
ormai sicura è già  la dura sorte
del fascista vile e traditor

 

/Ormai sicura…

 

Cessa il vento, calma è la bufera
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera
vittoriosi, al fin liberi siam!

 

Sventolando…

Marisa Ombra – La vita spericolata della staffetta partigiana

La vita spericolata della staffetta partigiana

Marisa Ombra

“Nessuna copertura alle spalle: da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Era necessario attraversare posti di blocco, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare; ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri”

La scomparsa pesante, dolorosa, di Tina Anselmi, una donna simbolo della Repubblica. Una staffetta partigiana. Già. Ma cosa faceva una staffetta? È interessante il racconto di Marisa Ombra, anche lei staffetta, oggi della Presidenza nazionale dell’ANPI. Ecco la sua testimonianza tratta dagli atti di un convegno – a cura di Maria Grazia Brinchi e Loredana Ruggini – dal titolo “Le donne e la Resistenza” promosso dalla Uil e svoltosi a Roma il 23 aprile 2007. Nel corso del convegno, per la cronaca, intervenne la stessa Tina Anselmi portando telefonicamente il suo saluto.

Mi è stato chiesto di portare una testimonianza di quello che le donne hanno fatto, di quello che le donne sono state nella Resistenza. Io vorrei non tanto raccontare dei fatti, ma cercare di restituire il senso di quella scelta, senza naturalmente sottrarmi a qualche brevissima esemplificazione, per rendere più evidente quello che dirò.

Io sono stata staffetta partigiana nelle formazioni garibaldine. Avevo 19 anni quando sono andata nelle Langhe, ne aveva 17 mia sorella che venne con me, ne aveva poco meno di 40 la mia mamma. L’occasione è stata data dagli scioperi del marzo ’44, così importanti per la lotta contro il fascismo e per la fine della guerra. Mio padre era stato arrestato come organizzatore di questi scioperi e prelevato, e praticamente già condannato prima ancora di un processo che non si sapeva ancora se ci sarebbe stato o non stato, ma preventivamente condannato alla fucilazione e alla deportazione. Venne liberato rocambolescamente da un commando di partigiani travestiti da Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che lo portarono nelle Langhe, dove cominciò a organizzare le bande partigiane. Noi, rimaste a casa, eravamo naturalmente molto esposte alla rappresaglia, e scegliemmo di andare anche noi nelle Langhe, dove subito ci separammo e ognuno andò ad operare in zone differenti.

Questo per dire che per me la scelta di fare la partigiana non è stata altro che un semplice, naturale atto di coerenza con la storia familiare, peraltro cominciata molto prima, nell’inverno del ’42-’43 quando, ancora più bambine, io e mia sorella collaborammo a stampare dei fogli clandestini che preparavano lo sciopero del marzo ’43 il quale, insieme allo sbarco alleato in Sicilia, determinò praticamente la caduta di Mussolini. Che cosa faceva una staffetta partigiana? Qui è stato detto ampiamente e vorrei dire che qualunque racconto rischia di essere molto misero rispetto a quello che stato letto con così grande commozione da Marisa e da Leandro. È stato misero per chi è sopravvissuto e, devo dire, del tutto casualmente, perché onestamente a decidere se sopravvivevi o non sopravvivevi è stato essenzialmente il caso.

Vorrei cercare soprattutto di dare il senso di quello che abbiamo fatto, e vorrei dire prima di tutto che il lavoro della staffetta è stato un lavoro molto pericoloso, perché è stato essenzialmente un lavoro solitario. Voglio dire che la staffetta non aveva praticamente nessuna copertura alle spalle, era sola, gli veniva dato un ordine e andava a realizzare questo ordine. Naturalmente, da quel momento in poi tutto dipendeva da te, dalla tua lucidità, dal tuo coraggio, dalla tua prontezza di spirito nel capire che cosa era più giusto fare, e questo non era semplice. E posso dire che non avevi dietro alle spalle chi ti consigliasse, il distaccamento minimamente organizzato, in cui vi fosse un comandante al quale, anche se aveva soltanto la tua età, 19-20 anni, erano state impartite le istruzioni, per cui aveva comunque un’idea su come comportarsi; tu non sapevi niente di niente e dovevi immaginare, inventare velocemente qual era la cosa più giusta da fare. Più giusta nel senso che poteva salvare la tua vita e quella della formazione che ti aveva chiesto di andare a fare questa esplorazione, questa missione. Devo dire che in quei momenti tu ti misuravi con te stessa e, di colpo, da ragazzina diventavi persona adulta, imparavi il senso di responsabilità. Ecco, il senso di responsabilità è stata la cosa più importante che abbiamo imparato nella guerra di Liberazione ed è quello che almeno personalmente mi ha guidato in tutte le fasi successive della mia vita, in cui ho continuato a fare politica con le donne, politica per le donne. Senso di responsabilità personale e senso di responsabilità verso gli altri, verso il mondo, vorrei dire, con una parola che forse è troppo grande ma che riassume bene quello che noi sentivamo.

Devo dire quindi che proprio per quello che abbiamo sentito, per il senso di responsabilità che abbiamo avuto e per il coraggio, la guerra di liberazione non avrebbe potuto essere senza la presenza delle donne, senza questa possibilità di collegamenti, senza questa possibilità di attraversare posti di blocco che naturalmente i partigiani non avrebbero potuto attraversare, cosa che soltanto la capacità diplomatica delle donne, la capacità di invenzione delle donne riusciva a fare, perché lì veramente ti inventavi delle piccole scene, dei piccoli racconti che cercavano di essere il più possibile credibili, perché fossero accettati per buoni dai tedeschi o dai brigatisti neri, e quindi potevi passare.

Perché non si poteva fare la guerra partigiana senza le donne? Perché – questo lo ricordo soprattutto alle ragazze di 19-20 che sono qui presenti, mentre i più adulti hanno sicuramente sentito parlare da padri, fratelli, nonni in che cosa è consistita la guerriglia – perché questa era la qualità della guerra partigiana, era una guerriglia, per cui le formazioni continuamente si componevano e si disperdevano. Perché le zone, per esempio le Langhe e il Monferrato, dove io operavo, erano circondate costantemente da tedeschi e brigate nere, che continuamente entravano muniti di carte molto raffinate e rastrellavano cascina per cascina, sentiero per sentiero. Ovviamente, c’erano momenti in cui i partigiani erano in grado di dare battaglia, facevano la scaramuccia e poi si ritiravano, e c’erano momenti in cui l’unica possibilità era nascondersi per ricomporsi. Voi capite che in questa situazione, se non c’era chi ricercava, rimetteva in contatto, ricollegava, contribuiva a riformare le formazioni, nessuna guerriglia avrebbe potuto essere. È per questo che noi abbiamo avuto una testimonianza di grande riconoscimento molto prima che gli storici lo facessero e riconoscessero il nostro come protagonismo, e non solo come contributo. Il primo riconoscimento l’abbiamo avuto proprio dai partigiani con i quali vivevamo, perché loro tra l’altro sapevano in ogni momento che noi non eravamo obbligate ad andare a fare la guerra. I ragazzi erano obbligati, in qualche modo, perché c’erano i bandi dei tedeschi, dei repubblichini, e se non si presentavano venivano dichiarati disertori, e i disertori venivano naturalmente fucilati, o deportati. Per noi non c’erano stati bandi, l’abbiamo fatto per tutte le motivazioni che qui sono state lette. Io credo che riconoscevano che era la prima volta che le donne come massa entravano in guerra, e ci entravano in quel modo, in prima fila; uscivano dal ruolo familiare e si assumevano responsabilità militari, politiche, sociali fondamentali. È la prima volta che le donne entrano effettivamente nella storia.

