Orazio Barbieri

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I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

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ORAZIO BARBIERI

Orazio Barbieri è nato a Firenze il 10 novembre 1909. Membro dal 1927 del PCd1, fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale che, nel 1930, lo condannò soltanto ad un anno di carcere in considerazione della minore età. Durante la Resistenza fu responsabile della stampa clandestina (fu redattore capo de L’Azione Comunista) e membro della delegazione toscana del comando delle « Brigate Garibaldi ». Dopo la Liberazione fu nominato dal CTLN Commissario all’Alimentazione. Nel dopoguerra ha fatto parte del gruppo dirigente della Federazione Comunista di Firenze; deputato al Parlamento dal 1948 al 1963 e sindaco di Scandicci dal 1964 al 1975. t autore di alcuni volumi sulla Resistenza, tra i quali ricordiamo Ponti sull’Arno (Roma 1950). È presidente della Fiorentina Gas ed è membro della Commissione regionale di Controllo del PCI.

Scrivere oggi sui fatti della Resistenza, dei pensieri, degli entusiasmi e delle paure personali di quel tempo richiede uno sforzo di memoria non indifferente, almeno elle non si vogliano ricostruire attraverso i documenti dell’epoca. Ma questo è compito che tocca agli storici, non hai testimoni. Personalmente preferisco affidarmi alla memoria, anche se così si corre il pericolo della soggettività.

Sono ricordi di tempi lontani, ma non è difficile, per chi ha vissuto con passione quei tempi, far riemergere figure, fatti, ambienti e le speranze che sorressero quell’impegno e quei sacrifici. Ricordi non seppelliti nel profondo della coscienza, non sbiaditi nei contorni, per chi ha continuato a custodire, non soltanto la memoria dei fatti, ma gli ideali, le convenzioni politiche di una stagione che considera la più nobile della storia d’Italia e la più bella della propria vita.

Personalmente ritengo la riflessione su queste memorie non inutile, perché si tratta di ripensare alle nostre seconde radici. Livorno, la III Internazionale, Gramsci furono i semi, ma le radici dei comunisti italiani, in profondità, fra il popolo ,italiano sono cresciute nella Resistenza, così come la coscienza nazionale del popolo si è svegliata nella Resistenza.

Il problema è di cercare come rendere utili queste testimonianze; non per insegnare, ma per suscitare una riflessione critica nelle nuove generazioni che vogliono andare avanti, non su una strada già definita da allora, ma da aprire nella realtà di oggi.

In quel tempo lottarono sopra tutto uomini che non avevano conosciuto le libertà borghesi, ma anche uomini con un limite culturale che pur avendole conosciute non le avevano apprezzate, anche perché la classe che se ne fece paladina le aveva tradite,

Perciò l’obbiettivo era soprattutto quello di liberarsi dall’oppressione fascista e nazista, con uno slancio e uno spirito di sacrificio senza misura. I comunisti lo fecero con vigore senza pari, convinti di aprire anche una strada al socialismo.

Il contributo che i comunisti fiorentini hanno dato alla Resistenza, alla liberazione e quindi alla ricostruzione della città e della Toscana, non esito a definirlo decisivo, architrave di tutti i contributi, che furono tanti e di diverse parti, per l’esito vittorioso di quella lotta.

Ricordo il fervore, le ingenuità e le ansietà dei giorni immediatamente precedenti 1’8 Settembre 1943: dall’esultanza per la caduta del fascismo alle prime riunioni, i primi comunicati, i timidi e difficili incontri coi « rappresentanti » degli altri partiti, appena nati e la vice possente della classe operaia delle fabbriche. Ma dopo l’arrivo a Firenze delle colonne corrazzate dell’Afrikan Korps, colar kaki, transitanti nel Lungarno, e l’occupazione poi dei punti strategici di Firenze, sulla città calò una cappa di piombo e tutte le attività pubbliche dei partiti e dei sindacati, che appena si erano affacciati alla luce durante i 40 giorni badogliani, si arrestarono e si congelarono.

Il giornale « La Nazione » che, a seguito delle pressioni del Comitato delle Opposizioni, aveva pubblicato qualche comunicato ed ospitato articoli di alcune personalità democratiche, pubblicava, dopo 1’8 Settembre, soltanto i comunicati e i bandi dei tedeschi.

Difficile era giungere ad una presa di posizione unitaria, energica, dei partiti nel Comitato delle Opposizioni (come allora si chiamava). Ricordo come l’autorità, le capacità di mediazione di Giulio Montelatici, primo rappresentante del PCI, spronato da Giuseppe Rossi, riuscirono ad ottenere soltanto un o.d.g. in difesa della libertà e della pace, ma la resistenza delle forze moderate non consentì di approvare un appello al popolo per la lotta contro i tedeschi.