In fondo il diritto al voto, la legge istitutiva del voto alle donne non è altro che una presa d’atto del tutto ovvia, naturale, di quello che le donne avevano fatto, avevano dimostrato di essere nell’ultimo periodo. Io credo che sia importante ricordare, riflettere ancora su quegli anni, perché una riflessione su quel periodo oltre tutto ci consente di riportare alla verità, alla realtà alcune cose, anche alcuni miti che ancora oggi in forme diverse e riferiti a situazioni diverse, continuano a circolare, per esempio il mito della guerra o del rifiuto della guerra senza se e senza ma. Ma io credo di poter sinceramente testimoniare che alla guerra tu non ci devi arrivare, devi fare di tutto, proprio fino all’estremo atto di diplomazia possibile, per evitare di arrivare alla guerra, perché se ci arrivi, o spari o sei sparato.

Non è vero che se ti trovi in guerra puoi decidere di non usare le armi. Io avevo una minuscola 635 nella tasca, ed era una stupidaggine, perché facendo la staffetta l’ultima cosa che avrei dovuto portare con me era una rivoltella, perché mi avrebbe automaticamente denunciata, però c’erano altre che invece le armi le impugnavano, ed era secondo me inevitabile, perché se ti trovi in guerra – ripeto – o spari o sei sparato. Bisogna non arrivarci.

Come l’altro mito delle donne che hanno portato nelle formazioni conforto, dolcezza, assistenza, aiuto. Io posso dire, credo molto sinceramente – ci ho ripensato molto a quegli anni – posso dire che ho visto ragazzi che mostravano senza pudore la loro fragilità e la loro dolcezza, e ho visto donne con coraggio e con grinta – penso a Breda, che è stata chiamata Breda perché lei ha insegnato ai partigiani come si smontava una bomba a mano chiamata Breda – e quindi non erano queste le differenze. Semmai, la differenza stava intanto nel fatto che i ragazzi erano storicamente allenati alla guerra: dietro ai maschi di tutte le Nazioni c’è una storia di combattimenti, mentre per le donne non c’era nessuna esperienza di questo genere.

Vera Vassalle, medaglia d’Oro per la Resistenza

E alle donne forse possiamo riconoscere una qualità di maggiori arti diplomatiche, ma questo non è un fatto naturale, è un fatto culturale, è un fatto storico, perché le donne, se non imparavano ad essere diplomatiche in famiglia, non avrebbero mai tenuto insieme la famiglia. Quindi è una cosa che viene da lontano. E quindi, questa idea di maternage, che è vera per tante, per tutte quelle che l’8 settembre hanno accolto e vestito i soldati che fuggivano, non è vera, secondo me, per le ragazze che sono state dentro l’esercito di Liberazione. Bisogna fare delle distinzioni molto precise. Io non vado oltre, voglio dire che quel riconoscimento dei compagni partigiani è stato alla base di una profonda amicizia, che mai più ha potuto darsi, per ovvi motivi. C’era un di più in quella amicizia, e direi che è stato anche quello che ci ha guidato negli anni successivi, per far fronte a tutti i momenti in cui è stato necessario ancora resistere e in cui chi ha fatto la Resistenza ha cercato di conservare quell’idea della politica, quel senso della politica al quale erano estranei la carriera, il professionismo, il guadagnare, il farsi posto nella vita, eccetera, e devo dire che di queste cose io ho una profonda nostalgia.

Marisa Ombra, partigiana, femminista, della Presidenza nazionale dell’ANPI

Tratto da

Patria Indipendente

Luca Madrignani – Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Luca Madrignani

Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Ed ecco quello che accadde All’alba del 29 novembre 1944, nella Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della “Spolverina” (la statale che collega l’Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lunghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da S. Stefano Magra fino ai confini con Carrara: l’accerchiamento era compiuto. I comandi della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” diramarono immediatamente l’ordine di “sganciamento” a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’accanimento nemico. «Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversamente», dice Paolino Ranieri “Andrea”, Commissario Politico di Brigata, «ma così non c’erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante “Walter”, Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante “Federico”, Piero Galantini, avrebbe guidato i distaccamenti verso l’unica direzione possibile». Sotto i fitti bombardamenti tedeschi, provenienti dai fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella V al d’Isolone, soprattutto nel paese di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillarmente dall’«Ubaldo Cheirasco» di “Orti”. «Gignago – racconta quest’ultimo – fino al 29 novembre era considerato una fortezza inespugnabile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei semplici petardi». Per tutta la notte “Orti”, coi suoi uomini più fidati, ingaggiò col nemico una feroce battaglia fatta di colpi di mortaio, bombe al plastico tirate a mano, MG 42 Maschine Gewehr, mentre da Gignago transitavano centinaia di uomini in fuga. Le speranze di salvezza erano sostanzialmente due: trovare un rifugio che garantisse sicurezza per diversi giorni; sfuggire all’accerchiamento incamminandosi verso la Linea Gotica, lungo la quale da diversi mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.

La prima scelta fu praticata soprattutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie “tane” preparate da tempo in previsione di un attacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì. C’è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’erba, gli portava informazioni sui movimenti del nemico. Altri avevano scavato dei fossati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Marchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passavano dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’aiuto delle spie, non avrebbero tirato fuori nessuno».

La Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, che era di Carrara, aveva a disposizione le cave di marmo delle

Alpi Apuane, un territorio che se durante l’anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti

(«qui c’era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’intervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo), in frangenti come questo garantiva l’impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco. Tanto che Ernesto Carpini, “Lo Spezzino”, decise di fermarsi da solo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’arrivo dei tedeschi. Tenne la postazione per ore, consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici. Ad avviarsi verso i “territori liberati” fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, che era di Sarzana e se prima del rastrellamento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche decine. Turiddo Tusini, “Volga”, ricorda le guide ad aspettarli ad Antona, l’attraversamento del passo dell’Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li bersagliavano. «Giunti fuori dal loro tiro, trovammo dei soldati neri americani che, dopo averci frugato, ci caricarono su un carro bestiame, diretti nei centri di raccolta profughi».

Bruno Brizzi, “Nino”, il 29 novembre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente allo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’amico “Carlin”, Nello Masetti.

«Ci vestivamo da tedeschi, con vestiti presi ai nemici catturati, poi andavamo a fare puntate fin sull’Aurelia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!». Intanto, tra i civili, si stava consumando l’altro aspetto, l’altra tragedia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’era l’ex colonia “Italo Balbo” di Marinella trasformata per l’occasione in centro di permanenza temporaneo; da lì, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Brgata Nera (ma era un rischio remoto, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.

Guglielmo Pucci all’epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva dovuto sfollare nella Val d’Isolone. Ricorda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, durante la prima selezione lo separarono da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convincere le guardie della “Italo Balbo” a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltanto nel giugno del ’45. Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lunigianese. Ripresasi dal trauma, durante l’inverno la “Muccini” cominciò a ricostituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, “Gurj”, uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante “Walter”». «Sembrava che tutto fosse finito, invece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a dire “Volga” prima che Wanda Bianchi, “Sonia” il suo nome da staffetta, chiuda così: «Mio padre mi diceva che non dovevo perdermi d’ani-

mo – vedrai che ce la facciamo – continuava a ripetermi. Io, per la verità, dopo il rastrellamento mi ero

un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho visto che qualcuno c’era ancora, e che

stavano cercando di riorganizzarsi. Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Brigate Nere … chi prendevano … li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’abbiamo fatta». È con queste parole che termina “Un popolo alla macchia”, iniziato con quelle di un messaggio speciale di Radio Londra che esortava il popolo italiano a tener duro, poiché per quanto potesse esser difficile la situazione ne sarebbe uscito certamente vittorioso. Parole che, come quelle di “Sonia”, contengono il senso di tutto il film 1944/2004.

Tratto da

Patria Indipendente

La presa di Monterotondo Marittimo

La presa di Monterotondo Marittimo

di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il mattino del 10 giugno 1944 a Monterotondo Marittimo un grosso gruppo di partigiani della III Brigata Garibaldi entrò in paese e disarmò la Guardia Repubblicana.