Il generale comandante del Corpo di Armata Chiappi Ermellini, nella sua sede di Piazza S. Marco, prometteva interventi, ma non assumeva impegni, anzi rifiutava l’appoggio popolare che il Comitato interpartitico gli offriva. Cosi come avvenne a livello nazionale, non fu possibile organizzare una resistenza delle forze armate e del popolo, dopo la fuga del re e dei generali. In quelle condizioni bisognava ricominciare tutto da capo.

Soltanto i comunisti ebbero la capacità e il coraggio di un’analisi realistica della situazione; Rossi previde subito una rapida totale occupazione da parte dei tedeschi e gli effetti dei rigurgiti fascisti. Di qui la necessità di mantenere la struttura clandestina del partito, di lavorare senza scoprirsi troppo e di organizzare anche la Resistenza.

Non ho mai dimenticato e non dimenticherò mai il contributo che Giuseppe Rossi, rientrato a Firenze nella terza decade di agosto, dette in quei giorni di fine estate, ma sempre torridi, nei quali era facile cadere, come molti altri caddero, nello smarrimento. Si sa che verso la fine dei 40 giorni badogliani erano tornati in libertà dalla galera e dal confino molti provati comunisti: Mario Fabiani, Renato Bitossi, Alessandro Sinigaglia, Alessandro Pieri, Amleto Settesoldi, Cesare Collini, Guido Mazzoni, Ugo Corsi.

Con essi, in modo più o meno organico, in quei giorni, avevano stabilito rapporti, quelli di noi che, in libertà, già operavano a Firenze. Quella provenienza poteva presentare diversità di orientamenti e di metodi di lavoro: molti di quelli provenienti dal carcere freschi di studi teorici e molto ideologizzati; quelli operanti sul posto, inseriti nel tessuto locale, più legati all’ambiente, ai problemi sociali, alla psicologia locale e più pronti per i problemi concreti.

Ritengo potere affermare che, pur non mancando le differenziazioni, esse non costituirono un ostacolo grave, anzi per molti aspetti le attitudini e le esperienze si integrarono in una fraterna collaborazione. Basti pensare ad esempio al fatto che gran parte di quelli liberati dal carcere dovettero rientrare in clandestinità e difficilmente avrebbero potuto cavarsela senza l’aiuto della rete di conoscenze che avevano i compagni di Firenze.

Ma su tutti presto spiccò la personalità di Giuseppe Rossi, non soltanto perché inviato dalla Direzione del PCI, il quale pur avendo anch’egli condotto studi teorici, frequentato corsi di partito a Mosca, aveva capacità di analisi, di capire i compagni — e non soltanto i compagni ; una capacità di sintesi, unita ad una grande fermezza e umanità.

Giuseppe Rossi prese in mano l’organizzazione del partito, costituì un gruppo dirigente ristretto, articolato su gruppi di lavoro differenziati, a compartimenti stagni, per ragioni di sicurezza. Inizialmente questi criteri organizzativi erano un pò approssimativi, ma poi, palesandosi l’inevitabilità di una lotta lunga e a seguito dell’inasprirsi degli scontri, quello schema si consolidò.

Giuseppe Rossi fu comunque il dirigente, il coordinatore di tutto, ed anche con suo grande rischio perché, pur tenendo rapporti separati, quei rapporti li teneva personal- mente, anche a livello regionale.

Lo schema press’a poco era questo: attraverso Giulio Montelatici, Gianfranco Museo e Marco De Simone indirizzava la nostra posizione nel CTNL (prima di farne parte lui stesso); attraverso Mario Fabiani e Alfredo Manzoni dirigeva il lavoro sindacale, specialmente attivo nelle fabbriche; attraverso Alessandro Sinigaglia, Gino Taglíaferri e Luigi Gaiani dirigeva il lavoro militare (sia la, nostra posizione nel Comitato militare unitario, che poi sarà il Comando Marte, sia quello verso le formazioni partigiane Garibaldi); attraverso me, Romano Bilenchi e Fosco Frizzi dirigeva il lavoro di propaganda e di stampa.

Fin dall’inizio di quella nuova e più pericolosa clandestinità noi comunisti fummo avvantaggiati dalla lunga esperienza della clandestinità che, malgrado i colpi terribili del fascismo ci avevano consentito di far sopravvivere una organizzazione ed espletare un’attività che nessun altro partito era stato capace di mettere in atto. E’ pur vero che l’attuazione di severe misure di vigilanza dava una certa rigidità al nostro lavoro, ma l’esperienza della Resistenza, fra il Settembre del 1943 e l’Agosto del 1944, dimostrerà che le perdite sofferte, seppure gravi e dolorose, saranno sempre limitate, rispetto all’enorme attività militare, politica, di propaganda, sindacale nelle fabbriche e nelle campagne, militare nelle formazioni partigiane, nei GAP e nelle SAP, che andammo a svolgere.