L’intento era di forzare il Consorzio Agrario e distribuire le scorte alla popolazione.

L’azione era stata pianificata con largo anticipo e aveva l’appoggio di tutta la popolazione del paese: i carabinieri si erano da tempo messi a disposizione della brigata partigiana e gli abitanti avevano cucito e regalato ai partigiani delle camice rosse. I partigiani distribuirono volantini di saluto ma dopo uno scontro fra una pattuglia e un automezzo tedesco il progetto di restituire l’ammasso dei viveri ai civili venne fermato e cominciò un’opera di fortificazione.

Vennero abbattuti alberi sulle strade e furono scavate fosse di protezione. Difatti nel corso della mattina le SS si riavvicinarono in forze, si trattava di SS italiane, ovvero truppa volontaria italiana con ufficiali tedeschi (la colonna motocorazzata faceva parte di un’operazione più ampia con centro a Castelnuovo Val di Cecina e che nei giorni successivi giorni coinvolgerà tragicamente anche la miniera di Niccioleta). Dopo un primo attacco a sorpresa dei partigiani i soldati delle SS assediarono il paese con mortai e mitragliatrici pesanti.

I partigiani ingaggiarono battaglia e riuscirono a resistere per alcune ore dando così il modo alla popolazione di disperdersi nella campagna e infine si ritirarono nel primo pomeriggio lasciando cinque caduti e portando con se numerosi feriti.

Il tenente Alfredo Gallistru, che aveva organizzato le strategie difensive, venne gravemente ferito e trasportato nascosto in un carro di paglia fino al vicino podere di Piaggia al Tufo. Le cure di un medico russo, prigioniero dei tedeschi poi riuscito a fuggire, non riuscirono però a salvarlo.

Anche i nazifascisti ebbero numerose perdite.

All’ingresso in paese i tedeschi incontrarono pochissime persone, essenzialmente anziani, e non procedettero a ritorsioni. Ma la strana mitezza rientra con tutta probabilità nel piano preordinato di rimanere nella zona per del tempo e farne una base di spedizioni antipartigiane.

La Repubblica Partigiana di Cogne – 1 –

Storia della Repubblica Partigiana di Cogne

Tra il 7 luglio e il 2 novembre 1944, a Cogne in Valle d’Aosta, si costituì una Repubblica Partigiana inspiegabilmente sottovalutata dalla storiografia ufficiale.

Per quanto non sia stupefacente che quella straordinaria stagione sia stata trascinata in una corrente di colpevole indifferenza, rimane il desiderio di tentare la risalita, nuotando contro, come fanno i salmoni. Quanto segue intende far parte di questo tentativo.

Dalle testimonianze raccolte, per cominciare, si desume che l’occupazione di Cogne del 7 luglio 1944 da parte delle forze partigiane , fu  organizzata scrupolosamente con l’indispensabile volontà e la personale abnegazione dell’ing. Franz Elter, allora direttore centrale della Soc. Naz. An. COGNE, (allora, la principale industria siderurgica integrale italiana),  la collaborazione delle maestranze della COGNE, e l’indispensabile sostegno di buona parte della popolazione, senza il quale nulla di ciò sarebbe stato possibile.

Vennero accumulate fin dal ’43, e messe da parte, scorte alimentari e altro materiale, come vestiario, esplosivi etc. etc, che avrebbero dovuto garantire l’auto sostentamento delle truppe partigiane per lungo tempo. Di questo discreto e massiccio lavoro da formiche ci sono testimonianze frammentarie e in qualche modo indirette, come di qualcosa che sta sullo sfondo…

Un testimone è Guglielmo Carrara classe 1932, allora dodicenne, che ricorda “un gregge di pecore proveniente da Champorcher,” ma è l’unico testimone in proposito. Suo fratello maggiore era partigiano. Entrambi vivevano a Cogne, dove il padre era stato minatore. E’ probabile che un gregge di pecore sia transitato tra il villaggio minerario di Colonna e Champorcher attraverso il Col Fenêtre, ma non sappiamo quante volte sia successo né esattamente in che direzione fosse diretto il gregge; Guglielmo lo ha messo in relazione, a distanza di settant’anni, con gli accadimenti successivi e, per esempio, del vettovagliamento in favore della banda partigiana di Pedro, operante a Champorcher, parla anche l’ing. Elter come segue: “Il 25 giugno 1944, unitamente al sig. Marchionni Luigi, capo servizio alla Miniera di Cogne, mi incontrai nell’alta valle di Champorcher con l’Avv. Artom, Commissario Civile della banda di Pedro, per concretare un servizio di informazioni e rifornimenti in favore di questa banda.”

Dei rifornimenti avrebbe potuto far parte un gregge di pecore? A questo proposito Piero Elter, uno dei figli di Franz,  tra i partigiani più giovani a Cogne – aveva solo sedici anni – esclude che del lavoro di approvvigionamento avesse fatto parte un gregge di pecore, doveva trattarsi – dice – di una macellazione per la mensa di Colonna: “Probabilmente si tratta di un gregge di pecore effettivamente comprate dalla COGNE (mi sembra nell’estate ’43 ma non ne sono sicuro) che venivano macellate per la mensa di Colonna. Non so se una parte di queste pecore sia finita davvero dai partigiani di Champorcher, ma mi sembra improbabile”.

Questa lunga premessa sulla testimonianza di Guglielmo è per sottolineare l’importanza delle testimonianze dirette per cercare di farsi un’idea dell’aria che altri hanno respirato. Franz Elter scrive di suo pugno in uno dei suoi brevi e concisi memoriali (cinque in tutto) di essersi preoccupato “fin dall’aprile del ’43” di accumulare esplosivi e altro materiale traendolo dai magazzini della COGNE. In parte per rifornire la banda Léxèrt che operava a Fenis, in parte per effettuare sabotaggi alle vie di comunicazione in vari punti della valle “ad alcuni dei quali partecipai io stesso”.

Ma buona parte del materiale era trasportato agli stabilimenti di Colonna (a 2500 mt di altitudine) con prudenza e a intervalli regolari. Sarebbe interessante ricostruire con esattezza questa parte della storia. Il 29 giugno, a pochi giorni dalla concretizzazione finale del piano, quando tutto ormai era pronto salì a Cogne un gruppo di militi tedeschi al comando del ten. Reitch allo scopo di presidiare la miniera timorosi di sabotaggi ai danni dell’industria bellica tedesca, a cui era ormai destinata la produzione della miniera di ferro Cogne.

Soltanto il giorno prima Elter e Marchionni si erano incontrati con “Mésard“ – il cap. degli alpini Cesare Ollietti – e altri membri della sua banda a Acque-fredde per definire l’immediata occupazione di Cogne tramite ferrovia, mediante il trenino del Drinc. Ciò che avvenne attiene al campo dell’imprevedibilità degli incontri e determinò quell’incredibile compromesso tra la dirigenza della COGNE (Elter) i tedeschi (ten. Reitch) e la Resistenza (Mésard), che si concretizzò nella Repubblica di Cogne.

Racconta Franz Elter nel suo memoriale: “…Senonché il 29 giugno, il Comando di piazza germanico di Aosta inviava a Cogne un presidio di gendarmeria a protezione della miniera. Feci allora presente al tenente Reitch, ufficiale germanico di sorveglianza presso la COGNE, che ritenevo questa misura nociva al buon andamento della miniera in quanto che gli operai e la popolazione vedevano in ciò l’intenzione di una deportazione degli uomini in Germania e sarebbero state da prevedersi delle diserzioni dal lavoro. L’ufficiale si persuase facilmente del mio punto di vista e a sua volta persuase il comando di piazza a ritirare il presidio, ciò che avvenne il 1° luglio 1944.”