Pur mantenendo stretti rapporti con Rossi e Montelatici e qualche volta con Piero Montagnani, Pietro Roncagli e poi con Francesco Leone e Antonio Roasio (allora Silvati), quindi col centro del gruppo dirigente politico, io ebbi l’incarico specifico di tutta la stampa, compresa l’organizzazione pratica. Mi occupai infatti non soltanto di raccogliere articoli, notizie e di scrivere, ma anche di stampare e organizzare la distribuzione della stampa; restando varie ore del giorno e della notte nella tipografia. In quella tipografia, assai attrezzata, vi passarono varie ore del giorno, insieme a me, e più di me, per 12 mesi, Leonardo Arrighi (« Leone »), Bindo Maccanti, i fratelli Aldo e Dino Dugini, Arrigo Aiazzi, Bruno Biondi.

Racconterò quindi quale fu la nostra attività nel settore dell’informazione e del ruolo che essa ebbe nell’orientamento e nella mobilitazione della masse. Non a caso il Comando tedesco il 15 Settembre a Firenze aveva proclamato la pena di morte per chi stampava e diffondeva manifesti.

Per svolgere quell’attività, secondo le direttive di Rossi, io conservai il posto all’Ospedale di S. Giovanni di Dio. Era quella una posizione privilegiata che mi consentiva per certi versi un punto di osservazione importante, sia sulle mosse dei fascisti feriti, sia per assistere compagni malati o feriti. Ma soprattutto mi fu utile perché nei locali sotterranei dell’ospedale custodivo materiale dattiloscritto ed anche grande quantità di materiale stampato (e talvolta anche armi). Inoltre di lì potevo telefonare con una certa sicurezza ovunque, per mantenere collegamenti clandestini: Tavarnelle, Scandicci, S. Giovanni Valdarno, Peretola e Bronzi.

Quella mia attività, più o meno intuita dal Direttore dell’ospedale Prof. Giovanni Cavina, dai dottori Marcello Degl’Innocenti e Luigi Filippelli, da Marino Masi e da altri fu benevolmente tollerata.

La prima uscita fu quella clamorosa con il numero de « L’Azione Comunista », il giornale fondato da Spartaco Lavagnini nel 1921. Il giornale era già in preparazione dai primi di Settembre, dedicato anche al ricordo di Spartaco. Ma gli eventi precipitarono e non fu possibile renderlo attuale ricomponendo tutto, dato che non con la linotype si componeva il testo, ma coi caratteri mobili, a mano. Dovemmo quindi mantenere gran parte dei testi composti, del testo incentrato sulla richiesta di pace e di lotta al fascismo inserendo nell’occasione un pezzo su due colonne larghe (il giornale era composto su tre colonne) dal titolo: « La pace reclamata dal popolo è stata ottenuta! », coi sommarietto « La pressione del popolo italiano ha obbligato il governo di Badoglio a chiedere l’armistizio ». Lo scopo di quell’articolo era chiaro: far prendere coscienza al popolo che con la lotta si possono ottenere risultati. Un’altra uscita fu quella di un grande lancio di manifestini, intorno ai primi di Ottobre.

I partiti antifascisti avevano cominciato ad incontrarsi organicamente, a seguito delle richieste del PCI e del Pd’A, e ad assumere posizioni più ferme verso gli occupanti la città e verso le prime apparizioni dei resuscitati fascisti.

Quelle posizioni unitarie e gli inviti alla lotta, quando vi erano, non avrebbero avuto la necessaria diffusione perché il CTLN non disponeva di un suo organo di stampa e gli stessi partiti ne erano ancora privi, si che il messaggio non sarebbe giunto ai destinatari: ai lavoratori e ai cittadini.

Va tenuto presente inoltre che gli stessi tedeschi, preoccupati di non provocare la sollevazione popolare e ancor più di impedire che essa si unisse ad una eventuale resistenza delle poche forze armate, operavano in modo da far credere di volere una riconciliazione, volevano evitare l’esaltazione del fascismo che sapevano essere screditato e per un pò di tempo tennero a freno anche gli istinti vendicativi dei fascisti. Comunque i tedeschi volevano lasciare ai fascisti la responsabilità. Giunsero perfino a proporre « Comitati di pacificazione ». Insomma ai tedeschi interessava che tutto restasse calmo, che i fiorentini si facessero i fatti loro per poter, essi, portare a compimento l’occupazione di tutto il paese e poi esercitare un controllo totale su tutte le attività economiche, produttive e sugli organi di informazione.

Dare coscienza dell’insidia e far fallire questo piano era il compito che il PCI a livello nazionale e particolarmente a Firenze si poneva. Di qui la necessità di dare risalto, drammatizzare e diffondere tutti gli appelli alla lotta e ai primi scontri armati. Insomma rompere il muro dell’inerzia, dell’attesa, della rassegnazione.

Il grande lancio di manifestini di cui ho detto rispondeva a questo scopo. Ricordo bene quel manifestino: carta gialla e inchiostro nero, dal titolo « Resistere all’invasore ». Lo stampammo in 20.000 copie nella tipografia di Bindo Marcanti in Via del Palazzo Bruciato di cui più avanti dirò. Furono preparate 9 squadre munite di pentoli, pennelli e colla. Studiati i dettagli dell’operazione disponemmo perché il lavoro di affissione avesse inizio alle 20,30 fino alle 20,55, cioè prima dell’inizio del « coprifuoco », prima delle ore 21. Tutte le squadre operarono disciplinatamente affiggendo i manifestini da Porta a Prato alle Cure e a Porta Romana, al « Bottegone » in Via dei Martelli e al cinema Gambrinus. Soltanto una squadra rientrò più tardi, mettendoci in allarme: era andata ad affiggere i manifestini alla Prefettura!

Questa attività redazionale e di organizzazione la conducemmo fino alla liberazione.

Circa questo contributo del PCI alla Resistenza fiorentina vorrei soffermarmi su due aspetti: il contenuto della stampa e la sua organizzazione.

Sul contenuto vorrei dire che esso si imperniava tutto sulla stretta aderenza alla linea politica del PCI: suscitare la nascita di un sentimento nazionale, di riscatto dell’indipendenza del Paese, di odio contro i tedeschi occupanti e contro i fascisti loro servi e traditori, dare coscienza alla classe operaia del suo ruolo di guida, anche per la difesa delle fabbriche, fare appello a tutti i ceti sociali ,valorizzare al massimo e subito tutti gli scontri coi fascisti per mostrare che anche in Italia era possibile la guerriglia, come in Jugoslavia e altrove (contrariamente a quanto andavano affermando gli « attesisti »), valorizzare i risultati vittoriosi delle forze armate alleate sovietiche, inglesi e americane

Si comprende che questi temi, con varietà di toni, erano svolti con toni enfatici, incitativi, monocordi, con slogan. Tutto girava intorno agli slogans: agire subito, mobilitare tutto per la guerra, morte al tedesco invasore e al fascista traditore, strappare la maschera al capitale finanziario, attesismo insidia da sventare e così via. Il 5, il 14 e il 31 Ottobre stampammo 3 numeri de « L’Unità » con titoli a piena pagina: « Dopo l’esempio di Napoli guerra tra Italia e la Germania », « Italiani alle armi » e « L’Esercito Rosso chiama il popolo italiano alla lotta ».

Coi corrieri del partito da Roma (prima della sua liberazione, poi verranno quelli da Milano, della Direzione del Nord)ci perveniva molto materiale dattiloscritto, su carta velina (di cui conservo ancora alcune copie), addirittura con lo schema di impaginazione e le manchette.

1 testi erano quelli che ho detto, con poca varietà di temi, senza approfondimenti. Quei temi e quei testi erano però indicativi per stampare « L’Unità », e non obbligatori. Ma era chiaro che anche elaborando testi locali l’indirizzo da eseguire era quello.

Noi integravamo i giornali che si stampavano, soprattutto « L’Azione Comunista », con qualche articolo di fondo o di spalla riferiti alla situazione politica, militare e sociale locale. Inoltre, davamo grande spazio al notiziario dalle fabbriche, sulle azioni delle prime bande in collina e poi in montagna, fino alla costituzione delle brigate « Lanciotto », « Sinigaglia », « Gaiani » ed infine alla costituzione della Divisione Garibaldi « Arno » e ai coraggiosi colpi dei GAP che facevano tremare i fascisti.

Su questi temi, cercando un certo equilibrio, nel corso di 12 mesi stampammo vari numeri de « L’Unità », de L’Azione Comunista », « Il Combattente », « La Difesa della donna » (che poi diverrà « Noi Donne »), « Il fronte della gioventù », vari numeri della rivista « La nostra lotta ». Soltanto nella settimana fra il 7 e il 15 Luglio stampammo 2 numeri de « L’Unità », 3 numeri de « L’Azione Comunista », 1 numero de « Il Combattente ». Quasi un giornale al giorno.

La varietà dei temi concreti e la quantità dei manifestini costituivano una vera arma psicologica.