Più di un documento descrive questo episodio. Lo stile è scarno, essenziale e privo di enfasi, ma pieno di implicazioni interessanti. Intanto la persuasione: come poteva un ufficiale tedesco persuadersi facilmente se non perché già personalmente in qualche misura persuaso? Reitch, pare, era un militare tedesco, ma non era un nazista, non era un uomo violento e certamente Elter consapevole della prossima occupazione dovette trovare il modo e gli argomenti giusti per convincerlo a ritirarsi, mettendocela tutta.

Purtroppo di questo non c’è altra testimonianza oltre i suoi concisi memoriali, ma appare lecito immaginare un comune sentimento pacifista e un forte senso di responsabilità che li portò facilmente a un accordo. Poi si parla di fondato timore per le deportazioni di manodopera e materiale. Questo era stato annunciato dal regime dopo gli scioperi di febbraio assieme alla pena di morte per gli agitatori politici e i partecipanti ad azioni politiche o di sabotaggio, minaccia che conferma la fondatezza del timore. Vennero dunque i partigiani il 7 luglio, prendendo il trenino ad Acquefredde e raggiungendo Epinel e Molina.

Sempre Elter annota: “… Nella notte dal 6 al 7 luglio la valle di Cogne fu occupata dai partigiani che predisposero subito un forte posto di blocco al ponte di Chevril. Il ponte di Chevril fu subito minato ad opera di una squadra di minatori … “. Lo stesso ponte verrà fatto saltare il giorno della battaglia di Cogne – il 2 novembre 1944 – da un soldato tedesco disertore, entrato nelle file partigiane, che si chiamava Herzberg, insieme al giovanissimo partigiano Sergio Mancini , come si vedrà in seguito. Questo è il ricordo di Orsetta Elter, figlia di Franz: “Papà quel giorno era ad Aosta, come il solito, e ha avuto la felice intuizione di non fare la strada abituale per venire a Cogne, ma di passare per Gressan (allora nessuno ci passava in macchina). A Sarre, al bivio per Cogne, si è poi saputo che l’aspettavano per arrestarlo. La COGNE l’ha licenziato in tronco. Più tardi abbiamo saputo di una predica del vescovo di Aosta aspra nei confronti di papà e della taglia di un milione posta sopra la sua testa.” (Orsetta Elter, Memorie, F.lli Pozzo Editore).

Il sig. Cristofori era capo servizio amministrativo delle miniere ad Aosta e mantenne attivo un servizio di telefonia con gli uffici di Cogne, che permetteva a Elter e perciò ai partigiani di essere costantemente informato. Telefonista a Cogne era Aurora Martinetto, che avrebbe poi sposato  Maina, impiegato alla COGNE e attivista comunista; racconta di aver pagato, dopo la guerra, assieme a suo marito, le posizioni prese allora. Sul suo ruolo al telefono ha sempre mantenuto  il riserbo imparato allora: “Dopo la battaglia di Cogne io avevo un fascista sempre vicino, a controllare il telefono. L’ufficio era sopra lo spaccio, vicino al laboratorio dei chimici per il controllo del minerale. Loro controllavano le telefonate e perciò il dottor Elter ha avuto dei problemi…” ( testimonianza di Aurora Martinetto). Cristofori fece sapere da Aosta che il tenente Reitch a seguito dell’occupazione intendeva attaccare militarmente con quindici uomini soltanto.

Elter allora, d’accordo con il Comando partigiano  invitò Reitch a salire a Cogne in “abiti civili” per rendersi conto di persona dei rischi di quell’intervento e garantì per la sua incolumità e per il suo ritorno ad Aosta. “Il tenente Reitch a mezzo dell’interprete sig. Ermanno Favre che era pure dei nostri e più tardi raggiunse il presidio di Cogne come partigiano, fu facilissimamente persuaso a non agire. Egli non domandava di meglio. Si presentò la sera stessa al nostro posto di blocco di Chevril in abito civile. Fu accompagnato a Cogne dove contemplò alquanto interdetto il perfetto apparato militare della piazza e l’abbondanza del vettovagliamento, manifestò apertamente la sua soddisfazione di non averci attaccato con le armi. Dopo essere stato abbondantemente rifocillato fu rimandato incolume ad Aosta…. Il mio scopo era di evitare un immediato conflitto armato in modo che il presidio partigiano di Cogne avesse tempo di organizzarsi e fortificarsi. L’esito di un tale conflitto sarebbe indubbiamente stato favorevole ai partigiani date le esigue forze di cui disponeva il Reitch e volevo evitare la probabile uccisione di questo ufficiale che si era sempre comportato da galantuomo. Era inoltre convenuto col comando dei partigiani, e più tardi fu pure convenuto col CLN regionale, che la miniera avrebbe continuato a funzionare con ritmo produttivo ridotto. Questa misura era infatti opportuna perché la miniera fosse regolarmente approvigionata di viveri e di esplosivi di cui avremmo potuto disporre sotto il mio controllo per l’alimentazione delle truppe partigiane e per uso bellico. Inoltre era necessario fornire minerale agli stabilimenti siderurgici di Aosta per scongiurare la probabile deportazione in massa di tutta la maestranza in caso di arresto della produzione.”

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La Repubblica Partigiana di Cogne – 2 –

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L’accordo tra Elter, Reitch e il Comando partigiano fece di Cogne una zona franca.

A Cogne la miniera continuava a lavorare, a Cogne nessuno pativa la fame, si era al riparo dalle rappresaglie repubblichine e tedesche e i ragazzi di leva ebbero l’esonero dal servizio militare se assunti alla COGNE, i famoso "foglio di congedo illimitato" Roberto Nicco, storico  e studioso della Resistenza in Valle d’Aosta lo racconta così: “In seguito a questi accordi la Valle di Cogne diventa una delle zone più sicure di tutta la regione e si decide perciò di trasferirvi da Fenis, il 9 agosto, il Comando del sottosettore Alta e Media valle… Per alcuni mesi Cogne sarà il centro del movimento partigiano valdostano. Parecchi giovani renitenti accorrono ad ingrossarvi le file e gli antifascisti aostani individuati dalla polizia vi trovano un sicuro rifugio…” (Roberto Nicco, La resistenza in valle d’Aosta, Musumeci).

In paese, dopo poco più di un mese, dall’iniziale gruppo di trenta partigiani, si arrivò a più di quattrocento, provenienti da gruppi diversi o sopraggiunti  individualmente in quello che era diventato un porto franco e addirittura una Repubblica Partigiana, nell’Italia ancora fascista e occupata dall’esercito tedesco. La banda che aveva occupato Cogne per prima, era composta da gruppi di provenienza diversa al comando di tre ex ufficiali degli alpini: Vigo (Chantel), Biondo (Canova), Plik (Cavagnet). C’era poi un secondo gruppo, di comunisti "garibaldini", al comando di Dulo (Ourlaz) e di Giuliano Calosci ex operaio della COGNE, che portavano una fascia rossa sul braccio con ricamata la falce e il martello successivamente sostituito dalla stella rossa su fondo bianco e verde. Si erano installati in disparte, verso Sylvenoire, per non essere troppo invadenti. Ma uno di loro, il comandante Vigo, si era invece piazzato in albergo. Era un ragazzo prepotente e violento, che fu presto destituito. Poi era arrivato il gruppo della "Scuola degli Alpini" (reparto alpino della leva repubblichina, passato in blocco con i partigiani) al comando di Leo (Leo Garanzini). C’era poi il gruppo di Laurent Ottoz, Mario Ferina e Falco(Mario Bechaz), che aveva radunato partigiani molto validi, ma poco inclini ai grandi assembramenti e alla disciplina militare o all’appartenenza a partiti politici.