L’estrema concretezza e attualità poteva sembrare perfino abbandonare il carattere di classe del PCI e il suo obbiettivo di realizzare una società socialista, almeno che non lo si deducesse dalla frequente esaltazione dell’Unione Sovietica, cosa che si faceva più per il suo sacrificio e le sue vittorie per abbattere il nazismo, che per le sue realizzazioni interne, che in verità non si conoscevano che approssimativamente.

Ma nella nostra stampa dell’epoca non mancava soltanto la trattazione di problemi ideologici e sociali — per tutto il periodo della Resistenza è stato forse quello in cui il nostro lavoro è stato meno ideologizzato — ma anche di quelli che potevano riferirsi, interrogandoci, al domani, alla società che avremmo voluto edificare, alle istituzioni democratiche che ne sarebbero state a presidio. Sotto questo aspetto debbo dire che più varia, più problematica e più colta era la poca stampa di altri partiti, su temi che, allora, noi consideravamo un pò divagazioni, astrazioni dalla situazione reale. In particolare « La Libertá » del Pd’A sulla quale scrivevano Enzo Enriquez Agnoletti, Carlo Furno, Carlo Ludovico Ragghianti, Raffaele Ramat ed altre personalità di rilievo nazionale di quel partito. Su vaghe ipotesi e promesse per il domani discettavano i pochi numeri de « Il Popolo » della DC, alle quali poi non è stata fedele. Soltanto qualche numero dell’« Avanti! » del PSI e de « L’Opinione » del PLI apparvero durante l’occupazione tedesca. Ma non vorrei sottovalutare la presenza della stampa degli altri partiti.

Due volte mi ero discostato da quel nostro indirizzo monocorde, proponendo ai compagni due numeri speciali de « L’Azione Comunista »: il 7 Novembre 1943 per celebrare la Rivoluzione di Ottobre e il 21 Dicembre per l’anniversario della morte di Lenin. Il materiale, compreso il testo della Costituzione sovietica, era stato raccolto da vari pezzi pervenutici separatamente ed io insistei, non senza resistenze di Mario Fabiani e di Piero Montagnaní, per dare un carattere monografico ai due numeri. Si trattò di una forzatura, anche rischiosa, perché stampammo due numeri a quattro pagine di formato giornale normale (mentre « L’Azione Comunista » e « L’Unità » uscivano sempre in formato ridotto e quasi sempre su due pagine). Vennero anche alcune critiche dalla Direzione del PCI. Ma l’effetto dell’uscita di quei giornali fu esaltante: fra gli operai e nelle file partigiane suscitarono grande ammirazione e entusiasmo.

Ma detto dei limiti tematici e di livello della nostra stampa voglio anche dire che essa, essenzialmente, rispose al compito che aveva: la capacità di raggiungere e mobilitare le masse, tutti i ceti sociali.

L’incitamento alla lotta era vibrante, ossessivo e aveva la capacità di enfatizzare l’importanza dei fatti raccontati è difficile oggi capire la risonanza che avevano nelle fabbriche, nelle campagne e negli stessi uffici di enti pubblici le notizie di treni fermati, di fascisti uccisi, di colonne tedesche attaccate, di paesi occupati dai partigiani; i racconti particolari di come i GAP il 1 Dicembre 1943 uccisero il colonnello Gobbi che aveva dato ai tedeschi gli archivi del Distretto Militare dei giovani di leva; l’uccisione del console della milizia Ingaramo nell’Aprile 1944; la coraggiosa fine dei cinque prigionieri antifascisti fucilati alle Cascine, il giorno dopo per rappresaglia; la straziante fine dei giovani trucidati al Campo di Marte in Aprile e tanti altri episodi.

Si immagini anche quale sostegno morale producevano nelle formazioni partigiane le notizie pubblicate sulla nostra stampa delle lotte degli operai nelle fabbtkhe, dei contadini e delle sottoscrizioni e della raccolta di mezzi che si andavano facendo per sostenere le formazioni partigiane.

Così anche le notizie su avvenimenti internazionali che la stampa fascista taceva o distorceva: le conferenze di Mosca in Novembre e di Teheran in Dicembre 1943 sulla determinazione delle potenze alleate di abbattere il fascismo e il nazismo e di assicurare libertà e indipendenza a tutti i popoli.

Il carattere della stampa comunista non contribuiva a dare chiara coscienza democratica, consapevolezza dei problemi che sarebbero sorti dopo la liberazione, ma era sicuramente un potente strumento, un antidoto alla stampa e a tutti gli altri mezzi di informazione fascista che occultavano le notizie sull’estendersi della Resistenza, mentre ampliavano a dismisura i successi delle forze armate dell’Asse su tutti i fronti, manipolavano quelle relative alle perdite da loro subite, per abbattere il morale della popolazione. La nostra stampa invece suscitava un forte spirito di lotta per conquistare le libertà.

Va ricordato anche che per noi la carta stampata (giornali e manifestini, spesso illustrati con fotografie o vignette) era quasi l’unico mezzo per un’informazione di massa, dato che erano difficili e pericolosi i contatti personali, comun(Ine impossibile era tenere assemblee. La continuità e la quantità della stampa comunista fu prodotta e diffusa con imprese talvolta temerarie.

La polizia, e Carità stesso con i suoi collaboratori, erano infuriati per i lanci che si facevano. Verso Novembre i fascisti ordinarono la perquisizione di tutte le tipografie, ma probabilmente neanche tutti gli agenti operavano con convinzione e intelligenza. Ricordo che un giorno si presentò un agente che volle effettuare una visita. Erano i primi mesi di attività ed ancora la nostra produzione non era così vistosa da essere visibile ad un’ispezione superficiale. Tuttavia avevamo sul bancone alcune composizioni. Com’è noto i caratteri si presentano al rovescio e quell’agente non vide nulla. E ben per lui, perché tutto era predisposto per la sua soppressione, qualora avesse scoperto il materiale! In Dicembre si ebbe una visita più pericolosa, effettuata da una squadra della milizia fascista, ma neanche essa seppe trovare qualcosa. Tuttavia i fascisti non vollero andarsene a mani vuote e portarono via l’auto « 1100 » del compagno Maccanti.

Sempre in Dicembre (fino allora avevamo pubblicato 6 numeri de « L’Azione Comunista »), affannosamente alla ricerca de « L’Azione Comunista », unico giornale che usciva regolarmente, la polizia arrestò il tipografo Mordini, sospettato di aver venduto una macchina tipografica. In effetti avevamo comprato noi quella macchina, ma con tale prudenza che il Mordini stesso non sapeva a chi l’aveva venduta, perché la consegna ci fu fatta ad un angolo della strada, prendendo in consegna il carretto che la trasportava. Tuttavia il Mordini mantenne un assoluto silenzio.

Nel mese di Febbraio i compagni del Pd’A avevano subito un duro colpo: le continue ricerche della polizia, che si serviva dei delatori, avevano portato alla scoperta di un locale in Via Maggio nel quale il Pd’A custodiva depositi di armi provenienti da un lancio degli Alleati con paracadute il 14 dello stesso mese e nel mese di Marzo nel Viale dei Mille un altro locale con un piccola tipografia, cosicché per molto tempo non poterono stampare alcun giornale.

Le nervose ricerche e le feroci repressioni della Banda Carità ci avevano fra l’altro consigliato di allontanare da Firenze Giuseppe Rossi, che fu trasferito a Bologna. Lo sostitui provvisoriamente Piero Montagnani. Nel mese di Maggio lo raggiunse la sua compagna Iva, sua futura moglie. Ma agli inizi di Giugno, avvicinandosi l’impegno maggiore, Rossi volle ritornare a Firenze.

All’inizio dell’anno nuovo (1944) la quantità dei giornali e dei volantini che noi producevamo era tale da non poter essere più occultata nel caso di visite da parte della polizia. Decidemmo allora di predisporre le armi per rispondere ad una eventuale incursione. Il grande capannone della tipografia era separato dall’ingresso sulla strada da un lungo e stretto cortile. Sicché piazzammo un fucile mitragliatore col treppiede su un bancone, in modo da prendere d’infilata il cortile e l’ingresso. Altri fucili e bombe a mano costituivano ulteriori aiuti per vendere cara la pelle! Erano tempi terribili: chi veniva scoperto era arrestato, torturato e ucciso.

Quella nostra attività, oltre a dare unità informazione alle masse, era pure un segno di forza che stimolava gli altri partiti ad iniziative di propaganda.

La nostra organizzazione era giunta a livelli di razionalità notevoli. Attraverso « Giovanni » e Giulio Montelatici ricevevo direttive, ragguagli, informazioni e articoli, soprattutto sull’attività del CTLN, del Comando Marte, del Comitato di città, del Comitato circondariale, mentre da alcune staffette ricevevamo notizie dalle fabbriche, dalle formazioni partigiane (talvolta veri e propri bollettini di guerra. Io provvedevo a portare in tipografia il materiale e all’impaginazione.

Nel mese di Febbraio stampammo una varietà di manifestini in appoggio dello sciopero di Marzo, diffusi in tutte le fabbriche.