Infine gli "svizzeri". Questi erano arrivati in paese a gruppetti, rientrati clandestinamente in Italia ed erano ragazzi che,  avendo disertato l’esercito di Salò, si erano rifugiati in Svizzera, dove erano stati inquadrati dalle organizzazioni antifasciste e molti erano entrati nel partito comunista, e pertanto aderirono alle bande "garibaldine" Li organizzava tutti militarmente, se non politicamente, il Comandante Plik, il Maggiore degli Alpini Giuseppe Ferdinando Cavagnet, nativo di Cogne.

All’inizio i partigiani non possedevano mezzi di trasporto e, per le azioni in fondo valle, avevano addirittura usato la corriera regolare! Poi venne prelevato un camion, il famoso Trerò  guidato da Cino Glarey. Il camion partiva dalla piazza, carico di ragazzi armati che cantavano "Lassù sulle cime nevose", una bella canzone degli alpini, adottata dalla Resistenza. Su tutte si alzava la bella voce di Arturo Verraz, che poi perse la vita in un combattimento a Sarre. La banda della "Scuola degli Alpini" prese il suo nome, diventando "banda Arturo Verraz".

Uno degli "svizzeri", Ugo Pecchioli, era stato compagno di scuola di Giorgio Elter ; diventò dirigente nazionale del PCI nell’Italia liberata e del PDS poi: “Durante i primi giorni io, Ruggero Cominotti, Giorgio e Giulio Elter, Nello Corti e altri fummo ospiti dei frati a Martigny …Poi gli svizzeri ci misero nei campi di internamento…” (Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità, Baldini & Castoldi).

Rientrati clandestinamente a Cogne,  presero parte all’occupazione partigiana di Cogne. “…arrivò a Cogne un reparto di alpini italiani del Btg. Aosta ricostituito dai repubblichini.  Il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) aveva consigliato loro di aderire e poi, appena equipaggiati e armati, di disertare e passare alla Resistenza.

Tra gli altri c’erano Giuseppe Cavagnet (Plik), Giulio Dolchi (Dudo), Armando Canova … Eravamo una settantina…”  (Ugo Pecchioli op.cit.) A Cogne transitarono persone in fuga, persone comuni e altre, che in seguito divennero note, come Giulio Einaudi e Nerio (Saverio Tutino) Gaddo (Gianfranco Sarfatti) Martin (Walter Fillak) o Sandro Pertini, c’erano famiglie intere di sfollati,  e alleati ex prigionieri dei tedeschi. Non tutti si salvarono. Nell’estate del ’45, di ritorno dalla Val d’Isère,  Grigia (Franco Berlanda) scoprì i resti dei corpi di trentadue inglesi, ex prigionieri dei tedeschi, che l’inverno precedente avevano tentato l’attraversata, ed erano rimasti sotto una valanga. Altri morirono per la fatica, o nei rastrellamenti.

Occorre ricordare il sacrificio di Lola (Aurora Vuillerminaz), moglie di Dulo (Giulio Ourlaz), che guidava i fuggiaschi attraverso i valichi alpini da e per la Francia e il 16 ottobre 1944 alla fine del suo ultimo viaggio, pare per una soffiata, fu bloccata a Villeneuve dai repubblichini e fucilata assieme ai suoi compagni di sventura. Prima si scusò con loro per non essere riuscita a portarli in salvo e gridò: "viva il comunismo!", e questo noi sappiamo dalla testimonianza di Raimondo Lazzari, che rimasto soltanto ferito si finse morto come nei film e fu soccorso dalla popolazione e ricondotto a Cogne.

Nella officina della miniera furono costruite armi.  Ne hanno parlato i due fratelli Carrara, Roberto Nicco, e lungamente Technical (Breuvé) ,allora diciottenne allievo della Scuola COGNE, trasferito da Fenis a Cogne per eseguire i disegni che avrebbero permesso ai tornitori dell’officina della COGNE di costruire i pezzi di ricambio degli sten; e molti altri: “A Cogne la maggior parte del personale della Miniera, collaborò attivamente con me per facilitare l’opera del Comando locale che divenne poi per un certo periodo di tempo il Comando generale della Valle d’Aosta. Citerò tra i più attivi, oltre al sig. Marchionni già nominato, il nostro medico dott. Alessio Ansermin e il sig. Antonio Arizio, che riuscì a fabbricare con la collaborazione del personale della nostra piccola officina alcuni mitragliatori sten di perfetto funzionamento, che meravigliarono e riscossero il plauso della Commissione Alleata che verso la metà di settembre venne dalla Francia a ispezionare le nostre posizioni; i signori Rodolfo Jeantet e Francesco David che si prodigarono per l’organizzazione logistica, il secondo essendo anche stato il primo Sindaco liberamente eletto del Comune di Cogne; il sig. Guado capo minatore impiegato come specialista in alcune azioni di sabotaggio.

Gli operai elettricisti si prestarono per eseguire il collegamento telefonico con tutti i posti avanzati. Il servizio di disciplina era assicurato regolarmente dai carabinieri che avevano aderito al movimento e fu perfino provveduto alla protezione dei pochi esemplari di stambecchi rimasti nel parco del Gran Paradiso, mediante un servizio di guardia caccia." (Franz Elter – memoriale  3).

“Viene attrezzata un’officina per riparare le armi, vi si costruiranno anche delle mine, denominate V2, e degli sten. Sono indette elezioni per la nomina dell’amministrazione comunale…” (R.Nicco, op.cit). “Alla COGNE si poteva costruire qualche Sten ma non le munizioni che erano molto scarse (alla battaglia della presa io avevo 6 caricatori!). Credo che in occasione della visita alleata sia stato concordato un lancio di armi. Pochi giorni dopo fui mandato con altri 5 partigiani a Peradza, dove dovevamo aspettare il lancio accendendo i classici tre fuochi a triangolo. Aspettammo inutilmente per una settimana! Gli alleati pensarono evidentemente che fosse meglio aspettare la fine di ottobre, quando ormai nevicava, per farci sapere che potevamo andare a prenderci le armi in Francia. A proposito del trasporto armi vorrei ricordare Gratton (ex portatore, morto di stenti dopo la guerra) che, sorpreso dai fascisti mentre cercava di tornare a Cogne, è stato deportato a Mathausen. (Una volta che gli avevo chiesto del campo di sterminio, mi aveva detto: “Il mangiare non era tanto buono!”)” (testimonianza di Piero Elter).

Il fratello di Aurora, Emilio Martinetto, classe 1919, entrato quasi bambino allo spaccio della COGNE, a servizio a casa Elter per qualche tempo, fu richiamato nel ‘40 alla dichiarazione di guerra e spedito in artiglieria di montagna sul Piccolo San Bernardo  e successivamente in Jugoslavia. Al ritorno entrò alla COGNE in officina, e ha sempre lavorato di precisione al tornio nel suo laboratorio. Era un uomo alto,  bellissimo, che ricordava Burt Lancaster. “…A Cogne c’erano pochi fascisti, come un certo Canu, che ha denunciato ai tedeschi dove nascondevamo le armi; noi costruivamo gli sten e i parabellum in officina, con la canna lunga così…Io lavoravo dalle cinque all’una, costruivo bombe da portare giù a St.Pierre;  facevamo una scanalatura larga un centimetro, che potesse disintegrarsi…L’avevamo provata su a Valnontey, era formidabile… Abbiamo avuto delle spie, sì. C’era Césarion del Bellevue e c’erano i fascisti da lui, e lui ascoltava tutto quello che dicevano; aveva fatto un buco in cantina e andava a ascoltare; ha rischiato grosso. Una signora (non dico il nome per rispetto dei famigliari) ha fatto la spia, lui andava a raccontarle tutto …I fascisti l’hanno mandato a chiamare: “Ci dicono che tu sei un rosso, un comunista.” E lui ha detto: “Ma cosa volete… la gente parla, solo perché sono uno che non va tanto in chiesa, fan che dire, che sono comunista! Non sono uno di chiesa, ecco tutto.” Così si è salvato…”.

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La Repubblica Partigiana di Cogne – 3 –

E naturalmente c’era Dudo, quel Giulio Dolchi indimenticabile e esemplare, che tutti hanno conosciuto. Segretario del PCI e sindaco di Aosta, diventò anche Presidente del Consiglio e Presidente mondiale delle città gemellate dopo la guerra. A Cogne dirigeva la radio e apriva le trasmissioni con la celebre frase: “Puisque nous poussions dire demain notre parole”. Orsetta Elter aveva allora tredici anni: “…Lì alla sera c’era la trasmissione della radio.. Io mi arrampicavo da fuori sulla finestra e da lì vedevo e sentivo tutto. Pierino Vuillermoz faceva suonare una grossa campana delle mucche e poi Dudo, con la sua voce squillante diceva: “Allò, allò, ici radio Vallée d’Aoste libre, pour que nous pouissions dire demain notre parole. Soldati della Repubblica, la nostra vittoria è prossima e certa, ripetiamo, prossima e certa! Se volete salvare da condanna sicura la vostra vita, presentatevi armati ai nostri posti di blocco prima che sia troppo tardi”.

Pierino e Cretier cantavano Meleyie e qualche volta Montagnes valdotaines. Poi Pierino suonava di nuovo la campana e la trasmissione era finita… Avrei da raccontare un’infinità di eventi e di persone…I cecoslovacchi coi cavalli, la dolcezza di Plik, il sorriso di Dudo, la timidezza di Mario Bechaz, Ottoz coi suoi “ottoz uomoz”, il Biondo, Gaddo (Walter Fillak), Caracciolo che mi pareva vecchissimo e pieno di saggezza, il moschetto di Piero, che una volta mi ha prestato – scarico – perché gli avevo fatto il piacere di andargli a comprare delle pere; io ero andata in paese tutta gongolante con quel moschetto e Mihailovitch, che faceva il cuoco per i partigiani alla casa dei Francesi, mi aveva sgridata, aveva detto: “Non c’è niente di più brutto che bambini con le armi!”.

Furono indette libere elezioni, e per questo scopo vennero convocati i capifamiglia del paese, che elessero un sindaco, Francesco David. Venne stampato un giornale, il Patriota, che fu diretto da Giulio Einaudi e da Saverio Tutino. C’era anche una situazione molto conflittuale tra orientamenti politici diversi, che alimentò una discussione permanente, a tratti anche aspra, ma certo più vitale del lungo sonno armato fascista.

In paese, il privilegio degli esoneri dal servizio militare, il famoso Foglio di Congedo Illimitato, grazie alla Miniera e all’Acciaieria di Aosta, faceva sentire la guerra più lontana e questo sicuramente aveva contribuito al sentimento comune di fastidio se non di vera e propria diffidenza, degli abitanti, verso l’occupazione partigiana. In aggiunta al fatto che quattrocento persone in più, forestieri  e improduttivi, in un paese di duemila abitanti, aveva creato indubbiamente un  impatto pesante sulla comunità. I vari "gruppi" si erano infine installati nei vari alberghi. Il Comando in una Villa privata. Per tre mesi, nell’estate del ’44 il paese fu preso praticamente in ostaggio, mentre l’attività mineraria continuava la sua produzione.

Ben presto diminuirono le scorte, accumulate nei magazzini della miniera .  Perciò si dovette procedere a una serie di espropri, di latte, formaggio, carne, che venivano retribuiti, ma rimanevano comunque degli espropri. Questo soprattutto aveva aumentato l’ostilità verso i partigiani. Solo gli operai e i minatori simpatizzavano e collaboravano con loro, e i pochi abitanti che erano stati in guerra. E sapevano. Il 6 settembre morì Giorgio Elter durante un’azione al posto di blocco fascista del Pont Suaz. La banda Arturo Verraz prese il suo nome. Dopo settant’anni di relativa democrazia, di relativa libertà, è difficile comprendere l’enormità di ciò che accadeva a Cogne, un pezzetto di Italia liberata dalla dittatura, un paese “autogestito”, grazie alla risorsa della Miniera e alla lungimiranza  dei suoi dirigenti, grazie agli incontri del caso.

Un paese governato in modo democratico da persone di provenienze le più disparate sia a livello sociale, sia geografico, in prevalenza giovanissimi, con l’entusiasmo e la generosità dei vent’anni, nati e vissuti in regime dittatoriale sotto il fascismo, le famiglie – borghesi – degli sfollati, gli operai della miniera, accanto ai cogneins, che a quella miniera dovevano la propria salvezza, come era già avvenuto in passato, in quell’altra miracolosa stagione determinata dal dottor Grappein. E non bisogna dimenticare la partecipazione attiva delle donne nella Resistenza, una partecipazione senza precedenti. Tutto finì il 2 novembre con la famosa battaglia di Cogne. I partigiani erano poco equipaggiati.

Gli alleati avevano tardato molto a inviare i rifornimenti di armi e munizioni promessi (un ritardo intenzionale?). Certo quando i cogneins poterono organizzarsi per andare a prendere le armi in Francia si era già in ottobre e già cominciava a nevicare. Non solo partigiani e operai, ma la più parte della popolazione civile si organizzò in squadre per questo compito. Lo ricorda Attilio Burland, un cognein nato in Francia. A Parigi abitava nel 3°arrondissement in rue Brocard 119 , la cosiddetta “via dei Cogneins”: “…tra il 119 e il 121 eravamo cinquanta!”.

Venuto a Cogne per la prima volta a quindici anni e subito spedito a Colonna… Aveva lasciato la scuola a quattordici anni e aveva lavorato in una delle più importanti tipografie di Francia che si chiamava La Grave:  “Partivo da Parigi dove lavoravo in camicia bianca per venire a spostare delle benne a Colonna! Puoi ben immaginare… una differenza enorme!”. Da Colonna guardava il Monte Bianco sognando un giorno di ritornare a Parigi. “…Poi sono arrivati i partigiani. Nel momento vero e proprio dei partigiani di Cogneins non ce n’erano, perché i cogneins lavoravano; quando poi c’è stato bisogno, allora non si sono tirati indietro… Nell’autunno del ’44 c’era la neve, e bisognava andare a prendere le armi in Francia; avevano organizzato dei gruppi di portatori, che si sono poi scaglionati da qui alla val d’Isère. In quel momento in molti hanno dato una mano. Tutti i portatori erano di Cogne… C’era una squadra che andava in Valsavaranche, un’altra partiva da lì, da Pont e andava al Col di Galisia a prendere le armi e a portarle alla squadra che da Pont ritornava qui. C’era una rotazione…”

“L’organizzazione di cui parla Burland non è però entrata in funzione. Purtroppo i partigiani hanno dovuto sgomberare Cogne (soprattutto per l’esaurimento delle munizioni) prima dell’arrivo delle armi. Mario Bechaz mi raccontava che avevano incontrato la corvée fra il Nivolet e la Galisia e avevano deciso di andare egualmente in Francia pensando di poter ritornare rapidamente in Italia con le armi. Purtroppo non fu così perché i francesi li internarono appena arrivati in Francia. Solo pochi (fra cui Mario Bechaz) poterono tornare più tardi (inverno e primavera ’45) per azioni di commandos in Valle d’Aosta, mentre altri poterono raggiungere le valli piemontesi. Aggiungo ancora che oltre ai Cogneins erano andati in Francia anche molti partigiani che mancavano perciò al momento dell’attacco del 2 novembre, fra cui Dulo.(Giulio Ourlaz)” (testimonianza di Piero Elter). Si arrivò alla “battaglia di Cogne”; i nazifascisti che salirono per sgombrare Cogne il 2 novembre 1944 erano un migliaio ben armati. Erano favoriti da uno spesso nebbione e dalla neve. Data la differenza di mezzi e di uomini, i militi riuscirono a risalire la stretta vallata fino a Vieyes mentre i partigiani scelsero di attestare la difesa nel punto più stretto della strada, in località La Presa, circondata da alti bastioni di roccia. Allora quel tedesco disertore, Herzberg in bicicletta, scese fino al ponte di Chevril e lo fece saltare.