L’organizzazione per la distribuzione presentava i maggiori pericoli. Dalla tipografia si trasferiva quasi tutto il materiale stampato ad un deposito generale, al cui trasporto provvedevano i fratelli Aldo e Dino Dugini con la bicicletta o col triciclo, sempre con grande rischio. Il deposito era nell’officina in Via Palazzuolo ove lavorava Arrigo Aiazzi. Di lì, attraverso staffette che non si conoscevano fra loro, veniva smistato: ad un deposito del circondario, ad uno per la città e ad uno per la provincia e la Toscana che neanche io sapevo dove si trovavano. Da quei depositi veniva fatta la diffusione capillare. Insomma, noi non sapevamo chi riceveva quella stampa e chi la riceveva non sapeva dove era stata stampata.

Un momento critico lo passammo dopo la tragica irruzione della polizia di Carità che riuscì il 7 Giugno a mettere le mani su Radio CORA, l’apparato che aveva svolto un prezioso e coraggioso servizio di collegamento con gli Alleati, creato e diretto da Enrico Bocci. Tutti furono arrestati e torturati e quasi tutti uccisi.

L’8 Luglio, per reagire all’estendersi delle azioni della Resistenza (il giorno prima era stata fatta saltare una cabina della TETI in Via Cantagalli, credo con la partecipazione (lei fratello di Giulio Montelatici che era un tecnico di quella azienda), il Comando tedesco delle SS comunicò che erano stati arrestati l’avv. Giancarlo Zoli (DC), il conte Giuseppe De Micheli (PLI), l’avv. Gaetano Pacchi (PSI) e Cesare Cesarello i quali sarebbero stati fucilati se si fossero verificati « ulteriori atti di sabotaggio ed altri attentati contro appartenenti alle Forze Armata Germaniche ». « La Nazione » dette grande rilievo alla notizia.

Il CTLN si occupò della questione nella seduta del giorno 10 a seguito della richiesta avanzata dalla DC di sospendere ogni azione od atto che potesse dare pretesto ai tedeschi per mettere in esecuzione quanto minacciato. Il PCI fece presente che si sarebbe compiuto un precedente che poteva portare alla paralisi di tutta l’azione della Resistenza. Di fatto le azioni ebbero una tregua, ma assai breve.

Le azioni terroristiche dei fascisti e gli attacchi dei gappisti si susseguirono con frequenza e violenza crescenti.

Ma noi continuavamo a reagire sempre intensificando la pressione psicologica su tutti i ceti con grandi lanci di manifestini. Nel mese di Luglio stampammo 18 tipi di manifestini diretti a tutte le categorie, a tutti i ceti: dagli operai ai contadini, ai commercianti e agli industriali; dalle donne ai giovani; dai sinistrati agli stessi militi fascisti invitandoli a gettare le armi.

Verso il 25 Luglio stampammo questo manifestino: « Scegliete. Se non vi muovete: sarete alla mercè dei tedeschi che distruggeranno le vostre case, asporteranno i nostri viveri e cattureranno voi stessi per deportarvi in Germania dove altri italiani soffrono la fame o muoiono sotto i micidiali bombardamenti Alleati. Se vi muovete: organizzandovi ed entrando nelle Squadre d’Azione Patriottiche, difenderete la vostra vita, la vostra dignità d’uomini liberi: proteggerete le vostre famiglie, i vostri beni e contribuirete alla liberazione del Paese – il PCI ».

Il giorno 27 i tedeschi imposero a « La Nazione » di replicare: « Un foglio comunista, stampato naturalmente alla macchia, ha rivolto un aperto incitamento all’assassinio di soldati tedeschi. Il nostro popolo sa cosa è il comunismo ». Il seguito si può capire. Insomma, costringemmo i tedeschi a polemizzare e a riconoscere che esisteva una stampa comunista.

Nel Luglio gli eventi precipitarono coi successi sovietici sul fronte orientale, degli anglo-americani sui fronti occidentali, l’avanzata degli Alleati dal Sud Italia, l’incalzare delle formazioni partigiane verso Firenze delle azioni dei GAP in città, (il 9 Luglio i gappisti con alla testa Bruno Fanciullacci liberarono dal carcere 17 ragazze prigioniere di Carità), fino all’emergenza, col bando nazista del 29 Luglio per lo sgombero della zona centrale della città a destra dell’Arno.

Erano a Firenze anche Antonio Roasio e Francesco Leone. Fu costituito il Triumvirato insurrezionale con loro stessi e Giuseppe Rossi. Senza che io facessi parte di quel Comitato alcune riunioni si tennero in casa di mio padre in Borgo S. Croce e ad esse partecipò anche Romano Bilenchi.

Fu deciso anche che Barbieri, Romano Bilenchi, Luigi Sacconi si ritirassero nella tipografia di Bindo Maccanti a Rifredi, insieme a Maccanti stesso, Aldo e Dino Dugini per preparare il numero speciale de « L’Azione Comunista » per l’imminente — si credeva — liberazione.

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto i tedeschi fecero saltare i ponti sull’Arno e si ritirarono di qua dal fiume. L’Oltrarno, è noto, fu liberato il 6 Agosto.

Asserragliati in quel locale della tipografia a Rifredi dovemmo restare vari giorni; perché i tedeschi stabilirono un vero e proprio stato d’assedio. Circolavano soltanto i guastatori e i loro mezzi cingolati. Tutta la città languiva in mi allucinante caldo torrido. Mancavano cibo e acqua. L’imprevisto ritardo dell’attraversamento dell’Arno da parte degli Alleati e dei partigiani ci indusse a tentare un’uscita. Cosa che facemmo io e Luigi Sacconi, col bracciale della Croce Rossa. Attraverso Via dello Statuto, la Fortezza da Basso, Via XXVII Aprile giungemmo all’Istituto di Chimica generale in Via Gino Capponi, ove Sacconi era di casa. Li stabilimmo un collegamento con le staffette « Iva », Maria e la moglie del Prof. Zalla. Nell’Istituto c’era una radio ricetrasmittente gestita dal Dr. Ballario (Pd’A) dell’Istituto di Fisica di Arcetri, dopo la caduta di Radio CORA. Con una batteria di accumulatori l’apparecchio fu messo in funzione. Operatore era Carlo Campolmi. Vi rimanemmo alcuni giorni ed ogni giorno mettemmo insieme un numero de « L’Azione Comunista », formato volantino, che stampavamo nella tipografia ove, mi pare, lavorava il compagno Fernando Forconi in Via della Mattonaia. I titoli degli articoli riflettevano lo stato della città e delle forze in lotta. Nella città come pietrificata, sgomenta e senza notizie quella era l’unica parola scritta che circolava rincuorava. Ecco i titoli: « Assaliamo i nostri carnefici » – Sui fronti di guerra » – « Donne salvate i vostri figli » – La, nostra salvezza è l’insurrezione » – « Lottare per la liberazione di Firenze » – « La fame batte alle porte » – « Un ponte fra due mondi » (i tedeschi si erano ritirati dall’Oltrarno lasciando in piedi, benché minato, soltanto il Ponte Vecchio) – « Consigli per bollire la poca acqua disponibile » cd altri.

In quella situazione di stallo Giuseppe Rossi mi fece giungere un messaggio perché cercassi di passare l’Arno, prendere contatto con la nostra delegazione e con quella ,del CTLN. Vi riuscii in modo assai avventuroso e rischioso, insieme ad Enrico Fisher del Pd’A, grazie all’appoggio dei comandante dei vigili urbani Aldo Giannetti che con me aveva collaborato nella clandestinità passando sopra gli Archibusieri e il Corridoio Vasariano sul Ponte Vecchio minato. Lungo sarebbe il racconto dei contatti che ebbi coi flemmatici e niente affatto preoccupati inglesi, e con Aligi Barducci il quale invece si batteva per essere autorizzato ad attraversare il fiume, con la sua Divisione.

Ritornai per la stessa via in Palazzo Vecchio il giorno dopo, e di lì mi recai alla vicina sede del CTLN in Via Condotta, dove incontrai Giuseppe Rossi, Natale Dall’Oppio, Enzo Enriquez Agnoletti, Aldobrando Medici Tornaquinci, Aldo Gaiani che rientrava da una ispezione non ricordo chi rappresentava la DC, se Zoli o Martini

Tutti sedevano in permanenza, dal giorno del bando tedesco.

Poi, sempre col bracciale della Croce Rossa, ritornai ancora a Rifredi, per alcuni giorni, ma la nostra permanenza in tipografia era ormai inutile e impossibile.

L’11 agosto partigiani e Alleati attraversarono I’Arno. e liberarono la città, mentre i tedeschi si ritirarono sul torrente Mugnone. Decisi ancora di uscire, con Bindo Maccanti. Nella strada deserta c’imbattemmo in un ufficiale, tedesco del quale, per incredibili circostanze, dovemmo fingere di essere prigionieri per attraversare la linea del fronte al Parterre, finché lo facemmo noi prigioniero e lo consegnammo ad un presidio partigiano insediato nell’Ospedale Militare di Via S. Gallo. Paradossalmente vi rimanemmo io stesso e Maccanti prigionieri dei partigiani per alcune ore, finché, a seguito delle indicazioni che detti, giunse dalla Prefettura, per ordine del CTLN lì insediato, un funzionario che venne a rilevarci. E fu quel funzionario a comunicarmí che ero stato nominato Commissario all’Alimentazione e che ne dovevo assumere subito le funzioni.

Ci aspettava l’impegno della ricostruzione materiale democratica del Paese.

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