I resti del ponte di Chevril sono crollati nel dicembre 2010; fino ad allora erano  visibili, vicino a quello nuovo. Grazie a questa azione i nazifascisti dovettero abbandonare gli armamenti pesanti. Poco dopo, per un attimo si alzò la nebbia come una tenda. I partigiani attestati sui bastioni di roccia ebbero la visione nitida dell’esercito che stava avanzando lungo la gola e spararono, ininterrottamente, dalle 14,30 fino a sera. Durante la battaglia, durata tutto il giorno, solo un ragazzo della banda era stato leggermente ferito mentre i militi si erano ritirati velocemente lasciandosi dietro, zaini, armi, viveri e numerose vittime. Nonostante la vittoria, il Comando decise l’evacuazione con la certezza che il secondo attacco sarebbe stato fatale. Parte della popolazione civile di Cogne aveva già abbandonato le case dal mattino presto e la sera stessa una colonna di uomini e donne lasciò Cogne per una lunga marcia verso la Val d’Isère. “In qualità di Direttore della miniera della COGNE ho ritenuto mio dovere di resistere alle direttive collaborazioniste dall’8 settembre ’43 in poi. Ho agito dapprima con molta prudenza, perché un arresto improvviso della produzione mineraria avrebbe provocato probabilmente la graduale asportazione degli impianti e la deportazione della mano d’opera… Durante il periodo dell’occupazione di Cogne da parte delle truppe partigiane ho cercato di contribuire con tutte le mie forze perché queste fossero fornite di viveri dai magazzini della miniera, di esplosivi, di indumenti, eccetera. Fu anche iniziata con successo la fabbricazione di bombe ad alto potenziale e di fucili mitragliatori. Detti inoltre la mia collaborazione tecnica e partecipai ad atti di sabotaggio della ferrovia in fondo valle. Le interruzioni frequenti di ponti e della linea ferroviaria riuscirono opportune e solo una minima parte della produzione siderurgica di Aosta poté essere esportata mentre 40.000 tonnellate di acciaio rimasero sui piazzali di Aosta… Due dei miei figli hanno combattuto con l’esercito partigiano. Uno di essi cadde in combattimento il 6 settembre 1944 per la causa dell’umanità e della libertà della patria… (Franz Elter, memoriale numero due, n.p.). Nonostante il fine comune della Liberazione dal nazifascismo, il movimento partigiano della Resistenza non fu mai veramente unito e concorde, al contrario fu attraversato anche da momenti di confronto molto aspri e conflittuali. Il germe della società democratica pluralista stava prendendo vita così, tra le montagne.

fine

Sabotaggio alle linee telefoniche

Sabotaggio alle linee telefoniche

di Alessandro Bargellini, 26-12-2005 .

Questa storia si svolge nel comune di Firenze.

Dai mesi aprile-maggio ’44 a seguito di disposizioni comunali ma, in realtà, da ordini del comando germanico di zona sito in Ponte a Ema, è richiesto a molti abitanti di via delle Cinque Vie in località Pian d’Ema un servizio di vigilanza alla rete telefonica tedesca che attraversa il Ponte a Ema.
Tra questi Arturo Labardi (nato al Galluzzo il 23/9/1883, contadino, coniugato), con i figli Ernesto e Giulio ed Attilio Marucelli (nato a Rignano sull’Arno il 27/9/1896, bracciante agricolo, coniugato) che devono controllare un tratto campestre fiancheggiante la via delle Cinque Vie.

Intorno al mezzogiorno del 30/6/1944 Ottavina Tucci, moglie del Marucelli, viene a sapere che nel tratto sorvegliato dal marito e dal Labardi, precisamente nel tratto compreso tra i civici 72 e 74, è stato tagliato il cavo telefonico e che i tedeschi sono gia presenti sul luogo da mezz’ora. Subito lo raggiunge e questi cerca di rassicurarla, dicendo di non preoccuparsi.
Anche Ernesto Labardi, verso le 13.00, è messo a conoscenza di quanto è accaduto ed anche lui si porta alla ricerca del padre.
Dopo aver riattivato la linea, i tedeschi prendono il Marucelli e con una macchina lo conducono al loro Comando di Ponte a Ema. Sono tre militari di cui uno, con i gradi di maresciallo, che parla italiano e, sembra, con cadenza fiorentina.

Il giovane Labardi ritorna alla propria abitazione, ma poco dopo vi giunge un’auto tedesca che chiede di Arturo Labardi. La moglie, Rosa Azzurrini, gli dice che il marito è ancora sul luogo del sabotaggio ed allora i soldati se ne vanno.

Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, intorno alle ore 14:00, l’uomo fa ritorno verso casa accompagnato però da sei soldati germanici, tra cui il maresciallo più sopra citato. La moglie gli si sta facendo incontro quando gli viene perentoriamente ordinato di allontanarsi. Appena fatti pochi passi sente una raffica di arma automatica ed allora torna indietro: presso una siepe, nel luogo dove è stato trovato tagliato il cavo giace, riverso sull’erba, il corpo del Marucelli con accanto quello del Labardi. Sono stati fucilati alle spalle dal maresciallo che ha sparato un intero caricatore di mitra dopo avergli ordinato di portarsi verso il luogo del sabotaggio.

La raffica è udita anche da Ernesto Labardi che presagisce qualcosa di estremamente drammatico e solo dopo che l’auto tedesca se ne è andata accorre sul luogo dove ha lasciato il padre. Ha così modo di vedere quale triste sorte è toccata all’incolpevole genitore ed al suo compagno di sventura.

Dopo poco il sottufficiale comunica a Sarino Vitali, abitante la Villa del Vecchio al civico 72 e che è stato testimone di quest’atto infame, di recarsi al Comune per chiedere il carro funebre per il trasporto dei "due delinquenti".

I cadaveri verranno rimossi solo in serata, alle 18:00 circa, e poi sepolti nel cimitero di San Felice a Ema. I due guardafili fucilati saranno sostituiti per una decina di giorni dai fratelli Ernesto e Giulio Labardi, figli di una delle vittime.

Da una lettera di don Fosco Martinelli, priore di Santa Margherita a Montici, indirizzata al Cardinale Elia Dalla Costa si apprende un particolare di un certo rilievo. Al momento del sabotaggio del cavo (di cui s’ignorano i responsabili) doveva svolgere le mansioni di guardafili un ragazzo, tale Mariotti, in sostituzione dell’assente Arturo Labardi.

Il giovane sarebbe stato condotto con la madre ed il Marucelli al Comando tedesco a Grassina per ritornare poi tutti insieme alle 14:30. Il Mariotti e la donna sarebbero stati mandati a casa e contemporaneamente veniva chiamato il Labardi. Il resto come abbiamo detto finora.

Attilio Marucelli è ora tumulato nel Sacrario dei caduti partigiani del cimitero della Misericordia di Rifredi.

Marisa Musu “Rosa” straordinaria partigiana

Una straordinaria partigiana
Quando Marisa Musu, “Rosa” andava all’attacco con la pistola in pugno con i GAP di Franco Calamandrei per le strade di Roma occupata
di Maurizio Orrù

È doveroso, anzi utile, dedicare una particolare attenzione alla partecipazione delle donne contro la barbarie nazifasciste. Oggi, la storiografia rivaluta e approfondisce l’universo femminile impegnato in quel contesto storico-politico. Partendo da questi presupposti, un posto importante è rappresentato dalla storia personale e politica di Marisa Musu, ovvero la vita di una donna partigiana, con salde radici antifasciste e libertarie, la quale ha dato prova di coraggio e temerarietà. Altri tempi. Marisa Musu (Roma 1925-2002) nasceva da una famiglia sarda con passioni antifasciste. In una intervista che aveva rilasciato al giornalista Sandro Portelli, affermava:
«(…) Sono stata educata nella famiglia di una coppia sarda antifascista, perché mia madre veniva da una militanza molto attiva nel partito repubblicano, quindi libertà, democrazia. … Di carattere sono stata sempre una ragazzina molto concreta, ho fatto giochi di maschiacci, stavo sempre nelle bande dei ragazzi, essendo giovanissima, mi interessava l’azione. È con loro, che veramente facevano la lotta al fascismo con cose concrete – dalla cospirazione, al volantino, erano comunisti – che appena ho potuto sono entrata in contatto» ( Nel nome di Rosa, una adolescenza partigiana Forse era insito nel DNA della famiglia Musu, combattere le ingiustizie e le prevaricazioni sociali e politiche.
Il suo percorso scolastico inizia con il conseguimento della maturità classica e la successiva iscrizione alla Facoltà di Fisica presso l’Università di Roma. A 16 anni, Marisa Musu entrava nell’organizzazione clandestina del PCI in compagnia di Adele Maria Jemolo, la futura moglie di Lucio Lombardo Radice.
In quel torno di tempo, imperava sovrano il fascismo, ovvero la rappresentazione politica, culturale e ideologica “del male assoluto”. Marisa combatté nei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) con il suggestivo nome di battaglia di “Rosa”, ricoprendo il grado di tenente. Questa formazione politico-militare era coordinata e diretta da Franco Calamandrei. Ad essa aderivano: Franco Ferri, Carlo Salinari, Pasquale Balsamo, Luigi Pintor, Lucia Ottobrini, Mario Fiorentini, Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Numerose e significative le azioni antifasciste che vedevano protagonista “Rosa”. Tra le tante, ricordiamo il leggendario attacco del 23 marzo 1944, allorché un gruppo di gappisti, al passaggio di una robusta colonna di militari tedeschi, che attraversava il centro di Roma, in via Rasella, faceva esplodere una bomba. L’effetto fu disastroso e micidiale. Morirono 33 tedeschi. Un centinaio i feriti. La risposta militare nazista fu feroce e atroce. Per rappresaglia 335 italiani furono prelevati dalle carceri di via Locullo, Regina Coeli e via Tasso, e trucidati alle Fosse Ardeatine. Questa azione militare tedesca rimaneva (e rimane), nella coscienza collettiva nazionale antifascista, una barbarie senza precedenti.
L’audacia e il coraggio delle gappiste, era una delle loro caratteristiche. A questo proposito illuminante, l’intervento di Nori Brambilla Pesce: «(…) le gappiste svolgevano un servizio attivissimo d’informazione, di approvvigionamenti, d’infermeria, ed anche una specifica attività militare, non solo studiando le abitudini di fascisti e nazisti, i particolari topografici di un posto, fornivano ai gappisti elementi indispensabili per elaborare un piano di attacco, e spesso partecipavano direttamente alle azioni armate.
Nei compiti che svolgevano, non si scostavano molto da quelli degli uomini, ma a differenza di questi, era loro preciso impegno il trasporto delle armi. (…) furono numerose. Come quelle che parteciparono a Bologna alla battaglia a Porta Lame. Per tutte vorrei ricordare Carla Capponi e Marisa Musu, che parteciparono a Roma, all’azione di via Rasella»
Nel dopoguerra, Marisa Musu, continuava il suo impegno politico nelle file del PCI. Collaborando con Enrico Berlinguer, dirigente della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). Lei aveva una passione politica e ideologica del “suo Pci”, ovvero di essere orgogliosamente comunista. Infatti nel suo testamento aveva scritto: «non passate sotto silenzio che sono stata comunista dal lontano 1942». Oggi questi ideali e aspirazioni delle vecchia generazione comunista, come quella rappresentata da Marisa Musu, si sono perduti e affievolite con il tempo.
Marisa ricopriva importanti e significativi incarichi nel Comitato Centrale del PCI ma non solo; professionalmente è stata una valente giornalista, e come inviata a Pechino, in Vietnam e a Praga, per conto di Paese Sera e l’Unità.
Marisa Musu è stata sempre in prima fila nell’associazionismo nazionale e internazionale, ricoprendo importanti e significativi ruoli. È stata una valente dirigente nazionale dell’ANPI e vicepresidente della medesima organizzazione del provinciale di Roma come importante e degno di considerazione è stato il suo ruolo (con Gianni Rodari) nel Coordinamento dei Genitori Democratici, l’associazione che ha l’obiettivo di una scuola impregnata dei valori riconducibili alla democrazia laica e antifascista.
Per un lungo tempo, Marisa Musu, è stata anche una valente consigliere comunale del PCI a Roma. In questa veste di amministratore comunale della sua città, ricorda: «(….) sono stata travolta da questa attività straordinaria che era un partito comunista a Roma, che sorgeva nelle borgate, nei quartieri popolari, donne straordinarie, e mi dovevo occupare del fatto che loro volevano che il prezzo del pane diminuisse, che il loro figlio lavorasse, volevano la fontanelle nelle borgate. Roma io l’ho amata moltissimo non durante la Resistenza, ma subito dopo, quando ho scoperto questa Roma straordinaria, incredibile per me, affascinante Trastevere, Testaccio, Pietralata, Tiburtino. Perché era una città straordinaria, piena di volontà di vivere, di cambiare, di uscire dall’ignoranza. Una grande città. (…)».
Dopo la Liberazione, Marisa Musu ha ricevuto la Medaglia d’Argento al valor militare per il ruolo attivo e pregnante che ha avuto nelle file della Resistenza italiana.Marisa Musu moriva a Roma il 3 novembre 2002, all’età di 77 anni.
Rileggendo alcuni articoli giornalistici a ricordo di “Rosa”, segnaliamo quello del giornalista Silvio Cinque «(…) tanta gente alla protomoteca del Campidoglio giovedì mattina a portare l’ultimo saluto a Marisa Musu che giovane diciottenne partecipò all’azione dei Gap di via Rasella. Da allora la sua vita è stata, come hanno ricordato in diversi, “dalla parte”, schierata senza tentennamenti e indecisioni con tenacia silenziosa e spesso invisibile (…)
di Lei ricordo l’impegno fino a lunedì scorso in piazza Vittorio contro il razzismo e il neonazismo, in difesa dei migranti e della democrazia». Anche l’Unità ricordava “Rosa”: «(…) Ora, Marisa Musu, “la comunista irrequieta” è morta a 77 anni, dopo una breve malattia contro la quale aveva, come al solito, lottato con grande ottimismo e con straordinaria tenacia. Ma questa volta, la sconfitta era in attesa dietro l’angolo e Marisa non avrebbe vinto neanche con la pistola in pugno come, invece, aveva fatto tante volte durante la resistenza a Roma.(…)».La storia personale e politica di Marisa Musu, dovrebbe avere maggiore visibilità e maggiore spazio nella pubblicistica scolastica, a volte carenti e insufficienti in tematiche antifasciste resistenziali, le quali sono spesso assenti nella cultura collettiva delle nuove generazioni, fuorviate da distrazioni e ritmi di vita lontani da una “sana e rigorosa cultura democratica e antifascista”. Sarebbe importante che ogni comunità dedicasse la propria toponomastica a coloro che rappresentano il ricordo collettivo democratico e antifascista. Marisa Musu nel corso della sua vita, ha scritto tre libri: “La ragazza di via Orazio ”, “Roma ribelle (con la collaborazione del marito Ennio Polito) e “La prima Intifada”.
Tratto da
Patria Indipendente

ANPI | Associazione Nazionale Partigiani d'Italia